Ritratto di Erich Maria Remarque
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Frasi

Frasi di Erich Maria Remarque

21 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 21 citazioni di Erich Maria Remarque, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Erich Maria Remarque (scrittore tedesco). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Erich Maria Remarque

La luna strisciò tonda sotto l'intelaiatura della finestra. Non era più un alone crocifisso, era la faccia grassa e oscena di un curioso che fruga con gli occhi camere e letti.
Da Arco di Trionfo.
Mio padre, ch'era davvero un brav'uomo, mi diceva : "Non perdere la tua ignoranza, non potrai mai sostituirla."
Da un'intervista, 1946; citato in Elena Spagnol, Enciclopedia delle citazioni, Garzanti, Milano, 2009. ISBN 9788811504894
​"Vuole che andiamo subito a mangiare?" "Dove?" "A Brissago, alla frontiera italiana. Dieci minuti da qui. In un ristorante che si chiama il Giardino." [...] Posteggiò la macchina accanto a una lunga scalinata di pietra. Salirono a un piccolo ristorante dove egli ordinò una bottiglia di Soave, prosciutto, scampi col riso e cacio della Valle Maggia. [...] "Io non ho più bisogno di bere nulla" osservò Lillian. "Sono ubriaca di mimose. Il paese ne è sommerso. Che cosa sono quelle isole là nel lago?" "Ai tempi di Roma dicono che là c'era il tempio di Venere. Ora c'è un ristorante. Ma nelle notti di luna piena gli dei vi bazzicano ancora. La mattina seguente il proprietario trova molte bottiglie vuote nonostante il turacciolo sia intatto. Ogni tanto Pan va a smaltire la sua sbornia nell'isola e si sveglia a mezzogiorno. Allora si sente il suo flauto e tutte le trasmissioni radio sono disturbate."
Da Il cielo non ha preferenze (Der Himmel kennt keine Günstlinge), traduzione di Ervino Pocar, Mondadori, Milano, 1981, p. 120.

Frasi da «La notte di Lisbona»

"In Italia non possiamo andare. La Gestapo è troppo amica della polizia di Mussolini". "Non esiste altro a Sud?". "Sì che c'è. Il Canton Ticino. Locarno e Lugano". Partimmo quello stesso pomeriggio. Dopo cinque ore eravamo seduti nella piazza di Ascona davanti alla "Locanda Svizzera" in un mondo che non distava da Zurigo cinque ore, ma cinquanta. Il paesaggio era italiano, il luogo pieno di turisti, e pareva che nessuno pensasse ad altro che a nuotare, a prendere il sole e ad arraffare rapidamente la vita il più possibile. Era strana l'atmosfera dell'Europa in quei mesi. "Ricorda?" domandò Schwarz – "Sì" risposi. "Si sperava di assistere a un miracolo. A una seconda Monaco. Poi a una terza. E così via". "Era un crepuscolo tra speranza e disperazione. Il tempo tratteneva il fiato". (1972, p. 145)
Quest'ultima sera cenammo nel giardino dell'Albergo della Posta a Ronco, un villaggio appiccicato ai monti sopra il lago, come un nido di rondini. Tra gli alberi luccicavano le torce, i gatti strisciavano sui muri, e dalle terrazze sotto il giardino saliva un profumo di rose e di gelsomino selvatico. Il lago con le isole sulle quali in epoca romana sarebbe sorto un tempio di Venere, era immobil​​e, i monti di color cobalto si stagliavano intorno contro il cielo chiaro e noi mangiammo spaghetti e piccata e bevemmo il nostrano della regione. Era una sera di una dolcezza e di una malinconia quasi insopportabili. "Peccato che dobbiamo andarcene" disse Helen. "Rimarrei qui volentieri tutta l'estate". "Lo dirai ancora chissà quante volte". (1972, p. 146)
​Bevemmo il vino e tra i vicoli prendemmo in alto la strada che conduce ad Ascona. Il cimitero di Ronco si stendeva sopra la strada ed era pieno di fiori e di croci. Il Mezzogiorno è un seduttore, allontana i pensieri e fa lavorare la fantasia, la quale non ha bisogno di grande aiuto tra le palme e gli oleandri, molto meno che tra gli stivaloni militari e le caserme. Il cielo ondeggiava sopra di noi come una grande bandiera sventolante con sempre più stelle, quasi fosse la bandiera di un'America dell'universo che ogni minuto diventava più ampia. (1972, p. 147)

Scheda del libro «La notte di Lisbona»

Frasi da «Niente di nuovo sul fronte occidentale»

