Frasi
Frasi di Lenin
162 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 162 citazioni di Lenin, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Lenin (rivoluzionario e politico russo). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Lenin
Abbiamo alzato ora la bandiera bianca della resa; innalzeremo più tardi, su tutto il mondo, la bandiera rossa della nostra rivoluzione.
Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici.
Colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai; egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.
Compagni! La rivoluzione degli operai e dei contadini, che da sempre i bolscevichi hanno ritenuto una necessità, è compiuta!
Da noi si guarda la cooperazione con disprezzo, non comprendendo l'importanza esclusiva che ha la cooperazione, anzitutto, dal punto di vista di principio (i mezzi di produzione appartengono allo Stato), in secondo luogo dal punto di vista del passaggio a un ordine nuovo per la via più semplice, facile e accessibile ai contadini.
Dal punto di vista delle condizioni economiche dell'imperialismo, ossia dell'esportazione del capitale e della divisione del mondo da parte delle potenze coloniali «progredite» e «civili», gli Stati uniti d'Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari.
Dopo aver letto con enorme interesse e con attenzione mai venuta meno il libro di John Reed Dieci giorni che sconvolsero il mondo, raccomando di cuore quest'opera agli operai di tutti i paesi. Vorrei che questo libro fosse diffuso a milioni di esemplari e tradotto in tutte le lingue, poiché esso fornisce una rappresentazione veritiera e straordinariamente viva di avvenimenti che sono così importanti per comprendere che cos'è la rivoluzione proletaria, che cos'è la dittatura del proletariato. Questi problemi sono attualmente largamente dibattuti, ma prima di accettare o respingere queste idee, è indispensabile capire tutta la portata della decisione da prendere. Il libro di John Reed contribuirà a chiarire questo che è il problema fondamentale del movimento operaio internazionale.
È impossibile discutere con Trotski sul merito della questione, perché Trotski non ha alcuna opinione. Possiamo e dobbiamo discutere con i liquidatori e gli otzovisti confermati, ma non serve a nulla discutere con un uomo il cui gioco consiste nel nascondere gli errori di entrambe queste tendenze; nel suo caso la cosa da fare è smascherarlo come un diplomatico di infimo livello.
Finché le donne non saranno chiamate, non soltanto alla libera partecipazione alla vita politica generale, ma anche al servizio civico permanente o generale, non si potrà parlare non solo di socialismo, ma neanche di democrazia integrale e duratura.
Fino a quando gli uomini non avranno imparato a discernere, sotto qualunque frase, dichiarazione e promessa morale, religiosa, politica e sociale, gli interessi di queste o quelle classi, essi in politica saranno sempre, come sono sempre stati, vittime ingenue degli inganni e delle illusioni.
Fra un secolo tra i popoli civilizzati non ci sarà altra forma di governo [se non quella dell'URSS]. Tuttavia, credo che continuerà a sussistere, sotto le macerie delle attuali istituzioni, la gerarchia cattolica, perché in essa si effettua sistematicamente l'educazione di coloro i quali hanno il compito di guidare gli altri. Non nascerà alcun vescovo o papa, come finora è nato un principe, un re o un imperatore, perché per diventare un capo, una guida, nella Chiesa cattolica, è necessario aver già dato prova di capacità. È in questa saggia disposizione la grande forza morale del cattolicesimo, che da 2000 anni resiste a tutte le tempeste e rimarrà invincibile anche in futuro.
I giacobini nel 1793 erano i rappresentanti della classe più rivoluzionaria del XVIII secolo, degli strati poveri della città e della campagna. Contro questa classe che aveva già fatto giustizia nei fatti e (non a parole) del suo monarca, dei suoi grandi proprietari fondiari, della sua borghesia moderata con i mezzi più rivoluzionari, compresa la ghigliottina, contro questa classe veramente rivoluzionaria del XVIII secolo fecero guerra i nemici coalizzati dell'Europa.
I giacobini del 1793 sono entrati nella storia come un grande esempio di lotta veramente rivoluzionaria contro la classe degli sfruttatori da parte della classe dei lavoratori e degli oppressi, impadronitasi di tutto il potere statale.
I riformisti cercano, mediante elemosine, di dividere e ingannare gli operai, di distoglierli dalla lotta di classe.
I tribunali devono non già abolire il terrore – una simile promessa sarebbe illusoria, – bensì, all'opposto, sancire il terrore in linea di principio, in modo chiaro e netto, senza ipocrisie e senza orpelli. Bisogna che le formulazioni del principio del terrore siano il più possibile ampie, giacché soltanto la legalità e la coscienza rivoluzionarie fisseranno le condizioni in maniera più o meno ampia, della sua applicazione.
Il capo dell'opportunismo, Bernstein, si è già guadagnato una triste celebrità accusando il marxismo di blaquismo, e gli opportunisti attuali che gridano al blanquismo, in sostanza non rinnovano e non «arricchiscono» affatto le già povere «idee» di Bernstein.
Il governo degli operai e dei contadini, sorto dalla rivoluzione del 24 e del 25 ottobre e che si appoggia sui Soviet dei delegati degli operai, dei soldati e dei contadini, propone a tutti i popoli belligeranti e ai loro governi di cominciare immediatamente le trattative per una pace giusta e democratica. Il governo intende per pace giusta e democratica... la pace immediata senza annessioni, cioè senza conquista di territori stranieri, senza annessioni forzate di altre nazionalità, e senza contribuzioni.
Il marxismo ha aperto la via a uno studio universale, completo, del processo di origine, di sviluppo e di decadenza delle formazioni economico-sociali, considerando l'insieme di tutte le tendenze contraddittorie, riconducendole alle condizioni esattamente determinabili di vita e di produzione delle varie classi della società, eliminando il soggettivo e l'arbitrario nella scelta di singole idee direttive o nella loro interpretazione, scoprendo nella condizione delle forze materiali di produzione le radici di tutte le idee e di tutte le varie tendenze senza eccezione alcuna.
