Frasi
Frasi di Ippolito Nievo
89 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Ippolito Nievo raccolte in un'unica pagina: 89 frasi, divise per libro e argomento.
Ippolito Nievo (scrittore e patriota italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Ippolito Nievo
Ah, Matilde , Matilde, sian benedetti quelli ultimi giorni che scorsi vicino a te! che la mano del tempo li cancelli pure dal novero dei secoli, ma ch’ella non osi mai frangerne nella mia mente la beata reminiscenza! – Ahi quante fibre del cuore vibravano mentre un solo mio bacio sfiorava il tuo viso! – Quant’era eloquente quell’abbandono soave in cui tutta si versava l’esistenza di due spiriti! – quant’era eloquente il nostro stesso silenzio!
Balzerò a Milano a conferire col Valussi, per un certo giornale che si vuol fondare con grande solennità, intitolato La Perseveranza. Non ti annoja solo col titolo? Ti annojerà molto più quando tu sappia che altro dei redattori sarà il signor Tenca. A quanto pare, vorrebbero arrolar me per primo attor giovine; ma io temo di non essere fatto per incasermarmi nella redazione d'un giornale e così andrò a rischio di restar sempre un franc chasseur o uno straccivendolo della letteratura. Venderò cenci, ma miei.
Chi non ricorda le magnanime tragedie delle carceri e dei supplizi di Mantova, dove Veneti e Lombardi riconsacrarono il loro voto di concordia con anni comuni di patimenti e con eroismo di martirio? La politica radeva servilmente il suolo allumacato della realtà, ed esse quelle anime indomabili tentavano con penne d'aquila delle altezze quasi empiree della libertà e della fede. Lottarono contro l'impossibile e non furono vinte perché ritrovarono in cielo il loro culto di libertà, la giurata indipendenza dell'umana ragione, e l'inviolabilità dei loro santi diritti e di uomini e di italiani. Tutte le opinioni li chiamarono martiri ; l'Europa pianse e meditò forse una tarda giustizia sulle loro tombe; certo il loro sangue fruttificava la virtù e la vendetta.
Come vedi, la mia Musa sta molto sul positivo, ama i dettagli della vita pratica, e o trascura o sdegna i voli lirici e sentimentali dei poeti Pratajuoli: credo d'aver scelto la via se non più brillante almeno più utile. E poi mi sta dinnanzi quel grande esemplare del Giusti che m'insegna il modo d'adoperarsi perché il verseggiare non sia un'inutilità sociale.
Da Pratolino a Firenze corrono forse sei miglia, e sorgeva la luna quando ci si aperse davanti la magnifica valle dell'Arno. Tutto all' intorno era silenzio e notte, giù nella valle un nero spaventoso; ma a mano a mano che la luna spandeva il suo chiarore, vedevansi da lunge le cupole e le torri dell'Atene italiana.
Era un affanno indigeno affatto, anzi Mantovano, uno di quei sentimenti tristi ma sacri, de' quali é origine la nostra nebbiosa città - Immaginati un veglione nelle gemonie, una mascherata sul Calvario.
Ho scritto questo dramma per purgare il gran Galileo dell'accusa di viltà mossagli con tanta apparenza di verità dai suoi nemici. Cerco in esso di mostrare come alte e generose e veramente degne di lui furono le ragioni che lo indussero alla famosa ritrattazione. I.N.
Invece mi tocca qui andar a zonzo col fucile in ispalla per ispaventare le passere del vicinato, e quando sono ad un certo punto tornarmene addietro per paura d'incappare nei Tedeschi! Oh qual felicità! S'immagini che li abbiamo qui a tre miglia, e che per valido antemurale abbiamo, credo, tre carabinieri appostati al confine! (dalla lettera a Luisa Sassi de' Lavizzari, in Tre lettere inedite, a cura di Gaetano Cogo, Visentini, 1901)
La Poesia d'un'anima, attentamente letta, mostra nel suo autorello l'intento di analizzare il processo morale, per cui un versificatore de' più vuoti, scaldandosi all'amore e ai concetti nazionali ed umanitari, può riescire poeta; o meglio comprendere quell'Eterna Poesia che è l'ideale nelle vicende umane, o in poche parole la sola speranza dell'Umanità. Questo voleva dire a te, solo per intima difesa, non per letteraria apologia.
La popolazione pare una turba di spettri; sembra che camminino in punta dei piedi come per non svegliare gli echi delle case deserte; sembra che i loro occhi girino meravigliati come un fanciullo allevato in una spelonca che vegga sole per la prima volta. Povera Padova! mi vengono le lagrime agli occhi guardando il salone detto della Ragione in cui si difendevano un giorno i diritti degli oppressi... Padova non è una città per chi ama i fracassi della vita allegra; sarebbe lo stesso che il voler danzare nei sotterranei d'un cimitero.
