Frasi
Frasi di François-René de Chateaubriand
50 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 50 citazioni di François-René de Chateaubriand, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
François-René de Chateaubriand (scrittore, politico e diplomatico francese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di François-René de Chateaubriand
Bisogna evitare la società quando si soffre, perché è la naturale nemica degli sventurati. L'orgoglio è la virtù dell'infelice.
Egli è [...] un grande vincitor di battaglie, ma fuori di questo, il minimo generale è più abile di lui.
Gli Dei se ne vanno.
I posteri metteranno in dubbio se cotest'uomo sia stato più colpevole pel male che ha fatto, o pel bene che avrebbe potuto fare e non ha fatto.
Il tempo non si ferma ad ammirare la gloria: se ne serve e passa oltre.
Io adotto come verità religiosa la verità cristiana, che non è [...] un circolo inflessibile, ma un circolo che si espande man mano che i lumi e la libertà si sviluppano. [...] La religione cristiana entra in una nuova era: come le istituzioni e i costumi, essa subisce la terza trasformazione. Essa cessa di essere politica, diviene filosofica, senza smettere di essere divina; il suo circolo flessibile si espande con i lumi e le libertà, mentre la croce segna per sempre il suo centro immobile.
L'uomo non ha in fondo all'anima nessuna avversione alla morte; vi è perfino del piacere a morire. La lampada che si spegne non soffre.
Mi piace nel gatto quel suo temperamento indipendente e quasi ingrato che fa sì che non s'affezioni a nessuno.
Quando Talleyrand non cospira, traffica.
Questo astro della notte, questo globo che si suppone sia finito e spopolato, passeggia le sue pallide solitudini sopra le solitudini di Roma; illumina strade senza abitanti, recinti, piazze, giardini dove non passa nessuno, monasteri dove non si sente più la voce dei cenobiti, chiostri deserti come i portici del Colosseo.
[...] sembra una colonna d'acqua del diluvio.
Citazioni di François-René de Chateaubriand – Attribuite
Le foreste a precedere le civiltà, i deserti a seguire.
Frasi da «Genio del Cristianesimo»
Ci sono due tipi di atei, ben distinti: i primi, coerenti con i loro principi, dichiarano senza esitazione che Dio non esiste, e di conseguenza non c'è differenza essenziale tra il bene e il male; che il mondo appartiene ai più forti e ai più abili, ecc. I secondi sono i virtuosi dell'ateismo, gli ipocriti dell'incredulità. Assurdi personaggi che, con una finta dolcezza, arriverebbero a ogni eccesso per sostenere il loro sistema; vi chiamerebbero fratello mio mentre vi stanno sgozzando; le parole morale e umanità sono sempre nella loro bocca: sono tre volte perfidi; perché aggiungono ai vizi dell'ateo l'intolleranza del settario e l'amor proprio dell'autore. (parte I, lib. VI, cap V, p. 305)
Lo scrittore originale non è colui che non imita nessuno, ma colui che nessuno può imitare. (parte II, lib. I, cap. III, p. 349)
Più i popoli avanzano nella civilizzazione, più aumenta tale stato di indefinito nelle passioni; poiché allora arriva una cosa molto triste: il grande numero di esempi che si hanno sotto gli occhi, la moltitudine di libri che trattano dell'uomo e dei suoi sentimenti, rendono abili senza esperienza. Si è disincantati senza aver goduto; restano ancora dei desideri, non si hanno più illusioni. L'immaginazione è ricca, abbondante e meravigliosa; l'esistenza povera, secca e disincantata. Si abita, con un cuore pieno, un mondo vuoto; e senza aver usato nulla, siamo disillusi da tutto. (parte II, lib. III, cap. IX, p. 499)
