Ritratto di Jorge Luis Borges
Grete Stern · Public domain

Frasi

Frasi di Jorge Luis Borges

159 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Jorge Luis Borges raccolte in un'unica pagina: 159 frasi, divise per libro e argomento.

Jorge Luis Borges (scrittore, saggista, poeta, filosofo e traduttore argentino). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Jorge Luis Borges

A volte credo che i buoni lettori siano cigni anche più tenebrosi e rari che i buoni autori.
Dalla prefazione alla prima edizione di Storia universale dell'infamia, Buenos Aires, 27 maggio 1935, in Tutte le opere, vol. I, p. 441.
Alto, là in cima / tutto il giardino è luna, / è luna d'oro. / Amo più la tua bocca / che nell'ombra mi sfiora.
Da Borges intimo, a cura di Francesco Tentori Montalto, Passigli, Firenze. In Poesia n. 42, anno IV, luglio-agosto 1991, traduzione di Francesco Tentori Montalto, Crocetti Editore, Milano, p. 33.
Aveva attitudini da istrione, da funambolo: era una sorta di Marinetti, un individuo che faceva chiasso, assetato di pubblicità.
Beati coloro che non hanno fame di giustizia, perché sanno che la nostra sorte, avversa o benigna, è opera del caso, che è inscrutabile.
Citato in Umberto Veronesi, L'ombra e la luce: La mia lotta contro il male, Einaudi, Torino, 2008, p. 87. ISBN 978-88-06-19501-0
Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; / io sono orgoglioso di quelle che ho letto.
Da Poesie (1923 – 1976), traduzione di Livio Bacchi Wilcock, Rizzoli.
Credi che la divinità possa creare un luogo che non è il Paradiso? Credi che la Caduta sia qualcosa di diverso dal non sapere che siamo in Paradiso?
Da La rosa di Paracelso.
Chi sogna chi? Io so che ti sogno, ma non so se tu mi stai sognando.
Da Venticinque agosto 1983.
Do per scontato che noi sentiamo la bellezza di una poesia prima ancora di pensare al suo significato.
Da Le lezioni americane, Mondadori 2001, p. 82.
F.T. Marinetti è forse l'esempio più famoso di scrittore che vive delle sue invenzioni e che non inventa quasi niente.
Da un articolo degli anni '30.
È un impero / quella luce che muore / o una lucciola?
Da La cifra. 46 poesie, Mondadori, Milano, 1996, p 58; citato in Serio De Guidi, Poesia e pittura. Le parole alle immagini, Gabrielli Editori, 1989, p. 228.
Fin dall'infanzia, Robert Louis Stevenson è stato per me una delle forme della felicità.
Citato in Domenico Scarpa, L'arcipelago, prefazione a Robert Louis Stevenson, L'isola del tesoro, traduzione di Lilla Maione, Universale Economica Feltrinelli, X ed., Milano, 2014, p. 7
Io lo avevo previsto tre anni fa giusti giusti: la demagogia volgare, la corruzione, lo sfacelo, infine, per me era tutto un "già visto e vissuto". Il peronismo non cambia. Adesso, eccoci qui.
Citato in La giunta militare argentina progetta una "nuova società", La Stampa, 27 marzo 1976
Kipling e Nietzsche, uomini sedentari, anelarono l'azione e i pericoli che il destino negò loro; London e Hemingway, uomini d'avventura, si affezionarono ad essa. Imperdonabilmente, giunsero al culto gratuito della violenza e persino della brutalità.
Dall'introduzione a London. Le morti concentriche, traduzione di Umberto Melli, Franco Maria Ricci editore, 1975.
Ho cercato, non so con quanto successo, di redigere racconti lineari. Non mi azzarderò a dire che sono semplici; sulla terra non c'è una sola pagina, una sola parola che lo sia, giacché tutte postulano l'universo, il cui attributo più noto è la complessità.
Da Il manoscritto di Brodie.
Hume osservò per sempre che gli argomenti di Berkeley non ammettono la minima confutazione e non suscitano la minima convinzione.
Da La postulazione della realtà, in Discussione, Tutte le opere.
Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare.
Da Luna di fronte.
Il mondo è un certo numero di tenere imprecisioni.
Da Luna di fronte: Manoscritto trovato in un libro di Joseph Conrad, v. 11. Citato in Walter Veltroni, L'isola e le rose, Rizzoli, 2012, p. 261.
Il prologo, nella triste maggioranza dei casi, confina con l'oratoria da dopopranzo o con i panegirici funebri e abbonda di iperboli irresponsabili, che la lettura incredula accetta come convenzioni del genere.
Da Prologo ai prologhi, in Prologhi , a cura di Antonio Melis, traduzione di Lucia Lorenzini, Adelphi, Milano, 2017, p. 6. ISBN 9788845978999
Il regime del generale Videla domina a poco a poco il caos nel quale si trova l'Argentina.
Il sogno che cambia, che si sogna, che si meraviglia di sognare, tutto ciò si chiama filosofia, metafisica e anche poesia. Credo che la poesia sia atemporale e non abbia niente a che fare con le epoche o le circostanze. Un buon verso continua, no? È sempre un buon verso. Flaubert la pensava allo stesso modo: "quando un verso è bello perde la scuola", diceva Flaubert. Sì, quando un verso è bello, c'è: poco importa che sia stato scritto questa mattina o da migliaia di anni.
Da Testamento poetico letterario, Giunti Editore, 2004, p. 21.
L'assiduo manoscritto / aspetta, già pregno d'infinito. / Qualcuno costruisce Dio nella penombra. / Un uomo genera Dio. È un ebreo / di tristi occhi e di pelle olivastra / [...]. Il mago insiste e foggia / Dio con geometria raffinata; / dalla sua debolezza, dal suo nulla, / seguita a modellare Dio con la parola. / Il più generoso amore gli fu largito, / l'amore che non chiede di essere amato.
Da Baruch Spinoza. Citato in Filippo Mignini, Un «segno di contraddizione», in Spinoza, Opere, Mondadori, Milano, 2007, p. XI. ISBN 978-88-04-51825-9
L'ho ringraziato personalmente per il golpe del 24 marzo, che ha salvato il Paese dall'ignominia, e gli ho manifestato la mia solidarietà per essersi fatto carico della responsabilità del governo. Io, che non ho mai saputo governare la mia vita, tanto meno potrei a governare un Paese.
L'idea di un Dio, un essere onnisciente, onnipotente, e che inoltre ci ama, è una delle più azzardate creazioni della letteratura fantastica.
Citato in "A/Z", F.M. Ricci.
L'odore del caffè ed i giornali, / la domenica e il suo tedio. Di mattina / e sulla pagina intravista quella vana / pubblicazione di versi allegorici / di un collega felice. Il vecchio / giace prostrato e bianco nella decente / abitazione di povero. Stancamente / guarda il suo volto nello specchio. / Pensa, non più stupito, che quel viso / è lui. La mano distrutta / non è lungi la fine. La sua voce dichiara: / Quasi non sono, ma i miei versi ritmano / la vita e il suo splendore. Io fui Walt Whitman.
Da Camden 1892; citato in Didier Tisdel Jaén, Homenaje a Walt Whitman, traduzione di Biancamaria Tedeschini Lalli, ed. University of Alabama Press, 1969, p.2.
L'originale non è fedele alla traduzione.
Riferito alla traduzione che W.E. Henly fece del Vathek di W. Beckford, in Sobre el «Vathek» de William Beckford.
La letteratura, del resto, non è che un sogno guidato.
