Le frasi di «Caduta libera» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Caduta libera»
In Transnistria non si faceva che parlare della società occidentale, Stati Uniti ed Europa erano un esempio vivente di benessere economico e sociale, tutti volevano diventare occidentali, credendo che se portavano vestiti firmati, mangiavano dei fastfood e compravano macchine straniere, la democrazia sarebbe venuta da sola a stabilirsi nel nostro grande e bel Paese. Era come una malattia infettiva, una febbre di cui nessuno sapeva spiegare l'origine e la natura. (p. 9)
Non chiamatemi mai più «signor tenente maggiore», chiaro? D'ora in poi siete nei sabotatori, noi non abbiamo i gradi, solo i nomi, ricordatevelo. Quindi per voi io sono il «compagno Zabelin». (p. 25)
Io partivo avvantaggiato: oltre al tiro a segno nella sezione sportiva della mia città, dove regolarmente mi esercitavo, avevo alle spalle l'esperienza di caccia in Siberia con mio nonno Nikolaj. Quando andavo a trovare il nonno – anche se ero ancora un ragazzino – mio padre spesso mi permetteva di sparare con il suo Kalašnikov. (p. 27)
Il mio compito, insieme ad altri sei ragazzi, era di fare le pulizie e portare il cibo nei blocchi dov'erano rinchiusi i detenuti militari. Nessuno di loro era stabile mentalmente. Sembravano in stato catatonico: non rispondevano alle domande, si comportavano come animali, si spostavano rapidamente da una parte all'altra della cella e poi s'immobilizzavano non appena li guardavi, come se avessero paura di essere beccati mentre si muovevano. Vivevano seguendo gli ordini semplici dettati dal fischietto: mangiavano seduti nelle loro celle, poi marciavano nel cortile, prendevano le botte, subivano varie umiliazioni e torture da parte delle guardie e la sera dormivano, per poi svegliarsi il mattino dopo e ricominciare tutto da capo... Non potevano comunicare tra di loro, qualunque attività che li facesse pensare era vietata. Erano persone irrecuperabili, con traumi talmente forti che – come poi mi ha confermato una delle guardie – una volta usciti di prigione, non riuscivano più a reinserirsi nella società. Molti si suicidavano, qualcuno vagabondava per le strade, finché non arrivava l'inverno e il freddo li uccideva. (p. 31)
Noi sabotatori non avevamo un'uniforme tutta nostra, ci vestivamo in borghese, con gli abiti da casa: visto che ci sarebbe toccato eseguire i compiti dietro la linea del fronte, muovendoci nei territori sotto il controllo nemico, era fondamentale che non venissimo riconosciuti. (p. 31)
L'idea di buttarmi giù dall'aereo mi spaventava, e non avevo nessuna voglia di provare. La prima volta Zabelin mi ha costretto a lanciarmi trascinandomi con la forza fino alla porta laterale, finché sono caduto nel vuoto. Il paracadute si è aperto da solo: ho sentito come qualcosa di forte che mi strattonava le spalle e il mio collo ha fatto crack – un colpo di frusta, avrei scoperto poi – e dopo pochi secondi le mie gambe erano già a contatto con la terra. (p. 33)
Il colonnello in persona ha fatto partire una videocassetta: la prima immagine apparsa sullo schermo mostrava la bandiera della Federazione Russa, che orgogliosamente sventolava in mezzo al fumo e al fuoco, tutta piena di buchi e strappata in un angolo come se l'avessero smangiucchiata i topi. In quel preciso istante ho sentito che dentro di me era nato un urlo. Non potevo manifestare la mia disperazione, ma in silenzio urlavo con tutto il mio essere. Avevo capito immediatamente, subito, ero sicuro senza ombra di dubbio che ci avrebbero mandati in Cecenia. (p. 35)
Avrei scoperto presto che in quella guerra per praticità – e a ripensarci è una cosa molto vergognosa – venivano chiamati «arabi» tutti quanti i nemici: che fossero ceceni, musulmani, afghani, talebani, terroristi o combattenti di qualunque fede politica, la parola «arabi» era un modo per indicare il nemico. (p. 38)
Uffici non ne abbiamo, segretari neanche, quindi qui dentro ognuno fa il segretario per se stesso. Siamo sabotatori, una squadra mobile, oggi qui, domani lì... siamo indipendenti, capisci? (Mosca, p. 40)
Avrei scoperto presto che la base dei sabotatori non stava mai troppo a lungo nello stesso posto: venivamo spostati in continuazione, ci affiancavano di volta in volta ai reparti che avevano bisogno del nostro intervento. Negli intervalli tra un'operazione e l'altra dormivamo nel posto che chiamavamo «casa», cioè la caserma temporanea, dove le uniche cose che non mancavano mai erano le armi e le munizioni, sparse un po' dappertutto e mescolate in disordine insieme al cibo. (pp. 40-41)
– Cosa significa 'sta storia della squadra di pulizia? – ho chiesto impaziente. – Che campi devo pulire? Mica mi manderanno a raccogliere i pomodori?