A noi fu data così la più raffinata educazione di caserma, e spesso abbiamo pianto per la rabbia. [...] Divenimmo duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi; e fu un bene: erano proprio quelle le qualità che ci mancavano. Se ci avessero spedito in trincea senza quella preparazione, i più sarebbero impazziti. Così invece eravamo preparati a ciò che ci attendeva. Anziché spezzarci ci adattammo, aiutati in questo dai nostri vent'anni, che pure ci rendevano tanto duri altri sacrifici. Ma la cosa più importante fu che fra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte si innalzò a ciò che di più bello abbia prodotto la guerra: il cameratismo. (p. 21)
A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra vi affonda nell'angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa li accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, talvolta per sempre. (p. 41)
Abbiamo perduto ogni traccia di sentimento l'un per l'altro, non ci riconosciamo quasi più quando l'immagine dell'altro va a incidersi nel nostro sguardo di braccati. Siamo dei morti spietati che per una sorta di trucco, di pericoloso sortilegio sono ancora in grado di muoversi e uccidere. (p. 84)
Finché siamo in guerra, le giornate del fronte, a mano a mano che passano, precipitano, a una a una come pietre, nel fondo della nostra coscienza, troppo grevi perché per il momento ci si possa riflettere sopra. Se lo facessimo, esse ci ucciderebbero; infatti ho sempre osservato che l'orrore si può sopportare finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide, quando ci si ripensa. (p. 101)
Muti si allineano i dorsi dei libri, l'uno accanto all'altro. Li riconosco, ricordo l'ordine in cui li ho disposti. Con lo sguardo li vado supplicando: "Parlatemi... accoglietemi... prendimi con te, vita di un tempo... vita spensierata e bella... accoglimi di nuovo...". E aspetto, aspetto. Sfilano le immagini, ma nessuna fa presa: non sono che ombre, reminiscenze... Nulla, nulla. La mia inquietudine cresce. [...] Davanti a tutto ciò me ne sto muto, come davanti a un tribunale, scoraggiato. Parole, parole, parole, che non mi raggiungono più. Lentamente ricolloco i libri nello scaffale. È finita. (pp. 124-125)
Un ordine ha trasformato queste figure silenziose in nemici nostri; un altro ordine potrebbe trasformarli in amici. Intorno a un qualche tavolo un foglio scritto viene firmato da pochi individui che nessuno di noi conosce, e per anni diventa nostro scopo supremo ciò che in ogni altro caso provocherebbe il disprezzo di tutto il mondo e la pena più grave. [...] Ogni sottufficiale per la sua recluta, ogni professore per i suoi alunni è un nemico peggiore che costoro non siano per noi. Eppure noi torneremmo a sparare contro di loro ed essi contro di noi, se fossimo liberi. (p. 138)
Ricompare Tjaden, ancora eccitato, e si mescola subito al discorso, informandosi in che modo, innanzitutto, scoppi una guerra.
«Generalmente è perché un Paese ha fatto una grave offesa a un altro» risponde Albert, con una certa aria di superiorità.
Ma Tjaden insiste coriaceo: «Un Paese? Non capisco. Una montagna tedesca non può offendere una montagna francese: né un fiume, né un bosco né un campo di grano».
«Sei bestia davvero o ci prendi in giro?» brontola Kropp. «Non ho mai detto niente di simile. È un popolo che offende un altro...»
«Allora non ho niente a che fare qui; io non mi sento affatto offeso» replica Tjaden.
«Ma mettiti bene in zucca» gli fa Albert stizzito, «che tu sei un povero diavolo, uno zotico e non conti nulla.»
«E allora, ragion di più perché me ne vada a casa» insiste l'altro, e tutti ridono. (pp. 145-146)
«Compagno, io non ti volevo uccidere. Se tu saltassi un'altra volta qua dentro, non ti ucciderei, purché anche tu fossi ragionevole. Ma prima tu eri per me solo un'idea, una deduzione presente nel mio cervello, che portava a quella risoluzione. È questa deduzione che io ho pugnalato. Soltanto ora vedo che sei un essere umano come me. Prima ho pensato alle tue bombe a mano, alla tua baionetta, alle tue armi; ora vedo la tua donna, il tuo volto, e quanto ci accomuna. Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri diavoli al par di noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come per noi le nostre, e che abbiamo lo stesso terrore davanti alla morte, e la stessa morte e lo stesso patire... Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello, come Kat, come Albert. Prenditi venti anni della mia vita, compagno, e risorgi; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare». (pp. 158-159)
Dev'essere tutto menzognero e inconsistente, se migliaia d'anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che questi fiumi di sangue venissero versati, che queste prigioni di tormenti esistano a migliaia. Soltanto l'ospedale mostra che cosa è la guerra. (p. 186)
Ciò che siamo stati un tempo non conta, quasi non lo sappiamo più. Le differenze create dalla cultura e dall'educazione sono quasi cancellate, appena riconoscibili. Talvolta rappresentano un vantaggio, nello sfruttare una situazione; ma portano con sé anche qualche svantaggio, perché creano impacci che bisogna poi superare. È come se in passato fossimo stati monete di vari paesi: fuse poi nel medesimo crogiuolo, ormai portano tutte lo stesso conio. (p. 191)
La vita qui sul crinale della morte ha una linea straordinariamente semplice, si limita all'indispensabile; tutto il resto è addormentato e sordo: in ciò sta la nostra primitività, e in pari tempo la nostra salvezza. Se fossimo più evoluti, da un pezzo saremmo pazzi, o disertori, o caduti in battaglia. (p. 192)
E il silenzio fa sì che le immagini del passato non suscitino desideri ma invece tristezza, una sgomenta, sconfinata malinconia.
Da Niente di nuovo sul fronte occidentale, traduzione di Stefano Jacini, Mondadori, Milano, 2013. ISBN 9788852031809

Scheda del libro «Niente di nuovo sul fronte occidentale»

Frasi da «Ombre in Paradiso»

Quando si ama qualcuno si pensa sempre: uno di noi dovrà morire prima dell'altro e questo resterà solo. Se non si pensa così, in realtà non si ama.
In seguito alla primordiale angoscia che dobbiamo morire l'amore fa temere per l'altro: una sublimazione che di questo amore fa una tortura forse maggiore, poiché alberga in colui che rimane.
Un delitto non dovrebbe andare impunito perché altrimenti tutte le fondamenta morali crollerebbero e soltanto il caos regnerebbe.

Scheda del libro «Ombre in Paradiso»

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026