Ritratto di Gianni Rodari
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Frasi

Frasi di Gianni Rodari

52 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 52 frasi di Gianni Rodari: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Gianni Rodari (scrittore e partigiano italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Gianni Rodari

Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos'è per un bambino l'esperienza di Goldrake [...] Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte [...] Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l'affronta e la supera. Cosa c'è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole? (da Dalla parte di Goldrake, Rinascita, n. 41, 1980)
Con te la luna è buona, / mia savia bambina: / se cammini, cammina / e se ti fermi tu / si ferma anche la luna / ubbidiente lassù. // È un piccolo cane bianco / che tu tieni al guinzaglio, / è un docile palloncino / che tieni per il filo: / andando a dormire lo leghi al cuscino, / la luna tutta notte / sta appesa sul tuo lettino. (da La luna al guinzaglio, in Filastrocche in cielo e in terra, 1972. Citato in Lucinda Spera, Gianni Rodari: un classico del Novecento, treccani.it, 14 maggio 2014)
È difficile fare / le cose difficili: / parlare al sordo / mostrare la rosa al cieco. / Bambini, imparate / a fare le cose difficili: / dare la mano al cieco, / cantare per il sordo, / liberare gli schiavi / che si credono liberi. (da Parole per giocare)
Io credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo. (da La freccia azzurra)
Le fiabe sono alleate dell'utopia, non della conservazione. E perciò [...] noi le difendiamo: perché crediamo nel valore educativo dell'utopia, passaggio obbligato dall'accettazione passiva del mondo, alla capacità di criticarlo, all'impegno per trasformarlo.
Citato in La fiaba nel Terzo Millennio. , a cura di Angela Articoni e Antonella Cagnolati, FarenHouse, Cabrerizos, (Salamanca, Spagna), 2019, p. 143. ISBN 9788412031751
Nel paese della bugia, la verità è una malattia. (da Le storie)
«Quanto pesa una lacrima?» «Secondo: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.» (da Favole al telefono)
Sulla Luna, per piacere, / non mandate un generale: / ne farebbe una caserma / con la tromba e il caporale. / Non mandateci un banchiere / sul satellite d’argento, / o lo mette in cassaforte / per mostrarlo a pagamento. / Non mandateci un ministro / col suo seguito di uscieri: / empirebbe di scartoffie / i lunatici crateri. // Ha da essere un poeta / sulla Luna ad allunare: / con la testa nella Luna / lui da un pezzo ci sa stare... / A sognar i più bei sogni / è da un pezzo abituato: / sa sperare l'impossibile / anche quando è disperato. / Or che i sogni e le speranze / si fan veri come fiori, / sulla Luna e sulla Terra / fate largo ai sognatori! (Sulla Luna)
Citato in Ersilia Vaudo Scarpetta, La luna, i banchieri e i sognatori, eticaeconomia.it, 17 aprile 2017.
Sulla neve bianca bianca / c'è una macchia color vermiglio: / è il sangue, il sangue di mio figlio / morto per la libertà. / Quando il sole la neve scioglie / un fiore rosso vedi spuntare: / o tu che passi, non lo strappare, / è il fiore della libertà. / Quando scesero i partigiani / a liberare le nostre case, / sui monti azzurri mio figlio rimase / a far la guardia alla libertà.
La madre del partigiano. Citato in Gianni Rodari: una biografia, a cura di Marcello Argilli, 1990, p. 86. ISBN 9788806117016
Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? Se si mettessero insieme le lagrime versate nei cinque continenti per colpa dell'ortografia, si otterrebbe una cascata da sfruttare per la produzione dell'energia elettrica. Ma io trovo che sarebbe un'energia troppo costosa.
Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa. (da Il libro degli errori)
Via Dante è una delle quarantun strade di Aliminusa, un paese di 1.500 abitanti a 65 chilometri da Palermo. [...] Da soglia a soglia si annodano rapporti, nascono amicizie, scoppiano litigi, anzi "sciarre", che sono vere e proprie guerre di strada, di lunga durata. Una mappa delle "sciarre" di via Dante è stata disegnata da Lillo e Tano Gullo in un loro libro nel quale l'analisi di questo angolo di mondo siciliano è condotta con gli strumenti della sociologia (i fratelli Gullo, oggi giornalisti, si sono laureati a Trento), ma anche con il gusto del narratore. [...] La riappacificazione – la "mpaciatina" -, sollecitata da altre donne che godono di particolare prestigio nella strada o nel paese – avviene solo in occasione di eventi straordinari: malattie gravi, morti, partenze per l'emigrazione definitiva, nascite e matrimoni, ritorni da lontano. Poi le donne che la "sciarra" ha diviso, tornano a vivere gli intensi rapporti che ogni donna della strada mantiene con tutte le altre, a prestarsi verdure e pentole, a collaborare nella fattura del pane, a riunirsi in crocchi per ricamare, chiacchierare, oggi anche per commentare le notizie e gli spettacoli della televisione. I fratelli Gullo propongono di chiamarle, anziché "casalinghe" "stradalinghe". Non si può sapere se il neologismo avrà fortuna, ma per essere efficace lo è.
Lillo Gullo e Tano Gullo, Aliminusa. Strada, donna, religiosità. Prospettive socio-antropologiche della cultura contadina, Savelli Editore, Roma, 1977.

