Frasi
Frasi di Alexandre Dumas padre
125 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 125 citazioni di Alexandre Dumas padre, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Alexandre Dumas padre (scrittore francese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Alexandre Dumas padre
Abitualmente comincio un libro solo dopo ch'è stato già scritto.
C'è una donna in ogni caso; appena mi portano un rapporto, io dico: "Cherchez la femme."
Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?
Ci sono certe città sconosciute il cui nome, per inattese, terribili, clamorose catastrofi, talvolta acquista improvvisa fama europea e che s'ergono in mezzo al secolo come una di quelle paline storiche piantate dalla mano di Dio per l'eternità: tale è il destino di Pizzo. Senza annali nel passato e probabilmente senza storia nell'avvenire, essa vive sulla sua gloria di un giorno ed è diventata una delle stazioni omeriche dell'Iliade napoleonica. Infatti è noto che fu nella città di Pizzo che Gioacchino Murat venne a farsi fucilare, là che quest'altro Aiace trovò una morte oscura e cruenta.
Credo proprio che tre quarti del mio cuore, se non il cuore intero, siano morti con lei.
Dio, nella sua divina previdenza, non ha dato la barba alle donne perché esse non sarebbero state capaci di tacere mentre venivano rasate.
E il genio, che ne sarà mentre baderò all'ordine?
Godeva di una grande reputazione e la meritava sotto tutti i rapporti. [...] La dolcezza della sua parola, la soavità della sua morale l'avea fatto soprannominare il Platone campano, ancora giovane aveva scritto la giurisdizione criminale opera che fu tradotta in tutte le lingue, e che fu menzionata dall'assemblea nazionale francese.
L'orgoglio ha quasi sempre una compagna ancora peggiore: l'invidia.
La sorella era degna compagna del fratello. Libertina per fantasia, empia per temperamento, ambiziosa per calcolo, Lucrezia bramava piaceri, adulazioni, onori, gemme, oro, stoffe fruscianti e palazzi sontuosi. Spagnola sotto i capelli biondi, cortigiana sotto la sua aria candida, aveva il viso di una madonna di Raffaello e il cuore di una Messalina.
Nulla riesce meglio del successo, che è la calamita morale che tutto attira a sé.
Roma e Venezia si riuniranno all'Italia ma chissà se Napoli non sfuggirà all'Italia. Facile prender Napoli, difficile il conservarla.
Tutto il delitto della prima fu d'esser una ardente; d'aver prima d'ogni altro levato il grido di libertà, quando la libertà apparve in Napoli; d'aver fondato il Monitore . Questo delitto bastò a mandarla al patibolo, anzi alla forca.
Per un'oscena cortesia del tribunale verso la plebaglia , la forca era alta trenta piedi.
Eleonora Pimentel camminò al supplizio col sorriso sulle labbra; nel lasciar carcere aveva bevuto una tazza di caffè: nel giunger a piè della forca, le fu chiesto se desiderava qualcosa: avevano l'ordine di accordarle l'ultima sua domanda: speravasi che chiederebbe la vita.
– Datemi un paio di mutande, disse.
Lucrezia non avrebbe nulla trovato di meglio.
Ascanio – Citazioni
V'è una sola cosa al mondo eternamente bella, giovane e feconda: l'arte divina. (p. 205)
Che cos'è, per lo più, l'amore? Il capriccio d'un giorno, un'allegra unione, mediante la quale due esseri s'ingannano reciprocamente e spesso in buona fede. (p. 205)
Frasi da «I tre moschettieri»
[...] quell'epoca di libertà minima e d'indipendenza massima [...]. (cap. II, L'anticamera del signor de Tréville; 2013)
Quest'altro moschettiere formava un perfetto contrasto con colui che lo interrogava e che gli aveva dato il nome di Aramis. Era un giovane di ventidue o ventitré anni appena, dall'espressione candida e dolce, dall'occhio nero e mite e dalle gote rosee e vellutate come una pesca d'autunno; i suoi baffi sottili disegnavano sul labbro superiore una linea perfettamente diritta, le sue mani pareva evitassero di abbassarsi per timore di fare un po' gonfie le vene, e di tanto in tanto lo si vedeva pizzicarsi l'orlo delle orecchie, per mantenerle di un incarnato tenero e trasparente. Per abitudine, egli parlava poco e con lentezza, salutava molto, rideva senza far strepito e mostrando i denti, di cui pareva avere molta cura come il resto della persona. (cap. II, L'anticamera del signor Tréville)
Il coraggio è sempre rispettato, anche in un nemico. (cap. V, I moschettieri del re e e le guardie del cardinale; 2013)
[...] tutti per uno e uno per tutti [...]. (D'Artagnan: cap. IX, D'Artagnan si rivela; 2013)
– Non avete qualche amico con l'orologio che va indietro?
– E allora?
– Allora andate a trovarlo, in modo che possa testimoniare che alle nove e mezza eravate da lui. È quello che in linguaggio giudiziario si chiama avere un alibi. (cap. X, Una trappola per topi nel secolo diciassettesimo; 2013)
L'amore è la più egoista di tutte le passioni. (cap. XI, L'intrigo si complica; 2013)
– Non ho bisogno di voi.
– Ma siete voi che avete chiesto...
– L'aiuto di un gentiluomo, non la sorveglianza di una spia.
– È una parola un po' dura!
– Come si chiamano quelli che seguono le persone contro la loro volontà?
– Indiscreti.
