Frasi
Frasi di Giovannino Guareschi
63 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 63 frasi di Giovannino Guareschi: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Giovannino Guareschi (scrittore, giornalista, umorista e caricaturista italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giovannino Guareschi
Chi lotta duramente per racimolare l'indispensabile, ha bisogno di evadere dalla sua miseria conquistando qualcosa di superfluo.
Chi non trova un biografo deve inventare la propria vita da solo.
Don Camillo: l'azione più misera che si può commettere in una polemica è quella di aggrapparsi agli errori di grammatica e di sintassi dell'avversario. Quelli che contano, nella polemica, sono gli argomenti.
Ho sempre disapprovato i ragazzi che si comportano da "veri uomini". Ho sempre considerato esperimenti negativi quelle mostruose comunità di ragazzi che si amministrano da soli, discutono di gravi problemi e sciupano la loro fanciullezza col solo risultato di avere, a quattordici anni, tutti i più importanti e turpi difetti degli uomini di quarantacinque.
I dottori per guarirvi hanno bisogno di poco: pur che vi possano proibire qualcosa tutto va a posto. L'astuzia sta nel farsi proibire soltanto le cose cui si tiene di meno.
Il «Premio Viareggio» è stato vinto da Aldo Palazzeschi, il quale però è stato costretto a dividere il milione con la scrittrice criptocomunista Elsa Morante.
Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.
Non mi sono mai pentito di aver fatto domani quello che avrei potuto fare ieri o un mese prima. Spesso mi rattristo rileggendo le cose che ho fatto: ma in fondo non me ne cruccio mai soverchiamente perché posso dire, in piena coscienza, che mi sono sempre arrabattato per non farle. Sempre mi sono sforzato di rimandarle al domani.
Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione.
Perché sono monarchico? Perché non c'è più il re.
Chi sogna nuovi gerani?
Farò milleduecento chilometri in bicicletta – comunicò a Ennia e, approfittando della magnifica mattinata del 10 luglio, inforco la bicicletta e parto. [...] A Fombio una donna matura e con due gran baffi, che pedala su una bicicletta da corsa, mi sghignazza in faccia. E questo mi secca perché io non ho sghignazzato vedendo una donna matura e con gran baffi pedalare su una bicicletta da corsa. [...] È triste ma deve essere proprio così: se il mio giovane fratello si mette i calzoncini corti, la gente dice: Ecco un giovanetto in tenuta sportiva. Se, invece, me li metto io, la gente urla: Ecco un uomo in mutande! (p. 193)
Io sono grato alla Provvidenza dei miei malanni: la sofferenza è un acido che avvelena i muscoli e le ossa, ma ripulisce l'anima e si vede tutto con altri occhi. (p. 220)
Le più grandi sciagure dell'umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo. (p. 221)
Molte definizioni sono state date dell'umorismo: per me la più giusta sembra quella dovuta a un illustre personaggio francese di cui non ricordo il nome: «Non esiste l'umorismo, esistono degli umoristi».
Per me l'umorista è chi sa vedere oggi con l'occhio di domani. Questa mia definizione potrebbe trarre in inganno qualcuno e indurlo a credere che il motto dell'umorista si identifichi con uno dei più noti slogan correnti, quello che dice:
«Fate che domani i nipoti non ridano di voi».