Le nazioni sono composizioni d'uomini; risorgono le nazioni quando risorge uno per uno a virtù ed a civiltà, a concordia di voleri la maggioranza degli uomini che le compongono.
Noi Italiani resteremo i nipoti di Virgilio, di Tacito, di Dante, di Machiavelli, slattati da Leopardi, da Manzoni, da Giusti non torneremo indietro, né muteremo strada per dar retta ai ciarloni.
Non rimpiangere o Venezia le allegrie spensierate, i frastuonanti baccanali del tuo Carnevale! non rimpiangere il brio delle feste, la gajezza delle regate! - quelli erano i giuochi del fanciullo - ora i tempi hanno reso adulta l'anima tua - ad altri destini ti ha sortito il cielo – L'Inglese più non verrà alle tue acque come al soggiorno della mollezza e degli amori, ma come alla scuola delle virtù cittadine - E gli occhi delle tue donne perderanno la fama della voluttà inebbriante per raggiare d'eroismo, d'amore per la patria - Le acque del mare cullarono, o Venezia, con materna tenerezza i profughi di Aquileja scampati al furore di Attila - esse non culleranno giammai l'Attila della Germania - un giorno o l'altro lo ingojeranno.
Oh Matilde quanto ti ho io desiderato al mio fianco in una di quelle gondolette tacite e solitarie che sembrano fatte apposta per la confidenza e la mutua espressione dei cuori!... come sarebbero caduti infocati e puri i miei baci sulla tua guancia amorosa!...
Oggi voleva andarmene al Castelletto : ma ho cambiato parere, perchè non voglio passare il ponte S. Giorgio fin che non son certo che tu sia in campagna. Cos'è per me la campagna senza di te? Precisamente quello che mi sembrerà Mantova dopo la tua partenza! Una solitudine, un deserto.
Quanti secoli, quante memorie in quelle mura! — Quante glorie da quel giorno in cui i pescatori costruirono la prima capanna sul rione di Rialto fino al momento che la spada del conquistator Corso abbatté il Corno dei Dogi! Quello è il palazzo dei Foscari!... Questo è il palazzo di Valenza Cornaro! [...] Quello è il palazzo di Pesaro! [...] Oh cos'è mai Venezia considerata nell' immensa vastità della terra! — una pozzanghera da cui sorgono qua e là alcuni isolotti di sabbia che appena reggerebbero ad un'ondata dell' Oceano! — ma pure l'uomo ha abitato quella pozzanghera! — la sua intelligenza capricciosa ed ardita spaziò su quegli isolotti; la sua mano creatrice vi ammonticchiò delle pietre, e Venezia è sorta come per incanto!
Quanto a me se non ha mai saputo nulla le darò in quattro tocchi la mia biografia presente e quasi anche futura. Fui letterato a Milano fino all'Aprile, soldato con Garibaldi fino ad ora, e d'ora in poi imbecille campagnuolo fino a nuovo ordine. Credo che quando sarò stufo di spaventare a fucilate le passere del vicinato prenderò la via di Modena, intanto faccio compagnia alla mamma che appunto per questo è uscita da Mantova e scrivacchio versi a ore perdute. (dalla lettera a Marietta Armellini Zorzi, in Tutte le opere)
Son vivo, intendiamoci, quel tanto che basta per infilzar due parole e consegnarle al capriccio della posta; del resto a trovarmi quì in questa campagna deserta e scolorata dopo quattro mesi di sì vaste ed operose speranze, mi sento morto più che non bisogni per implorare un De profundis.
Ti giuro che mi disperava tra me per non esser un grand'uomo, e non avere nelle mani l'anima di Omero, di Virgilio, di Dante, d'Alfieri e di Shakspeare [sic] per fare, ma fare e non iscrivere, per fare ti ripeto, dieci poemi epici, e sopratutto ventimila tragedie. Se potessi riuscire ad esprimere solo la metà di quanto ho sentito dentro me in quei giorni malaugurati, tu avresti allora ragione d'attribuirmi qualche talento poetico: ma per quanto mi ci abbia provato, a nulla mi riesciva ogni sforzo.
Ti ho detto molte volte, che io non sono niente affatto curioso, e che supplisco coll'immaginazione a tutte le cose che voglio sapere, ma questa volta la immaginazione mi ha dato risorse tanto sconfortanti, che io ho creduto meglio per la mia quiete di lasciarla dormire e non punzecchiarla troppo: poiché se sapesti cosa è capace di fare una immaginazione un po' riscaldata!