Il marxista si pone sul terreno della lotta di classe, e non su quello della pace sociale. In certi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa fino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxista ha il dovere di porsi sul terreno della guerra civile. Ogni sua condanna morale è assolutamente inammissibile per il marxismo.
[...] il partito laburista è un partito interamente borghese, perché, sebbene sia composto di operai, è diretto da reazionari, e, per giunta, dai peggiori reazionari, che operano assolutamente nello spirito della borghesia, che esiste solo per ingannare metodicamente gli operai con l'aiuto degli Scheidemann e dei Noske inglesi.
Il riformismo è l'inganno borghese degli operai che, nonostante i parziali miglioramenti, restano sempre schiavi salariati finché esiste il dominio del capitale.
[...] il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalistico di Stato. O, in altre parole: il socialismo non è altro che il monopolio capitalistico di Stato messo al servizio di tutto il popolo e che, in quanto tale, ha cessato di essere monopolio capitalistico.
Il socialsciovinismo consiste nel sostenere l'idea della «difesa della patria» nella guerra attuale . Da questa idea deriva, inoltre, la rinuncia alla lotta di classe in tempo di guerra, l'approvazione dei crediti di guerra, ecc. In realtà, i socialsciovinisti conducono una politica borghese antiproletaria, perché in realtà essi sostengono non la «difesa della patria» nel senso di una lotta contro l'oppressione straniera, ma il «diritto» di determinate «grandi» potenze a depredare colonie e opprimere popoli stranieri. I socialsciovinisti rinnovano ai danni del popolo l'inganno borghese, come se la guerra si facesse per la libertà e per l'esistenza delle nazioni, e passano così dalla parte della borghesia contro il proletariato. Sono da annoverare tra i socialsciovinisti sia coloro che giustificano e mettono in buona luce i governi e la borghesia di uno dei gruppi di potenze belligeranti, sia coloro che, come Kautsky, riconoscono ai socialisti di tutte le potenze belligeranti lo stesso diritto di «difendere della patria». Il socialsciovinismo, rappresentando in realtà la difesa dei privilegi, del predominio, dei saccheggi, delle violenze della «propria» (o in generale di qualsiasi) borghesia imperialista, costituisce il completo tradimento tutte le convinzioni socialiste e delle decisione del Congresso socialista internazionale di Basilea.
In qualsiasi paese capiti l'operaio cosciente, in qualsiasi parte lo spinga il destino, per quanto straniero egli possa sentirsi, senza la propria lingua, senza amici, lontano dalla patria, egli può trovarsi amici e compagni al canto famigliare dellInternazionale.
Gli operai di tutti i paesi hanno ripreso il canto del poeta proletario, combattente nella loro avanguardia, e ne hanno fatto l'inno proletario mondiale.
E gli operai di tutto i paesi rendono oggi onore a Eugène Pottier. Sua moglie e sua figlia vivono oggi in povertà, come visse per tutta la sua vita l'autore dellInternazionale. [...] Pottier era nato da famiglia povera e per tutta la vita restò un povero, un proletario, guadagnandosi il pane come operaio spedizioniere e poi come disegnatore di stoffe.
In tutto il mondo capitalistico la libertà di stampa è la libertà di comprare i giornali, di comprare gli scrittori, di corrompere, di comprare e di fabbricare «l'opinione pubblica» a favore della borghesia. [...] La borghesia (in tutto il mondo) è ancora più forte di noi, e di molte volte. Darle in più un'arma come la libertà di organizzazione politica ( = libertà di stampa, poiché la stampa è il centro e la base dell'organizzazione politica), significa facilitare il compito al nemico, aiutare il nemico di classe.
Non vogliamo suicidarci, e quindi non lo faremo.
Vediamo chiaramente questo fatto: la «libertà di stampa» significa in realtà l'acquisto immediato da parte della borghesia internazionale di centinaia e di migliaia di scrittori cadetti, socialisti-rivoluzionari e menscevichi contro di noi e l'organizzazione della loro propaganda, della loro lotta contro di noi.
È un fatto. «Essi» sono più ricchi di noi e compreranno una «forza» dieci volte maggiore della forza di cui disponiamo noi.
In una guerra effettivamente nazionale, le parole "difesa della patria" non sono affatto un inganno, e noi non siamo contrari a questa guerra.
L'8 novembre 1887 gli operai parigini accompagnarono al cimitero del Père-Lachaise, dove sono sepolti i comunardi fucilati, la bara di Eugène Pottier. La polizia provocò dei tumulti, strappando la bandiera rossa. Una folla enorme partecipò ai funerali civili. Da tutte le parti si levava il grido: «Viva Pottier!»
Pottier morì in miseria. Ma lasciava dietro di sé un monumento veramente imperituro. Egli fu uno dei più grandi propagandisti per mezzo della canzone. Quando egli compose la sua prima canzone, gli operai socialisti si contavano, tutt'al più, a decine. Oggi lo storico inno di Eugène Pottier è conosciuto da decine di milioni di proletari...
L'antisemitismo è il socialismo degli imbecilli.
L'imperialismo è il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l'esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell'intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici.
L'ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico preso separatamente.
L'ora della rivoluzione differisce dalle ore abituali, comuni, dalle ore che preparano la storia, appunto perché lo stato d'animo, l'effervescenza, la convinzione delle masse devono tradursi e si traducono in azione.
La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l'altra mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione borghese e di indebolimento degli operai. L'esperienza di tutti i paesi dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito con l'essere gabbati.
La concezione del mondo degli anarchici è la concezione borghese capovolta. Le loro teorie individualistiche, il loro ideale individualistico sono diametralmente opposti al socialismo. [...] La loro tattica, che si riduce alla negazione della lotta politica, divide i proletari e in realtà li trasforma in compartecipi passivi di questa o quella politica borghese, poiché un'effettiva astensione dalla politica è per i lavoratori impossibile e irrealizzabile.