Il motto dell'umorista è sostanzialmente diverso in quanto dice:
«Fa' che domani tu non debba ridere di te stesso: ridi oggi». Domani è troppo tardi. (da Il lavoro dell'umorista, pp. 261-262)
Libertà è dovunque vive un uomo che si sente libero. Libertà significa coscienza della propria personalità e dei propri doveri: ciò non può piacere al vile che ha il terrore d'assumersi delle responsabilità e di agire in modo consono alla propria responsabilità. Libertà significa lotta, fede, sacrifici, fatica, studio, lavoro illuminato dall'intelligenza e da un fine: ciò non può piacere all'inetto. Libertà significa rispetto di sé, degli altri e delle leggi basilari che regolano il vivere secondo Dio e secondo la civiltà. Ciò non può piacere al vile che desidera soltanto sottrarsi al dominio della sua coscienza personale per adeguarsi alla coscienza collettiva. Amerai il prossimo tuo come te stesso: se questa è la legge, è dovere di ognuno amare se stesso. Non si deve disprezzare il dono meraviglioso che Dio ci ha dato: Egli ci ha dato una personalità e una coscienza alle quali non dovremo rinunciare. Sul letto di morte, ci troveremo soli a rispondere a Dio delle nostre azioni. (p. 489)
E così, io ti dico che, per distribuire la ricchezza, bisogna prima crearla. (p. 540)
Comunque, è sempre infinitamente più difficile essere semplici che essere complicati. (p. 622)
La verità spesso è così semplice ed elementare che appare incredibile.
Diario clandestino
Io, anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: "Non muoio neanche se mi ammazzano!". (da Istruzioni per l'uso, prefazione)
Non abbiamo vissuto come i bruti. Non ci siamo rinchiusi nel nostro egoismo. La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l'infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti. Non abbiamo dimenticato mai di essere uomini civili, uomini con un passato e un avvenire. (p. XII)
Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia. (p. XVII)
La poesia bisogna sentirla, non capirla. (p. 35)
Le poche patate che danno "alla mano" ogni tre giorni, hanno ora dei lunghi germogli pallidi e molli come vermi. Dev'essere primavera. (p. 57)
A noi è concesso soltanto sognare. Sognare è la necessità più urgente perché la nostra vita è al di là del reticolato, e oltre il reticolato ci può portare solamente il sogno. Bisogna sognare: aggrapparsi alla realtà coi nostri sogni, per non dimenticarci d'esser vivi. Di queste inutili giornate fatte di grammi, di cicche o di miseria, la sola parte attiva, la sola parte vitale saranno i nostri sogni. Bisogna sognare: e, nel sogno, ritroveremo valori che avevamo dimenticato, scopriremo valori ignorati, ravviseremo gli errori del nostro passato e la fisionomia del nostro avvenire. Sediamoci fuori della baracca: proiettiamo le visioni del nostro desiderio sullo schermo del cielo libero e sogniamo (gli occhi bene aperti e la mente vigile) costruendo noi stessi la trama della vicenda immaginaria, soggettisti, registi, attori, operatori e spettatori del nostro sogno. (p. 58)
E quando un soldato italiano muore, il suo corpo rimane aggrappato alla terra, ma le stelle della sua giubba si staccano e salgono in cielo ad aumentare di due piccole gemme il firmamento. Per questo, forse, il nostro cielo è il più stellato del mondo. "Le stellette che noi portiamo" non rappresentano soltanto "la disciplina di noi soldà", ma rappresentano le sofferenze e i dolori miei, di mio padre, dei miei figli e dei miei fratelli. Per questo le amo come parte di me stesso, e con esse voglio ritornare alla mia terra e al mio cielo. (p. 92)
La verità non si insegna; bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strapparsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall'acciottolato, ritrovare in se stessi l'individuo, la coscienza personale. Impostare il problema morale. Domani, appena toccherete col piede la vostra terra troverete uno che vi insegnerà la verità, poi un secondo che vorrà insegnarvela, poi un quarto, un quinto che vorranno tutti insegnarvi la verità in termini diversi, spesso contrastanti. Bisogna prepararsi qui, "liberarsi" qui in prigiionia, per non rimanere prigionieri del primo che v'aspetta alla stazione, o del secondo o del terzo. Ma passare ogni parola loro al vaglio della propria coscienza e, dalle individuate falsità d'ognuno, scoprire la verità. (p. 159)
Sono ormai diciotto mesi che soffro la fame, ma ogni giorno sembra una cosa nuova. (p. 162)
Gli italiani – se ci si mettono di picca – non muoiono neanche se li ammazzano. (p. 181)
Frasi da «Il compagno Don Camillo»
Il totocalcio è una delle più subdole armi inventate dalla borghesia capitalista per difendersi dal proletariato. Un'arma efficacissima e che non costa niente alla borghesia. Anzi le dà dei grossi guadagni. Un buon comunista non aiuta, ma combatte fieramente il totocalcio!