– Ma come, non l'hai capito? – mi ha detto lui guardandomi molto triste. – Andrai a raccogliere i cadaveri... Lo fanno per abituarli al contatto coi morti, perché poi non ti trovi in difficoltà nei momenti importanti... Tutti siamo passati di lì, amico: starai nella squadra di pulizia per un paio di settimane. (p. 43)
Non prenderli mai per il giubbotto, dentro sono pieni di topi. Son bestiacce pericolose: mangiano carne umana, perciò sono forti e aggressive. L'anno scorso un topo con un solo morso ha quasi staccato tre dita a un ragazzo... Fai come ti dico io: prendi i cadaveri solo per le gambe e prima di legargli dagli con il piede qualche colpetto sulla pancia, così quelle bestie scappano via. (pp. 45-46)
Fra di noi [...] il nonnismo non esisteva: eravamo come fratelli, perché ognuno sapeva che nei momenti difficili è sempre meglio avere vicino un fratello che un nemico. (p. 47)
Aveva combattuto in tutte le guerre postsovietiche, per un periodo era stato in stanza anche in ex Jugoslavia, dove faceva l'istruttore per i reparti speciali dell'esercito serbo. Quando è iniziato il conflitto in Cecenia, è stato tra i primi russi a partire. [...] quando aveva partecipato alla guerra in Afghanistan, la Cecenia faceva parte dell'Urss e molti ragazzi ceceni avevano fatto il servizio militare proprio sotto di lui. Era incredibile pensare che gli stessi soldati – ormai uomini adulti e militari professionisti – adesso erano contro di noi. Succedeva spesso che qualcuno dei prigionieri ceceni riconosceva tra i militari russi dei vecchi compagni di scuola militare, con cui aveva fatto la guerra. (p. 48)
Tra i terroristi, oltre a una quantità incredibile di armi di fabbricazione russa – come Makarov 9, Stečkin, Tokarev 7.62 –, giravano sempre calibri europei o americani, in genere 45 ACP, 9 PARA o 9X21. Io stesso ho preso dal corpo di un morto una Beretta 98 FS calibro 9X21, un'arma bellissima e molto comoda, più precisa e sicura delle pistole russe. (p. 52)
Le baionette e i coltelli da combattimento dei nemici erano quasi sempre americani, e quando potevamo ce ne appropriavamo: a noi quelle armi piacevano molto perché erano comode e maneggevoli, mentre al contrario la baionetta russa sembrava una specie di attrezzo universale, con il quale potevi fare qualunque cosa – anche l'idraulico, se volevi – tranne che usarla nella lotta corpo a corpo. (p. 52)
Con la testa che mi sembrava essere diventata improvvisamente pesante e un fischio continuo nelle orecchie, ho tirato fuori la mia baionetta e mi sono buttato nel buio, lì dove pensavo si trovasse il mio avversario. Ci siamo dati un sacco di botte: io lo colpivo con il coltello, invece lui cercava di colpirmi con il calcio della pistola scarica.
Alla fine, quando sono riuscito a riemergere dai sotterranei, e i miei hanno portato fuori anche il corpo di quel poveraccio, ho visto che praticamente l'avevo tagliato a pezzi da vivo. Gli mancavano delle dita, tutta la faccia era piena di ferite aperte che sanguinavano, gli avevo portato via anche un occhio. Non mi ricordo come ho sferrato gli ultimi colpi, ma sul fianco lui non aveva neanche un centimetro vivo. (p. 53)
Anche se sottrarre le armi al nemico e conservarle era vietato dalla legge militare russa, noi ce ne fregavamo. Come diceva sempre il nostro capitano:
«Se vogliono che giochiamo al loro gioco, almeno ci lascino usare i giocattoli che ci piacciono!» (p. 52)
Il nostro capitano era sicuro che la guerra in Cecenia non fosse nient'altro che una buffonata, una messinscena che la Russia aveva organizzato tutta da sola, sfruttando le sue conoscenze del mondo arabo e addirittura pagando i mercenari per combattere contro di noi. Siccome io ero sempre stato lontano dai discorsi politici, non mi erano così chiari i ragionamenti che ogni tanto il capitano buttava lì durante i suoi discorsi. Tutte le sue teorie ribaltavano completamente le mie convinzioni sul conto delle strutture governative: Nosov parlava spesso del potere di chi aveva fatto parte dell'ormai ex KGB, e sosteneva che in qualche modo un gruppo di veterani dei nostri servizi segreti tenesse sotto controllo la politica russa. (p. 54)
[...] io ho riflettuto a lungo su quanto nel corso della Storia siamo stati stupidi, noi russi. Da secoli inseguivamo diverse idee politiche, spesso andando contro le leggi naturali degli esseri umani, solamente perché non eravamo capaci di uscire dal sistema, che ci teneva rinchiusi in un cerchio sempre più stretto. (p. 56)
Ogni ora il numero saliva come fossimo stati a un'asta. Una cosa però era certa: molti di loro erano arabi e afghani, gente povera assoldata per combattere, quasi tutti tossicodipendenti. Prima di affrontare la battaglia, si facevano così tanto di eroina che, quando avevano finito le munizioni, andavano incontro ai nostri soldati come degli zombi, con le braccia penzoloni e gli occhi spalancati. Quei poveracci avevano fatto tanta strada per combattere un paio di volte contro di noi e poi morire così miseramente.