La disperazione è caratteristica di coloro che non comprendono le cause del male, non vedono vie d'uscita e non sono in grado di combattere.
La dittatura del proletariato, se si traduce quest'espressione latina, scientifica, storico-filosofica, in un linguaggio più semplice, ecco che cosa significa: solo una classe determinata, e precisamente gli operai delle città e, in generale, gli operai di fabbrica e di officina, gli operai industriali, sono in grado di dirigere tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati nella lotta per abbattere il giogo del capitale, di dirigerli nel corso del suo abbattimento, nella lotta per mantenere e consolidare la vittoria, nella creazione di un nuovo regime sociale, di un regime socialista, in tutta la lotta per la soppressione completa delle classi.
La dittatura del proletariato è la forma particolare dell'alleanza di classe tra il proletariato, avanguardia dei lavoratori, e i numerosi strati non proletari di lavoratori (piccola borghesia, piccoli proprietari, contadini, intellettuali, ecc.), o la maggioranza di essi, alleanza diretta contro il capitale, alleanza che ha per scopo il rovesciamento completo del capitale, lo schiacciamento completo della resistenza della borghesia e dei suoi tentativi di restaurazione, alleanza che ha per scopo l'instaurazione e il consolidamento definitivi del socialismo.
La matematica può esplorare la quarta dimensione e il mondo di ciò che è possibile, ma lo zar può essere rovesciato solo nella terza dimensione.
La più democratica delle repubbliche borghesi non è mai stata altro, e non poteva essere altro, che una macchina per l'oppressione capitalistica dei lavoratori, uno strumento del potere politico del capitale, la dittatura della borghesia. La repubblica democratica borghese prometteva il potere alla maggioranza, proclamava il potere della maggioranza, ma non ha mai potuto attuarlo, data l'esistenza della proprietà privata della terra e dei degli altri mezzi di produzione.
La «libertà» nella repubblica democratica borghese era, di fatto, la libertà per i ricchi.
La potenza del capitale è tutto, la Borsa è tutto, mentre il parlamento, le elezioni, sono un gioco di marionette, di pupazzi...
La rivista dei milionari inglesi [...] segue una linea assai istruttiva nei confronti della guerra. I rappresentanti del capitale avanzato del più vecchio e più ricco paese capitalistico piangono amaramente sulla guerra ed esprimono incessantemente voti di pace. [...] è per la pace proprio perché teme la rivoluzione.
La rivoluzione è la festa degli oppressi e degli sfruttati.
La sporca campagna di Trotski contro la Pravda è una massa di bugie e calunnie... Questo intrigante e liquidatore continua a mentire a destra e a manca.
La vittoria apparterrà solo a coloro che hanno fede nel popolo, quelli che sono immersi nella primavera della creatività popolare.
Le radici della religione moderna affondano nell'oppressione sociale delle masse lavoratrici.
Ma in realtà l'esperienza dimostra che basta possedere il quaranta per cento di tutte le azioni per dominare l'andamento degli affari di una società per azioni, giacché una parte dei piccoli azionisti, disseminati qua e là, non ha la possibilità di intervenire alle assemblee generali, ecc.
Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell'imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente.
Nello stesso modo che una svolta nella vita di un qualunque individuo è, per lui, piena di ammaestramenti e gli fa vivere e sentire molte cose, così la rivoluzione dà in poco tempo a tutto il popolo gli insegnamenti più sostanziali e preziosi.
Nessuna ricchezza può recare vantaggio ai capitalisti se non trovano degli operai disposti ad applicare il loro lavoro agli strumenti e ai materiali che essi posseggono e a produrre nuove ricchezze. Quando gli operai sono isolati gli uni dagli altri di fronte ai padroni, rimangono degli autentici schiavi e lavorano eternamente per un tozzo di pane per conto di un uomo a loro estraneo, rimangono eternamente dei salariati docili e muti. Ma quando gli operai proclamano insieme le loro rivendicazioni e rifiutano di sottomettersi a colui che ha il portafoglio gonfio, allora essi cessano di essere degli schiavi, diventano degli uomini, cominciano ad esigere che il loro lavoro non serva soltanto ad arricchire un pugno di parassiti, ma dia la possibilità a coloro che lavorano di vivere da uomini.
Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù [...], un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza.
Non c'è altra via verso il socialismo se non attraverso la democrazia, attraverso la libertà politica.
Non è di slanci isterici che abbiamo bisogno, ma dei passi misurati dei ferrei battaglioni del proletariato.
Non è serio, in politica, contare sulle convinzioni, la devozione e le belle qualità dell'anima.
Non è tutt'oro quel che riluce. Le frasi di Trotsky sono molto luccicanti e sonore, ma non hanno contenuto.
Non giocare mai con l'insurrezione. Ma quando la si inizia, mettersi bene in testa che bisogna andare sino in fondo.
Non siamo pacifisti. Siamo avversari della guerra imperialista per la spartizione del bottino fra i capitalisti, ma abbiamo sempre affermato che sarebbe assurdo che il proletariato rivoluzionario ripudiasse le guerre rivoluzionarie che possono essere necessarie nell'interesse del socialismo.
Non urlate tanto sul cinismo! Il cinismo non sta nelle parole che descrivono la realtà ma nella realtà stessa.
Paul Levi vuole conquistarsi le simpatie della borghesia – e, conseguentemente, dei suoi agenti, la Seconda Internazionale e l'Internazionale due e mezzo – pubblicando proprio le opere di Rosa Luxemburg in cui ella aveva torto. A ciò noi rispondiamo citando poche righe di una vecchia favola russa: a volte un'aquila può volare più in basso di una gallina, ma una gallina non può mai salire tanto in alto quanto un'aquila. Rosa Luxemburg errò nella questione dell'indipendenza polacca; errò nel 1903 nel valutare il menscevismo; errò nella teoria dell'accumulazione del capitale; errò quando nel luglio 1914 si batté con Plechanov, Vandervelde, Kautsky e altri per l'unificazione dei bolscevichi con i menscevichi; errò nei suoi scritti dal carcere nel 1918 (anche se in gran parte ella stessa corresse i propri errori dopo essere uscita dal carcere, alla fine del 1918 e al principio del 1919). Ma nonostante tutti questi errori era e rimane un'aquila: e non solo la sua memoria rimarrà sempre cara ai comunisti del mondo intero, ma anche la sua biografia e l'edizione integrale delle sue opere [...] costituiranno una lezione molto utile nell'educazione di molte generazioni di comunisti del mondo intero.