"Nell'Unione Sovietica non esistono che libertà vere e complete" affermò severamente don Camillo.
Ma Scamoggia era scatenato:
"Preti anche là? Compagno, è mai possibile, che questa porca razza non la si possa eliminare?"
Peppone gli rispose autoritario:
"Scomparirà da sola quando finiranno la miseria e l'ignoranza: quei cornacchioni maledetti vivono sull'ignoranza e sulla miseria!"
Don Camillo diventava sempre più gelido e categorico:
"Compagno senatore, tu sai meglio di noi che, nell'Unione Sovietica, ignoranza e miseria non esistono più. Questo significa che, se i preti continuano ad esistere, essi dispongono di una forza che non s'è ancora riusciti a neutralizzare completamente".
"Ma che cos'hanno di speciale questi maledetti" ruggì Scamoggia. "Non sono forse gente fatta di carne e d'ossa come noi?"
"No" urlò Peppone rosso come un gallinaccio. "È gente fabbricata con tutte le peggiori porcherie dell'universo. Sono falsi, ipocriti, vigliacchi, ricattatori, assassini, ladri. I serpenti velenosi li schivano perché hanno paura d'essere morsicati." (pp. 33-34)
Riempì di vino i bicchieri di carta:
"Alla salute della grande Russia sovietica!" gridò il compagno Scamoggia levando il bicchiere.
"Alla distruzione del capitalismo!" brindò il compagno Rondella.
"Alla faccia di tutti i preti dell'universo!" ruggì Peppone guardando negli occhi don Camillo. (p. 35)
"I preti" stabilì Peppone con voce feroce "sono la più infame razza che esista sulla terra. Noè, quando fece salire sull'arca tutte le bestie, non voleva portarsi la vipera, ma il Padreterno gli gridò: 'Noè, e io come potrei fare a vivere senza i preti?'."
Il compagno Oregov, informato dalla Petrovna, rise di gusto e la battuta gli piacque tanto che volle prenderne nota sul suo taccuino.
Rise, un po' a stento, anche don Camillo e, portatosi alla pari di Peppone che arrancava in coda, gli disse a mezza bocca:
"Sei un disonesto, compagno. La storia che io ti ho raccontato ieri era diversa. Noè non voleva portare l'asino e allora Dio gli disse: 'E come potrebbe divertirsi il mondo senza senatori comunisti?'."
"Suona meglio così" rispose Peppone. "Però bisognerà che domandi scusa alle vipere." (p. 92)
La metropolitana di Mosca è l'orgoglio dell'Unione Sovietica e, per aver un'idea di cosa essa sia, bisogna pensare a un incubo assiro-babilonese. Marmi, cristalli, lampadari, porcellane, mosaici, stucchi, affreschi, altorilievi, bassorilievi, statue, quadri, ceselli, bronzi, argenti, ori: ci si stupisce che gli zerbini non siano di visone. (p. 169)
Tutti tacquero raggelati e, nel silenzio, il compagno Oregov disse con un italiano stentato, ma anche troppo comprensibile:
"Viva il grande Stalin!"
Levò il bicchiere colmo di vodka e tutti balzarono in piedi levando il bicchiere.