Ma se volete essere scossi; se volete sapere fino a che punto può estendersi l'immaginazione del dolore; se volete conoscere la poesia delle torture e gli inni della carne e del sangue, scendete nell'Inferno di Dante. (parte II, lib. IV, cap. XIV, pp. 575-577)
La Gloria è nata senza ali; bisogna che essa prenda in prestito quelle delle muse, quando vuole volare verso il cielo. (parte III, lib. II, cap. I, p. 687)
L'uomo che ha lasciato un solo precetto morale, un solo sentimento che si riferisca alla terra, è più utile alla società del geometra che ha scoperto le più belle proprietà del triangolo. (parte III, lib. II, cap. I, p. 689)
C'era un uomo che, a dodici anni, con aste e cerchi, aveva inventato la matematica; che, a sedici anni, aveva scritto il più sapiente trattato sulle coniche che sia visto dall'antichità; che, a diciannove anni, ridusse in macchina una scienza che esiste tutta quanta nella mente. Che, a ventitré, mostrò i fenomeni della pesantezza dell'aria, e distrusse uno dei grandi errori dell'antica fisica; che, all'età in cui gli altri uomini iniziano a mala pena a nascere, dopo aver terminato di percorrere il cerchio delle scienze umane, si accorse del loro niente e rivolse i suoi pensieri verso la religione; che, da quel momento fino alla morte, arrivata a trentanove anni, sempre infermo e sofferente, fissò la lingua che parlarono Bossuet e Racine, dando il modello del motteggio più perfetto, come del ragionamento più forte; infine che, nei brevi intervalli dei suoi mali, risolse, per astrazione, uno dei più alti problemi della geometria, e gettò sulla carta pensieri che riguardano Dio e l'uomo: questo immenso genio si chiamava Blaise Pascal. (parte III, lib. II, cap. VI, p. 713)
La nostra superiorità si riduce dunque a qualche progresso nei nostri studi naturali; progressi che appartengono al corso del tempo, e che non compensano, con molta approssimazione, la conseguente perdita di immaginazione. (parte III, lib. II, cap. VI, p. 719)
Un cristiano ha eminentemente quelle qualità che un antico domanda a uno storico... un buon senso per le cose del mondo, una gradevole espressione. (parte III, lib. III, cap. VII, p. 751)
Non c'è un bel ricordo, né una bella istituzione nei secoli moderni che il cristianesimo non reclami. I soli tempi poetici della nostra storia, i tempi cavallereschi gli appartengono ancora: la vera religione ha il merito di aver creato fra di noi l'età della magia e degli incantesimi. (parte IV, lib. V, cap. I, p. 1067)
Qualora si negassero al cristianesimo le sue prove soprannaturali, resterebbe ancora nella sublimità della sua morale, nell'immensità dei suoi benefici, nella bellezza delle sue cerimonie, cosa che prova che sia il culto più divino e più puro mai praticato dagli uomini. (parte IV, lib. VI, cap. XIII, p. 1221)
Lettera al signor De Fontanes
Voi avete, senza dubbio, ammirato nei paesaggi di Claudio di Lorena, quella luce che sembra ideale, e più bella della natura; ebbene, quella luce, è la luce di Roma. (pp. 6-7).
Chi pone ogni studio nell'antichità, e nelle arti belle, o chi non ha più verun legame nella vita debbe scegliere Roma a propria dimora. Quivi egli troverà una terra opportuna a pascere le di lui riflessioni; siti di passeggio che gli parleranno sempre alla mente ed al cuore. La pietra ch'egli premerà co' piedi sarà per esso un istorico monumento, e la polve che il vento gli smoverà dinanzi a' suoi passi, racchiuderà mai sempre un'umana grandezza. (pp. 9-10).