Da Il manoscritto di Brodie, traduzione di Lucia Lorenzini, La biblioteca di Repubblica.
La morte è un'usanza che tutti, prima o poi, dobbiamo rispettare.
Citato in Vittorio Messori, Scommessa sulla morte, Società Editrice Internazionale, 7a edizione, Torino, 1987, ISBN 88-05-03746-X.
La retorica dovrebbe essere un ponte, una strada, ma in genere è una muraglia, un ostacolo. E questo si osserva nel caso di scrittori tanto differenti come Seneca, Quevedo, Milton, Lugones. In tutti, ciò che dicono si frappone tra loro e noi. Nel caso di Dante io non avverto che sia così. Direi che Dante ci permette di conoscerlo, ci permette un rapporto di intimità, e perfino in un modo più personale di quanto sarebbe potuto accadere ai suoi contemporanei. Direi quasi che lo conosciamo come lo conobbe Virgilio, che fu un suo sogno. Senza dubbio più di quanto poté conoscerlo Beatrice Portinari, innamorata e ispiratrice; credo che lo conosciamo più di tutti.
Da Il Giornale Nuovo, 19 luglio 1981; citato in Adolph Caso (a cura di), Dante in the Twentieth Century, Volume 1 di Dante studies, Branden Books, 1982, p. 82.
La storia universale è quella di un uomo solo.
La vita stessa è una citazione.
Le implicazioni della parola gioiello – preziosa piccolezza, delicatezza non soggetta alla fragilità, facilità somma di trasporto, limpidezza che non esclude l'impenetrabilità, fiore per gli anni – la rendono di legittimo uso qui. Non conosco migliore qualifica per il paradosso di Achille, tanto indifferente alle decisive confutazioni che da più di secoli l'aboliscono, che ormai possiamo salutarlo immortale. Le ripetute visite al mistero che tale lunga durata postula, le sottili ignoranze a cui essa ha invitato l'umanità, sono generosità di fronte alle quali non possiamo non sentire gratitudine.
Da La perpetua corsa di Achille e della tartaruga, in Discussione, traduzione di Livio Bacchi Wilcock, Rizzoli, Milano, 1973, p. 77.
Non capisco niente di politica. Per molto tempo non ho creduto alla democrazia, ma il popolo argentino ha deciso di dimostrarmi che avevo torto. Nel 1976, quando i militari effettuarono il colpo di stato, pensai: "Finalmente avremo un governo di gentiluomini". Ma loro stessi mi hanno fatto cambiare idea. Anche se ci ho messo un po' per avere notizie dei desaparecidos e delle atrocità commesse... È stato un periodo diabolico e dobbiamo cercare di farlo appartenere al passato.
Nel corso di una esistenza ormai lunga ho conversato con persone famose; nessuna mi impressionò come lui, neppure in modo analogo. Cercava di nascondere, non di sfoggiare, la sua straordinaria intelligenza; parlava come ai margini del dialogo, eppure ne era il centro.
Da Macedonio Fernandez, in Tutte le Opere, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985.
Nessun problema è tanto intimamente connesso alla letteratura e al suo modesto mistero quanto quello posto da una traduzione.
Citato in George Steiner, Dopo Babele, p. IX.
Non mi intendo affatto di politica, ma credo che i regimi militari abbiano attualmente una grande importanza. [...] Durante la guerra civile spagnola, ero dalla parte dei repubblicani, ma poi mi sono reso conto, in tempo di pace, che il generale Franco era degno di elogi.
Citato in Lo scrittore Borges a Madrid elogia le dittature dei militari, La Stampa, 9 settembre 1976
Non mi piacciono né la dittatura né il populismo. Entrambi impediscono alla gente di pensare.
Citato in L'ombra di Perón sull'Argentina, La Stampa, 19 luglio 1983.
Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere.
Da Obra poética, prologo; citato in Elena Spagnol, Enciclopedia delle citazioni, Garzanti, Milano, 2009. ISBN 9788811504894
Ogni scrittore, ogni uomo deve vedere in tutto ciò che gli accade, ivi compreso lo scacco, l'umiliazione e la sventura, uno strumento, un materiale per la sua arte, da cui deve trarre profitto.
Da L'altro.
Si è dimenticato che Chesterton fu, tra le altre cose, un ammirevole poeta. Nella poesia "La ballata del Cavallo Bianco" si trovano metafore che Victor Hugo avrebbe ammirate.
Da Conversazioni, 1987; citato in Andrea Monda, G. K. Chesterton, anche un grande poeta, Roma Sette, 28 settembre 2009.
Si legge quello che piace leggere, ma non si scrive quello che si vorrebbe scrivere, bensì quello che si è capaci di scrivere.
Da Il credo di un poeta; citato in Poesia, anno XIV, maggio 2001, n. 150, Crocetti Editore.
Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato.
Dalla prefazione a Giovanni Papini, Lo specchio che fugge, a cura di J. L. Borges, Franco Maria Ricci, Parma-Milano, 1975.
Sotto la luna / la tigre d'oro e ombra / fissa i suoi artigli. / Ignora che al mattino / han lacerato un uomo.
Su un muro vidi uno scaffale. Aprii un volume a caso; i caratteri erano chiari e indecifrabili, e tracciati a mano... Pensai che gli uomini del futuro erano non solo più alti, ma anche più abili. Istintivamente guardai le dita lunghe e sottili dell'uomo. Lui mi disse: "Ora ti mostrerò qualcosa che non hai mai visto". Mi tese con cura un esemplare dell'Utopia di Moro, stampato a Basilea nel 1518, a cui mancavano pagine e tavole. Lessi il titolo a voce alta. L'altro rise. "Nessuno può leggere duemila libri. Nei miei quattro secoli di vita non avrò superato la mezza dozzina. E poi l'importante non è leggere, ma rileggere. La stampa, ora abolita, è stata uno dei peggiori mali dell'uomo, perché tendeva a moltiplicare testi superflui fino alla vertigine".
Da Il libro di sabbia, a cura di Tommaso Scarano, traduzione di Ilide Carmignani, Biblioteca Adelphi, 2006, p. 76.
Vedo me stesso essenzialmente come un lettore. Mi è accaduto di avventurarmi a scrivere, ma ritengo che quello che ho letto sia molto più importante di quello che ho scritto.
Da Il credo di un poeta; citato in Poesia, anno XIV, maggio 2001, n. 150, Crocetti Editore.
Oso sospettare che Citizen Kane perdurerà come "perdurano" certi film di Griffith o di Pudovkin, il cui valore storico nessuno nega, ma che nessuno si rassegna a rivedere. Soffre di gigantismo, pedanteria, tedio. Non è intelligente, è geniale: nel senso più notturno e tedesco di questa mala parola.
ricerca dell'anima segreta di un uomo, attraverso le opere che ha costruito, le parole che ha pronunciato, i molti destini che ha spezzato. Il procedimento è quello di Joseph Conrad in Chance (1914) e del bel film The Power and the Glory: la rapsodia di scene eterogenee, senza ordine cronologico. [...] In uno dei racconti di Chesterton – The Head of Caesar, credo – l'eroe osserva che nulla è più terrificante di un labirinto senza centro. Questo film è esattamente quel labirinto.