– È una parola un po' troppo morbida. (Signora Bonacieux e d'Artagnan: cap. XI, L'intrigo si complica; 2013)
[...] quella brutalità ingenua che le donne preferiscono spesso all'affettazione della cortesia, perché scopre il fondo del pensiero e prova che il sentimento ha la meglio sulla ragione. (cap. XI, L'intrigo si complica; 2013)
[...] ciò che è perduto oggi può non essere perduto per l'avvenire. (Signora Bonacieux: cap. XI, L'intrigo si complica; 2013)
— Milord, — esclamò la regina — voi dimenticate che io non ho mai detto di amarvi.
— Ma nemmeno mi avete detto che non mi amavate, e veramente dirmi tali parole sarebbe, da parte della Maestà Vostra, un'ingratitudine troppo grande. Poiché, dove troverete, ditemi, un amore simile al mio, un amore che né il tempo, né la lontananza, né la disperazione possono spegnere; un amore che si accontenta di un nastro smarrito, di uno sguardo perduto, di una parola sfuggita? (Buckingham: cap. XII)
In piedi davanti al caminetto, c'era un uomo di media statura, di aspetto nobile e altero, con gli occhi penetranti, la fronte ampia, un volto smagrito e ancor più allungato dal pizzo e dai baffi. Benché quell'uomo avesse trentasei o trentasette anni appena, capelli, baffi e pizzo cominciavano a farsi grigi. Quell'uomo non aveva spada, ma sembrava, in tutto il resto, un uomo di guerra: i suoi stivali di pelle di bufalo leggermente coperti di polvere indicavano che nella giornata era stato a cavallo. Quell'uomo era Armand Jean Duplessis, cardinale di Richelieu, non quale viene di solito rappresentato a noi, affranto come un vecchio, sofferente come un martire, il corpo piegato, la voce spenta, sepolto in una grande poltrona come in una tomba anticipata, vivo solo per il suo genio e capace ancora di sostenere la lotta con l'Europa soltanto per la forza del suo pensiero, diuturnamente applicato, ma quale egli era realmente in quel tempo, vale a dire destro e galante cavaliere, già debole nel corpo, ma sostenuto da quella potenza morale che ha fatto di lui uno degli uomini più straordinari che siano mai esistiti; quale egli era in quel tempo in cui si preparava, dopo aver validamente appoggiato il duca di Nevers nel ducato di Mantova, dopo aver preso Nimes, Castres e Uzès, a cacciare gli inglesi dall'isola di Ré, e ad assediare la Rochelle. (cap. XIV, L'uomo di Meung)
D'Artagnan non poté fare a meno di pensare quanto fragili e sconosciuti siano i fili che talora regolano i destini di un popolo e la vita degli uomini. (cap. XXI, La contessa di Winter)
— Noialtri diciamo: fiero come uno scozzese, — mormorò Buckingham.
— E Noi. fiero come un guascone, — disse di rimando D'Artagnan. — I guasconi sono gli scozzesi della Francia. (cap. XXI, La contessa di Winter)
C'è un Dio per gli ubriachi e gli innamorati. (cap. XXIII, L'appuntamento; 2013)
In tutti i casi, ragazzo mio, credete a un uomo che vive da trent'anni alla corte: non vi addormentate nella vostra sicurezza, o siete perduto. Al contrario, ve lo dico io, dovete vedere nemici dappertutto. Se cercano di attaccare briga con voi, evitatelo, fosse anche un bambino di dieci anni; se vi attaccano, di notte o di giorno, battete in ritirata senza vergogna; se attraversate un ponte, tastate le assi, che non vi manchino sotto i piedi; se passate davanti a una casa in costruzione, guardate bene che non vi cada una pietra sulla testa; se rientrate tardi, fatevi seguire dal vostro domestico, e che sia armato, purché siate sicuro del vostro domestico. Diffidate di tutti, del vostro amico, di vostro fratello, della vostra amante... soprattutto della vostra amante. (Signor de Tréville: cap. XXIII, L'appuntamento; 2013)
Un mariuolo non ride alla stessa maniera di un uomo onesto, un ipocrita non piange le stesse lacrime di un uomo in buona fede. Ogni falsità è una maschera, e per bene che sia fatta la maschera, con un po' d'attenzione si arriva sempre a distinguerla dal viso. (cap. XXV, L'amante di Porthos; 2013)
[...] non c'è amicizia che resista a un segreto scoperto, soprattutto quando questo segreto tocca l'amor proprio; inoltre si ha sempre una certa superiorità morale sulle persone di cui si conosce la vita. (cap. XXVI, La tesi di Aramis; 2013)
[...] nascondete bene le vostre ferite quando ne avrete. Il silenzio è l'ultima gioia degli infelici; guardatevi bene dal mettere chicchessia sulla traccia dei vostri dolori: i curiosi succhiano le nostre lacrime come le mosche il sangue d'un daino ferito. (Aramis: cap. XXVI, La tesi di Aramis; 2013)
Niente fa passare il tempo e abbrevia la strada come un pensiero che assorbe su di sé tutte le facoltà di chi pensa. L'esistenza esterna assomiglia allora a un sonno, di cui quel pensiero è il sogno. Grazie al suo influsso, il tempo non ha più misura, lo spazio non ha più distanza. Si parte da un luogo e si arriva a un altro, ecco tutto. Dell'intervallo percorso, non resta presente al vostro ricordo che una vaga foschia in cui svaniscono mille immagini confuse di alberi, montagne, paesaggi. (cap. XXVI, La tesi di Aramis; 2013)
[...] l'amore è una lotteria dove chi vince vince la morte. (Athos: cap. XXVII, La moglie di Athos; 2013)
La vita stessa si può riassumere in tre parole: erat, est, fuit. (Aramis: cap. XXVIII, Il ritorno; 2013)
[...] in tutte le cose il merito sta nella difficoltà. (Aramis: cap. XXVIII, Il ritorno; 2013)
[...] si domandano consigli solo per non seguirli, o, se li si segue, per avere qualcuno a cui si possa rimproverare di averli dati. (Athos: cap. XXXIV, Dove si tratta dell'equipaggiamento di Aramis e di Porthos; 2013)
Il cuore della donna migliore è spietato verso i dolori d'una rivale. (cap. XXXV, La notte tutti i gatti sono bigi; 2013)
Milady sorrise di un sorriso strano.