"Viva!" risposero tutti a una sola voce. (p. 184)
Le vignette Obbedienza pronta, cieca e assoluta
Contrordine compagni! La frase pubblicata dallUnità: "Occorre allattare i fascisti di sinistra perché entrino nel P. C. I.", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Occorre allettare i fascisti di sinistra perché entrino nel P. C. I.". (dal Candido, 31 agosto 1947)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Marciare compatti sulla zia della Vittoria", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Marciare compatti sulla via della Vittoria". (dal Candido, 28 dicembre 1947)
Contrordine compagni! La frase pubblicata nellUnità: "Niente ci deve essere di comune tra noi e i saragatiani. Spezziamo ogni tegame", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Spezziamo ogni legame". (dal Candido, 22 febbraio 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "I compagni che non volano sono traditori", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "I compagni che non votano sono traditori". (dal Candido, 7 marzo 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Bisogna scendere in piazza con bandiere e porci, alla testa delle masse", contiene un errore di stampa, e pertanto, spostando una virgola, va letta: "Bisogna scendere in piazza con bandiere, e porci alla testa delle masse". (dal Candido, 14 marzo 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata nellUnità: "Il Fronte deve radunare almeno nove milioni di viti", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Il Fronte deve radunare almeno nove milioni di voti". (dal Candido, 20 marzo 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata nellUnità: "Tutti i lavoratori devono essere legati a un unico gatto", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Tutti i lavoratori devono essere legati a un unico patto". (dal Candido, 27 marzo 1948)
Contrordine frontagni! La frase pubblicata nellUnità: "Tutti i compagni devono portare al callo il fazzoletto con l'effigie di Garibaldi", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Tutti i compagni devono portare al collo il fazzoletto con l'effigie di Garibaldi". (dal Candido, 11 aprile 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sul comunicato dellUnità: "Dopo il comizio si formerà un corteo con la banda in cesta", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Dopo il comizio si formerà un corteo con la banda in testa". (dal Candido, 11 aprile 1948, supplemento)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Nella cabina non perdete la cesta e mettete il seno su Garibaldi", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "Nella cabina non perdete la testa e mettete il segno su Garibaldi". (dal Candido, 18 aprile 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Nell'ora della tempesta è necessario avere l'ammirevole salma del compagno Togliatti", contiene un errore di stampa, e pertanto va letta: "...è necessario avere l'ammirevole calma del compagno Togliatti". (dal Candido, 25 aprile 1948)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Bisogna fare opera di rieducazione dei compagni insetti", contiene un errore di stampa e pertanto va letta: "Bisogna fare opera di rieducazione dei compagni inetti." (dal Candido, 31 gennaio 1954)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Gli attivisti devono dedicare la gita al partito" contiene un errore di stampa e pertanto va letta: "Gli attivisti devono dedicare la vita al Partito!" (dal Candido, 14 marzo 1954)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Bisogna spiegare ai lavoratori il significato delle manacce governative" contiene un errore di stampa e pertanto va letta: "...Il significato delle minacce governative." (dal Candido, 28 marzo 1954)
Contrordine compagni! La frase pubblicata sullUnità: "Tutti i compagni devono avere in testa il pitale" contiene un errore di stampa e pertanto va letta: "Tutti i compagni devono avere in testa Il Capitale". (citato in Eugenio Corti, Il Cavallo Rosso)
Osservazioni di uno qualunque
Ecco quello che mi mancava: un po' di danaro. Niente dà un senso di vuoto nell'animo del giovane come il portafogli perennemente deserto. (p. 9)
Il mio cervello non dovrebbe mettersi a lavorare per conto suo, alla mattina. Il mio cervello, se fosse un galantuomo, dovrebbe invece pensare un po' anche alla persona di cui è titolare. (p. 23)
Perché non prendi due tavolette di simpamina? Il mondo, dopo dieci minuti, diventa un luogo paradisiaco. Tutto si fa bello, un enorme ottimismo colorisce di rosa la tua vita. Ottimismo, euforia! Tutto si fa chiaro, esatto, facile. Le idee nascono a centinaia alla volta. (p. 25)
Frasi da «Il destino si chiama Clotilde»
Narra il Pacquebot, nelle sue famose Histoier vèritables, che il principe di Kemel - al quale una palla di mortaio aveva staccato dal busto gambe, braccia e testa - rispose al generale Dulubac che gli chiedeva come stesse: «Bene, grazie, e voi?». È indubbio che questa fu una risposta singolarmente ottimistica, non tanto però come quella che il signor Filimario Dublè, ritornando dalla sua spedizione, diede a Pio Pis e a Settembre che gli domandavano come fosse andata. «Benone», rispose infatti Fil.