Per fare una frittata bisogna rompere delle uova.
Quando avremo vinto alla scala mondiale, con l'oro si faranno gli orinatoi delle grandi città.
Quanto più forte è l'influenza dei riformisti sugli operai, tanto più impotenti questi sono, tanto più dipendono dalla borghesia, tanto più per questa è facile ridurre a nulla, con diversi sotterfugi, le riforme. Quanto più il movimento operaio è autonomo, profondo, largo di prospettive, quanto più esso è libero dalla grettezza del riformismo, tanto meglio gli operai riusciranno a consolidare e a utilizzare singoli miglioramenti.
Se non si adotta in Russia una base tecnica superiore a quella del passato, non si può neanche parlare di sviluppo dell'economia nazionale e di comunismo. Il comunismo è il potere sovietico più l'elettrificazione di tutto il paese, perché senza elettrificazione è impossibile sviluppare l'industria.
Senza annessioni né indennità.
soffoca la libertà degli sfruttatori e dei loro accoliti, strappa loro la «libertà» di sfruttare, la «libertà» di speculare sulla fame, la «libertà» di lottare per la restaurazione del potere del capitale, la «libertà» di un'intesa con la borghesia straniera contro gli operai e i contadini del loro paese.
I Kautsky difendano pure una simile libertà. Per farlo bisogna essere un rinnegato del marxismo, un rinnegato del socialismo.
Soltanto dei mascalzoni o dei semplicioni possono credere che il proletariato debba prima conquistare la maggioranza alle elezioni effettuate sotto il giogo della borghesia, sotto il giogo della schiavitù salariata, e poi conquistare il potere. È il colmo della stupidità o dell'ipocrisia; ciò vuol dire sostituire alla lotta di classe e alla rivoluzione le elezioni fatte sotto il vecchio regime, sotto il vecchio potere.
Trotski non ha mai avuto un'opinione ferma su nessuna questione importante del marxismo. Riesce sempre a inserirsi nelle fessure di una determinata divergenza di opinioni e ad abbandonare una parte per l'altra. In questo momento è in compagnia dei bundisti e dei liquidatori. E questi signori non fanno le cerimonie quando si tratta del Partito.
Trotski si comporta come uno spregevole carrierista e fazionalista del tipo Ryazanov-and-co. O l'uguaglianza nel comitato di redazione, la subordinazione al comitato centrale e il trasferimento a Parigi di nessuno, tranne di Trotski (il furfante, vuole "sistemare" l'intera banda di furfanti della "Pravda" a nostre spese!) - o una rottura con questo imbroglione e una sua denuncia al CO. Egli si impegna a parole per il Partito e si comporta peggio di tutti gli altri fazionari.
Tutta l'esperienza della storia moderna e, in particolare, la lotta rivoluzionaria del proletariato di tutti i paesi, sviluppatasi per più di cinquant'anni, dopo la pubblicazione del Manifesto comunista, dimostrano inconfutabilmente che la concezione marxista del mondo è la sola espressione giusta degli interessi, delle opinioni e della cultura del proletariato rivoluzionario.
Un prete cattolico che violenti fanciulle... è molto meno pericoloso per la democrazia di un prete senza abiti sacri, un prete senza religione grossolana, un prete ideale e democratico che predica la creazione di un nuovo Dio. Poiché smascherare il primo prete è facile, non è difficile condannarlo e scacciarlo – ma il secondo non si lascia scacciare così semplicemente; è mille volte più difficile smascherarlo, e nessun piccolo borghese " Fragile e incostante" si dichiarerà disposto a condannarlo.
Uno schiavo che non ha coscienza di essere schiavo e che non fa nulla per liberarsi, è veramente uno schiavo. Ma uno schiavo che ha coscienza di essere schiavo e che lotta per liberarsi già non è più schiavo, ma uomo libero.
Citazioni di Lenin – Attribuite
Ci sono decenni in cui non succede nulla e ci sono settimane in cui sembrano passati decenni.
In Italia, compagni, c'era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini. Ebbene, voi lo avete perduto e non siete capaci di ricuperarlo!
L'unico rivoluzionario in Italia.
Ogni cuoco deve imparare a governare lo stato.
Tutto ciò che è utile alla rivoluzione è morale.
Frasi da «Che fare?»
La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell'industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati. L'impiego che oggi si fa dell'espressione «libertà di critica» implica lo stesso falso sostanziale. (cap. 1, §a; in Opere complete, vol. V, Riuniti, Roma, 1958, p. 327)
Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una «terza» ideologia e, d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Perciò ogni diminuzione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese.
È molto più difficile impadronirsi di una decina di teste forti che non di un centinaio di imbecilli.