I loro capi invece erano dei mercenari professionisti che avevano fatto molte guerre, in Afghanistan, in ex Jugoslavia, e in tutti i conflitti a cui avevano preso parte i rappresentanti del mondo islamico. Erano dei codardi, portavano quei soldati strafatti di droga sul luogo della battaglia e poi li abbandonavano. Quello che gli interessava era organizzare lo scontro diretto e poi sparire, ritirarsi, erano capaci solo di buttare la gente ignorante in mezzo al macello e farci su un bel mucchio di soldi, che – come diceva il nostro capitano Nosov – «arrivavano direttamente dalla Piazza Rossa». (p. 61)
[...] la prima cosa che un sabotatore doveva fare con il suo Kalašnikov era segare via i gancetti di ferro che servivano a fissare l'arma alla cinghia per metterla sulle spalle. Di solito le parti metalliche si toccavano in continuazione e facevano un gran rumore: di notte, soprattutto con l'aria umida, quel rumore poteva diffondersi fino a qualche decina di metri di distanza. Usavamo la classica cintura del Kalašnikov – o in alternativa una corda da alpinismo, quella da dieci millimetri – e la fissavamo con parecchi giri di nastro adesivo per elettricisti direttamente al calcio pieghevole e all'impugnatura, che nei modelli nuovi era di plastica e in quelli più vecchi di legno. Il nastro impediva qualsiasi rumore, ed era molto resistente. (p. 64)
Tante volte ci lanciavamo dall'aereo, spesso di notte: per questo motivo i nostri paracaduti erano neri, tanto che gli altri paracadutisti ci chiamavano «i pipistrelli». Alla fine di un'operazione, un assalto o una qualsiasi azione militare, per far vedere agli altri che eravamo stati noi a risolvere quel casino, disegnavamo da qualche parte un pipistrello. Era una specie di firma solo nostra, un segno di riconoscimento e di valore. [...] Nelle operazioni particolari, come l'assalto di posti nevralgici o la liberazione degli ostaggi, il nostro capitano lasciava sul posto un guanto bianco ben visibile, che faceva parte dell'uniforme dei sabotatori usata per le parate militari. (pp. 64-65)
Tutti i soldati avevano sempre l'obbligo di eseguire gli ordini impartiti da qualunque ufficiale di grado superiore, mentre noi no: per questo ci eravamo scontrati un casino di volte con gli ufficiali degli altri reparti, soprattutto con i più giovani, che ci davano ordini che noi non eseguivamo mai. La nostra libertà nelle gerarchie militari non piaceva a nessuno. (p. 66)
Di solito gli arabi usavano anfibi di produzione occidentale, fatti con materiale di alta qualità, e ogni fante sognava di averne almeno un paio. (p. 66)
Ci siamo accorti che un tipo era sopravvissuto: miracolosamente era rimasto vivo e integro, forse quand'era scoppiato il casino si era nascosto e non l'avevamo beccato. Però, anche se non aveva nessuna ferita, era completamente disorientato: girava in mezzo ai suoi amici morti, disarmato, con le mani alzate verso il cielo e parlava con voce disperata nella sua lingua. Aveva una divisa militare, l'uniforme con le insegne di una delle tante organizzazioni fondamentaliste che circolavano nella guerra in Cecenia; aveva la barba lunga e un piccolo cappello tutto coperto di ornamenti, quello che di solito portano i musulmani. Mi faceva impressione, perché lì nel bosco fra i cadaveri sembrava proprio fuori posto, sentivo che era meglio per lui se fosse morto. (p. 71)
Con i fanti avevamo fatto un accordo: siccome loro finivano molto raramente coinvolti in operazioni come quelle e avevano più bisogno di noi di scarpe, pistole e altra roba, erano liberi di prendersi i loro trofei. A noi avrebbero lasciato i fucili, i cannocchiali, i puntatori laser e infrarossi, che gli arabi avevano addosso in abbondanza, dato che gli Stati Uniti li rifornivano sistematicamente e con grande generosità di tutto il necessario. (p. 74)
In guerra mi facevano più impressione i vivi, che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia, e ora vivevano abbracciati alla morte. (p. 89)