Frasi da «C'era due volte il barone Lamberto»

L'isola di San Giulio sembra fatta tutta a mano, come un gioco di costruzioni. Metro per metro, secolo dopo secolo, dandosi il cambio, uomini e altri uomini le hanno dato forma con il loro lavoro. Se si vede del verde, la natura non c'entra: sono i giardini delle ville. Non si vedono rocce, ma pietre, mattoni, vetrate, colonne, tetti. L'insieme è compatto come i pezzi di un rompicapo. (1981, p. 29)
Di sera le differenze dei colori scompaiono, i profili si fondono, l'isola sembra un monumento in un sol blocco di pietra nera a guardia dell'acqua cupa. Da qualche finestra invisibile parte un raggio di luce, come un cordone gettato per tenere legata l'isola alla terraferma.
Sul lungolago di Orta la gente conta le luci.
– Sono quelle della villa del barone Lamberto.
– Per forza, c'è rimasto solo lui. (1981, p. 29)
La notizia che l'isola è stata occupata dai banditi ha richiamato migliaia di persone sulla riva. Ci sono gli abitanti di Orta, usciti dalle antiche stradine, dai nobili palazzotti e dalle ville fiorite, o scesi dai fianchi della montagna. Ci sono i turisti, che lasciano raffredare la cena sui tavoli degli alberghi. Non ci sono i profughi, che si sono ficcati a letto per rimettersi dallo spavento. (1981, p. 29)
È come se l'isola avesse troncato i contatti con la terraferma, per prepararsi ad un lungo assedio.
Così deve averla vista, prima dell'anno Mille, l'imperatore Ottone quando vi si rinchiuse il re d'Italia Berengario, e ci vollero delle settimane per costringerlo alla resa. Sconfitto Berengario, si rifugiò a San Giulio sua moglie, la regina Willa, con tutti i tesori del regno. (1981, p. 35)
– San Giulio, però, non aveva bisogno del motoscafo per attraversare il lago. Distendeva sull'acqua il suo mantello, ci montava sopra e via, senza vela né motore.
– Noi non siamo tanto santi, – hanno detto i due falsi frati, – e poi, come vedi, non portiamo mantello perché non è la stagione.
Sull'isola si sono riuniti nell'antica basilica, come un gruppo di pellegrini. (1981, p. 37)
Altri osservatori ambitissimi dalla stampa, sono:
– il Belvedere di Quarna, dove la birra è sempre fresca;
– il santuario della Madonna del Sasso, a strapiombo sul lago; [...]
– e, naturalmente, proprio alle spalle di Orta, nel punto più elevato del promontorio, il piazzale del Sacro Monte, di dove, se scoppia un temporale, si fa presto a rifugiarsi nelle cappelle in cui le statue di terracotta colorata, coperte di polvere e tarlate dalla vecchiaia raccontano silenziosamente la storia di San Francesco. (1981, p. 43)
Ne passeranno degli anni e dei secoli prima che le acque azzurre del Cusio rivedano un funerale come quello del barone Lamberto, più bello di un film a colori. Anche la giornata ce l'ha messa tutta per essere ricordata. C'è una luce che sembra argento fuso. Le montagne hanno innalzato tutt'intorno i loro sipari verdi e azzurri e dietro le cime svetta il Monte Rosa, come un gigante che guardi di sopra le spalle delle persone comuni. (1981, p. 80)
Il lago d'Orta, nel quale sorge l'isola di San Giulio e del barone Lamberto, è diverso dagli altri laghi piemontesi e lombardi. È un lago che fa di testa sua. Un originale che, invece di mandare le sue acque a sud, come fanno disciplinatamente il Lago Maggiore, il lago di Como e il lago di Garda, le manda a nord, come se le volesse regalare al Monte Rosa, anziché al mare Adriatico. (1981, p. 102)
Se vi mettete a Omegna, in piazza del Municipio, vedrete uscire dal Cusio un fiume che punta diritto verso le Alpi. Non è un gran fiume, ma nemmeno un ruscelletto. Si chiama Nigoglia e vuole l'articolo al femminile: la Nigoglia.
Gli abitanti di Omegna sono molto orgogliosi di questo fiume ribelle e vi hanno pescato un motto che dice, in dialetto:
La Nigoja la va in su
e la legg la fouma nu. (1981, p. 102)
Si capisce che poi, alla fin dei conti, il mare riceve le sue spettanze: difatti le acque della Nigoglia, dopo una breve corsa a nord, si gettano nello Strona, lo Strona le porta al Toce che le versa nel Lago Maggiore e di qui, via Ticino e Po, esse finiscono nell'Adriatico. L'ordine è ristabilito. Ma il lago d'Orta è contento lo stesso di quello che ha fatto. (1981, p. 103)