In un'organizzazione numerosa una stretta clandestinità è impossibile. Come conciliare la necessità di avere molti iscritti e insieme una severa clandestinità?[...]Con la legalizzazione noi non possiamo risolvere il problema di creare un'organizzazione professionale che sia la meno clandestina e la più larga possibile. A noi resta la via delle organizzazioni professionali segrete e dobbiamo aiutare con tutte le nostre forze gli operai che già si mettono su questa strada. Le organizzazioni professionali possono essere utilissime non solo per sviluppare e consolidare la lotta economica, ma offrono inoltre un aiuto prezioso per l'agitazione politica e per l'organizzazione rivoluzionaria. (pp. 168, 170)
L'organizzazione degli operai deve innanzitutto essere professionale, poi essere la più vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile. Al contrario, l'organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini la cui azione sia rivoluzionaria. [...] Per questa caratteristica comune ai membri dell'organizzazione nessuna distinzione deve assolutamente esistere fra operai e intellettuali, e a maggior ragione nessuna distinzione sulla base di mestiere. Tale organizzazione necessariamente non deve essere molto estesa e deve essere quanto più clandestina è possibile. (p. 166 )
Nei paesi politicamente liberi la differenza fra l'organizzazione tradunionista e l'organizzazione politica è evidente, come è evidente la differenza fra i sindacati e la socialdemocrazia. [...] Le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere organizzazioni tradunioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile sostenerle e lavorarvi attivamente. (pp. 166, 167)
Se per un socialdemocratico il concetto di "lotta politica"coincide con il concetto di "lotta economica contro i padroni e contro il governo", è naturale che per lui "l'organizzazione dei rivoluzionari" coincida più o meno con "l'organizzazione degli operai". E ciò effettivamente accade agli economisti, sicché, discutendo con costoro sull'organizzazione parliamo letteralmente due linguaggi diversi. [...] La lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Perimenti (e per questa ragione) l'organizzazione di un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall'organizzazione degli operai per la lotta economica. ("Che fare, problemi scottanti del nostro movimento"V. Lenin, Che fare, problemi scottanti del nostro movimento, Stoccarda, Marzo 1901.
Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario.
Frasi da «Stato e rivoluzione»
Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l'odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale "trattamento". (cap. I, 1)
Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. (cap. I, 1)
La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito [...] di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo. (cap. I, 3)
Noi siamo per la repubblica democratica, in quanto essa è, in regime capitalista, la forma migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il diritto di dimenticare che la sorte riservata al popolo, anche nella più democratica delle repubbliche borghesi, è la schiavitù salariata. (cap. I, 3)
Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. (cap. II, 3)
In realtà, questo periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un'asprezza inaudita, un periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo (contro la borghesia). (cap. II, 3)
In Marx non v'è un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una società "nuova". No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che sorge dall'antica, le forme di transizione tra l'una e l'altra. Egli si basa sui fatti, sull'esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. (cap. III, 3)
Il proletariato ha bisogno dello Stato solo per un certo periodo di tempo. Quanto all'abolizione dello Stato, come fine, noi non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici. Affermiamo che per raggiungere questo fine è indispensabile utilizzare temporaneamente, contro gli sfruttatori, gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere statale, così com'è indispensabile, per sopprimere le classi, stabilire la dittatura temporanea della classe oppressa. (cap. IV, 2)
[...] aspirando al socialismo, abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una parte della popolazione a un'altra, perché gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale senza violenza e senza sottomissione. (cap. IV, 6)
La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza alla maggioranza, cioè l'organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da una classe contro un'altra, da una parte della popolazione contro l'altra. (cap. IV, 6)
Lo sviluppo progressivo, cioè l'evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del proletariato e non può avvenire altrimenti, poiché non v'è nessun'altra classe e nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori. (cap. V, 2)
La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé. (cap. V, 2)
Lo speciale apparato, la macchina speciale di repressione, lo "Stato", è ancora necessario, ma è già uno Stato transitorio, non più lo Stato propriamente detto, perché la repressione di una minoranza di sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi salariati di ieri è cosa relativamente così facile, semplice e naturale, che costerà molto meno sangue di quello che è costata la repressione delle rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati, costerà molto meno caro all'umanità. (cap. V, 2)
Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio: "Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni", cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch'essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. (cap. V, 4)
Frasi da «La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky»
Kautsky prende del marxismo ciò che è accettabile per i liberali, per la borghesia (la critica del Medioevo, la funzione storica progressiva del capitalismo in generale e della democrazia capitalistica in particolare), e getta a mare, tace e nasconde tutto ciò che del marxismo è inaccettabile per la borghesia (la violenza rivoluzionaria del proletariato contro la borghesia per l'annientamento di quest'ultima). Ecco perché, per la sua posizione oggettiva, qualunque possa essere la sua convinzione soggettiva, Kautsky è inevitabilmente un lacchè della borghesia.
La dittatura è un potere che poggia direttamente sulla violenza e non è vincolato da nessuna legge.
La dittatura rivoluzionaria del proletariato è un potere conquistato e sostenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia, un potere non vincolato da nessuna legge.
La democrazia borghese, benché sia stata un grande progresso storico in confronto al Medioevo, rimane sempre — e sotto il capitalismo non può non rimanere — limitata, monca, falsa, ipocrita, un paradiso per i ricchi, una trappola e un inganno per gli sfruttati, i poveri. Questa verità, che costituisce la parte essenziale della dottrina di Marx, non è stata capita dal «marxista» Kautsky.
Scheda del libro «La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky»
Frasi da «L'estremismo, malattia infantile del comunismo»
Il capitalismo lascia inevitabilmente in eredità al socialismo, da un lato, le vecchie distinzioni professionali e corporative tra gli operai, distinzioni che si sono stabilite attraverso i secoli, i sindacati, che possono svilupparsi e si svilupperanno solo con molta lentezza, nel corso di vari anni, in sindacati di produzione (che abbraccia interi rami di produzione e non soltanto una corporazione, un mestiere, una professione), più larghi e meno corporativi. In seguito, attraverso questi sindacati di produzione, si passerà alla soppressione della divisione del lavoro tra gli uomini, all'educazione, preparazione, istruzione, di uomini sviluppati e preparati in tutti i sensi, di uomini che sapranno fare tutto. A ciò tende il comunismo, a questo deve tendere e arriverà, ma solo dopo un lungo periodo di anni. Tentare oggi anticipare praticamente questo futuro risultato del comunismo pienamente sviluppato, pienamente consolidato, pienamente dispiegato e maturo è come voler insegnare la matematica superiore ad un bambino di quattro anni. (p. 40)
Partecipare ai parlamenti borghesi? I comunisti tedeschi «di sinistra», con il massimo disprezzo e con la massima leggerezza, rispondono negativamente a questa domanda. I loro argomenti? [...] «Bisogna respingere con la massima energia... qualsiasi ritorno alle forme di lotta del parlamentarismo, che sono storicamente e politicamente superate...»
