Le frasi di «Ebano» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Ebano»
L'Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste. (2000, introduzione, p. 7)
Tra quelle palme, quelle liane, quella boscaglia e quella giungla l'uomo bianco sembra un elemento spurio, incongruo, dissonante. Pallido, debole, la camicia madida di sudore, i capelli appiccicati, sempre tormentato dalla sete, da un senso di impotenza, dalla depressione. Sempre in preda alla paura: delle zanzare, dell'ameba, degli scorpioni, dei serpenti. Tutto ciò che si muove lo riempie d'orrore, di spavento, di panico.
Per la gente del luogo, invece, è tutto il contrario: con la loro forza, la loro grazia e la loro resistenza, si muovono in modo libero e naturale al ritmo imposto dal clima e dalla tradizione, un ritmo rallentato, che non conosce fretta: tanto nella vita non si può avere tutto. Altrimenti agli altri che resterebbe? (2000, pp. 10-11)
Il nostro mondo, in apparenza globale, in fin dei conti non è che un pianeta di migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all'altra, ognuna delle quali è una solitaria stella che brilla per conto proprio. Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del villaggio, tutt'al più al confine della vallata. Il mondo che sta oltre è irreale, insignificante e addirittura inutile, mentre quello che hanno sottomano e sotto gli occhi assurge alle dimensioni di un grande cosmo oscurante tutto il resto. Spesso gli abitanti di un luogo e chi viene da lontano hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune, poiché ognuno di loro guarda il posto da un'ottica diversa: chi viene da fuori usa un grandangolare, che rimpicciolisce l'immagine ma allarga l'orizzonte, mentre la persona del posto ha sempre usato il teleobiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli. (p. 160)
La natura è qualcosa che è inutile contrastare o tentare di correggere e di cui non ci si libera. La natura è data da Dio, quindi è perfetta, come pure sono perfetti la siccità, le calure, i pozzi prosciugati e la morte lungo il cammino. Se non ci fossero non conosceremmo la voluttà della pioggia, il sapore divino dell'acqua e la dolcezza vivificante del latte. Le bestie non godrebbero l'erba succosa, il profumo inebriante dei prati. L'uomo non saprebbe che cosa significhi bagnarsi in un ruscello di acqua fresca e cristallina. Non si renderebbe conto di che paradiso siano queste cose. (2000, p. 181)
La storia è spesso il risultato di una mancanza di riflessione. È il frutto bastardo della stupidità umana, parto dello smarrimento, dell'idiozia e della pazzia.
La politica interna dell'Africa e dei suoi singoli paesi è sempre contorta e complicata: un'eredità della Conferenza di Berlino presieduta da Bismarck, dove i colonialisti europei, spartendosi il continente tra loro, compressero i circa diecimila regni, federazioni, comunità tribali presenti nel continente alla metà del XIX secolo, privi di stato ma autonomi, entro i confini di appena quaranta colonie. Molti di questi regni e federazioni tribali avevano alle spalle una lunga storia di guerre e di conflitti reciproci. Di colpo, senza essere stati interpellati, si ritrovarono inclusi in una stessa colonia, soggetti allo stesso potere (peraltro straniero) e a una legge comune. Arrivata l'era della decolonizzazione, gli antichi rapporti interetnici, congelati o addirittura ignorati dal governo straniero, rispuntarono tornando attuali. (2000, pp. 50-51)