Scheda del libro «C'era due volte il barone Lamberto»

Frasi da «Filastrocche in cielo e in terra»

C'era una volta un punto / e c'era anche una virgola: / erano tanto amici, / si sposarono e furono felici. / Di notte e di giorno / andavano intorno / sempre a braccetto. «Che coppia modello – / la gente diceva – / che vera meraviglia / la famiglia Punto-e-virgola». Al loro passaggio / in segno di omaggio / perfino le maiuscole / diventavano minuscole: / e se qualcuna, poi, / a inchinarsi non è lesta / la matita del maestro / le taglia la testa.
Da La famiglia Punto-e-virgola; citato in Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2012, p. 100, nota 5.
Che belle parole / se si potesse scrivere / con un raggio di sole. // Che parole d'argento / se si potesse scrivere / con un filo di vento. // Ma in fondo al calamaio / c'è un tesoro nascosto / e chi lo pesca scriverà parole / d'oro / col più nero inchiostro.
Citato in I grandi libri: , Zanichelli, Bologna, stampa 1971, vol. I, p. 289.
Chiedo scusa alla favola antica / se non mi piace l'avara formica / io sto dalla parte della cicala / che il più bel canto non vende... regala!
Citato in Francesca Radaelli, Gianni Rodari e la fantasia nelle parole dei bambini, ildialogodimonza.it.
Chissà se la luna / di Kiev / è bella / come la luna di Roma, / chissà se è la stessa / o soltanto sua sorella... // Ma son sempre quella! / – la luna protesta – / non sono mica / un berretto da notte / sulla tua testa! // Viaggiando quassù / faccio lume a tutti quanti, / dall'India al Perù, / dal Tevere al Mar Morto, / e i miei raggi viaggiano / senza passaporto. (La luna di Kiev)
Citato in La luna di Kiev, testo e significato della poesia di Gianni Rodari contro la guerra, sky.it, 25 febbraio 2022.
Filastrocca del gregario / corridore proletario, / che ai campioni di mestiere / deve far da cameriere, / e sul piatto, senza gloria, / serve loro la vittoria.
Citato in I versi parisillabi, culturaitalia.info.