Tanti mercenari di diversi Paesi venivano assoldati come cecchini, perché era un lavoro ben pagato. Mi è capitato spesso d'incontrare cecchini ucraini, lituani ed estoni, tiratori molto abili che provenivano dalla scena sportiva dell'ex Unione Sovietica; sparavano con precisione, ma a molti mancavano le basi della tattica militare. La mia educazione da cacciatore nei boschi della Siberia, ricevuta quand'ero un ragazzino dal nonno Nikolaj, ora mi tornava estremamente utile, mentre tutto il resto l'avevo imparato nel campo d'addestramento grazie a Jakut, l'istruttore siberiano di cui ho già parlato. (p. 93)
Indossavamo tutti un giubbotto antiproiettile leggero, e sotto una tuta, ai piedi le scarpe da ginnastica, in testa niente caschi, solo cappellini da civili. Il mio era grigio, con un pon-pon in cima. Gli altri reparti ci prendevano in giro, chiamandoci «Senzatetto», ironizzando sul fatto che ci vestivamo con quello che capitava. Ovviamente a loro scocciava indossare per forza la divisa, avrebbero voluto poter fare come noi, che quando faceva caldo portavamo i pantaloncini corti. Nessuno di noi si radeva, avevamo tutti il pizzetto o almeno la barba di qualche giorno, e spesso tenevamo i capelli lunghi. Per il nostro aspetto potevamo essere scambiati per un branco di terroristi, più che per un reparto dell'esercito russo. Lo facevamo apposta, ovviamente, perché spesso finivamo dietro la linea e dovevamo mischiarci col nemico, anche se ogni tanto succedeva che i nostri ci sparassero addosso, prendendoci per arabi. (pp. 96-97)
Tanti reduci della guerra in Afghanistan, soprattutto i parà più anziani, dopo un assalto particolarmente difficile lasciavano spesso in giro per le strade questi «monumenti». Erano spettacoli terrificanti sempre composti dal corpo di un nemico morto, sul quale i soldati si accanivano in maniera spaventosa. Ma la vera crudeltà di questo rito stava nel fatto che, per fare 'sto monumento, i militari usavano le persone ancora vive. (p. 105)
Gli arabi avevano a disposizione parecchi modelli di ordigni esplosivi, molti dei quali erano di fabbricazione italiana. Provenivano da San Marino: avevano meccanismi diversi, ma erano tutte armi micidiali. Alcune di quelle trappole erano sparse nelle città che noi dovevamo assediare, buttate per strada, nel tentativo di attirare l'attenzione dei nostri soldati. Avevano l'aspetto di cellulari, orologi, videocamere, ma purtroppo certe volte erano anche a forma di giocattolo, o di scatole di matite colorate. Tutti noi eravamo a conoscenza di queste pericolose sorprese, e se durante la Prima campagna cecena qualche russo ancora ci aveva lasciato la pelle, nella seconda io non ricordo nessun caso simile. Talvolta però morivano molti civili, tra i quali disgraziatamente c'erano dei bambini. Quando noi vedevamo quelle mine per strada sparavamo subito per farle esplodere e renderle inoffensive. L'idea di prenderle in mano e provare a disattivarle, invece, non ha mai sfiorato nessuno di noi. (p. 114)
Con il cannocchiale ho iniziato a ispezionare la parte più alta delle due case: quasi subito, proprio a metà di una, dentro una piccola costruzione che metteva in comunicazione il tetto con le scale interne dell'edificio, ho trovato il mio cecchino. [...] era giovane e coi capelli corti e biondi, probabilmente si trattava di un «turista» dei Paesi baltici. Doveva essere un mercenario, o un atleta. [...] Insomma, il mio cecchino era quello che in gergo viene detto bollitore d'acqua, un tiratore novellino che si crede un genio solo perché ha una buona mira. [...] Stavo quasi per sparargli, quando mi sono accorto che stava parlando con qualcuno. Allora ho aspettato un momento, e nel mirino è apparsa una ragazza giovane, con dei lunghi capelli biondi nascosti sotto il cappellino militare. Sembrava una di quelle pornostar americane che si fanno fotografare mezze nude abbracciate a delle armi. Mi era venuto uno schifo totale a vedere due giovani che venivano qua per soldi ad ammazzare i nostri ragazzi. Ho aspettato che fossero più vicini. Lei gli ha detto qualcosa sorridendo, lui si è alzato un attimo e le ha accarezzato il viso prima di baciarla. Qui ho fatto il primo sparo. (pp. 133-134)