Ti scrivo sul Vapore l'Elettrico, tra Napoli e Palermo in mezzo a due Inglesi, l'uno dei quali mi bersaglia continuamente di domande sullo sbarco di Marsala e la battaglia di Calatafimi, e l'altro ... oh l'altro fa quello che per solito gli Inglesi non fanno, almeno in mare – Figurati che tranquillità!
Uno de' più grandiosi fenomeni che la Storia ci appresenti, sono le emigrazioni; questi movimenti provvidenziali di popoli che sovente risospinti dall'urto di altre nazioni, talora cacciati da avversari religiosi o politici, talaltra trascinati da istinti quasi fatali, in onta a temporanei travolgimenti, cooperano da ultimo all'equabile diffusione della civiltà.
Venezia non era più che una città e voleva essere un popolo. (da Memorie di un italiano, cap. XI)
Verrà poi il momento della catastrofe e in una maniera o nell'altra la finiremo; anche con un'amichevole risata se mancheranno altri mezzi. Ma per diventar tanto filosofo io domando almeno quindici anni di tempo. Ne ho venticinque ora, e a quaranta spero che delle mie undici anime dieci, le più indiscrete, saranno ben bene seppellite.
Le confessioni di un italiano – Citazioni
[...] il Friuli è un piccolo compendio dell'universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì. (cap. I)
Il fatto si è che quei simboli del passato sono nella memoria d'un uomo, quello che i monumenti cittadini e nazionali nella memoria dei posteri. Ricordano, celebrano, ricompensano, infiammano: sono i sepolcri di Foscolo che ci rimenano col pensiero a favellare coi cari estinti: giacché ogni giorno passato è un caro estinto per noi, un'urna piena di fiori e di cenere. Un popolo che ha grandi monumenti onde inspirarsi non morrà mai del tutto, e moribondo sorgerà a vita più colma e vigorosa che mai: come i Greci, che se ebbero in mente le statue d'Ercole e di Teseo nel resistere ai Persiani di Serse, ingigantiti poi nella guerra contro Mahmud alla vista del Partenone e delle Termopili. (cap. III)
Poi a poco a poco la finta di dormire mi si volse in sonno vero, ed il sonno in un ghiribizzo continuo di sogni, di fantasmagorie, di trasfiguramenti, che mi lasciò di quella notte l'idea lunga lunga d'un'intera vita. Che il tempo non si misurasse, come pare, dai moti del pendolo, ma dal numero delle sensazioni? Potrebbe essere; e potrebbe esser del pari che una tal questione si riducesse a un gioco di parole. Io certo vissi alle volte nel sogno di un'ora lunghissimi anni; e mi parve poter spiegare questo fenomeno assomigliando il tempo ad una distanza ed il sogno ad una vaporiera. I prospetti sono gli stessi ma passano più rapidi; la distanza non è diminuita ma divorata. (cap. III)
Io poteva essere stato al Bastione di Attila, che è un'altura presso la marina di fianco a Lugugnana dove la tradizione paesana vuole che venendo da Aquileia abbia tenuto suo campo il re degli Unni prima di essere incontrato dal pontefice Leone. (cap. III)
E lontano dai merli signorili e dall'odore della Cancellaria, mi ripullulava nel cuore quel sentimento d'uguaglianza che ad un animo sincero e valoroso fa guardar ben dall'alto perfin le teste dei Re. Era il pesce rimesso nell'acqua, l'uccello fuggito di gabbia, l'esule tornato in patria. (cap. III)
Al povero giurisdicente, che coll'acume della paura intendeva meravigliosamente tutti questi discorsi, i sudori freddi venivano giù per le tempie, come gli sgoccioli d'una torcia in un giorno di processione. Il dover rispondere, il non voler dire né sì né no, era tal tormento per lui che avrebbe preferito di cedere tutti i suoi diritti giurisdizionali per esserne liberato. (cap. IV)
Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un'idea. (cap. VI)
Nessuno crede ora che la Rivoluzione francese sia stata la pazzia d'un sol popolo. La Musa imparziale della storia ci ha svelato le larghe e nascoste radici di quel delirio di libertà, che dopo avere lungamente covato negli spiriti, irruppe negli ordini sociali, cieco sublime inesorabile. Dove tuona un fatto, siatene certi, ha lampeggiato un'idea. Soltanto la nazione francese, spensierata e impetuosa, precipita prima delle altre dalla dottrina all'esperimento: fu essa chiamata il capo dell'umanità, e non ne è che la mano; mano ardita, destreggiatrice, che sovente distrusse l'opera propria, mentre nella mente universale dei popoli se ne matura più saldo il disegno. (cap. VI)