Scheda del libro «Filastrocche in cielo e in terra»

Frasi da «Grammatica della fantasia»

Qualsiasi parola potrà aiutarli a ricordare «quella volta che...», a scoprirsi nel tempo che passa, a misurare la distanza tra oggi e ieri, sebbene i loro «ieri» siano, per fortuna, ancora poco numerosi e poco affollati.
Non si può essere mai sicuri di quello che un bambino impara guardando la televisione. E non si deve mai sottovalutare la sua capacità di reagire creativamente al visibile.
Non c'è vita dove non c'è lotta.
Nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L'idea che l'educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere.
Il mondo si può guardare a altezza d'uomo, ma anche dall'alto di una nuvola (con gli aeroplani è più facile). Nella realtà si può entrare dalla porta principale o infilarvisi – è più divertente – da un finestrino.
Se un bambino scrive nel suo quaderno «l'ago di Garda», ho la scelta tra correggere l'errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l'ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo «ago» importantissimo, segnato anche nella carta d'Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?
Un «libbro» con due b sarà soltanto un libro più pesante degli altri, o un libro sbagliato, o un libro specialissimo?
Sbagliando s'impara, è un vecchio proverbio. Il nuovo potrebbe essere che sbagliando s'inventa.
Burattinaio, il più bel mestiere del mondo.
Tra il mondo dei giocattoli e il mondo adulto c'è un rapporto meno chiaro di quanto possa sembrare a prima vista: da un lato, i giocattoli vi approdato «per caduta», dall'altro per conquista.
Certe cose che nel mondo adulto hanno avuto un tempo grande importanza, accettano la riduzione a giocattoli, pur di non sparire, quando quel tempo viene a finire.
Inventare storie con i giocattoli è quasi naturale, è una cosa che viene da sola se si gioca con i bambini: la storia non è che un prolungamento, uno sviluppo, un'esplosione festosa del giocattolo.
L'incontro decisivo tra i ragazzi e i libri avviene sui banchi di scuola. Se avviene in una situazione creativa, dove conta la vita e non l'esercizio, ne potrà sorgere quel gusto della lettura col quale non si nasce perché non è un istinto. Se avviene in una situazione burocratica, se il libro sarà mortificato a strumento di esercitazioni (copiature, riassunti, analisi grammaticale eccetera), soffocato dal meccanismo tradizionale: «interrogazione-giudizio», ne potrà nascere la tecnica nella lettura, ma non il gusto. I ragazzi sapranno leggere, ma leggeranno solo se obbligati.
L'immaginazione del bambino, stimolata a inventare parole, applicherà ai suoi strumenti su tutti i tratti dell'esperienza che sfideranno il suo intervento creativo. Le fiabe servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all'utopia, all'impegno politico: insomma, all'uomo intero, e non solo al fantasticatore.
La mente è una sola. La sua creatività va coltivata in tutte le direzioni.
Con un po' di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Giacomo Leopardi.
Prima di tutto la fiaba è per il bambino uno strumento ideale per trattenere con sé l'adulto. (da Grammatica della Fantasia: introduzione all'arte di inventare storie, p. 150)

Scheda del libro «Grammatica della fantasia»