Oppressivamente, infinitamente, Orson Welles esibisce frammenti della vita dell'uomo Charles Foster Kane e ci invita a combinarli e a ricostruirlo. Le forme della molteplicità, della sconnessione, abbondano nel film: le prime scene registrano tesori accumulati da Forster Kane; in una delle ultime, una povera donna lussuosa e dolente gioca sul pavimento di un palazzo che è anche un museo, con un enorme rompicapo. Alla fine comprendiamo che i frammenti non sono retti da segreta unità: l'aborrito Charles Forster Kane è un simulacro, un caos di apparenze.
Non ho mai nascosto le mie opinioni. Nessuno può dire che io sia stato un nazionalista, un fascista, un antisemita. Ma quando scrivo racconti o poesie, allora cerco di dimenticare le mie idee politiche, perché la letteratura è un fatto misterioso.
Nei paesi di cultura giovane, dove la storia ha solo un secolo e mezzo, il nazionalismo è ridicolo. Abbiamo una tradizione giovane, cosmopolita, di emigrazione. Nelle pampas, fino a pochi anni fa, si contava così: uno, due, tre, quattro... Dopo il quattro, veniva il molto, l'infinito a portata di mano, l'ignoto. Sono questi gli avi, i padri del nostro nazionalismo? Su cosa possiamo fondare l'orgoglio della nostra storia? Buenos Aires è una città abitata da un'immensa classe media venuta dall'Europa. Se guardiamo la guida del telefono, troviamo quasi soltanto nomi italiani. Io, che ho sangue portoghese, spagnolo e inglese, mi sono sempre sentito un estraneo. E anche la nostra storia, i monumenti, le strade, sono dedicati ad argentini che si chiamano Belgrano, Brown, Bouchard... Di quale passato parlano i nazionalisti di oggi? A meno di non volersi basare su un tipo eccezionale come il gaucho. Ma i gauchos si battevano contro i padroni fondiari per interessi particolari, ed erano gente molto semplice...
I peronisti non sono diversi dagli altri potenti: vogliono solo diventare ricchi, i dirigenti vogliono essere i nuovi oligarchi, viaggiare in lunghe macchine, giocare migliaia di pesos alle roulettes di Mar del Plata. Vogliono il potere, ma non sono né dei rivoluzionari né dei conservatori. Perón stesso è uno degli uomini più ricchi del mondo, può permettersi di avere una scorta di centinaia di uomini armati... No, credetemi, malgrado quello che si dice, il peronismo non era un governo amato dal popolo, era una dittatura...
Se verrà un nuovo governo peronista, non so quale sarà la mia sorte. Forse mi saranno chiuse tutte le porte, meno quelle della prigione.
Non posso spiegarle il mio Paese, perché non lo capisco, come a volte non capisco me stesso. Se vuole una spiegazione, posso inventarne più di una. Amo l'Argentina, ma non la capisco, come non capisco l'universo.
La mia posizione sull'Argentina è puramente etica. Non posso ignorare il grave problema morale che si è imposto nel Paese, tanto col terrorismo come la repressione. In nessun modo posso tacere di fronte a questi morti, a questi scomparsi. Non approvo alcuna forma di lotta in cui il fine giustifichi i mezzi: il fine non giustifica mai i mezzi.
Posso dirle solo questo. Che la repressione è stata anch'essa forma di terrorismo: due terrorismi, di sinistra e di destra. Quando si arresta la gente, ma poi non la si sottopone a giustizio, non posso tacere. Mi si dice: uno non deve dire queste cose, per salvare l'immagine del suo Paese. Ma la realtà è più importante dell'immagine.
Questo governo è nazionalista, e io non lo sono. È cattolico, e io non sono nemmeno sicuro d'essere cristiano e se lo fossi non sarei cattolico.
Nell'Ottocento il dittatore Rosas fece fucilare uno zio di mio nonno contro il paredón del cimitero della Recoleta, che c'è ancora verso la calle Pueyrredón: obbligarono il figlio undicenne ad assistere. Anche un mio nonno, il colonnello Borges, finì ucciso. Ma quanti altri Paesi non hanno avuto una storia egualmente crudele?
All'Odissea ho sempre preferito l'Iliade, dove l'eroe non è però Achille, bensì Ettore. Sì, ho simpatia, come Tocqueville, per i vinti, i reietti, i wriked, purché a riscattarli intervenga, come nei personaggi di Conrad, l'individualismo: e quella categoria dello spirito iberico che è el honor. Per questo, nelle mie poesie non mancano riferimenti a personaggi sconfitti dalla vita, ma salvi davanti a se stessi. Per esempio nei versi da me dedicati a un soldato confederato del remoto Sud, morto combattendo per il generale Lee: Sei piedi di terra saranno la tua gloria, / il dolman grigio si chiazzò del tuo sangue / mentre alta s'agitava la bandiera.
Amo l'asciuttezza ironica di Voltaire, la prosa e la struttura romanzesca di Stevenson; e poi il senso dell'onore individuale che anima tutti i personaggi di Conrad che per me, come lo fu per Eliot il grande Pound, è stato a posteriori "il miglior fabbro". Come dimenticare Lord Jim.
Come Paracelso nell'ultimo dei miei racconti pubblicato dal mio amico Franco Maria Ricci, potrei credere soltanto a un mio iddio personalissimo; ma non sono così orgoglioso. Dio per me è l'infinito, o l'antica anànche, il Caso. È colui che, in una biblioteca infinitamente grande, illimitata e aperiodica, detiene il catalogo dei cataloghi.
Consideri la sequenza di queste parole in Europa: Birra-Biére-Beer-Bier; solo in lingua castigliana si dice, e scrive, cervenza. Deriva, infatti, dal basso latino cervogia. Segno forse che la Spagna è un paese più latino del vostro? Non saprei. Voi avete Roma, in fondo. Ma sa come i sassoni chiamano Roma? Romeburg, la chiamano. Ma Roma resta Roma, come di mon maître Chesterton, e dove sono presenti, messi assieme con una furia aggregativa che quasi è del memorialista, soldati longobardi, guerrieri norreni, antiche saghe, alchimisti e cartomanti, libri mai scritti e oscuri incunaboli, spade istoriate, coltelli fatati, e poi biblioteche, labirinti, città remote ed enigmatiche.
Mi occupo solo di letteratura, la mia mente riposa sotto una coltre di sogni.
Potrei dire che lo vedo nero, o che non lo vedo. Ma nessuno apprezzerebbe questa battuta da parte d'un cieco. Dirò allora che Carter non è più presidente. Per fortuna degli americani, oggi hanno Reagan.
Sono un anarchico, conservatore solo per necessità. Lo dice anche il mio cognome, che ha il medesimo etimo di burg: sono un borghese.
Sono un uomo etico, come Kierkegaard. Sa qual è l'etimologia di questo cognome. È la variante danese di "Church-yard", che vuol dire cimitero.
Il labirinto fino al Rinascimento era una struttura in cui si arrivava sempre al centro; dopo, col Manierismo, invece, il labirinto diventa il luogo della perdita, quindi esiste un labirinto che è più vicino alla nostra sensibilità e che comincia col Manierismo e col Barocco. Chesterton ha detto: noi siamo quello che noi tutti temiamo, un labirinto senza centro.
Un mio amico, de Chirico, quando diceva che qualcosa era brutto, diceva “è moderno, è brutto”.
Franco Maria Ricci mi ha detto: “Pubblichiamo per non passare la vita a correggere i manoscritti”. Se si pubblica un libro, ci si libera di lui; io pubblico un libro e non so se sia venduto, se sia tradotto, se ha avuto successo, se hanno scritto su di esso, se non hanno scritto.