Tutti noi sabotatori avevamo una fiducia totale nel nostro capitano, perché il suo reparto era l'unico in cui nessuno era morto da quando era stato formato; ci sentivamo protetti, cosa fondamentale in guerra, perché come spesso diceva Nosov:
«Il soldato che si sente indifeso è già morto per metà». (p. 185)
Spesso gli altri soldati, quando scoprivano che facevo il cecchino, mi domandavano cosa ci fosse di così bello nel mio ruolo da spingermi a vagare di notte in mezzo al territorio nemico, passando tra i campi minati, rischiando la vita per prendere la posizione migliore e stare lì immobile per ore a spiare il nemico, quando spesso tutto si risolveva in pochi secondi, o con l'esplosione di un solo corpo... Io sorridevo appena, ma se fossi stato sicuro di non essere frainteso avrei risposto che quello che mi muoveva era un enorme amore per la morte, il vero piacere che solo la caccia agli esseri umani riesce a dare. Un'emozione malata. (p. 198)
Mosca si è avvicinato al corpo di un arabo, sdraiato sulla pancia. L'ha girato e ha tagliato lateralmente il giubbotto antiproiettile: svelto gli ha ispezionato le tasche, ha svuotato un portacaricatori – infilando le munizioni recuperate dentro lo zaino – ed è subito passato a un altro, mentre il fante per tutto il tempo ha continuato a seguirlo come un'ombra. A un certo punto, Mosca si è imbattuto in un ferito: gli ha infilato il coltello dentro il cuore, e quello è morto senza battere ciglio. (p. 204)
Le pallottole erano lucidate a specchio, le ogive erano verniciate di nero. Si trattava di proiettili speciali molto costosi, di certo non era roba destinata all'esercito: il corpo era di acciaio, coperto da un leggero strato di lacca, e la punta era di metallo, per poter passare dentro il kevlar o il ferro come se niente fosse. La matrice era liquida, di mercurio, il che permetteva una traiettoria ancora più precisa; oltretutto la carica di polvere da sparo era più forte del normale, perché doveva sviluppare una potenza capace di dare una bella spinta alle pallottole, molto più pesanti di quelle normali.
Noi non eravamo in possesso di simili munizioni, le avevano solo gli arabi: arrivavano dal mercato nero, attraverso i legami con l'America. Qualcuno diceva che le produceva una ditta specializzata del Texas, e che costavano cinque dollari l'una. Tra i soldati quel tipo di munizioni erano famose e temute, perché non c'era nessun giubbotto antiproiettile capace di attutire la loro potenza: nel gergo militare le chiamavamo «addio mamma», se ti beccavi un colpo del genere eri spacciato. (pp. 207-208)
Ancora oggi, spesso mi capita di osservare dei luoghi all'aria aperta e pensare senza accorgermene che sarebbero perfetti per un'azione militare. Mentre una persona normale guarda un paesaggio e pensa alla bellezza della natura, io, contro la mia volontà, mi accorgo di valutare dove si potrebbe mettere la mitragliatrice. (p. 211)
Siamo entrati in una stanza: c'erano solo dei materassi e qualche sacco a pelo, per terra era pieno di vestiti, prodotti per l'igiene personale fabbricati in Turchia, scatolette di cibo sottovuoto (qualcuna ancora mezza piena, con il cucchiaio dentro) e una pentola con del tè. Vicino a un materasso c'era un pacco di siringhe monouso intatto, in un angolo erano ammucchiate delle siringhe usate, macchiate di marrone, probabilmente eroina. Sul materasso c'era un blocco nero grande quanto un mattone; era un pezzo di hashish bello grasso, aveva un lato bruciato che si sbriciolava, e vicino c'era una scatola piena di filtrini e un sacchetto con del tabacco. Qui i nostri nemici si preparavano le «vitamine» con cui potevano resistere agli attacchi, cancellando la paura e la stanchezza. (p. 254)
Nosov e gli altri erano in corridoio. Avevano catturato un arabo: Zenit lo teneva bloccato, inginocchiato per terra. Mosca continuava a colpirlo sulla testa con l'impugnatura di un coltello da combattimento, aveva tutta la faccia piena di sangue. Nosov gli chiedeva qualcosa in arabo, ha ripetuto la stessa frase un po' di volte, poi si è rivolto a Mosca:
– Sergente, questo guerriero dell'Islam evidentemente soffre per via di una contusione, dategli i primi soccorsi medici!