Come spesso succede in Africa, conosce o finge di conoscere molti mestieri: è scalpellino, muratore, poi imbianchino. Semianalfabeta ma dotato di carisma, è un semplice di spirito che si prende per un messia. È guidato da alcune semplici idee che gli vengono in mente mentre taglia una pietra o mosa i mattoni. (p. 82)
Ha la pelle molto scura, la faccia massiccia, i tratti grossolani. Ha in testa un berretto da poliziotto: gli insorti sono entrati nei magazzini della polizia, prendendone alcuni fucili e delle uniformi. Ma il suo berretto ha una fascia di stoffa azzurra (chissà mai perché proprio azzurra). Okello sembra assente, come sotto choc, si direbbe quasi che non ci veda. La gente gli si affolla intorno, spinge, preme, tutti parlano e gesticolano in mezzo a una confusione indescrivibile che nessuno si occupa di controllare. (p. 83)
La principale difficoltà nella riuscita del colpo di stato dipendeva dal fatto che esso doveva svolgersi contemporaneamente in cinque città: a Lagos, capitale della federazione, e nelle capitali delle quattro regioni nigeriane: Ibadan (Nigeria occidentale), Kaduna (Nigeria del nord), Benin (Nigeria centro-occidentale) ed Enugu (Nigeria orientale). In un paese dalla superficie tre volte più grande della Polonia, abitato da cinquantasei milioni di abitanti, il putsch è stato effettuato da un esercito di appena ottomila soldati. (p. 91)
Ancora oggi si ignora la sorte di Balewa. Secondo certuni sarebbe agli arresti in una caserma. Secondo altri sarebbe stato ucciso. (p. 92)
Il putsch è stato attuato in cinque città contemporaneamente e con successo. Nel giro di poche ore, un piccolo esercito è diventato il padrone effettivo di questo immenso paese, grande potenza africana. Nel corso di una notte la morte, l'arresto o la fuga nella macchia hanno messo fine a centinaia di carriere politiche. (p. 93)
Viaggiare sulle strade d'Etiopia è duro e spesso pericoloso. Nella stagione secca, la macchina slitta sul pietrisco degli stretti percorsi scavati nelle pareti di montagne a picco, lungo precipizi profondi centinaia di metri. Nella stagione delle piogge, le strade di montagna vengono addirittura chiuse, mentre quelle di pianura si trasformano in acquitrini melmosi dove si rischia di restare impantanati per giorni e giorni. (p. 117)
Nel paese c'era cibo a sufficienza, ma la siccità aveva fatto salire i prezzi e i contadini poveri non potevano più comprarlo. Naturalmente il governo sarebbe potuto intervenire e anche i paesi stranieri avrebbero potuto fare qualcosa. Ma, per motivi di prestigio, il governo si rifiutava di riconoscere che nel paese regnasse la fame, respingendo le offerte d'aiuto. In quel periodo in Etiopia c'era stato un milione di morti, una realtà tenuta nascosta prima dall'imperatore Hailè Selassiè e poi da colui che doveva privarlo del trono e della vita, il maggiore Menghistu. Divisi dalla lotta per il potere, erano uniti dalla menzogna. (p. 120)
Un tempo mi ero proposto di scrivere un libro su Amin perché Amin illustra alla perfezione il rapporto fra il crimine e l'assenza di cultura. (p. 123)
Non si fidava di nessuno: nella sua cerchia nessuno sapeva mai dove avrebbe dormito quella notte o dove sarebbe stato l'indomani. Possedeva varie residenze in città, altre sul Lago Vittoria, altre ancora in provincia. Stabilire dove si trovasse era difficile e anche pericoloso. Era lui a cominciare con i sottoposti, lui a decidere con chi parlare e chi vedere. Per molta gente quegli incontri si concludevano in tragedia. Quando Amin cominciava a sospettare qualcuno, lo invitava a casa propria. Si mostrava simpatico, cordiale, offriva Coca-Cola. All'uscita l'ospite trovava ad attenderlo i carnefici, e nessuno ne sentiva più parlare. (p. 127)