— Così, voi mi amate? — disse.
— Ho forse bisogno di dirvelo? Non ve ne siete accorta?
— Oh, sì, ma come sapete, i cuori più fieri sono più difficili da conquistare.
— Oh, le difficoltà non mi sgomentano — disse d'Artagnan; — temo solo le cose impossibili.
— Non c'è nulla di impossibile, — disse Milady — per un vero amore. (cap. XXXVI, Sogno di vendetta)
[...] dietro a ogni felicità presente è nascosto un timore futuro. (cap. XXXIX, Una visione; 2013)
Nessuna speranza è folle, tranne che per gli sciocchi [...]. (Richelieu: cap. XL, Il cardinale; 2013)
Il tempo, amico mio, il tempo porta con sé l'occasione, e l'occasione è la martingala dell'uomo: più ha scommesso e più guadagna, se sa aspettare. (Athos: cap. XLII, Il vino d'Angiò; 2013)
In tutti i tempi e tutti i paesi, soprattutto se sono divisi in materia di religione, ci saranno fanatici che non chiedono di meglio che diventare martiri. (Richelieu: cap. XLIV, L'utilità dei tubi di stufa; 2013)
– Allora, – disse d'Artagnan, lasciando cadere le braccia con scoraggiamento, – è inutile lottare ancora: tanto vale che mi bruci le cervella e facciamola finita!
– Questa è l'ultima sciocchezza da fare, – disse Athos, – perché è la sola cui non c'è rimedio. (cap. XLVII, Il consiglio dei moschettieri; 2013)
[...] ci prendono per pazzi o per eroi, due categorie di imbecilli molto simili tra loro. (Athos: cap. XLVII, Il consiglio dei moschettieri; 2013)
[...] bisogna puntare sui difetti delle persone, non sulle loro virtù. (Athos: cap. XLVIII, Una questione di famiglia)
Beneficio rinfacciato, offesa arrecata. (Athos: cap. XLVIII, Una questione di famiglia)
La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo. (Athos: cap. XLVIII, Una questione di famiglia; 2013)
L'amore è un sentimento che si nutre di agi e ingigantisce attraverso la corruzione. (cap. LVI)
I grandi criminali portano con sé una specie di predestinazione che fa loro superare tutti gli ostacoli, li salva da tutti i pericoli, fino al momento che la Provvidenza, stanca, ha fissato come scoglio per la loro empia fortuna. (cap. LIX, Il convento delle Carmelitane a Béthune; 2013)
[...] non conosco nessun uomo che meriti di essere rimpianto durante tutta la vita di un altro uomo [...]. (Buckingham: cap. LIX, Il convento delle Carmelitane a Béthune; 2013)
Dicono di «I tre moschettieri»
Da mia parte, non provo il rossore di cui altri sentirebbe inondato il volto nel dire che mi piacciono e giudico condotti con grande brio e spigliatezza i Trois mousquetaires di Alessandro Dumas padre. Ancora molti li leggono e li godono senza nessun'offesa della poesia, ma nascondono in seno il loro compiacimento come si fa per gli illeciti diletti; ed è bene incoraggiarli a deporre la falsa vergogna e il congiunto imbarazzo. (Benedetto Croce)
I tre moschettieri è in verità la storia del quarto. (Umberto Eco)
Il romanzo I tre moschettieri è una serie ininterrotta di vendette, dal principio alla fine. C'è una vendetta ad ogni pagina. Ogni tanto, una esaltazione tutta esplicita della vendetta, definita qualche volta come "le plaisir des dieux", il piacere degli Dei. (Beniamino Placido)
In questa favola, Alessandro Dumas sfoggia non poche qualità del grande scrittore: e non delle secondarie. In primo luogo una sovrana impudenza; un insieme di complicità ed oltraggio nei confronti del lettore; nessun patetismo, neppure quando ricorre a situazioni obiettivamente patetiche: giacché nelle sue mani anche la morte dell'innocente si fa avventura, è «divertente». E ancora, il gusto del gioco, della mistificazione; l'onesta carenza morale, che ci rassicura che nei labirinti di questa deliziosa macchinazione non si nasconde la pia frode di un messaggio; una nobile guitteria, che gli detta la mossa esatta per scatenare la saggiamente consenziente credulità del pubblico, e che insieme proibisce qualsiasi identificazione emotiva: il lettore è tenuto a bada nel momento stesso in cui è affascinato; è e deve restare spettatore. (Giorgio Manganelli)
Frasi da «I tre moschettieri»
Il personaggio di d'Artagnan è uno dei più straordinari ritratti simbolici della prima parte del secolo. Athos è degno di Dostoevskij. Milady è una bellissima creatura del male. E quella leggerezza, che ci trascina di pagina in pagina, non nasce soltanto da una natura felice, ma da una squisita arte intellettuale.