Ciò è detto in modo pretestuoso fino al ridicolo ed è manifestamente falso. «Ritorno» al parlamentarismo! Forse esiste già in Germania la repubblica dei soviet? Non sembra! Come si può parlare allora di «ritorno»? Non è questa una frase vuota?
Il parlamentarismo è «storicamente superato». Questo è vero sul piano della propaganda. Ma ognuno sa che da questo al superamento pratico c'è ancora molta distanza. [...] È chiaro che in Germania il parlamentarismo non è ancora politicamente superato. È chiaro che i «sinistri» in Germania, hanno scambiato il loro desiderio, la loro posizione ideale e politica, per una realtà oggettiva. Questo è l'errore più pericoloso per dei rivoluzionari. (pp. 46-48)
[...] il compagno Bordiga e i suoi amici «di sinistra» dalla loro giusta critica nei confronti di Turati e soci traggono la falsa conclusione che, in genere, ogni partecipazione al parlamento sia dannosa.
I «sinistri» italiani non possono addurre neanche un argomento serio a sostegno di tale opinione. (p. 104)
Con il potere sovietico, un numero molto più altro di intellettuali borghesi si intrufolerà nel vostro e nel nostro partito proletario. Costoro si infiltreranno nei soviet, nei tribunali, nell'amministrazione, perché il comunismo non si può costruire in altro modo se non con il materiale umano del capitalismo, perché non si possono mettere al bando ed eliminare gli intellettuali borghesi, e bisogna vincerli, rifarli, trasformarli, rieducarli, [...] (p. 106)
Scheda del libro «L'estremismo, malattia infantile del comunismo»
Lettera al Congresso
In primo luogo propongo di elevare il numero dei membri del CC portandolo ad alcune decine o anche un centinaio. [...] penso che ciò sia necessario per elevare l'autorità del CC, e per evitare conflitti che piccoli gruppi del CC possano avere una importanza troppo sproporzionata per le sorti di tutto il partito. [...] Una tale riforma aumenterebbe notevolmente la solidità del nostro partito e faciliterebbe la lotta che esso deve condurre in mezzo a Stati nemici e che, a mio parere, potrà e dovrà acuirsi fortemente nei prossimi anni. Io penso che la stabilità del nostro partito guadagnerebbe enormemente da tale provvedimento. (23 dicembre 1922; pp. 427 sg.)
Il nostro partito si fonda due classi, e sarebbe perciò possibile la sua instabilità, e inevitabile il suo crollo, se tra queste due classi non potesse sussistere un'intesa. In questo caso sarebbe inutile prendere questi o quei provvedimenti e in generale discutere della stabilità del nostro CC. [...] Io penso che, da questo punto di vista, fondamentali per la questione della stabilità siano certi membri del CC come Stalin e Trotski. I rapporti tra loro, secondo me, rappresentano una buona metà del pericolo di quella scissione, che potrebbe essere evitata e ad evitare la quale, a mio parere, dovrebbe servire l'aumento del numero dei membri del CC a 50 a 100 persone. (24 dicembre 1922; p. 428)
Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e non sono sicuro che egli sappia servirsene con sufficiente prudenza. D'altro canto il compagno Trotski [...] si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell'attuale CC, ma ha anche una eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi. (24 dicembre 1922; p. 429)
Non continuerò a caratterizzare gli altri membri del CC secondo le loro qualità personali. Ricordo soltanto l'episodio di cui sono stati protagonisti nell'ottobre Zinoviev e Kamenev non fu certamente casuale, ma d'altra parte non glielo si può ascrivere personalmente a colpa, così come il non bolscevismo a Trotski. (24 dicembre 1922; p. 429)
Bukharin non è soltanto un validissimo e importantissimo teorico del partito, ma è considerato anche, giustamente, il prediletto di tutto il partito, ma le sue concezioni teoriche con grandissima perplessità possono essere considerate pienamente marxiste, poiché in lui vi è qualcosa di scolastico (egli non ha mai appreso, e penso, mai compreso pienamente la dialettica). (24 dicembre 1922; p. 429)
Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell'ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare al suo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell'impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotski, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un'importanza decisiva. (4 gennaio 1923; p. 430)
Dicono di Lenin
Ad onta della sua conclamata ortodossia, Lenin non era affatto un marxista ortodosso: potremmo addirittura dire che per quanto riguarda i lineamenti teorici essenziali non era nemmeno un marxista. Si servì spesso della metodologia di Marx e sfruttò la dialettica per giustificare le conclusioni che aveva già raggiunto con l'intuizione, ma ignorò il punto centrale dell'ideologia di Marx, quello relativo all'inevitabilità storica della rivoluzione. Lenin non credeva nel determinismo, bensì nell'importanza decisiva della volontà umana, di una in particolare: la sua.
Al di fuori della Russia Lenin e Engels non sono ovviamente dei pensatori scientifici apprezzati e non potrebbe interessare a nessuno confutarli come tali. Può darsi che lo stesso sia in Russia, ma lì nessuno si azzarda a dirlo.