La forza di Amin stava nell'esercito. L'aveva creato sul modello coloniale, l'unico che conoscesse. I suoi membri provenivano perlopiù dalle piccole comunità di uno degli angoli più spreduti dell'Africa, la zona di frontiera tra il Sudan e l'Uganda. A differenza della popolazione autoctona del paese, che si serve delle lingue bantu, parlavano dialetti sudanesi. Rozzi e ignoranti, non riuscivano a intendersi con i locali. Ma lo scopo era proprio questo: dovevano sentirsi estranei, isolati, dipendere esclusivamente di Amin. Quando arrivavano in camion sparvegano il panico, le strade si svuotavano, i villaggi si spopolavano. Selvaggi, scatenati, spesso ubriachi, i soldati razziavano quello che potevano e picchiavano chiunque capitasse loro sottomano. Senza un motivo, senza un perché. (p. 128)
Era un uomo dall'energia inesauribile, sempre eccitato, sempre in movimento. Le rare volte che, in qualità di presidente, convocava una seduta del governo, era incapace di parteciparvi fino alla fine. Dopo un po' si stufava, balzava in piedi e se ne andava. I pensieri gli si accavallavano nella mente, parlava in modo caotico, non finiva mai una frase. Leggeva l'inglese con fatica, conosceva mediamente lo swahili. Possedeva bene il suo dialetto kakwa, che però nel paese era poco conosciuto. Ma erano precisamente questi limiti a renderlo popolare tra i bayaye: era uno di loro, sangue del loro sangue, carne della loro carne. (p. 129)
Il Ruanda è un paese piccolo, tanto piccolo che in molte delle carte geografiche contenute sui libri sull'Africa viene indicato solo con un puntino. Solo dalle tabelle annesse alle carte apprenderete che quel puntino nel cuore del continente rappresenta il Ruanda. (p. 146)
Il Ruanda è un paese montuoso. La geografia africana è solitamente caratterizzata da pianure e altipiani. Il Ruanda invece è tutto montagne alte due o tremila metri, talvolta anche di più. Per questo viene spesso definito il Tibet dell'Africa, non solo per le sue montagne, ma anche per la sua originalità, la sua atipicità, la sua diversità. Una diversità che concerne soprattutto l'assetto sociale. Infatti, al contrario delle popolazioni degli altri stati africani che sono pluritribali (il Congo è abitato da trecento tribù, la Nigeria da duecentocinquanta, e via dicendo), in Ruanda vive una sola comunità, il popolo dei banyaruanda, tradizionalmente diviso in tre caste: la casta dei tutsi, possidenti di mandrie di bestiame (quattordici per cento della popolazione), la casta degli hutu, agricoltori (ottantacinque per cento) e la casta dei twa, composta di braccianti e servitori (uno per cento). (p. 146)
Il Ruanda è piccolo, montuoso e densamente popolato. Come spesso accade in Africa, anche in Ruanda si arriva al conflitto tra chi vive allevando bestiame e chi coltiva la terra. Di solito, però, nel continente gli spazi sono talmente vasti che uno dei contendenti può trasferirsi su territori liberi eliminando il focolaio della discordia. In Ruanda questa soluzione è impossibile: non esiste spazio per spostarsi e cedere il campo. Intanto le mandrie possedute dai tutsi crescono e hanno bisogno di sempre nuovi pascoli, e c'è un solo modo per trovarli: confiscare la terra ai contadini, ossia, scacciare gli hutu dai loro campi. Ma gli hutu vivono già stretti come sardine. Da anni il loro numero cresce a vista d'occhio e, per colmo di sventura, le terre che coltivano sono sterili, poverissime. In effetti le montagne del Ruanda sono coperte da uno strato di terra talmente sottile che, ogni anno, la stagione delle piogge ne lava via grandi porzioni. In molte zone dove gli hutu avevano i loro campicelli di manioca e di granturco, ora luccica la roccia nuda. (p. 148)