L'uomo mi porse del denaro. « Aspettate un po’ », mi pregò, « aspettate che io sia salito in casa. Se mi udite gridare sulle scale, accorrete ». Promisi. Io sono un uomo d’onore, eppure vi giuro che, appena il portoncino si fu chiuso, mi misi a correre: mi misi a correre come un dannato, come un maledetto, avventandomi contro le ombre col pugno alzato, coi denti stretti, sicuro che in ogni ombra avrei sentito le mani di Chico, del maledetto Chico, di qualcuno dei suoi uomini stringersi attorno al mio collo. Mi trovai, sudato, affannato, a Puerta do Sul. Pensai con terrore che anche nello stretto andito di casa mia Chico si sarebbe potuto annidare. Traversai col cuore in gola l'andito buio e finalmente spalancai la porta della mia stanzetta. Vidi alcuni uomini dalle facce sinistre. « Salute, Chico! », dissero i tipacci. « Salute », risposi. Già: Chico ero io.
Visse ancora tre anni con lo zio Flip: poi lo zio Flip morì sorridendo: « Filimario », gli disse spirando, « io ti benedico. Tu ha rallegrato la mia vecchiaia e mi hai tolto perfino il fastidio di fare testamento. Grazie al tuo aiuto io chiudo in perfetto bilancio. Calcolando le spese del medico e del funerale, mi restano due franchi. Sono tuoi: fanne quel che vuoi ». Filimario, condotto lo zio all'ultima dimora, distribuì i due franchi in beneficienza e si trovò sul lastrico.
Dicono di Giovannino Guareschi
Comprendere Guareschi nella galleria dei grandi della cultura italiana della seconda metà del Ventesimo secolo sarebbe solo un atto doveroso, che non dovrebbe turbare chi non vuole restare avvinghiato ai fantasmi della storia. Dovrebbe. Ma non succede così, nell'ultima trincea delle ideologie che non esistono più.
Guareschi è certamente un grande scrittore, e nonostante la peculiarità dell'ambientazione delle sue storie, ricche degli umori e dei sapori della sua terra, è scrittore di respiro europeo, apprezzato e compreso come pochissimi altri nostri autori.
"Guareschi? Non esiste" affermano i letterati italiani, ma per uno storico della letteratura, Guareschi, che ha milioni di lettori in tutto il mondo, ha la sua importanza: così pensa Heiney.
Hanno arrestato Guareschi, non hanno cacciato Enzo Biagi! Hanno arrestato un uomo che diceva la verità!
Il nome di Giovanni Guareschi è stato, per qualche tempo, un segno di contraddizione non soltanto nella vicenda politica e del costume del dopoguerra, ma anche per quel che riguarda il discorso della letteratura, vittima, almeno in parte, di quest'ultimo ambito, dello stolto sillogismo che uno scrittore di destra, figuriamoci poi un fascista, non può mai essere «grande», e neppure merita di essere preso in considerazione. [...] Guareschi, forse è molto miglior narratore nei romanzi e nelle pagine francamente umoristiche, che hanno sempre quella nota di passione e di serietà che vi collocano dentro la «divina malinconia» lirica.
Melanconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto. (attribuita a Mario Melloni)
Quanto danno ha fatto Guareschi alla reputazione di serietà del suo paese!
Un giorno di luglio arrivai a Grenoble...avevo con me un solo libro in italiano: Mondo piccolo...lessi e rilessi le storie di don Camillo e del sindaco Peppone, e mi innamorai del piccolo paese sul grande fiume.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026