Mosca in tutta risposta ha tagliato la gola dell'arabo, spruzzando sangue sul muro davanti, poi si è chinato e schiacciandogli la testa contro il pavimento con lo stivale gli ha conficcato più volte il coltello sul fianco destro. Era morto, si sentiva solo l'aria che usciva dai suoi polmoni bucati, spinta dal sangue. (p. 257)
Eravamo noi stessi a stabilire l'ordine costituzionale, l'ideale per il quale ci sentivamo pronti a perdere le nostre vite, l'ideale odiato da tutti noi... Ma sapevamo che in realtà questo ideale non esisteva. Almeno non per i nostri ufficiali, non per i nostri ragazzi caduti e feriti, non per le famiglie degli scomparsi... Perché se un soldato è «scomparso» il governo non paga nulla né per il trasporto del corpo né per il funerale; uno scomparso può anche essere un disertore o un criminale che ha abbandonato il reparto ed è passato dalla parte del nemico. Ma erano pochi quelli veramente scomparsi, perché nei reparti grandi la maggior parte dei caduti veniva lasciata sul posto. I corpi finivano nelle fossi comune e nessuno li trovava più. È per questo che non avevamo rispetto per l'ordine costituzionale. Perché sapevamo che non esisteva nessun ordine, tutta la Patria era precipitata nel caos. (pp. 270-271)
Quando siamo usciti dal paese abbiamo guardato cosa ci lasciavamo alle spalle: case crollate, fumo che saliva nell'aria... una distruzione totale, come se ogni angolo del paese non esistesse più.
Nosov osservava tutto con uno sguardo strano, né soddisfatto né insoddisfatto, semmai sembrava in preda a una forte e profonda nostalgia, come quando si vede qualcosa per l'ultima volta.
Il nostro capitano era fermo, immobile, aggrappato alla torretta del carro. A un certo punto ha detto sottovoce, parlando fra sé e sé:
– Chi non vuole stare sotto di noi, starà sotto terra... (pp. 276-277)
Al termine del secondo anno del mio servizio militare il reparto dei sabotatori è stato spostato sulle montagne. Insieme ad alcune squadre speciali del ministero degli Interni chiamate Omon, giravamo per i paesini con il compito di eseguire quella che nell'ordine operativo era chiamata «pulizia dei centri abitativi». Ovviamente non aveva nulla a che fare col mantenimento dell'igiene sul territorio montano, si trattava di una particolarissima e delicata fase dell'operazione antiterroristica che mirava a «ristabilire il rispetto delle leggi della Federazione Russa». (p. 285)
Sceso dal treno ho fatto un giro a piedi per la mia città, e mi sono accorto che avevo l'inspiegabile impulso di sparare a tutti quelli che incontravo per strada. Sentivo addosso una carica micidiale di odio: l'odio mi consumava da dentro, portandomi a disprezzare tutto quello che rappresentava la vita pacifica. (p. 317)
[...] su un altro canale il Presidente parlava come un autentico criminale, minacciando apertamente tutti quelli che lo ostacolavano ma dimostrandosi al contempo talmente carismatico e giusto che veniva voglia anche a me di applaudire i suoi discorsi... (p. 319)
Sono rimasto seduto davanti al televisore rotto per tutta la notte, pensando a noi, che obbedienti come pecore al macello avevamo sacrificato le nostre vite in nome di un ideale di cui al resto del Paese non fregava niente. Mi sono alzato dalla poltrona quando ormai era mattino, e continuava a girarmi in testa una frase che mi aveva detto una volta un prigioniero arabo: «La nostra società non merita tutto l'impegno che noi mettiamo in questa guerra». Solo in quel momento ho capito quanto avesse ragione quello che io mi ostinavo a chiamare nemico. (p. 319)
Ogni tanto cantavo qualche canzone o parlavo a voce alta, per non sentirmi troppo solo. Poi la sera mi affacciavo alla finestra, spegnevo la luce e puntando il fucile verso le case vicine mi mettevo a osservare le persone, le inquadravo nel mirino e poi sparavo, premendo il grilletto dell'arma scarica. Questo gesto – sparare alla gente vera con un'arma vera, anche se per finta – mi dava un po' di tranquillità e pace, mi portava sulla rotta giusta, in quel modo riuscivo a organizzare i miei pensieri, proprio come succede ad alcune persone che per rilassarsi fanno le parole crociate. (p. 321)
Più mi avvicinavo alla Siberia, più mi sentivo parte di quella terra: era come se lei mi stesse chiamando per accogliermi, per aiutarmi a superare tutte le mie difficoltà, per darmi le forze. Sapevo che stavo tornando a casa, nel posto a cui appartenevo e dove potevo trovare la mia pace.