Il ragioniere-pesce del Cusio

La scorsa estate, trovandomi a Pettenasco per prendere parte ad una festa popolare e dovendo far passare qualche ora, mi spinsi fino al piccolo molo o imbarcadero dove, secondo le mie intenzioni, avrei potuto raccogliere qualche impressione o notizia utile per dare una connotazione realistica a uno o più particolari di una storia che stavo allora immaginando, e che ho poi effettivamente scritta e mandata all'editore. (p. 13)
Le montagne sulla sponda opposta stanno uscendo una dopo l'altra da una nebbia azzurrina, disponendosi nello spazio loro assegnato dalla regia e dallo scenografo. Dietro tutte le montagne, invisibile, a tirare i fili, immagino che ci sia il Monte Rosa, ma da questo punto non posso vederlo. [...] Ma non voglio divagare. Anche perché dall'acqua calma del lago sta emergendo, sotto le vecchie tavole dell'imbarcadero, un nuotatore grondante, inghirlandato di alghe, con il vuoto di un pacchetto di sigarette sulla spalla destra. (p. 16)
«Non parlo – precisa il ragioniere – della patria grande, ma della mia piccola patria cusiana. Piccola, ma a me molto cara».
«A me pure, se è per questo».
«Ebbene, signore, non ha mai sentito dire che il Cusio è – per effetto dell'inquinamento, della moria di pesci, dell'estinzione di ogni attività biologica – "un lago morto"? Ma io non accetto sifatta espressione, caro signore. E quando io sarò diventato un pesce, nessuno più, né in Italia né all'estero, né in italiano, né in borgognone potrà ripetere che "il Cusio è un lago morto" senza mentire per la gola. Sì – egli ripete con forza appassionata dopo una pausa – io amo il Cusio. E voglio che esso viva. Per questo intendo dargli la mia vita, dopo averla convenientemente adattata al cambiamento». (p. 28)
[...] non mi fosse capitato di scoprire un banco di pesci che nuotavano sotto e intorno all'imbarcadero, apparentemente ignari del loro dovere di essere morti e assenti da un pezzo.
«Ragioniere! – esclamai additandogli l'inatteso spettacolo – Guardi!»
Egli guardò il mio dito perplesso.
«In acqua! Guardi in acqua! Ci sono dei pesci!».
«Non è possibile! Lei è vittima di un'allucinazione».
«Si fa presto a controllare il mio stato di salute mentale. Guardi lei stesso. Quattro occhi vedono meglio di due».
Guardò. Vide. Impallidì... (p. 28)
E senza rivolgermi un saluto, senza più osare di guardarmi, il ragionier Polaroli si lasciò cadere nel lago e nuotò rapidamente verso il largo, dove lo attendeva oscillando una barchetta su cui egli si arrampicò. Dopo qualche colpo di tosse il motore si mise in moto. Vidi la barchetta allontanarsi in direzione di Bagnella... Qualche mese dopo un amico, al quale avevo chiesto notizie, m'informò che Polaroli aveva lasciato Omegna per trasferirsi in Finlandia. Paese, come si sa, ricco di laghi. (p. 29)

Dicono di Gianni Rodari

La natura di Gianni Rodari è interessante: / barbe-capanne e orsi pescatori, / pantofole che crescono su piante / nuvole pazze e neve a colori, / monti in cammino e isole che vanno, / stelle di gatti e fulmini scagliati, / corse di tartarughe lunghe un anno, / cammelli saggi e nasi scambiati. / E mentre leggi, la tua mente ride, / danza e corre e vola qua e là, / immagina, partecipa, decide, / e inventa il gioco della libertà.
Roberto Piumini
Gianni Rodari, vincitore del Premio Andersen nel 1970, autore di numerosi libri di favole e di filastrocche tradotti in tutto il mondo, è convinto che il processo dell'invenzione fantastica sia insito nella natura umana; con questa Grammatica – intaccando il culto e il mistero creatogli dal Romanticismo cerca di spiegare i meccanismi del processo creativo che nel bambino «anticipa quelli del pensiero logico e li rafforzano».
Secondo Rodari, la scintilla di una storia è data dall'accostamento insolito di due parole (ad esempio: cane, armadio), che «liberate dalle catene verbali di cui fanno parte quotidianamente», estraniate, danno luogo a un binomio fantastico: «Il cane dell'armadio»; e così via, con tutti i possibili e immaginabili accostamenti. Poi viene lipotesi fantastica, con la tecnica del «che cosa succederebbe se la Sicilia perdesse i bottoni, se la città di Reggio Emilia (a cui è dedicato il libro, ndr) si mettesse a volare, se un coccodrillo di presentasse a Rischiatutto?», eccetera. Un'altra operazione proficua è l'utilizzo del prefisso arbitrario, con cui si trasformano le parole: ad esempio, un attaccapanni può diventare uno «staccapanni», che, «in un paese di vetrine senza vetri, negozi senza cassa e guardaroba senza scontrino, serve per staccare gli abiti quando se ne ha bisogno». Si avranno così: lo «scannone» per disfare la guerra, la «bispipa» per fumatori accaniti, la «bispenna» per scolari gemelli, il «trinocolo», la «trimucca», eccetera.
Le favole, per Rodari possono anche essere messe al servizio della matematica. Ad esempio, la storia del Brutto anatroccolo di Andersen – cioè del cigno capitato per errore in un branco di anatre – ha una struttura insiemistica, e può diventare «l'avventura di un elemento A capitato per errore nell'insieme degli elementi B, che non trova pace fino a quando non rientra nel suo insieme naturale, quello degli elementi A...»

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026