Citazioni di Jorge Luis Borges – Hanno scritto per voi

Ciò che più apprezzo è l'intelligenza, perché l'onestà e il coraggio di una persona a volte non servono per il dialogo.
Dubbio, uno dei nomi dell'intelligenza.
La felicità è il fine di se stessa.
Viviamo in un'epoca molto ingenua; per esempio, la gente compra prodotti la cui eccellenza è vantata dalle stesse persone che li vendono.

Frasi da «Altre inquisizioni»

Chi dice che l'arte non deve propagandare dottrine si riferisce di solito a dottrine contrarie alle sue. (da Il primo Wells)
Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un'enciclopedia cinese che s'intitola Emporio celeste di conoscimenti benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in (a) appartenenti all'Imperatore, (b) imbalsamati, (c) ammaestrati, (d) lattonzoli, (e) sirene, (f) favolosi, (g) cani randagi, (h) inclusi in questa classificazione, (i) che s'agitano come pazzi, (j) innumerevoli, (k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, (l) eccetera, (m) che hanno rotto il vaso, (n) che da lontano sembrano mosche. (da L'idioma analitico di John Wilkins)
Il libro non è un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione, è un asse di innumerevoli relazioni.
L'arte vuol sempre irrealtà visibili. (da Metamorfosi della tartaruga)
L'opera che perdura è sempre capace di un'infinita e plastica ambiguità; è tutto per tutti [...]; è uno specchio che svela tratti del lettore ed è insieme una mappa del mondo. (da Il primo Wells)
La notte [...] ci piace perché, come il ricordo, sopprime i particolari oziosi.
La vita è troppo misera per non essere anche immortale. (2002)
Paragonato ad altri libri classici (l'Iliade, l'Eneide, la Farsaglia, la Commedia dantesca, le tragedie e le commedie di Shakespeare) il Don Chisciotte è realista; questo realismo, però, differisce essenzialmente da quello cui dette vita il secolo XIX. Joseph Conrad poté scrivere che escludeva dalla sua opera il soprannaturale, perché ammetterlo equivaleva a negare che il quotidiano fosse meraviglioso: ignoro se Miguel de Cervantes condividesse tale intuizione, ma so che nel Don Chisciotte egli contrappose un mondo immaginario poetico a un mondo reale prosaico. Conrad ed Henry James fecero argomento romanzesco della realtà perché la giudicavano poetica; per Cervantes il reale e il poetico sono antinomie.