Non credete ai denigratori. I tre moschettieri emana un vero profumo storico: non meno di Guerra e Pace; un profumo che Dumas ricava con astuzia e grazia dalle memorie, dalle lettere e dai romanzi del primo Seicento.
Come in una cavalcata fantastica, tutta la geografia, la storia e la letteratura della Francia, sfilano davanti ai nostri occhi. Conosciamo i guasconi, i piccardi, i normanni, gli abitanti del Berry, e il loro dialetto, che il colto Aramis si rifiuta di capire; e quanti paesi e chiese e osterie sorvolate dal vento dell'avventura. C'è Parigi, avvolta da una nebbia cupa. I moschettieri bevono generosamente, attaccano briga, pagano malvolentieri i conti degli osti, come gli eroi di Rabelais e di Scarron. Il borghese gentiluomo, L'Avaro e Il Barbiere di Siviglia ci fanno conoscere i loro lacchè e le loro soubrettes, che danzano ancora per noi. Abbiamo mercanti e avvocati, avidi e sordidi come nel Romanzo borghese di Furetière. Aramis ci ricorda la mondanità preziosa degli abati. Gli epigrammi della tradizione moralistica francese brillano alla fine di ogni capitolo. Poi il tempo cambia. Entriamo nella Parigi del primo Ottocento, nei teatri e nei piccoli giornali. C'è qualche traccia della sapienza filosofica e fisionomica di Balzac. E il giovane d'Artagnan, che a diciott'anni arriva dalla Guascogna per far fortuna, l'abbiamo già incontrato nelle vesti di Gil Blas e di Jacob: l'abbiamo ritrovato in quelle di Lucien de Rubempré e di Julien Sorel, che come lui cercano di conquistare la Francia.
Non so se Dumas avesse letto Baltasar Gracián: una parte dei Tre moschettieri ha un sapore che ci ricorda, sebbene mescolato e manipolato dall'"abile irrigatore", le massime del gesuita spagnolo. Il Seicento si incarna nella figura del cardinale di Richelieu, per il quale Dumas ha una vera passione. Richelieu è la rapidità e l'astuzia, che solo d'Artagnan sa fronteggiare. Rappresenta gli Arcana imperii: il segreto profondissimo del potere e la macchinazione; l'arte di spiare e di ascoltare i segreti.
Ormai è tempo di riprendere in mano I tre moschettieri. Non possiamo fermarci: gli oggetti non ci arrestano con il loro volume, e i personaggi sembrano (e non sono) formati di una sola dimensione. Tutto quello che, nella vita, ci sbarra il passo, viene trascinato dal volo velocissimo della fantasia. Il cavallo di d'Artagnan corre verso l'Inghilterra più rapido del nostro occhio che legge, le navi attraversano in un baleno i mari, Milady ripete le sue affascinanti menzogne, un'occhiata fa scoccare all'improvviso un amore... La leggerezza trionfa sul peso: la frivolezza sul significato, l'immaginazione sull'esperienza. Mentre leggiamo, rimbalzando di fatto in fatto, anche noi senza peso, tutto ci accade: siamo d'Artagnan e Richelieu, Buckingham e Athos, l'uomo dal mantello rosso e Milady, eppure nulla ci tocca e ci ferisce. Veloci come il vento, indenni e inconsapevoli come l'aria, attraversiamo senza conoscerle tutte le esperienze del mondo.
Frasi da «Il conte di Montecristo»
[...] in politica non esistono assassinî. In politica, mio caro, lo sapete quanto me, non ci sono uomini ma idee; non sentimenti ma interessi; in politica non si uccide un uomo: si elimina un ostacolo, ecco tutto. (Noirtier: cap. XII, Il padre e il figlio; 2011)
[...] per l'uomo felice la preghiera rimane un insieme monotono e privo di senso fino al giorno in cui il dolore viene a spiegare all'infelice questo linguaggio sublime per mezzo del quale si rivolge a Dio. (cap. XV, Il nº 34 e il nº 27; 2011)
Ci vuole la sciagura per scavare certe miniere misteriose nascoste nell'intelligenza umana; ci vuole la pressione per far esplodere la polvere. Con la prigionia tutte le facoltà che fluttuavano qua e là si sono adunate in un sol punto, hanno colliso in uno spazio angusto, e voi lo sapete, dal cozzo delle nubi si genera l'elettricità, dall'elettricità la folgore, dalla folgore la luce. (Abate Faria: cap. XVII, La stanza dell'abate; 2010)
La filosofia non si apprende; la filosofia è l'incontro tra le scienze acquisite e il genio che le applica [...]. (Abate Faria: cap. XVII, La stanza dell'abate; 2010)
[...] Dio vuole che l'uomo che ha creato, e nel cuore del quale ha così profondamente radicato l'amore della vita, faccia tutto quello che può per conservare un'esistenza talvolta così penosa, ma sempre così cara. (Abate Faria: cap. XIX, Il terzo accesso; 2018)
grande lago che chiamano il Mediterraneo [...]. (cap. XXII, I contrabbandieri; 2010)