I veneziani di Portogruaro erano riesciti collo studio di molti secoli a disimparare il barbaro e bastardo friulano che si usa tutto all'intorno, e ormai parlavano il veneziano con maggior caricatura dei veneziani stessi. Niente anzi li crucciava più della dipendenza da Udine che durava a testificare l'antica loro parentela col Friuli. Erano come il cialtrone nobilitato che abborre lo spago e la lesina perché gli ricordano il padre calzolaio. Ma purtroppo la storia fu scritta una volta, e non si può cancellarla. I cittadini di Portogruaro se ne vendicavano col prepararne una ben diversa pel futuro, e nel loro frasario di nuovo conio l'epiteto di friulano equivaleva a quelli di rozzo, villano, spilorcio e pidocchioso. (cap. VI)
Se Venezia era de' governi italiani il più nullo e rimbambito, tutti dal più al meno agonizzavano di quel difetto di pensiero e di vitalità morale. Perciò il numero degli animi che si consacrò al culto della libertà e degli altri umani diritti proclamati da Francia, fu in Italia di gran lunga maggiore che altrove. Questo più che la patita servitù o la somiglianza delle razze giovò ai capitani francesi per sovvertire i fracidi ordinamenti di Venezia, di Genova, di Napoli e di Roma, di tutti insomma i governi nazionali. (cap. VIII)
Memoria, memoria, che sei tu mai! Tormento, ristoro e tirannia nostra, tu divori i nostri giorni ora per ora, minuto per minuto e ce li rendi poi rinchiusi in un punto, come in un simbolo dell'eternità! Tutto ci togli, tutto ci ridoni; tutto distruggi, tutto conservi; parli di morte ai vivi e di vita ai sepolti! (cap. VIII)
La patria, figliuol mio è la religione del cittadino, le leggi sono il suo credo. Guai a chi le tocca! Convien difendere colla parola, colla penna, coll'esempio, col sangue l'inviolabilità de' suoi decreti, retaggio sapiente di venti, di trenta generazioni! (cap. VIII)
Per ciò ne conviene esser umili; ubbidire, ubbidire, ubbidire. Comandi la legge di Dio, la legge che fu, la legge che è; non l'arbitrio di pochi invasati, che dicono di innovare, ma non tendono che a divorare! (cap. VIII)
Intanto il romore delle armi francesi cresceva alle porte d'Italia; con esse risonavano grandi promesse di uguaglianza, di libertà; si evocavano gli spettri della repubblica romana; i giovani si tagliavano la coda per imitar Bruto nella pettinatura; per ogni dove era un fremito di speranza che rispondeva a quelle lusinghe sempre più vicine e vittoriose. (cap. VIII)
Le donne superiori a noi! Sì, fratellini miei; consentite questa strana sentenza in bocca d'un vecchio che ne ha vedute molte. Sono superiori a noi nella costanza dei sacrifizi, nella fede, nella rassegnazione; muoiono meglio di noi: ci son superiori insomma nella cosa più importante, nella scienza pratica della vita, che, come sapete, è un correre alla morte. (cap. X)
Voi già vi beffate di me; ma vi siete accorti che questa religione dantesca, creata da me solo, giovinetto non filologo, non erudito, io me la reco a non piccola gloria. E avrete anco ragione. Ed io me ne glorio di più ancora, giacché più che i versi, più che la poesia, amava l'anima e il cuore di Dante. Quanto alle sue passioni, erano grandi forti intellettuali e mi piacevano in ragione di queste qualità, fatte omai tanto rare. (cap. X)
Si decise adunque al castello di Fratta che il generale Bonaparte era un essere immaginario, [...], un nome vano immaginato dal Direttorio a lusinga delle orecchie italiane. Ma due mesi dopo quell'essere immaginario, dopo vinte quattro battaglie, e costretto a chieder pace il re di Sardegna, entrava in Milano applaudito festeggiato da quelli che il Botta chiama utopisti italiani. (cap. X)
Per quelle monache, quasi tutte patrizie, Repubblica di San Marco e religione cristiana formavano un solo impasto; e a udirle parlare delle cose di Francia e dei Francesi sarebbe stato il gusto più matto del mondo. Nominar Parigi o l'inferno era per esse l'egual cosa; e le più vecchie tremavano di raccapriccio pensando le orrende cose che avrebbero potuto commettere quei diavoli incarnati una volta entrati in Venezia. (cap. XI)
Siate uomini se volete esser cittadini; credete alla virtù vostra, se ne avete; non all'altrui che vi può mancare, non all'indulgenza o alla giustizia d'un vincitore, che non ha più freno di paure e di leggi. (cap. XI)