Scheda del libro «Altre inquisizioni»

Carme presunto e altre poesie

Ormai le strade di Buenos Aires / sono le viscere dell'anima mia. / Non le strade veementi / assillate da smanie e trambusto, / ma la dolce strada dei sobborghi / trepida di penombra e crepuscolo / e quelle più fuori mano / scevre di alberi pietosi, / dove austere casette s'avventurano appena, / offuscate da lontananze immortali, / a disperdersi nella fonda visione / fatta di gran pianura e maggior cielo.Da
Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
Patio, inalveato firmamento. / È il patio la pendice / per cui straripa fino in casa il cielo.
Da Un patio, Fervor de Buenos Aires, p. 81.
I dagherròtipi / spacciano la loro bugiarda parvenza / di vecchiaia occultata in uno specchio / e a noi si offrono in lungo stillicidio / come futili ricorrenze / di uggiosi anniversari. / Con deformato aspetto / la loro angoscia quasi parlante / incalza le nostre anime / col ritardo di più di mezzo secolo / e a si troverà adesso / nei mattini iniziali della nostra infanzia.
Da Sala vuota, Fervor de Buenos Aires, p. 87.

Frasi da «Cos'è il buddismo»

Forse l'enigma del Nirvana è identico all'enigma del sonno; nelle Upanishadas si legge che gli uomini immersi nel sonno profondo sono l'universo. Secondo il Sankhyam, la condizione dell'anima nel sonno profondo è la stessa che raggiungerà dopo la liberazione. L'anima liberata è come uno specchio sul quale non si posa alcun riflesso. [...] Sappiamo già che Nirvana significa «estinzione». Per noi l'estinguersi di una fiamma equivale al suo annientamento; per gli indiani la fiamma esiste prima che la si accenda e dura dopo che sia spenta. Accendere un fuoco è renderlo visibile; spegnerlo è farlo sparire, non distruggerlo. (pp. 64-65)
Il Buddha, come Cristo, non ebbe il proposito di fondare una religione. Il suo fine fu la salvazione personale di un gruppo di monaci che credevano nella reincarnazione e volevano sfuggire ad essa. (p. 67)
Le guerre di religione sono una prerogativa del giudaismo e delle sue diramazioni, cristianesimo e islamismo, che hanno ereditato quel modo di conversione. In oriente, è possibile professare allo stesso tempo diverse religioni, che non si danno a vicenda fastidio e le cui cerimonie convivono. (p. 68)
Per lo Zen, gli atti più comuni possono essere compiuti con spirito religioso e debbono elevare la nostra vita. (p. 97)

Scheda del libro «Cos'è il buddismo»

Frasi da «Elogio dell'Ombra»

Abele e Caino s'incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: "Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima". "Ora so che mi hai perdonato davvero" disse Caino "perché dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare". Abele disse lentamente: "È così. Finché dura il rimorso dura la colpa".
Citato in Fabio Ciardi, La storia di Dio e la mia. La Bibbia fonte di ispirazione per l'uomo, Città Nuova, 2010, p. 120.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualunque; non sarà mai quello che voglio dire, ne sarà almeno il suo riflesso. Dalla Mia eternità cadono segni. Altri, non questi che è il suo amanuense, scriva l'opera. Domani sarò tigre fra le tigri e dirò la Mia legge nella selva, o un grande albero in Asia. Ricordo a volte, e ho nostalgia, l'odore di quella bottega di falegname.
La poesia non è meno misteriosa degli altri elementi dell'Universo. (Introduzione)
Là sono i giardini, i templi e la giustificazione dei templi, la retta musica e le rette parole, i sessantaquattro esagrammi, i riti che son l'unica sapienza che agli uomini concede il Firmamento, la dignità di quell'imperatore la cui serenità venne riflessa dal mondo, specchio suo, così che i campi davano i loro frutti e i torrenti rispettavano le sponde, l'unicorno ferito che ritorna per indicare la fine, le segrete leggi eterne, il concerto dell'orbe; tali cose o la loro memoria sono nei libri che custodisco nella torre.

Scheda del libro «Elogio dell'Ombra»

Frasi da «Finzioni»