Nasce così il dramma ruandese, la tragedia del popolo banyaruanda: esattamente come nel dramma palestinese, si è nell'impossibilità di conciliare le ragioni di due comunità rivendicanti il diritto al medesimo pezzo di terra, troppo esiguo per accoglierle entrambe. All'interno di questo dramma sorge, dapprima ancora debole e vaga ma, con gli anni, sempre più chiara e perentoria, la tentazione dellEndöslung, della soluzione finale. (p. 151)
In Africa molte guerre si svolgono senza testimoni, all'insaputa di tutti, in luoghi apparati e irraggiungibili che il mondo non conosce o ha dimenticato. È il caso del Ruanda. Le lotte di frontiera, i pogrom, i massacri proseguono per anni. I partigiani tutsi (che gli hutu chiamano "scarafaggi") incendiano villaggi e trucidano la popolazione locale. Sostenuta dal proprio esercito, questa risponde a sua volta con violenze e carneficine. (p. 152)
Alla base del conflitto in Ruanda stava non solo un disaccordo tra caste, ma anche un violento scontro fra dittatura e democrazia. Ecco perché il parlare e il pensare solo per categorie etniche risultano fallaci ed erronei: non tengono conto dei valori più profondi, come bene contro male, verità contro menzogna, democrazia contro dittatura, limitandosi a un'unica e superficiale dicotomia, a un solo contrasto, a una sola opposizione: se è un hutu, è buono, se è un tutsi, è cattivo. (2000, p. 152)
Per chiarire le cose, potemmo definire Habyarimana come il Radovan Karadžić degli hutu ruandesi. (p. 153)
Mentre nei sistemi hitleriani e staliniani la morte era inferta da carnefici di istituzioni specializzate come le SS o l'Nkvd e il delitto era affidato ad apposite formazioni operanti in luoghi segreti, in Ruanda si voleva che la morte venisse inferta da tutti, che il crimine fosse il prodotto di un'iniziativa di massa e per così dire popolare; un cataclisma naturale collettivo dove tutti indistintamente si macchiassero del sangue dei cosiddetti oppositori del regime. (2000, p. 158)
La storia dei rapporti tra hutu e tutsi non è che una tragica serie di pogrom e massacri, di distruzioni reciproche, di migrazioni forzate, di odii feroci. Nel piccolo Ruanda non c'è posto per due popoli così estranei e naturalmente nemici. (p. 158)
Il nostro mondo, in apparenza globale, in fin dei conti non è che un pianeta con migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all'altra, ognuna delle quali è una solitaria stella che brilla per conto proprio. Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del villaggio, tutt'al più al confine della vallata. Il mondo che sta oltre è irreale, insignificante e addirittura inutile, mentre quello che hanno sottomano e sotto gli occhi assurge alle dimensioni di un grande cosmo oscurante tutto il resto. Spesso gli abitanti di un luogo e chi viene da lontano hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune, poiché ognuno di loro guarda il posto da un'ottica diversa: chi viene da fuori usa un grandangolare, che rimpicciolisce l'immagine ma allarga l'orizzonte, mentre la persona del posto ha sempre usato il teleobiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli.