Coi nuovi ordinamenti che ci incastreranno, ognuno che ha meriti dovrebbe soverchiare chi non ne ha. Questo in via di astrazione. Ma nel concreto colle vostre abitudini coi vostri costumi credi tu che il più ricco ed il più furbo non abbia ad esser giudicato il più meritevole? (cap. XI)
Era una sera così bella così tiepida e serena che parea fatta pei colloqui d'amore per le solinghe fantasie per le allegre serenate e nulla più. Invece fra tanta calma di cielo e di terra, in un incanto sì poetico di vita e di primavera una gran repubblica si sfasciava, come un corpo marcio di scorbuto; moriva una gran regina di quattordici secoli, senza lagrime, senza dignità, senza funerali. I suoi figliuoli o dormivano indifferenti o tremavano di paura; essa, ombra vergognosa, vagolava pel Canal Grande in un fantastico bucintoro, e a poco a poco l'onda si alzava e bucintoro e fantasma scomparivano in quel liquido sepolcro. (cap. XI)
Era un giovine alto, di trent'anni all'incirca, un vero tipo di venturiero, il ritratto animato d'uno di quegli Orsini, di quei Colonna, di quei Medici la cui vita fu una serie continua di battaglie, di saccheggi, di duelli, di prigionie. Si chiamava invece Ettore Carafa; nobilissimo nome fatto più illustre dall'indipendenza di chi lo portava, dal suo amore per la libertà e per la patria. Per le sue trame repubblicane aveva egli sofferto lunga carcerazione nel famoso Castel Sant'Elmo; indi fuggitone s'era ricoverato a Roma, e di là a Milano a formarvi a proprie spese una legione per liberar Napoli. (cap. XV)
Anche Foscolo s'era fatto ufficiale nell'esercito cisalpino. Si creavano a quel tempo gli ufficiali, come gli uomini dai denti di Cadmo.
Ben era quel Parini che richiesto di gridare Viva la Repubblica e muoiono i tiranni rispose: – Viva la Repubblica e morte a nessuno! Ben era quel Foscolo che diede l'ultima pennellata al suo ritratto dicendo: – Morte sol mi darà pace e riposo. (cap. XV)
Quell'ammasso di case di torri di cupole in mezzo all'acqua del Mincio mi fece pensare a Venezia: cosa volete? Invece di sorridere, sospirai; il passato poteva sopra di me assai piú del futuro, o lo stesso futuro mi traspariva qual doveva essere, di gran lunga diverso dalla creatura prediletta dell'immaginazione. Cionullameno quella festa d'una città italiana , già signora di sé, con corte, con leggi, con privilegi proprii, la quale si metteva uguale colle altre per esser libera o serva, felice od infelice insieme alle altre, mi saldò nel cuore un bel germoglio di speranze. (cap. XVI)
In fin dei conti hanno stipendiato Mantegna, hanno fatto dipingere a Giulio Romano la volta dei Giganti, hanno liberato il Tasso dallo spedale, hanno vinto o perduto nella persona del condottiero la battaglia di Fornuovo, vi par poco? Era tempo che si mettessero anch'essi a giacere a canto dei Visconti, degli Sforza, dei Torriani, dei Bentivoglio, dei Doria, dei Colonna, dei Varano e di tutti gli altri. (cap. XVI)
Ettore Carafa non era l'uomo delle mezze misure. Giunto dinanzi al suo feudo di Andria i cui abitanti parteggiavano per Ruffo, diede loro assai buone parole di moderazione e di pace. Non ascoltato sfoderò la spada, ordinò l'assalto; e un assalto del Carafa voleva dire una vittoria. (cap. XVII)
Profughi, esuli, morti, vaganti qua e là, come servi cacciati a lavorare sopra campi non nostri, senza tetto certo, senza famiglia, senza patria sulla terra stessa della patria! (cap. XVIII)
Che l'anima sua generosa e benedetta abbia in altro luogo quel premio che quaggiù non ottenne benché lo avesse valorosamente meritato! (cap. XVIII)
Quanto sei bella, quanto sei grande, o patria mia, in ogni tua parte!... A cercarti cogli occhi, materia inanimata, sulle spiagge portuose dei mari, nel verde interminabile delle pianure, nell'ondeggiare fresco e boscoso dei colli, tra le creste azzurrine degli Appennini e le candidissime dell'Alpi, sei dappertutto un sorriso, una fatalità, un incanto!... A cercarti, spirito e gloria, nelle eterne pagine della storia, nell'eloquente grandezza dei monumenti, nella viva gratitudine dei popoli, sempre apparisci sublime, sapiente, regina! A cercarti dentro di noi, intorno a noi, tu ti nascondi talora per vergogna la fronte; ma te la rialza la speranza, e gridi che delle nazioni del mondo tu sola non moristi mai! (cap. XVI)