Negli affari, signore, non ci sono amici; lo sapete bene, ci sono soltanto dei corrispondenti. (Pierre Morrel: cap. XXIX, La casa Morrel; 2011)
[...] spesso passiamo accanto alla felicità senza vederla, senza guardarla, oppure, se l'abbiamo vista e guardata, senza riconoscerla. Se siete un uomo positivo e l'oro è il vostro dio, assaggiate quella roba, e vi saranno aperte le miniere del Perù, di Guzarate, di Golconda. Se siete un uomo d'immaginazione, un poeta, assaggiatela e le barriere del possibile spariranno e vi si apriranno i campi dell'infinito: libero di cuore e di mente, passeggerete nel regno illimitato della fantasia. Se siete ambizioso e correte dietro alle grandezze della Terra, assaggiatela, ed entro un'ora sarete re, ma non di un piccolo regno nascosto in un angolo d'Europa, come la Francia, la Spagna o l'Inghilterra, ma re del mondo, re dell'universo, re della creazione. Il vostro trono sarà innalzato sulla montagna dove Satana portò Gesù e senza aver bisogno di rendergli omaggio, senza essere obbligato a baciargli l'artiglio, sarete il padrone sovrano di tutti i regni della Terra. (Simbad il marinaio: cap. XXXI, Simbad il marinaio; 2018)
Ascoltate – disse il conte, e il suo volto si tinse di fiele, come quello di un altro si tingerebbe di sangue; – se un uomo avesse fatto morire tra torture inaudite, tra tormenti infiniti, vostro padre, vostra madre, la vostra amante, insomma una di quelle persone che quando vengono sradicate dal vostro cuore vi lasciano un vuoto eterno e una ferita sempre sanguinante, trovereste sufficiente la riparazione che vi accorda la società facendo passare il ferro della ghigliottina tra la base dell'occipite e i muscoli trapezi dell'assassino, facendo provare qualche attimo di dolore fisico a chi vi ha fatto subire lunghi anni di sofferenze morali? (Conte di Montecristo: cap. XXXV, La mazzolata; 2011)
«Ah, il duello!», esclamò il conte. «Sull'anima mia, risibile modo di raggiungere il proprio scopo, quando lo scopo è la vendetta! Un uomo vi ha rubato la vostra amante, un uomo ha sedotto vostra moglie, un uomo ha disonorato vostra figlia. Di una vita intera, che aveva il diritto di aspettarsi la parte di felicità che Iddio ha promesso a ogni essere umano nel crearlo, egli ha fatto un'esistenza di dolore, di miseria o d'infamia, e voi vi ritenete vendicato perché a quest'uomo, che vi ha gettato il delirio nella mente e la disperazione nel cuore, voi avete sferrato un fendente in petto o piazzato una pallottola in capo? Suvvia, dunque! Senza contare che spesso è costui a uscire trionfante dalla tenzone, mondato agli occhi del mondo e in qualche modo assolto da Dio. No, no – rincarò il conte – se mai dovessi vendicarmi, non è in questo modo che mi vendicherei». (cap. XXXV, La mazzolata; 2010)
Forse quel che sto per dire sembrerà bizzarro a lor signori socialisti, progressisti, umanitari, ma io non mi curo mai del prossimo, ma io non tento mai di tutelare la società che non mi tutela e, dirò di più, che in generale di me non si cura se non per nuocermi. E depennandoli dalla mia stima e serbando neutralità nei loro confronti, sono la società e il prossimo a essermi addirittura debitori. (Conte di Montecristo: cap. XL, La colazione; 2010)
[...] «fa' vedere che stimi te stesso e sarai stimato», assioma cento volte più utile nella nostra società di quello dei greci «conosci te stesso», che ai nostri giorni è stato sostituito dall'arte meno difficile e più vantaggiosa di conoscere gli altri. (cap. XLVIII, Ideologia; 2018)
Voi sapete che le invenzioni umane procedono dal composito al semplice, e che il semplice è sempre la perfezione. (Conte di Montecristo: cap. XLVIII, Ideologia; 2010)
Ci sono due sguardi: lo sguardo del corpo e lo sguardo dell'anima. Lo sguardo del corpo può talvolta dimenticare, ma quello dell'anima non dimentica mai. (Haydée: cap. LXXVII, Haydée; 2011)
Per la vita che aveva vissuto, per la decisione presa e mantenuta di non indietreggiare davanti a nulla, il conte era giunto a gustare gioie sconosciute nelle lotte che talvolta intraprendeva contro la natura, che è Dio, e contro il mondo, che può facilmente essere considerato il diavolo. (cap. LXXXII, L'effrazione; 2011)
«Venite con me, visconte, vi conduco io».
«Con piacere».
«Allora siamo intesi?».
«Sì, ma dove?».
«Ve l'ho detto, dove l'aria è pura, dove il rumore assopisce, dove, per quanto orgoglio si nutra, ci si sente umili e ci si ritrova piccoli. Amo un tale svilimento, io che al pari di Augusto vengo definito padrone dell'universo».
«Dove andate, insomma?».