Era come un risveglio, quel momento di approccio con la realtà che ti fa venire voglia di alzarti dal letto, di passare la tua giornata, di vivere.
Come buttarsi dall'aereo in volo e godersi la caduta libera, prima di aprire il paracadute. (p. 323)
Ho saputo da alcuni amici dell'esercito che il capitano Nosov e Mosca sono caduti in battaglia – pochi mesi dopo il mio congedo – in una zona montana tra Cecenia e Dagestan. [...] Ho visitato la loro tomba, nel cimitero militare della città di M***. Secondo la tradizione dei soldati, gli amici caduti insieme vengono sepolti insieme. (p. 325)
Citazioni su Caduta libera
L'autore insiste che il libro è basato sulla sua esperienza personale di combattente in Cecenia. Nell'intervista a Ogonëk ha detto di aver partecipato alla seconda guerra cecena, ma si è rifiutato di dare dettagli. E le fonti del Ministero della Difesa affermano che in Cecenia non c'è mai stato un soldato di nome Lilin o Veržbickij.
Del resto, l'autore anche questa volta ha preso le sue precauzioni. Benché assicuri di essere stato richiamato con la forza direttamente da Bender nell'esercito russo e di aver combattuto in Cecenia, sottolinea in modo particolare che il suo secondo libro "non parla della Cecenia". Dunque, i fatti da lui descritti potevano accadere in qualsiasi altra guerra.
Ma siamo impazziti? [...] proviamo a immaginare che in Russia arrivi uno scrittore francese di 22 anni e cominci a raccontare di essere stato tiratore scelto in Algeria o guastatore in Iraq, dove è riuscito a catturare uno dei figli di Saddam, e adesso scrive un libro in cui i commandos francesi mangiano rane e compiono prodezze straordinarie. E che gli pubblichino le sue storie dicendo «Finalmente un autore degno di Dumas e di Saint-Exupéry».
Oliver Bullough
Canongate, la casa editrice edimburghese che ha pubblicato il libro , lo ha annunciato come una "straordinaria autobiografia", per poi affermare che "Lilin scrive con onestà ed estremo cinismo, e con un occhio attento alla banalità del male". Nick Davies di Canongate ha affermato che la verifica dei fatti è stata affidata all'editore italiano Einaudi, che ha pubblicato il libro per primo. "Se fossimo stati noi gli editori originali, avremmo verificato i fatti", ha affermato.
Einaudi, tuttavia, descrive il libro come un romanzo, e in effetti contiene racconti così improbabili che la maggior parte dei redattori li avrebbe sicuramente individuati come falsi, come quando Lilin trova un ceceno con un fucile caricato con proiettili iper-precisi riempiti di mercurio liquido. Un'idea del genere è assurda, poiché il liquido si sposterebbe in volo rendendoli inutilizzabili.
Lilin, sorprendentemente, fu d'accordo. I proiettili, ha detto, erano in realtà fatti di uranio impoverito, attribuendo la lacuna a un errore di traduzione. E che dire delle battaglie che descrive? La prefazione afferma che nomi, date e luoghi sono stati cambiati "per proteggere le persone coinvolte", ma non lascia intendere che il libro non sia un resoconto veritiero delle esperienze di qualcuno.
Lilin ha detto di aver abbellito la storia della sua vita per vendere più libri, affermando che altrimenti Caduta libera avrebbe condiviso l'oscurità di La guerra di un soldato in Cecenia di Arkadij Babčenko.
Se Caduta libera fosse un romanzo, sarebbe semplicemente una versione russa di Andy McNab, ma priva di trama. Commercializzato, però, come autobiografia, Canongate può affermare che "offre una prospettiva unica su una delle guerre più controverse a memoria d'uomo".
Incalzato a proposito della rivelazione di Lilin secondo cui molto del libro non gli fosse in realtà successo, Davies di Canongate ha affermato che avrebbe dovuto parlare con gli editori italiani. "Abbiamo acquisito e pubblicato il libro di Nicolai, come autobiografia, in buona fede dal suo editore italiano e in stretta collaborazione con Nicolai. La classificazione del libro come autobiografia è accompagnata da una Nota dell'autore chiara e incisiva all'inizio del libro", ha dichiarato.
In quella nota si legge: "gli eventi qui narrati sono realmente accaduti".