Vi prenderà stupore e noia che la mia vita per qualche tempo così capricciosa e disordinata riprendesse allora un tenore sì quieto e monotono. Ma io racconto e non invento: d'altra parte è questo un fenomeno comunissimo e naturale nella vita degli Italiani, che somiglia spesso al corso d'un gran fiume calmo lento paludoso interrotto a tratti da sonanti e precipitose cascate. Dove il popolo non ha parte del governo continuamente, ma se la prende a forza di tanto in tanto, questi sbalzi queste metamorfosi devono succedere di necessità, perché altro non è la vita del popolo se non la somma delle vite individuali. Per questo io girai alcuni anni lo spiedo, fui studente e un po' anche cospiratore; indi tranquillo cancelliere, poi patrizio veneto nel Maggior Consiglio e segretario della Municipalità: da amante spensierato di tutto mi mutai di colpo in soldato: di soldato in ozioso un'altra volta, poi in intendente e in maggiordomo: finii a maritarmi e a sonar l'organo. (cap. XIX)
Allora si vide cosa fosse il Regno d'Italia senza Napoleone, e a che i popoli sieno menati da istituzioni anche maschie senza libertà. Fu uno sgomento una confusione universale: un risollevarsi un combattersi di speranze diverse mostruose, tutte vane. A Milano si trucida un ministro, si abbattono le insegne dell'antico potere, si gavazza nella presente licenza non pensando al futuro. E il futuro fu come lo volevano gli altri; in onta alle rispettose e sensate domande della Reggenza provvisoria, in onta alle belle parole degli ambasciatori esteri. Il popolo non aveva vissuto; non viveva. (cap. XIX)
Il giorno appresso abbandonai con dispiacere quelle incantevoli spiagge di Napoli che pur m'erano state fatali due volte: non le potei salutare cogli occhi, ma il cuore armonizzò co' suoi palpiti l'inno mestissimo della partenza. Sapeva di non doverle più rivedere, e se io non moriva per loro, esse restavano come morte per me. (cap. XX)
O patria patria, come allarghi i tuoi legami per tutto il mondo! Due nati sotto il tuo cielo si riconoscono senza palesar il proprio nome sulla terra straniera, e una forza irresistibile li spinge l'uno all'altro fra le braccia! (cap. XXIII)
Credo nel futuro della scienza, se almeno qualche cometa o il raffreddamento della corteccia terrestre non verrà a guastare l'opera dei secoli. Credo all'entusiasmo delle anime che irrompendo quandocchesia nella vita sociale anticiperanno di qualche millennio il trionfo della scienza, come il matematico calcolatore è prevenuto nelle sue scoperte dalle audaci ipotesi del poeta! (cap. XX)
Cresceva per la Grecia il favore e l'entusiasmo dei generosi. Byron offerse le sue fortune, negoziò un imprestito, ma in quel frattempo ammalò, e alla notizia della malattia tenne dietro ben presto quella della morte. La Grecia accorse ai suoi funerali, tutta l'Europa pianse sopra la tomba santificata dall'ultimo anno di sua vita, e s'impose il suo nome ad uno dei bastioni di Missolungi. (cap.XXI)
I calunniatori sono anche di solito vigliacchi.
Il Carafa mi strinse la mano senza molta effusione e si ritirò ripigliando il suo fiero cipiglio guerresco; mi parve che nel rilevare il petto e nello scuotere leggermente i capelli, egli gettasse le spoglie del gineceo per rivestire la pelle leonina d'Alcide.
Il Direttorio e Napoleone ci tradirono, è vero. Buonaparte usò con Venezia come coll'amica che intende l'amore per servitù e bacia la mano di chi la percote.
Invulnerabile come Achille, egli precedeva sempre la legione; valente soldato colla spada, col moschetto, sul cannone, si mescolava colle abitudini dei soldato, e riprendeva a suo grado le maniere di capitano senza dare nell'occhio per soverchia burbanza.
Io sono entrato più che mezzo nel gran regno delle ombre; il resto vi entrerà fra poco.
L'amore è un'erba spontanea, non una pianta in giardino.
La gioventù è il paradiso della vita; ed i vecchi amano l'allegria che è la gioventù eterna dell'animo.
Mi destai per porgere gli estremi uffici all'amico, deporlo nel suo ultimo letto, e accompagnarlo per le acque silenziose all'isola di san Michele. Io invidio ai morti veneziani questo postumo viaggio; se un lontano sentore di vita rimane in essi, come pensa l'americano Poe, deve giungere ben soave ai loro sensi assopiti il dolce molleggiar della gondola.