Al tempo della guerra mondiale / in una cella del carcere italiano di San Carlo / pieno di soldati arrestati, di ubriachi e di ladri, / un soldato socialista incise sul muro col lapis copiativo: / viva Lenin! / Su, in alto, nella cella semibuia, appena visibile, ma / scritto in maiuscole enormi. / Quando i secondini videro, mandarono un imbianchino con un secchio di calce / e quello, con un lungo pennello, imbiancò la scritta minacciosa. / Ma siccome, con la sua calce, aveva seguito soltanto i caratteri / ora c'è scritto nella cella, in bianco: / viva Lenin! / Soltanto un secondo imbianchino coprì il tutto con più largo pennello / sì che per lunghe ore non si vide più nulla. Ma al mattino, / quando la calce fu asciutta, ricomparve la scritta: / viva Lenin! / Allora i secondini mandarono contro la scritta un muratore armato di coltello. / E quello raschiò una lettera dopo l'altra, per un'ora buona. / E quand'ebbe finito, c'era nella cella, ormai senza colore / ma incisa a fondo nel muro, la scritta invincibile: / viva Lenin! / E ora levate il muro! Disse il soldato.
Allora con modesto / vestito e berretto operaio, / entrò il vento, / entrò il vento del popolo. / Era Lenin. / Cambiò la terra, l'uomo, la vita. / L'aria libera rivoluzionaria / scompigliò le carte / disonorate. Nacque una patria / che non ha smesso di crescere. / È grande come il mondo, ma entra / fin nel cuore del più / piccolo / lavoratore di fabbrica o di ufficio, / di agricoltura o imbarcazione. / Era l'Unione Sovietica.
Che Lenin avrebbe attaccato con violenza la revisione del pensiero di Marx operata da Bernstein era ovvio; è evidente, tuttavia, che non lo fece perché pensava che Bernstein avesse torto, bensì perché temeva che Bernstein potesse avere ragione.
Ci sono mille idee che nascono dalla storia dei tempi, da Spartaco alla Comune di Parigi, ancora prima a Thomas Müntzer, agli anabattisti. Hanno tutti perso. Ad un certo punto il modello di partito leninista, che racchiude in sé, nella pratica e nella teoria, il massimo della democrazia possibile, il centralismo democratico, e la massima efficacia possibile, l'unità esterna nei confronti dell'avversario, del nemico, è riuscito a cambiare il mondo. Quell'uomo è riuscito a costruire uno Stato che è diventato la seconda potenza del mondo, che per un secolo intero ha cambiato il mondo.
Dal marxismo Lenin prese il materialismo dogmatico, l'etica del relativismo di classe, e gli elementi dell'autoritarismo rivoluzionario (la «dittatura del proletariato») mentre ne trascurava le caratteristiche evolutive, come quelle democratiche. Nella composizione che ne risultò, i germi del totalitarismo si potevano trovare in abbondanza.
Di chi era quel nome: Lenin? Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice. Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.
"È arrivato Lenin, adesso sì che si incomincia!" "Qualcosa succederà; è arrivato Lenin!" "Leninista" – ecco che cosa adesso rappresenta la tormenta e la paura – bolscevico.
Forse Lenin ebbe una buona idea quando adottò la nuova politica economica.
In confronto a Lenin, Stalin era solo un agnello.
In vita, Lenin non fu mai circondato da culti di sorta. Modesto, per niente presuntuoso e soprattutto sobriamente fedele ai suoi ideali, non permise mai che i suoi seguaci gli creassero intorno le nebbie di una leggenda. [...] Fu necessario che Lenin morisse perché potesse nascere il culto di Lenin.
L'immagine che si voleva tramandare ai posteri, presentava Lenin come un pensatore pulito, saggio, buono. Gli otto volumi inediti ne rimandano un'immagine ben diversa. Si scopre un Lenin estremamente cinico, indifferente alla vita umana, anche quando si tratta di mandare allo sbaraglio migliaia di persone. In parte questi documenti rispondono all'antico dilemma: fu Lenin a cominciare lo stalinismo, o fu Stalin, contravvenendo agli ordini del capo malato, a girare la ruota della storia verso il terrore? Gli storici che si occupano del problema, essi stessi, talvolta si scontrano con prove che forse avrebbero preferito non trovare. È sempre difficile dire addio ai propri miti, anche quando si considerano ormai superati e sbagliati.
L'ultracentralismo raccomandato da Lenin ci sembra pervaso in tutto il suo essere non dallo spirito positivo e creatore ma dallo spirito sterile del guardiano notturno. La sua concezione è fondamentalmente diretta a controllare l'attività di partito e non a fecondarla, a restringere il movimento e non a svilupparlo, a soffocarlo e non a unificarlo.
La figura di Lenin è un gigante nella storia e le sue idee luminose rappresentano il patrimonio comune dei combattenti rivoluzionari in tutti gli angoli della terra.
La grandezza storica di Lenin non va ricercata in un'originalità di pensiero creatore, ma nella sua incomparabile capacità di trasformare un sistema di idee filosofiche ed economiche già esistente in un programma di azione militante. [...] L'uomo Lenin è inevitabilmente fuso col sistema a cui dette vita [...]. Egli fu la dottrina incarnata del marxismo militante, il verbo rivoluzionario fatto carne.
Lenin — ed era quel po' po' di colosso che tutti conosciamo — in quella fatale notte del novembre 1917, quando salì al potere, dopo una giornata terribile ed emozionante, dormì in un camerino dell'istituto Smolny, quartiere generale del partito bolscevico, insieme a Trotzki sopra un mucchio di tappeti e di cuscini. Dopo un sonno breve, profondo, agitato, si svegliò e la prima frase che disse a Trotzki sapete quale fu? «Sono al potere; questa idea mi dà le vertigini!»
Lenin era nel giusto, ma la rivoluzione durò troppo, con le stesse persone, e arrivò Stalin. Io combatto perché questo non accada nel mio Paese.
Lenin ha sempre sviluppato i suoi concetti sotto l'impulso di problemi pratici. Ripercorrere l'elaborazione di questi suoi concetti significa perciò ripercorrere un pezzo di storia del movimento sociale russo.
Lenin è stato sfortunato. È nato cent'anni troppo presto.
Lenin fu un capo indiscutibile del proletariato, dirigente, ricercatore, studioso, fondatore, che diede contributi importanti alla costruzione socialista.
Lenin / ricevette dagli zar / ragnatele e stracci. / Lenin lasciò una eredità / di patria libera e orgogliosa.