Nicolai Lilin
Ho cambiato nomi, riferimenti ai battaglioni e ai luoghi, ma in quelle pagine c'è solo ciò che ho vissuto. Ho scritto quello che più mi ha colpito, concentrandolo nel racconto. E mi hanno colpito cose molto brutte. (23 aprile 2010)
Volevo raccontare come ci si sente a vivere una guerra, a fare la guerra, a subirla, a studiarla, a goderla, insomma a provare tutte le emozioni che ogni essere umano prova stando nel bel mezzo di un conflitto armato. Ero molto deluso da come nel nostro mondo viene presentata e raccontata la guerra; a volte attraverso il velo di ideologie, interessi, strumentalizzazioni, e alla fine viene vista dalla gente sempre come qualcosa di grottesco, al di fuori della società umana, un evento che molti credono essere creato e mandato avanti da qualche forza estranea a noi, lontana dalla visione abitudinaria dell’etica e della morale. Invece bisogna capire che la guerra è necessariamente organizzata e fatta da uomini in carne e ossa, umani come tutti gli altri. (20 settembre 2010)
Questa non è la mia storia. Questa è la storia di un mio compagno che ha combattuto con me [...]. Ho scritto la storia di un compagno che purtroppo è stato ucciso in guerra. Mi ha detto che è andata così e la cosa mi ha interessato. Veniva da una famiglia povera, era un ragazzo di villaggio, e la sua storia mi piaceva molto. (12 agosto 2011)
Quando ho scritto il libro non volevo che fosse considerato storico. Primo perché non potrei scrivere un libro di memorie, perché non sono importante o qualcosa del genere. Se fossi Mozart o la Regina Elisabetta, potrebbero scrivere un libro di memorie, ma non sono nessuno [...] Non so come chiamarlo. Non è un libro di memorie. È un romanzo basato su eventi realmente accaduti. (12 agosto 2011)
Tutti gli eventi nelle città, beh, personalmente ho combattuto molto poco nelle città, a dire il vero. Per esperienza personale, sono stato molto poco in città. Ero a Groznyj quando è stato ripreso ma ci hanno rimandati via molto presto. (12 agosto 2011)
Ho usato molte storie per creare alcuni fatti nel mio libro, alcuni racconti di guerra in città. Forse in alcune di queste storie che ho scritto le ho colorate un po', forse ho esagerato, ma questo era appositamente per mostrare l'orrore della guerra urbana. Onestamente per quanto riguarda il fatto dei 13 colonnelli , non ricordo. (12 agosto 2011)
È difficile da dire. Le storie più importanti, in particolare quando scrivo di come si sente una persona in guerra, questa è la mia esperienza. Poi ci sono un sacco di storie di soldati che potrebbero essere, non so, vere o meno perché in guerra non controlli quello che ti dice il tuo compagno. (12 agosto 2011)
Il mio libro sulla Cecenia è molto più romanzato rispetto agli altri per il semplice motivo che non volevo che si potessero scoprire i nomi dei reparti, dei soldati con cui combattevo: alcuni dei miei commilitoni sono ancora oggi in servizio. In Russia su queste cose non si scherza e io non vorrei far loro qualche torto: abbiamo firmato tutti le dichiarazioni di non divulgazione dei particolari delle azioni in cui ci siamo trovati. Non è che abbia paura di essere avvelenato col plutonio, non sono così importante e non ho grandi segreti da rivelare, voglio però essere coerente. (13 febbraio 2018)
Tom Young
La narrativa, pur essendo libera dai limiti della verità letterale, deve comunque rimanere fedele alla realtà, e alcuni passaggi di Caduta libera solleveranno interrogativi in chiunque conosca l'argomento. Ad esempio, in una scena Lilin descrive di aver curato un amico la cui ferita trasuda "sangue buono, quello non troppo spesso". Non ricordo che mi abbiano insegnato questa distinzione in nessun corso di primo soccorso militare, ma sono disposto ad attribuirla a un problema di traduzione.
Le difficoltà di Lilin nel reinserirsi nella vita civile risulteranno familiari a chiunque abbia vissuto un'esperienza simile. Scrive: "Avevo bisogno di stringere tra le mani un'arma, ne sentivo la mancanza fisica, non riuscivo a respirare tranquillo". L'autore prosegue descrivendo come ha soddisfatto questo bisogno puntando un fucile scarico contro i suoi vicini, arrivando persino a premere il grilletto. Non si tratta di una semplice reazione agli effetti del combattimento; si tratta di un grave disturbo da stress post-traumatico non trattato. Forse è un altro dettaglio romanzato, ma bisognerebbe quasi soffrire di PTSD anche solo per pensare di fare una cosa del genere.
Lilin descrive un conflitto talmente brutale che quelli che si possono definire solo crimini di guerra sono all'ordine del giorno. Se la sua descrizione è accurata, alcuni dei suoi compagni avevano la tendenza a torturare e uccidere i prigionieri, e non si aspettavano un trattamento migliore se venivano catturati a loro volta.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026