«Al mare, visconte, al mare». (cap. LXXXV, Il viaggio; 2010)
Che cos'è la morte? Un grado ulteriore nella calma e forse due nel silenzio. (Conte di Montecristo: cap. XC, Il duello; 2011)
Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti alla compassione, quando la sciagura del nemico supera i limiti del loro odio. (cap. LXXXVI, Il giudizio; 2011)
[...] i nemici che si conoscono non sono, lo sapete, i più pericolosi. (Mercedes: cap. LXXXVIII, L'offesa; 2011)
[...] per i cuori che hanno sofferto molto la gioia è come la rugiada per la terra bruciata dal sole: cuore e terra assorbono quella pioggia benefica che cade su di loro, senza che niente si manifesti all'esterno. (cap. XCII, Il suicidio; 2011)
[...] non sarei artista se non mi rimanesse qualche illusione. (Eugénie: cap. XCV, Il padre e la figlia; 2011)
Fate attenzione: un consiglio è peggio di un favore. (Conte di Montecristo: cap. XCVI, Il contratto; 2011)
Guardami, Morrel – disse Montecristo con quella solennità che in certe occasioni lo rendeva così grande e persuasivo, – guardami: non ho lacrime negli occhi, né febbre nelle vene, né palpiti di disperazione nel cuore; eppure ti vedo soffrire, te, Maximilien, te che amo come amerei un figlio; ebbene, questo non ti dice, Morrel, che il dolore è come la vita, e anche al di là del dolore c'è sempre qualcosa di sconosciuto? (cap. CV, Il cimitero del Père-Lachaise; 2011)
È proprio degli spiriti prostrati vedere ogni cosa attraverso un velo nero; è l'anima che si crea i suoi orizzonti; la vostra anima è incupita e vi presenta un cielo tempestoso. (Conte di Montecristo: cap. CXII, La partenza; 2011)
Un uomo della tempra del conte non poteva abbandonarsi a lungo a quella malinconia che dà l'illusione di vivere e di un'apparente originalità agli spiriti volgari, ma che uccide le anime superiori. (cap. CXIII, Il passato; 2011)
Sull'altra parete, un'iscrizione attirò la sua attenzione; spiccava, ancora bianca, sul muro verdastro; Montecristo la lesse:«Oh, sì – gridò, – ecco l'unica preghiera dei miei ultimi tempi. Non chiedevo più la libertà, chiedevo la memoria, temevo di diventare pazzo e di dimenticare. Mio Dio! mi avete conservato la memoria, e ho ricordato tutto. Grazie, grazie, mio Dio!» (cap. CXIII, Il passato; 2011)
Prima di aver paura, si vede giusto; mentre si ha paura, si vede doppio; dopo aver avuto paura, si vede torbido. (cap. CXIV, Peppino; 2011)
[...] in questo mondo non ci sono né felicità né infelicità, esiste solo il confronto tra una condizione e l'altra, ecco tutto. Solo chi abbia provato l'estremo dolore è in grado di percepire l'estrema felicità. Bisogna aver voluto morire, Maximilien, per sapere quanto è bello vivere.
Vivete dunque e siate felici, figli cari del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all'uomo l'avvenire, tutta la saggezza umana consisterà in queste due parole:
Attendere e sperare! (Edmond Dantès: cap. CXVII, Il 5 ottobre; 2011)
Dicono di «Il conte di Montecristo»
È forse il più «oppiaceo» dei romanzi popolari: quale uomo del popolo non crede di aver subito un'ingiustizia dai potenti e non fantastica sulla «punizione» da infliggere loro? Edmondo Dantès gli offre il modello, lo «ubbriaca» di esaltazione, sostituisce il credo di una giustizia trascendente in cui non crede più «sistematicamente». (Antonio Gramsci)
È il romanzo di una vendetta, ma è anche una descrizione impareggiabile del gran mondo parigino. Tutti i suoi nemici hanno fatto carriera, ma Dantès con ogni genere di astuzia riesce a stroncarli uno per uno. Tutti lo ammirano, tutti lo invitano, neppure la sua ex fidanzata, che ha sposato un alto funzionario, lo riconosce. Quando si deciderà a parlare?, ci chiediamo col fiato sospeso.
Siamo ben lontani da I tre moschettieri, libro di cappa e spada più celebre e molto più sempliciotto. È Montecristo il vero eroe romantico creato dallo straripante Dumas. È a lui (se ci fosse una giustizia letteraria suprema) che andrebbe appesa la fama di Alexandre Dumas. (Carlo Fruttero)
Forse Edmond Dantès si sbagliava, e l'unica soluzione era non fidarsi e non sperare. (Arturo Pérez-Reverte)
Il Conte di Monte-Cristo è una sterminata hilarotragedia, dove il riso e il delitto, il gioco e il Male Assoluto si sfiorano e si intrecciano. Il lieve tocco ironico, lo spirito settecentesco, l'allegretto sono presenti in ogni capitolo. (Pietro Citati)
– "Il conte di Montecrisco".
– "Montecristo", deficiente.
– Di Alessandro... Dum-azz... Due mazzi...
– È francese. Sì, si legge Dumas. Lo sai di che parla? Ti piacerebbe, parla di un'evasione.
– Allora va messo nel settore didattico. O sbaglio? (Le ali della libertà)
La prima parte di Montecristo, fino alla scoperta del tesoro, è un pezzo perfetto di racconto a effetto; non c'è mai stato un uomo che abbia partecipato a queste commoventi avventure senza un fremito, eppure Faria è un personaggio di cartapesta e Dantès poco più di un nome. Il seguito non è che il dilungarsi di un errore, cupo, sanguinoso, innaturale e stupido; ma quanto a questi primi capitoli, non credo esista un altro volume nel quale si possa respirare la stessa inconfondibile atmosfera di romanzo. (Robert Louis Stevenson)
L'architettura del Conte di Monte-Cristo possiede una meravigliosa precisione ed esattezza. Non saprei dire se il libro sia composto di romanzi diversi, che la facoltà affabulatrice di Dumas fa coabitare: o se moltissimi fili narrativi procedano gli uni accanto agli altri, fino a riunirsi ed esplodere in spettacolosi colpi di scena. Dovunque regna l'enigma: la soluzione dell'enigma viene sospesa e rinviata; ora una pagina ci suggerisce cosa accadrà, ora una voce sotterranea ci fa capire che avverranno cose completamente diverse. Il racconto corre veloce, trascina gli ostacoli, attraversa i tempi e gli spazi, copre immense tele scriveva Sainte-Beuve – «senza stancare mai il pennello di Dumas né il suo lettore». (Pietro Citati)
Frasi da «Il visconte di Bragelonne»
Planchet aprì la finestra, come gli era stato prescritto, e la ventata di tumulto che s'ingolfò nella stanza, grida, stridor di ruote, abbaiamenti e passi, assordò anche d'Artagnan, come aveva desiderato.