Scoprimmo (a notte inoltrata questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Allora Bioy Casares ricordò che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva dichiarato che gli specchi e la copula sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini. (I; 2003, p. 15)
La mia impresa non è difficile, nella sostanza. Mi basterebbe essere immortale per condurla a termine. (Pierre Menard: 2003, p. 40)
È una rivelazione confrontare il Don Chisciotte di Menard con quello di Cervantes. Questi, per esempio, scrisse (Don Chisciotte, prima parte, capitolo nono):
«… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e consiglio del presente, avvertimento dell'avvenire».
Redatta nel XVII secolo, redatta dal «genio profano» Cervantes, quell'enumerazione è un mero elogio retorico della storia. Menard, invece, scrive:
«… la verità, la cui madre è la storia, emula del tempo, deposito delle azioni, testimone del passato, esempio e consiglio del presente, avvertimento dell'avvenire».
La storia, madre della verità; l'idea è stupefacente. Menard, contemporaneo di William James, non definisce la storia come un'indagine della realtà, ma come la sua origine. La verità storica, per lui, non è ciò che è avvenuto; è ciò che riteniamo che sia avvenuto. Le clausole finali – esempio e consiglio del presente, avvertimento dell'avvenire – sono sfacciatamente pragmatiche.
È anche nitido il contrasto tra i due stili. Lo stile arcaizzante di Menard – in fin dei conti straniero – soffre di una certa affettazione. Non così quello del precursore, che impiega con disinvoltura lo spagnolo corrente della sua epoca. (2003, p. 43)
Non esiste esercizio intellettuale che non risulti alla fine inutile. Una dottrina filosofica è all'inizio una descrizione verosimile dell'universo; con il volgere degli anni diventa un semplice capitolo – se non un paragrafo o un nome – della storia della filosofia. In letteratura questa caducità finale è ancora più evidente. «Il Don Chisciotte» mi disse Menard «fu prima di tutto un libro ameno; adesso è occasione di brindisi patriottici, di arroganza grammaticale, di oscene edizioni di lusso. La gloria è una forma di incomprensione, forse la peggiore». (2003, p. 44)
Ogni uomo deve essere capace di tutte le idee, e penso che in futuro lo sarà. (Pierre Menard: 2003, p. 45)
Vaneggiamento laborioso e avvilente quello di chi compone vasti libri; quello di dilatare in cinquecento pagine un'idea la cui perfetta esposizione orale richiede pochi minuti. (2003, Prologo)
Ho conosciuto quello che i greci ignorano: l'incertezza. (2003, p. 53)
Forse mi inganneranno la vecchiaia e la paura, ma sospetto che la specie umana – l'unica – stia per estinguersi e che la Biblioteca sia destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
Ho appena scritto infinita. Non ho interpolato quell'aggettivo per un'abitudine retorica; dico che non è illogico pensare che il mondo sia infinito. Coloro che lo ritengono limitato, sostengono che in luoghi remoti i corridoi e le scale e gli esagoni possono inconcepibilmente finire – il che è assurdo. Coloro che lo immaginano senza limiti, dimenticano che è limitato il numero possibile dei libri. Io mi arrischio a insinuare questa soluzione dell'antico problema: La biblioteca è illimitata e periodica. Se un eterno viaggiatore l'attraversasse in qualunque direzione, verificherebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che, ripetuto, sarebbe un ordine: l'Ordine). La mia solitudine si rallegra di questa elegante speranza. (2003, pp. 75-76)
Prevedo che l'uomo si rassegnerà a imprese sempre più atroci; presto ci saranno solo guerrieri e banditi; vi do questo consiglio: L'esecutore di un'impresa atroce deve immaginare di averla già compiuta, deve imporsi un avvenire altrettanto irrevocabile del passato. (2003, p. 81)
La cosa certa è che viviamo rimandando tutto ciò che può essere rimandato; forse tutti sappiamo nel profondo che siamo immortali e che prima o poi, ogni uomo farà ogni cosa e saprà tutto. (2003, p. 101)
Aveva imparato senza sforzo l'inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Pensare significa dimenticare differenze, significa generalizzare, astrarre. Nel mondo stipato di Funes, non c'erano altro che dettagli, quasi immediati. (2003, p. 103)
Non c'è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità […]. (2003, p. 132)
([…] l'irrealtà, che è condizione dell'arte). (2003, p. 134)
Affermare che fu uomo e fu incapace di peccato racchiude una contraddizione; gli attributi di impeccabilitas e di humanitas non sono compatibili. (2003, p. 143)
Dio si fece totalmente uomo, ma uomo fino all'infamia, ma uomo fino alla riprovazione e all'abisso. Per salvarci, avrebbe potuto scegliere qualunque dei destini che ordiscono la complessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino spregevole: fu Giuda. (2003, p. 144)
Chi leggerà quest'articolo, consideri che in esso non riferisco, di Runeberg, che le conclusioni, e non la dialettica e le prove. Alcuni osserveranno che le conclusioni precedettero, senza dubbio, le «prove». Ma chi si rassegnerebbe a cercar prove di cosa che già non creda, e di cui non gl'importi? (1985, p. 143)

Scheda del libro «Finzioni»

Il libro degli esseri immaginari

Il drago occidentale è, nel migliore dei casi, terrificante, nel peggiore ridicolo: il lung delle tradizioni, invece, ha natura divina ed è come un angelo fosse al contempo leone. (p. 79)
Per secoli, il drago fu emblema imperiale. Il trono dell'imperatore si chiamò il Trono del Drago; il suo volto, il Volto del Drago. Per annunciare che l'imperatore era morto, si diceva che era asceso al firmamento sopra un drago. (p. 80)
Il drago cinese ha corna, artigli e squame, e la spina dorsale è irta di punte. Di norma viene rappresentato con una perla, che ingoia o sputa: in quella perla c'è il suo potere. Se gliela tolgono, è inoffensivo. (pp. 80-81)
Un serpente grosso e alto con artigli e ali è forse la più fedele descrizione del drago. Può essere nero, ma è essenziale che sia splendente; di solito poi si esige che esali boccate di fuoco e di fumo. Si tratta, naturalmente, della sua immagine attuale; pare che i greci dessero il suo nome a qualunque serpente di taglia considerevole. (p. 82)
Il tempo ha notevolmente intaccato il loro prestigio. Crediamo nel leone come realtà e come simbolo; crediamo nel minotauro come simbolo, non più come realtà; il drago è forse il più conosciuto ma anche il meno fortunato degli animali fantastici. Ci appare puerile e contamina con tale puerilità le storie in cui figura. Conviene non dimenticare, tuttavia, che si tratta di un pregiudizio moderno, forse provocato dall'eccesso di draghi nelle fiabe. (p. 84)
Questo serpente sembrava destinato all'eternità. Il suo covo era nelle paludi di Lerna. Ercole e Iolao la cercarono; il primo le tagliò le teste e l'altro bruciò con una torcia le ferite sanguinanti. L'ultima testa, che era immortale, fu seppellita da Ercole sotto un grande masso, e dove fu sepolta sarà ancora adesso, a odiare e sognare. (p. 120)