La collocazione del Tevere che bagna questa vastissima città, e ne divide con essa la gloria è molto bizzarra. E' passa inosservato in un angolo di Roma; nessuno si degna gettarvi un'occhiata, nessuno ne parla, nessuno beve delle sue acque, e le donne non se ne servono per lavare; si caccia furtivamente fra mezzo a brutte casipole che lo celano, e corre a precipitarsi nel mare, vergognoso di portar il nome di Tevere. (p. 13)
Frasi da «I martiri»
La grandezza dell'orizzonte romano che armonizza con le grandi linee dell'architettura; gli acquedotti che, a guisa di raggi convergenti ad un centro, portano le acque al popolo re su archi di trionfo; il rumore infinito delle fontane; le innumerevoli statue simili a un popolo immobile in mezzo ad un popolo pieno di vita; i monumenti di tutte le età e di tutti i paesi; le opere dei re dei consoli dei cesari; gli obelischi tolti all'Egitto, le tombe tolte alla Grecia; non so qual bellezza nella luce nei vapori nei contorni delle montagne; la stessa rusticità del corso del Tevere e le mandre di cavalle quasi selvagge che s'abbeverano: nelle sue acque; la campagna, che il cittadino di Roma sdegna ora di coltivare dichiarando ogni anno alle nazioni suddite qual parte della terra avrà l'onore di nutrirlo, tutto porta in Roma l'impronta del o dominio e del tempo... (libro V; 1910, p. 76)
Fiori e frutti umidi di rugiada sono meno soavi e freschi che il paesaggio di Napoli uscito dalle ombre della notte. Arrivando al portico, ero sempre sorpreso di trovarmi in riva al mare, poichè le onde in quel luogo facevano appena udire il leggero mormorio d'una fonte. Estatico per tale spettacolo, appoggiato ad una colonna, rimanevo ore ed ore, senza pensiero senza desiderio senza scopo, a respirare l'aria dolcissima. La malia era sì profonda che l'aria divina pareva trasformare la mia sostanza e con piacere ineffabile io m'alzavo al firmamento come un puro spirito... (libro V; 1910, pp. 75-76)
Forse vi sono climi pericolosi alla virtù, per la voluttà che ispirano. Non racconta un'ingegnosa favola che Partenope fu costruita sulla tomba di una sinena? Lo splendore vellutato della campagna, la tiepida temperatura dell' aria, i contorni delle montagne, le molli curve dei fiumi e delle valli sono a Napoli vere seduzioni dei sensi cui nulla stanca e tutto riposa. Il napoletano seminudo, contento di sentirsi vivere sotto l'influenza di un cielo propizio, rifiuta di lavorare, appena abbia guadagnato l'obolo che basta al pane quotidiano. Egli passa la metà della vita immobile ai raggi del sole e l'altra a farsi trascinare in un carro mandando grida di gioia; di notte si getta sugli scalini di un tempio e dorme incurante dell'avvenire, accovacciato innanzi alle statue degli dei. (libro V; 1910, p. 76)
Frasi da «Memorie d'oltretomba»
Ci sono parole che dovrebbero servire una volta sola.
Il cielo fa nascere di rado insieme l'uomo che vuole e l'uomo che può.
L'uomo non ha una sola e identica vita; ne ha diverse giustapposte, ed è la sua miseria.
La vera felicità costa poco; se è cara, non è di buona lega.
La bruttezza di Mirabeau, sovrapposta sul fondo della bellezza tipica della sua razza, produceva una sorta di possente figura da Giudizio Universale di Michelangelo [...] La natura sembrava aver modellato la sua testa o per l'impero o per la forca, e scolpito le sue braccia o per stringere una nazione, o per rapire una donna. Quando scuoteva la criniera e guardava il popolo ne arrestava lo slancio; quando levava lanzampa mostrando le unghie, la plebe correva furiosa. In mezzo allo spaventoso disordine di una seduta l'ho visto nella tribuna, cupo, brutto, immobile: faceva venire in mente il caos di Milton, impassibile e senza forma al centro della sua confusione [...] Traeva la sua energia dai suoi vizi; quei vizi non nascevano da un temperamento frigido, poggiavano su passioni profonde, brucianti, tempestose.