Bevve, allora, un bicchiere di vino bianco, e incominciò in questi termini:
"Planchet, ho un'idea".
"Ah, signore, come vi riconosco!", rispose il droghiere, ansante d'emozione.
"D'Artagran, D'Artagnan!", fece Athos, posando la mano sulla spalla del moschettiere, "voi non siete equo."
"Ne ho il diritto."
"No, perché non conoscete l'avvenire."
"Continuo", disse Luigi XIV. "È vero anche che un uomo solo abbia potuto penetrare fino a Monck, nel suo accampamento, e l'abbia portato via?"
"Quell'uomo aveva dieci ausiliari presi tra gente inferiore"
"Nessun altro?"
"Nessuno."
"E si chiama?"
"Il signor d'Artagnan, ex luogotenente dei moschettieri di Vostra Maestà"
Anna d'Austria arrossì, Mazzarino diventò giallo di vergogna, Luigi XIV si fece cupo e una goccia di sudore cadde dalla sua fronte pallida.
"Che uomini!", mormorò.
Destinato a tutta prima al commercio, Colbert era stato commesso presso un mercante di Lione, che aveva poi lasciato per recarsi a Parigi nello studio di un procuratore allo Chatelet, chiamato Biterne. In tal modo, aveva appreso l'arte di preparare un bilancio e l'arte più preziosa d'imbrogliarlo.
Allora, per finirla con quello sguardo da inquisitore che bisogna far abbassare ad ogni costo, come ad ogni costo un generale riduce al silenzio una batteria che lo disturba, Aramis stende la sua bella mano bianca, nella quale riluce l'ametista dell'anello pastorale, fende l'aria col segno della croce e fulmina i sui due amici con la sua benedizione.
Forse, distratto dai propri pensieri, empio a sua insaputa, d'Artagnan non si sarebbe affatto inchinato a quella santa benedizione; ma Porthos s'è accorto della distrazione dell'amico, e, appoggiando affettuosamente la sua mano sulla schiena del moschettiere, lo schiaccia verso terra.
D'Artagnan si piegò: ci volle poco che non cadesse bocconi. Intanto Aramis è passato. D'Artagnan, come Anteo, non ha fatto che toccare la terra, e si rivolge verso Porthos pronto a litigare.
"Buongiorno, signor d'Artagnan. Parlavamo di Belle-Isle sul Mare", disse Fouquet con quell'arte del mondo e quella scienza dello sguardo che richiedono metà della vita per impararle bene, e a cui certa gente, nonostante tutto il suo studio, non arriva mai.
Aramis, l'abbiamo detto, era ancora alzato. Comodamente avvolto in una veste da camera di velluto, scriveva lettere su lettere, con quella scrittura così fine e così densa che d'una pagina fa un quarto di volume.
Monsieur era troppo gran signore per notare un tal particolare. Non c'è nulla d'efficace come l'idea ben stabilita della propria superiorità per assicurare l'inferiorità dell'uomo che ha una tale opinione di sé.
"Lo so, e ho agito di conseguenza: niente spazio, niente comunicazioni, niente donne, niente gioco, ma, adesso, è d'un patetico che non vi so dire", aggiunse Aramis con uno di quei sorrisi che appartenevano solo a lui, "vedere come i giovani cerchino di divertirsi, e come, di conseguenza, simpatizzino per colui che paga i divertimenti"
Però Dio è tanto buono per gli errori giovanili, tutto quello che è amore, anche amore colpevole, trova così facilmente grazia ai suoi sguardi paterni, che all'uscir dalla messa Luigi, levando gli occhi al cielo, poté vedere, attraverso gli strappi di una nuvola, un angolo del tappeto azzurro che è calpestato dal piede del Signore.
E Porthos si fece severo.
"E la botola, signore", disse, "e la botola?"
Di Sant-Agnan divenne estremamente pallido. Buttò indietro la sedia in tal modo, che Porthos, con tutta la sua ingenuità, s'accorse che il colpo aveva fatto centro.
"La botola", mormorò il conte.
"Ebbene, signore, datene una spiegazione, se potete", fece Porthos scuotendo il capo.
Di Sant-Agnan abbassò la fronte.
"Oh! sono tradito!", mormorò; "si sa tutto!"
"Si sa sempre tutto", replicò Porthos, che non sapeva nulla.
"No, è l'impotenza! Abbiamo forse la pretesa di prendere, in tre, la Bastiglia?"
"Se ci fosse d'Artagnan", esclamò Porthos, "non dico di no."
Raul fu preso d'ammirazione davanti a quella fiducia, eroica tanto era candida. Erano quelli gli uomini famosi che, in tre o quattro, affrontavano eserciti o attaccavano fortezze! Uomini che avevano spaventato la morte e che, sopravvissuti a tutto un secolo ormai in dissoluzione, erano ancora più forti dei più forti giovani del giorno.