In difesa di Mark Twain

Si è affermato un'infinità di volte che quest'autore è solo accidentalmente americano, e che lo stesso sarebbe potuto "accadere" a Londra come a Upsala. Io non posso essere d'accordo. Non solo è americano, ma è addirittura yankee, il terrificante e umoristico Poe: sia nella continua precisione e nel realismo dei suoi svariati giochi con le tenebre, le scritture segrete e il verso poetico, sia nelle ventate di enorme ciarlataneria che ricordano Barnum. (p. VI)
Mark Twain è immaginabile soltanto in America. Non sappiamo, non lo potremo mai sapere, quello che l'America gli ha tolto. Sappiamo quello che gli hanno dato Huckleberry Finn e Roughing e The Innocents at Home e Tom Sawyer e l'infinita inettitudine della polizia che non si accorge delle migrazioni dell'Elefante Bianco. Riduciamo a uno solo tutti i suoi libri e diciamo brevemente: «Mark Twain ha composto Huckleberry Finn in collaborazione con il Mississippi, fiume fangoso dell'America». (p. VI)
La più grossolana delle molte tentazioni intellettuali, ma anche la più facile e la più diffusa, è quella di affermare che una cosa è il contrario di ciò che sembra a prima vista. (p. VII)
Posso giurarvi che un poeta spagnolo, il cui nome non voglio ricordare, in mia presenza una volta disse: «Quel topo m'inquieta, mi turba, perché in lui tocco con mano la tragedia del popolo americano». (p. VII)
Se qualche merito eccezionale può vantare Mark Twain nella nostra memoria, è come scrittore; se qualcosa cerchiamo (e troviamo) nei suoi tanti volumi, questo non è precisamente il tragico. Mark Twain – oh, quale riscattato e quasi paradossale assioma! – era un umorista. (pp. VII-VIII)
Mark Twain (è importante ripeterlo) ha scritto Huckleberry Finn, libro che da solo basta per la gloria. Libro né umoristico né tragico, libro semplicemente felice. (p. IX)
Se non vado errato, i romanzi sono buoni in modo direttamente proporzionale all'interesse che l'unicità dei caratteri suscita nell'autore e inversamente proporzionale ai propositi intellettuali o sentimentali che lo guidano. (p. IX)

Introduzione a L'invenzione di Morel – Citazioni

Il tipico romanzo "psicologico" tende a essere informe. I russi e i discepoli dei russi hanno dimostrato fino alla noia che nessun uomo è impossibile: suicidi per felicità, assassini per benevolenza, persone che si adorano fino al punto di separarsi per sempre, delatori per fervore e per umiltà... Questa totale libertà diventa alla fine equivalente al totale disordine. D'altra parte, il romanzo "psicologico" vuole essere "realista": preferisce che il lettore dimentichi il suo carattere di artificio verbale e fa di ogni vana precisione (o di ogni languida imprecisione) un nuovo tocco di verosimiglianza. (pp. 17-18)
Il romanzo di avventure [...] non vuole essere una trascrizione della realtà: è un oggetto artificiale che non tollera nessuna parte ingiustificata. Il timore di incorrere nella semplice varietà successiva dellAsino d'oro, dei sette viaggi di Sindbad o del Don Chisciotte, impone a quel romanzo un intreccio rigoroso.
Dall'Introduzione ad Adolfo Bioy Casares, L'invenzione di Morel, traduzione di Livio Bacchi Wilcock, Bompiani, Milano, 2007, p. 18. ISBN 978-88-452-4684-5
Stevenson è più appassionato, più diverso, più lucido, forse più degno della nostra assoluta amicizia di quanto lo sia Chesterton; ma gli argomenti che Stevenson governa sono inferiori. (pp. 18-19)
De Quincey, in certe notti di minuzioso terrore, si immerse nel cuore di labirinti, ma non coniò la sua impressione di unutterable and self-repeatig infiniteis (inesprimibili e ripetentisi infinitudini) in favole paragonabili a quelle di Franz Kafka.
Osserva con giustizia Ortega y Gasset che la "psicologia" di Balzac non ci soddisfa; la stessa cosa si potrebbe osservare dei suoi intrecci. (p. 19)
Mi credo libero da ogni superstizione di modernità da qualsiasi illusione che l'ieri differisca intimamente dall'oggi o dal domani; ma considero che nessun'altra epoca possiede romanzi di così ammirevole trama come The Turn of the screw (Il giro di vite) , come Der Prozess (Il Processo) , come Le Voyageur sur la terre (Il viaggiatore sulla terra) , come questo che è riuscito a scrivere, a Buenos Aires, Adolfo Bioy Casares . (p. 20)
Bioy rinnova letterariamente un'idea che Sant'Agostino e Origene confutarono, che Louis Auguste Blanqui ragionò e che Dante Gabriele Rossetti disse con musica memorabile. (p. 20)

Frasi da «L'Aleph»

Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale. (da L'immortale; 2005, p. 17)
Allora, con tenue meraviglia, come se scoprisse una cosa perduta e dimenticata da gran tempo, Argo balbettò queste parole: Argo, cane di Ulisse. E poi sempre senza guardami: Questo cane gettato nello sterco. Accettiamo facilmente la realtà forse perché intuiamo che nulla è reale. Gli chiesi cosa sapeva dell'Odissea. L'uso del greco gli riusciva faticoso: dovetti ripetere la domanda. Molto poco, disse. Meno del rapsodo più povero. Saranno passati mille e cento anni da quando l'inventai. (da L'immortale; 2012, p. 17)
Avevo compreso da tempo che non c'è cosa al mondo che non sia germe d'un Inferno possibile; un volto, una parola, una pubblicità di sigarette, potrebbero render pazza un persona, se questa non riuscisse a dimenticarli. (da Deutsches Requiem, pp. 84-85)
Chi ha scorto l'universo, non può pensare a un uomo, alle sue meschine gioie o sventure, anche se quell'uomo è lui. [...] Non gl'importa la sorte di quell'altro, non gl'importa la sua azione, poiché egli ora è nessuno. (da La scrittura del dio; 2005, p. 120)
Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d'uomo? O sarà come me? (da La casa di Asterione; 2005, p. 68)
Essere immortale è cosa da poco: tranne l'uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali. (da L'immortale; 2005, p. 18)
Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore d'ogni bontà, ma anche d'ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro.[...] Visti in tal modo tutti i nostri atti sono giusti, ma sono anche indifferenti. Non esistono meriti morali o intellettuali. Omero compose lOdissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l'impossibile è non comporre, almeno una volta, lOdissea. (da L'immortale; 2005, p. 19)
Io sono stato Omero; tra breve, sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve, sarò tutti: sarò morto. (da L'immortale, pp. 24-25)
La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini.[...] Tutto, tra i mortali, ha il valore dell'irrecuperabile e del casuale. Tra gl'Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l'eco d'altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c'è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. (da L'immortale; 2005, p. 21)
Modificare il passato non è modificare un fatto isolato; è annullare le sue conseguenze, che tendono ad essere infinite. (da L'altra morte; 2005, p. 77)
Morire per una religione è più semplice che viverla con pienezza; lottare in Efeso contro le fiere è meno duro (migliaia di martiri oscuri lo fecero) che essere Paolo, servo di Gesù Cristo; un atto è meno che tutte le ore d'un uomo. La battaglia e la gloria sono cose facili. (da Deutsches Requiem; 2005, p. 83)
Nei linguaggi umani non c'è proposizione che non implichi l'universo intero. (da La scrittura del dio; 2005, p. 117)
Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato per dire che non sono. (da L'immortale, pp. 19-20)
Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone un passato che gl'interlocutori condividono. (da L'Aleph; 2005, p. 164)
Oh gioia di comprendere, maggiore di quella di operare o di sentire. (da La scrittura del dio; 2005, p. 119)
Un tempo, m'interessò la teologia, ma da tale fantastica disciplina (e dalla fede cristiana) mi sviò per sempre Schopenhauer, con ragioni dirette; Shakespeare e Brahms, con l'infinita varietà del loro mondo. (da Deutsches Requiem; 2005, p. 80)
Un uomo si confonde, gradatamente, con la forma del suo destino; un uomo è, alla lunga, ciò che lo determina. (da La scrittura del dio; 2005, p. 119)