Napoli è rimasto per me un certo paese magico e misterioso dove le vicende del mondo non camminano ma galoppano, non s'ingranano ma s'accavallano, e dove il sole sfrutta in un giorno quello che nelle altre regioni tarda un mese a fiorire.
Nominate Roma; è la pietra di paragone che scernerà l'ottone dall'oro. Roma è la lupa che ci nutre delle sue mammelle; e chi non bevve di quel latte, non se ne intende.
Non v'ha orgoglio che superi l'orgoglio degli umili.
Per far trionfare il vero e il buono bisogna farsi posto tra i primi, a gomitate anche, non importa. Ma figurati il gran danno che ne verrebbe se in quei posti ci spuntassero dei tristi e dei fannulloni.
Per finir poi di parlarvi di Bologna, dirò che vi si viveva allora e vi si vive sempre allegramente, lautamente, con grandi agevolezze di buone amicizie, e di festive brigate. La città dà mano alla villa e la villa alla città: belle case, bei giardini, e grandi commodi senza le stirecchiature di quel lusso provinciale che dice: «rispettatemi perché costo troppo e devo durare assai!...»
Per me gli orizzonti si allargano sempre più; dall'Alpi alla Sicilia, è tutta una casa. L'abito con un solo sentimento che non morrà mai neppure colla mia morte.
[...] Pio IX. Chi al leggere questo nome non lo sente rimormorare sulle labbra, come una nota melodia che ci ronza negli orecchi lungo tempo dopo averla ascoltata?... Pio IX era anzitutto sacerdote e papa e lo si volle trasformare in un Giulio II pontefice e soldato; fu come quando si travede in una nuvola un simbolo una figura che chi l'ha in capo la ravvisa, ma invano si cercherebbe farla vedere agli altri.
Vivendo bene, si muore meglio; desiderando nulla, si possiede tutto.
Frasi da «Storia filosofica dei secoli futuri»
La buona novella ch'io ho portato è questa: che si vive per vivere, che perciò bisogna viver bene, e che a viver bene giovano il buon umore, il lavoro moderato, e il fare e l'accettare benefizi. Ecco la mia religione; che fa salvi, allegri e contenti tutti, meno gli oziosi e i birbanti. Il mondo è fatto per tutti; bisogna metter via quel vecchio salmo della mortificazione della carne inventato dai ricchi a danno dei poveri; occorre dar a tutti una parte di felicità qui in questo mondo, ove siamo certi di goderla. Al resto pensi Iddio; e salute a tutti! (Libro terzo)
L'introduzione delle lingue articolate, la formazione delle famiglie, il trovato della navigazione, l'agricoltura, lo stabilimento delle città, la codificazione morale religiosa, il dogma dell'eguaglianza umana, l'invenzion della polvere e della stampa, il trionfo della libertà di coscienza, l'applicazione del vapore e dell'elettrico, l'assetto definitivo della nazionalità, la concordia democratica universale, e la sanzione sociale del diritto di viver bene aveano condotto l'umanità di metamorfosi in metamorfosi a non riconoscersi più nella sua forma originale. (Libro quarto)
I medici lo denominarono la peste apatica, e sembra infatti ch'egli riconosca origine dall'indolenza relativa cui son condannaci ora gli organi umani dopo tanti e tanti secoli di soverchia e convulsiva fatica. Questo contagio putrido e spaventevole, il raffreddamento sensibilissimo della superficie terrestre, e l'aumento graduale della noia e del suicidio per causa di essa sono i tre pericoli cui andiamo incontro, e nell'uno dei quali una volta o l'altra l'umanità finirà col soccombere. (Libro quinto)
Antiafrodisiaco per l'amor platonico – Citazioni
Sapete dove abitava mio padre? In un bel paesone , colle strade tagliate ad angoli retti, con piazze spaziose, con due belle chiese, con terrapieni magnifici, e con sei bastioni di Fortezza, e nulla più. Perché riguardo alle creature ragionevoli vi era deficienza radicale. (p. 54)
Dopo che potei scriverle, tutte le mie fantastiche idee prendevano corpo sulla carta, e il mio pensiero si trovava libero dall'incubo amoroso, che dapprima pesava incessantemente sopra di lui. Capisco ora che a poco a poco tutto il mio amore s'era convertito in un esercizio letterario, e si consolida questa mia opinione quando penso, che a quei tempi vedendo la Morosina non sentiva metà del piacere che provava dello scriverle, e che ora gettando sulla carta qualche mio capriccio sento dentro di me quel soddisfacimento dell'amor proprio, che allora mi teneva luogo di sentimento amoroso. (pp. 109-110)
Dicono di Ippolito Nievo
Aveva fatto pure lui esperienza della morte in acqua ed era stata una scoperta sorprendente. Avendo immaginato che affogare fosse un modo atroce di essere strappato dalle braccia della vita che cercava a forza di tenerti stretto. Per convincersi nei fatti del contrario. Accaduto quattro anni prima a Grado… Un mulinello l’aveva preso e trascinato sotto… E si era lasciato andare ai flutti, senza più opporre resistenza al mare… Lo aveva poi invaso la pace di una beatitudine profonda…
Cosa sarebbe mancato con lui? un destino brillante ad uso di una nazione giovane e confusa? E con loro, con quelli che gli venivano dietro? Le vite oscure, quelle stesse che aveva cominciato a scrivere in un nuovo romanzo appena iniziato, il Pescatore d'anime, che aveva aperto come una nuova collezione, chiamandola: " la vita degli uomini oscuri".