Baisemeaux impallidì di fronte a quella fredda sicurezza. Gli parve che la voce di Aramis, così gaia e sorridente poco prima, fosse divenuta funebre e sinistra; che i ceri dei candelabri si fossero cambiati in ceri da cappella sepolcrale; che i bicchieri di vino si fossero trasformati in calici di sangue.
Ad un tratto, il capo del giovane si inchinò. Il suo pensiero ridiscese sulla terra. il suo sguardo si indurì, la fronte gli si coprì di rughe, la bocca assunse una espressione di feroce risolutezza; poi il suo sguardo divenne fisso ancora una volta; ma ora rifletteva la fiamma dei mondani splendori; ora somigliava allo sguardo di Satana sulla montagna, quando passava in rivista i regni e le potenze della terra per sedurre Gesù.
"Colpite, Porthos!", risuonò la voce sepolcrale di Aramis.
Porthos mandò un gran sospiro, ma obbedì.
La sbarra di ferro calò verticalmente sul capo di Biscarat, che fu ucciso prima ancora di finire il suo grido. Poi la leva formidabile si alzò e si abbassò dieci volte in dieci secondi, e fece dieci cadaveri.
Ed ora cercate in questa tomba ardente, in questo vulcano sotterraneo, cercate le guardie del re dagli abiti azzurri gallonati d'argento.
Cercate gli ufficiali splendenti d'oro, cercate le armi su cui essi avevano contato per difendersi, cercate le pietre che li hanno uccisi, cercate il suolo che li sosteneva.
Un solo uomo ha fatto di tutto questo un caos più confuso, più informe, più terribile del caos che esisteva un'ora prima che Dio avesse avuto l'idea di creare il mondo.
Per un istante, le braccia di Porthos si piegarono; ma l'ercole riunì tutte le forze, e si videro le due pareti della prigione, in cui era sepolto, aprirsi lentamente fargli largo. Per un attimo, apparve in quella cornice di granito, simile all'angelo antico del caos
La signora di Monsoreau – Citazioni
[...] in tempi in cui la canaglia veste come i principi, credo che questi diano prova di buon gusto vestendosi, per distinguersi, come la canaglia. (p. 9)
No, non è il corpo che è ammalato. È l'anima! Piuttosto che un medico... un confessore. (p. 37)
Lo Schiaccianoci – Citazioni
Norimberga è una città della Germania famosissima per i giocattoli, le bambole e i fantocci che spedisce a casse piene in tutti gli altri paesi del mondo: per questo i bambini di Norimberga sono i più felici della terra, a meno che non succeda a loro come agli abitanti di Ostenda che le ostriche a ceste piene se le vedono soltanto passare sotto il naso. (p. 11)
A perpendicolo / ticchetta il pendolo, / avanza e arretra / bello squadron! // L'orologio piano piano / mezzanotte suonerà; / quando arriva la civetta / fugge fugge sua maestà. (p. 45)
Sorella, un pezzetto di lardo / per me devi avere riguardo, / anch'io come te son regina / e gusto la buona cucina. (p. 50)
Dal tuo consorte uccisi, senza peccati o torti, / i miei figli e nipoti ormai son tutti morti, / ma guai a te, regina! / ché sul bimbo regale da te tanto aspettato / sul tuo tenero amore ho già deliberato / di far la mia vendetta! / Tuo marito ha fortezze, ha cannoni e soldati, / consiglieri e ministri illustri e illuminati, / e tu hai ciò che chiedi. / La regina dei topi non ha nulla, però / denti aguzzi e potenti la sorte le donò / da usar contro i tuoi eredi! (p. 56)
Mastro Adamo il calabrese – Citazioni
La Calabria è una magnifica regione; d'estate ci si arrostisce come a Tambouctou, d'inverno vi si gela come a San Pietroburgo; inoltre non vi si conta punto ad anni, a lustri o a secoli come negli altri paesi, ma a terremoti. (p. 7)
Era un vecchio uomo felice mastro Adamo; una di quelle persone facile a illuminarsi e che si aprono naturalmente alla speranza ed alla gioia come i fiori.
In effetti l'ufficio postale sembrava una di quelle case miracolose trasportate dagli angeli come il duomo della madonna di Loreto.
Non c'era nessun dubbio sulla decisione. Le urla di: Viva la Madonna! Abbasso gli sbirri! risuonarono da ogni lato e le povere guardie, richiamate dai diversi luoghi dove vegliavano da otto giorni con una tenacia ed un coraggio degni di maggior ricompensa, partirono la stessa notte per Monteleone.
Pascal Bruno – Citazioni
Era un giovane di venticinque ventisei anni che, a prima vista, si pensava dovesse appartenere alla classe del popolo. Portava un cappello calabrese, fasciato da un largo nastro che gli ricadeva ondeggiante sulla spalla; una giacca di velluto con bottoni d'argento; pantaloni della stessa stoffa e con le stesse guarnizioni, stretti alla vita da una fascia di seta rossa con ricami e frange verdi come quelle che si fanno a Messina, a imitazione di quelle lavorate in Oriente. Infine, gambaletti e scarpe di cuoio completavano il costume montanaro, che non mancava di una certa eleganza e che sembrava fatto apposta per mettere in risalto le belle e armoniose forme del corpo di chi lo indossava. Il volto era di una bellezza selvaggia: aveva tratti fortemente marcati propri dell'uomo meridionale, occhi arditi e fieri, capelli e barba neri, naso aquilino e denti perfetti.
Dicono di Alexandre Dumas padre
I due Dumas hanno capovolto la teoria dell'economia. Il padre è stato il prodigo, e il figlio è stato l'avaro.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026