Lenin stesso, il più grande realista di tutti i rivoluzionari, soleva dire che non si poteva essere rivoluzionari se non si era un po' sognatori e non si aveva una vena di romanticismo.
Marx e Lenin costituiscono precisamente quelle due personalità umane che segneranno il passaggio dalla preistoria alla storia dell'umanità.
Nelle sue poche pagine su Domenikos Theotokopulos (El Greco e lo sguardo cretese) Nikos Kazantzakis nomina i quattro gradini della propria ascesa iniziatica: Cristo, Buddha, Lenin, Odisseo. Mi fece rabbrividire la presenza indicibilmente incongrua di Lenin, despota sanguinario e apostolo di una religione maledetta, capo di una setta di assassini. Lo vedeva come un angelo liberatore, anche se tutta la sua vita testimoniava il contrario. Il gradino Lenin non serve ad ascendere, ma ad inciampare e precipitare.
Nessun uomo impersona meglio di lui la trasformazione dell'impulso religioso in volontà di potenza: se fosse vissuto in un'epoca più antica sarebbe sicuramente diventato un capo religioso, o, poiché amava straordinariamente il coraggio, si sarebbe arruolato nelle schiere di Maometto. Ma forse il personaggio a cui più si avvicina è Giovanni Calvino: a lui lo accomuna la fiducia nella validità di una struttura organizzativa, l'abilità di crearla e dirigerla con fermezza, il puritanesimo, la profonda coscienza della propria superiorità, e soprattutto l'intolleranza.
Per Lenin, [...], il partito era un gruppo organizzato e disciplinato severamente, guidato da rivoluzionari di professione, pronti a combattere per l'ascesa al potere con ogni mezzo, e che consideravano l'appartenenza al partito come la forza determinante di tutta la loro esistenza.
Polemico con il tradizionalismo populista, Lenin affermava che le nuove forze sociali dovevano prendere la testa del processo di modernizzazione battendosi per la democrazia rappresentativa e le libertà politiche. Questa analisi sospinse l'economista Lenin a dedicarsi all'azione politica. E fu certamente questa analisi che fece maturare la sua teoria della guida socialista del movimento democratico in un paese contadino.
Proprio 100 anni dopo la grande rivoluzione d'ottobre le parole di Lenin sono ancora vive e attuali. [...] In questa strada rivoluzionaria camminiamo, con ottimismo e certezza che il futuro dell'umanità non è la barbarie ma il socialismo.
Racconta il Berdiaeff di un socialista democratico che gli disse di Lenin: «egli non fa differenza tra il bene e il male» (Au seuil de la nouvelle Époque, p. 40). Questo perché Lenin era tutto teso alla rivoluzione; e il resto gli pareva di poca importanza. Il male per lui sarebbe stato non gettarsi nella rivoluzione. Davanti al regno dei cieli Gesù provava un sentimento simile [...].
Rendo onore a Lenin come uomo che ha interamente sacrificato sé stesso e dedicato tutte le proprie energie alla realizzazione della giustizia sociale. Non considero i suoi metodi raccomandabili, ma una cosa è certa: uomini come lui sono i guardiani e i rinnovatori della coscienza dell'umanità.
Secondo il leader comunista russo la rivoluzione proletaria avrebbe dato inizio a un processo che, passando attraverso la fase della "dittatura del proletariato", avrebbe messo capo alla distruzione dello stato e del diritto: la società comunista infatti, la società senza classi, non avrebbe avuto più bisogno di strumenti che erano essenziali al dominio di una classe su un'altra. Sicché, in breve, la rivoluzione avrebbe posto fine allo stato.
Senza Rasputin non avremmo avuto Lenin.
Solo Lenin poteva condurre la Russia nella palude stregata; solo lui poteva trovare la via del ritorno.
Tra le cannonate e l'asfalto rosso Il'ič partirà, / andrà per il mondo, cercherà il suo amore: solidarietà.
Anche se un uomo aveva sbagliato, Lenin si sforzava di aiutarlo a ritrovare le giuste posizioni: prima neutralizzando le sue componenti negative e reinserendolo poi nella lotta attiva per l'edificazione del nuovo sistema socialista. Ma la lezione di Lenin fu dimenticata: entrati nell'epoca stalinista, ci lasciammo tutti terrorizzare dalla politica irrazionale di un uomo malato.
La nostra politica estera si basa sulla convinzione che il cammino indicatoci da Lenin è il cammino del futuro non solo per l'Unione Sovietica, ma per tutti i paesi ed i popoli del mondo.
Le caratteristiche di Lenin - un paziente lavoro sugli individui, un tenace e faticoso sforzo per educarli, la capacità di indurre gli altri a seguirlo senza ricorrere alla coercizione, ma piuttosto attraverso l'influenza ideologica esercitata su di essi da tutta la collettività - rimasero sempre del tutto estranee a Stalin.
Lenin fu così insieme un prodigioso tattico e un genio politico, inventore dei mezzi per trasformare un'utopia in uno Stato con pretese universali. Se avesse fallito nella sua impresa, se avesse finito i suoi giorni in esilio errando da una capitale europea all'altra, probabilmente figurerebbe nei libri di storia come un personaggio secondario del marxismo. Ma egli riuscì a trasformare il suo sogno in realtà, successo che non giustifica assolutamente le tragedie inerenti all'avventura leninista, e quindi occupa nella storia di questo secolo un posto di eccezione. Il più importante probabilmente per l'influenza esercitata. Si è allora tentati di concludere dicendo che, teorico mediocre, Lenin fu tuttavia un «inventore» politico eccezionale, l'unico del secolo in cui tutti i dittatori hanno seguito strade già percorse senza lasciare altra traccia della loro azione che la terra smossa delle tombe.
Per Lenin il progresso umano consisteva nel sottrarre la società (o gli individui) alla coscienza spontanea per indirizzarli progressivamente verso l'autentica coscienza.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026