Così sono, e son condannato a esserlo. Sarò sempre fantastico, buio, tenebroso, bilioso. Ho ormai trent'anni e ho sempre fatto la guerra, per distrarmi da un mondo che non amo. E così ho lasciato a casa un grande romanzo ancora manoscritto. Vorrei vederlo stampato, e non posso occuparmene perché ho questi sudici conti da curare. Se fossi ambizioso, se avessi sete di piaceri... se fossi almeno cattivo... come Bixio. Niente. Mi conservo ragazzo, vivo alla giornata, amo il moto per muovermi, l'aria per respirarla. Morirò per morire, e tutto sarà finito.
"D'accordo su Carini" disse Garibaldi. "Ma non capisco perché all'altro estremo mettiate questo povero barone: che ci apre, sì, il palazzo e le cantine, ed è già molto… ma non credo abbia a farsi perdonare, e che nasconda odio per noi."
"Perché" disse Nievo "io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono: i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all'azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e famigliare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…"
"Questa è poesia" disse Sirtori.
"Oh, certamente" disse Nievo. "Ma per far prosa vi dirò, e il generale vorrà perdonarmi, che non mi piace questo barone; e non mi piacciono i siciliani come Cri…"
Garibaldi fece un gesto reciso "torniamo alla poesia" disse.
Di Ippolito Nievo non posso dir altro che a vederlo sì indovinava in lui un uomo superiore. Io l'ho amato appena lo ebbi veduto nella carrozza dell'Acerbi che era l'intendente della spedizione. Stavamo accampati al Pozzo di Renna, un giorno di pioggia. La carrozza era là in mezzo al campo; e, dal fondo di essa, quel giovane avvolto nel mantello guardava lontano nella gola dei monti per dove si aveva a passare volendo andare a Palermo. Lo riveggo sempre in quel momento, quando ripenso a lui. Aveva un occhio malinconico, qualcosa di diverso dagli altri uomini in tutta la persona. Io, fantasioso, allora immaginavo di lui che fosse chi sa quale straordinario essere, e non mi sbagliai.
È inutile, scrive Ippolito Nievo nel grande romanzo Le confessioni di un italiano, «implorare la libertà col lievito della servitù già gonfio nell’animo». Il libro fu scritto nel 1858, quando ancora la nazionalità «italiana» non esisteva ufficialmente. «Vi sono diritti che sol meritati possono chiamarsi tali» aggiunge. Da ragazzino Nievo fu coinvolto nei moti di Mantova del 1848 e in quelli di Pisa del 1849. Come per molti patrioti, il suo disprezzo verso i concittadini divenne feroce, «quel gregge impecorito di uomini, che senza fede, senza forza, senza illusioni giungeva semivivo alle soglie della vita».
Le cause del naufragio, le circostanze del disastro, lo scioglimento del mistero che tuttora circonda la fine di Nievo, il ritrovamento delle casse e dei resti del battello a vapore, sono il tema di una narrazione che assume, a tratti, l'aspetto di un'inchiesta o di un giallo politico. Sotto questo aspetto, il romanzo di Nievo è "anche" la storia di una sospetta strage di Stato italiana, maturata dalla Destra e decisa dal potere piemontese per liquidare la Sinistra garibaldina: "strage" con la quale si sarebbe aperta la storia dell'Italia unita.
Oh Ippolito! chi ne avesse detto quando ci stringevamo la mano a Palermo e a Napoli, che non ci saremmo più visti quassù nella nostra diletta Lombardia! E chi avesse detto a me, ch'io avrei posato questo pallido fiore da camposanto sulla tua lagrimata memoria, io meno giovane e a gran pezzo meno valente di te! Ah così van pur troppo le cose di questa sciocca e misera vita.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026