La luna all'inizio non c'era nell'orizzonte, ma la sua alba s'irradiò gradatamente innanzi, proprio come quelle "glorie" che i pittori del quattordicesimo secolo ponevano intorno alla testa della Vergine. Apparve infine, incavata e ridotta a un quarto del suo disco [...]; i corni della sua falce somigliavano ad ali, sembrava una colomba bianca uscita dal suo nido di roccia: con la sua luce affievolita e resa misteriosa, l'astro incavato mi rivelò il Lago Maggiore in fondo alla Val Leventina. Per due volte mi ero trovato davanti a questo lago [...]. Allora lo contemplavo al sole, sulla strada della prosperità; adesso lo intravedevo di notte, dalla riva opposta, sulla strada della sventura. Fra i miei viaggi, separati soltanto da alcuni anni, c'erano in meno una monarchia di quattordici secoli.
Ogni sera l'uomo, coricandosi, può fare il conto delle sue perdite; solo i suoi anni non lo lasciano, benché passino.
Secondo l'ordine di questa gerarchia di bruttezza, apparivano, insieme ai fantasmi dei Sedici, una serie di teste di gorgoni. L'ex medico delle guardie del corpo del conte di Artois, l'aborto svizzero Marat, con i piedi nudi negli zoccoli o nelle scarpe ferrate, era il primo a perorare in virtù dei suoi incontestabili diritti... nella cerchia delle bestie feroci attente ai piedi del pulpito, aveva l'aria di una iena vestita. Fiutava i futuri affluvi del sangue; aspirava già l'incenso delle processioni di asini e di boia, nell'attesa del giorno in cui, cacciato dal Club dei Giacobini come ladro, ateo, assassino, sarebbe stato scelto come ministro. Quando Marat era sceso dalla sua tribuna di tavole... non gli impedì di diventare il capo della moltitudine, di salire fino all'orologio dell'Hôtel de Ville, di suonare da là il segnale di un massacro generale, e di trionfare al tribunale rivoluzionario. Marat, come il peccatore di Milton, fu violato dalla morte: Chénier ne fece l'apoteosi, David lo dipinse nel bagno rosso di sangue... In un cenotafio coperto di erba in place du Carrousel si poteva visitare il busto, la vasca da bagno, la lampada e lo scrittoio della divinità. Poi cambiò il vento: l'immondizia, versata dall'urna di agata in ben altro vaso, fu vuotata nella fogna.
Tutt'a un tratto, la porta si apre: entra silenziosamente il vizio appoggiato al braccio del crimine, il signor di Talleyrand che procede sostenuto dal signor Fouché; la visione infernale passa lentamente davanti a me, penetra nell'ufficio del re e dispare. Fouché veniva a giurare fede e rispetto al suo signore : il fedele regicida, in ginocchio, mise le mani che fecero cadere la testa di Luigi XVI tra le mani del fratello del re martire; il vescovo apostata garantì il giuramento.
Quasi sempre, in politica, il risultato è contrario alle previsioni.
Vi sono tempi in cui si deve spendere il disprezzo con parsimonia, a causa del gran numero di bisognosi.
Viaggio in Italia
La , campo di zolfo. Rumore delle fontane di acqua bollente: rumore del Tartaro per i poeti.