Scheda del libro «L'Aleph»

La cifra

In questo mondo quotidiano, / che somiglia tanto al libro delle Mille e Una Notte, / non c'è un solo gesto che non corra il rischio / di essere un'operazione di magia, / non c'è un solo fatto che non possa essere il primo / di una serie infinita. / Mi domando che ombre getteranno / questi oziosi versi. (Il terzo uomo, 1996)
La vecchia mano / ancora scrive versi / per l'oblio. (Haiku. 17, 1996)
Svegliare chi dorme / è un gesto comune e quotidiano / che potrebbe farci tremare. / Svegliare chi dorme / è imporre all'altro l'interminabile / prigione dell'universo. / [...] / È infamare l'acqua del Lete. (Poema. Rovescio, 1996)
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire. / Chi è contento che sulla terra esista la musica. / Chi scopre con piacere una etimologia. / Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi. / Il ceramista che premedita un colore e una forma. / Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace. / Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto. / Chi accarezza un animale addormentato. / Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto. / Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson. / Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. / Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo. (I giusti, 1996)

Frasi da «Nove saggi danteschi»

La Commedia è un libro che tutti dobbiamo leggere. Non farlo significa privarci del dono più grande che la letteratura può offrirci, significa condannarci a uno strano ascetismo. Perché negarci la gioia di leggere la Commedia? Oltretutto non è una lettura difficile. È difficile ciò che sta dietro la lettura: le opinioni, le discussioni; ma il libro in sé è un libro cristallino. E poi c'è il personaggio centrale, Dante, che è forse il personaggio più vivido di tutta la letteratura; e poi ci sono gli altri personaggi... (pagina)
Innamorarsi è dar vita ad una religione il cui dio è fallibile.

Dicono di Jorge Luis Borges

Borges è riuscito a svuotare i temi danteschi del loro contenuto trascendente senza però privarli della loro intrinseca sacralità. [...] Dedico questo lavoro allo scrittore argentino, che ho imparato a conoscere attraverso le opere, i volti, gli scritti e i ricordi di coloro che lo hanno amato
Riccardo Ricceri
Borges, uno dei più grandi intellettuali della storia dell'uomo, non ne farei un fatto né di Sud America né di Argentina. Borges amava tutte le culture, tutte, anche perché le conosceva tutte. Aveva una finezza bizantina nel leggere quello che noi non riusciamo a leggere. (Federico Buffa racconta Storie Mondiali)
Come Kavafis, anche Borges si esprime in poesia servendosi dei mezzi della prosa, di una prosa che tra l'altro indossa una maschera ulteriore, quella dello stile saggistico.
Nasos Vaghenàs
Jorge Luis Borges incarna il destino secondo gli impercettibili disegni di un Dio enfatico ed eversore.
Riccardo Campa
Jorge Luis Borges mi ha promesso l'altra notte / di parlar personalmente col "persiano", / ma il cielo dei poeti è un po' affollato in questi tempi, / forse avrò un posto da usciere o da scrivano: / dovrò lucidare i suoi specchi, / trascriver quartine a Kayyam, / ma un lauro da genio minore / per me, sul suo onore, non mancherà...
Francesco Guccini
Jorge Luis Borges scrisse che l'idea di infinito corrompe tutte le altre.
Vittorio Catani
L'opera di Borges, in definitiva, è tutta una costante e originale ricerca, dalla quale esulano il metodo, il rigore, il sistema, ma dove l'intuizione trionfa e getta la sua luce su un universo sospeso tra la norma e l'assurdo, tra l'ordine e il caos; il cui riscatto, sia pure parziale, dall'incomprensibile è unicamente confidato all'uomo.
Francesco Tentori Montalto
La fama di Borges è dovuta più alle opere in prosa che a quelle in poesia, fermo restando che la prosa borgesiana si caratterizza per la sua poeticità, tanto da poterla definire prosa poetica.
Nasos Vaghenàs
Mi è capitato spesso di pensare che dai futuri studiosi di letteratura il nostro tempo verrà ricordato, con grave e (speriamo) compassionevole stupore, come quello in cui si è potuto credere che Jorge Luis Borges fosse un grande scrittore.
Giovanni Raboni
Si può [...] affermare che Borges è uno spirito, sia pure segretamente o dissimulatamente, religioso? No, il suo è uno spirito laico, scettico, abitato dal dubbio, alieno dalle certezze, si direbbe votato all'interrogazione e incline semmai ad accordare fiducia all'eventualità, al caso, sul piano mentale ed esistenziale.
Francesco Tentori Montalto

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026