Veduta del golfo di Napoli nel ritorno: capo disegnato dalla luce del sole occidente; riflesso della luce sul Vesuvio e l'; armonia di quei fuochi e del cielo. Vapor diafano a fior d'acqua e a mezza montagna. Bianchezza delle vele delle barche rientranti nel porto. L'isola di Capri lontana. La montagna di Camaldoli col convento e gruppo d'alberi, sopra Napoli. Contrasto di ciò con la zolfatara. (p. 46)
Il vulcano nulla ha ispirato di notevole ai viaggiatori: ciò mi conferma in una mia vecchia idea che cioè i grandissimi soggetti, come i grandissimi oggetti, non sono capaci di far nascere i grandi pensieri: la loro eccellenza è così evidente che ogni aggiunta serve ad impicciolirla. (p. 48)
Convengo che i dintorni di Napoli sono forse più appariscenti che non quelli di Roma: quando il sole arde o la luna, larga e rossa, s'alza sopra dal Vesuvio come un globo lanciato dal vulcano, la baia di Napoli con le sue rive cinte d'aranci, le montagne della Puglia, l'isola di Capri, la costa di Posilipo, Baia, Miseno, Cuma, l'Averno, i Campi Elisi e tutta quella terra virgiliana presentano uno spettacolo magico; tuttavia, secondo me, vi manca il grandioso della campagna romana. (p. 61)
Si può, a Venezia, credersi sulla tolda d'una superba galera ancorata, sul Bucentauro, dove si dia una festa, e donde si scorgano all'intorno cose ammirevoli. (p. 105)
La civiltà di Venezia ha con sé ogni comodo di vita. La seduzione del cielo impedisce di pensare a una maggior dignità umana; una virtù di simpatia esala da questi vestigi di grandezza, da queste tracce dell'arte. Gli avanzi di un'antica società, che produsse tali miracoli, disgustandovi di una società nuova, non vi permettono alcun desiderio dell'avvenire. Volete sentirvi morire con tutto ciò che muore intorno a voi; né altra cura vi spetta se non fregiare i resti della vostra vita, a mano a mano ch'essa se ne dispoglia. (p. 107)
Venezia non conobbe l'idolatria; crebbe cristiana nell'isola in cui fu nutrita, lungi dalla brutalità di Attila. Le discendenti dei Scipioni, le Paole e le Eustochie, sfuggirono, nella grotta di Betlemme, alla violenza di Alarico. Appartata dalle altre città, figlia primogenita della civiltà antica, non avvilita dalla conquista, Venezia né ruderi romani contiene, né monumenti barbarici. Neppur vi si vede ciò che si vede nel nord e nell'occidente di Europa, in mezzo ai progressi dell'industria, voglio dire gli edifici nuovi, le vie fabbricate in fretta, in cui le case o sono incompiute o vuote. Che cosa si potrebbe qui costruire? Miserabili bugigattoli, che svelerebbero la povertà di concezione dei figli, vicino alla magnificenza geniale dei padri; casupole bianche, che non arriverebbero al tallone dei giganteschi palazzi abitati dai Foscari e dai Pesaro. La cazzuola di calcina e la mano di gesso, che per un'urgente riparazione si sono applicate ad un capitello di marmo, ci offendono. Meglio le tavole tarlate, che sbarrano le finestre greche o moresche; meglio i cenci posti ad asciugare sopra artistici balconi, che l'impronta della mano infermiccia del nostro secolo. (pp. 107-108)
Venezia è là, assisa sulla riva del mare, come una bella donna, che sta per spegnersi col giorno; il vento crepuscolare solleva i suoi capelli profumati ed essa muore, salutata da tutte le grazie e da tutti i sorrisi della natura. (p. 108)
Dicono di François-René de Chateaubriand
Aveva lo Chateaubriand celebrato il cristianesimo, ispiratore dell'arte, in una prosa risonante, eloquente; ma il suo cristianesimo che, a buon diritto, non appagava il Manzoni, era cosa esteriore rivestita della porpora del nuovo Cesare. Non da esso poteva nascere la fede che persuade, tranquillizza, dominatrice dell'orgoglio e delle passioni.
L'abate Morellet, il nome del quale è già cancellato dal libro della vita, rimproverava a Chateaubriand di non sapere la sua lingua, di essere uno scolaruccio che bisognava rimandare ad apprendere cosa fosse un'interiezione, un pronome, un verbo, o un tempo; e tutto questo veniva accompagnato dall'accademico da una diatriba verbosa contro coloro che non sapevano scrivere.
Noi siamo tuoi figli! Le tue idee, le tue passioni, i tuoi sogni non sono più solo le nostre, ma tu ci hai indicato la strada e seguiamo le tue tracce.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026