Se mi muore una persona cara, mi brucia la casa, crepa la vacca, mi contorco dai dolori o giaccio impotente, stremato da un attacco di malaria, so perfettamente che cosa è accaduto: qualcuno mi ha gettato un malefizio. Quindi da solo, se ne ho la forza, o altrimenti con l'aiuto del villaggio e del clan, comincio a ricercare lo stregone responsabile. Questi, ex definitione, deve vivere e operare altrove, in un altro villaggio, in un altro clan o tribù. La nostra moderna sospettosità e ostilità verso l'Altro, verso il Diverso proviene proprio dal timore dei nostri bis-bisavoli che vedevano nell'Altro, nell'Estraneo un portatore di male, una fonte di disgrazie. Dolori, incendi, epidemie e siccità non sorgono spontaneamente dal nulla: deve per forza esserci stato qualcuno a portarli, a infliggerli, a diffonderli. Ma chi? Non certo i miei, i nostri, tutta gente fidata: la vita è possibile solo tra persone buone, e io sono vivo. Dunque i colpevoli sono gli Altri, gli Estranei. E così, cercando di vendicare i torti e le sconfitte subite, entriamo in conflitto con gli altri, ci facciamo guerra. Insomma, quando capita una disgrazia la sua causa non sta in noi, ma altrove: fuori della nostra comunità, lontano, negli Altri. (2000, pp. 163-164)
Il Sudan è il primo stato africano a conquistare l'indipendenza dopo la seconda guerra mondiale. Prima era stato una colonia britannica composta di due parti artificiosamente, burocraticamente messe insieme: il nord arabo-musulmano e il sud "negro"-cristiano (e animista). Tra questi due gruppi esistevano un antagonismo, un'inimicizia e un odio di vecchia data, visto che per anni gli arabi del nord avevano invaso il sud catturandone gli abitanti e vendendoli come schiavi.Come potevano, quei mondo in conflitto, convivere in un unico stato indipendente? Infatti non potevano, e proprio su questo contavano gli inglesi. A quei tempi i vecchi stati coloniali europei erano convinti che, pur rinunciando formalmente alle colonie, di fatto avrebbero continuato a governarle: in Sudan, per esempio, facendo da agenti conciliatori tra musulmani del nord e cristiani animisti del sud. Presto però queste illusioni imperialiste svanirono. Già nel 1962 in Sudan scoppiò la prima guerra civile tra sud e nord (preceduta da rivolte e insurrezioni nel sud). (pp. 170-171)
La prima guerra sudanese durò dieci anni, fino al 1972. Poi, per i dieci anni successivi, si instaurò una fragile pace provvisoria. Quando, nel 1983, il governo islamico di Khartoum tentò di imporre la legge islamica (sharia) a tutto il paese, cominciò la nuova e più terribile fase di questa guerra ancora in atto. Si tratta del conflitto più grande e più lungo della storia dell'Africa e, probabilmente, in questo momento anche del mondo intero; ma svolgendosi in una sperduta provincia del nostro pianeta e non minacciando direttamente né Europa né America, non suscita alcun interesse. Per giunta, a causa delle difficoltà di comunicazione e delle drastiche restrizioni di Khartoum, i teatri di questa guerra, i suoi vasti e tragici campi di morte sono praticamente irraggiungibili dai media e la maggior parte del mondo ignora completamente che in Sudan sia in atto un conflitto di proporzioni gigantesche. (p. 171)
Non so come sia cominciata questa guerra. È passato tanto di quel tempo! Una mucca rubata ai dinka dai soldati dell'esercito governativo, che poi i dinka si sono ripresi, provocando una sparatoria e dei morti? Più o meno le cose saranno andate così. Naturalmente la mucca non era che un pretesto: i signori arabi di Khartoum non potevano tollerare che pastori del sud godessero dei loro stessi diritti. La gente del sud non voleva che il Sudan indipendente fosse governato dai figli dei mercanti di schiavi. Il sud voleva la secessione, uno stato proprio. Il nord decise di distruggere i ribelli. Comciarono i massacri. Si dice che finora la guerra abbia causato un milione e mezzo di vittime. (p. 173)
Contro chi combattono tutti questi eserciti, questi reparti, contro chi questi fronti, queste scorriere e questi arruolamenti, così numerosi e operanti da tanti anni? Talvolta si combattono tra di loro, ma il più delle volte se la prendono con il proprio popolo, ossia con gente inerme come le donne e i bambini. Ma perché proprio con le donne e i bambini? È mai possibile che questi uomini armati siano animati da un viscerale antifemminismo? Naturalmente no: attaccano e depredano i gruppi di donne e bambini perché è a loro che viene diretto l'aiuto mondiale, è a loro che sono destinati sacchi di riso e farina, casse di gallette e di latte in polvere, alimenti che in Europa nessuno degnerebbe di un'occhiata ma che qui, tra il sesto e il dodicesimo grado di latitudine geografica, sono più preziosi dell'oro. Del resto non occorre neanche strappare con la forza quei tesori alle donne. Appena arriva l'aeroplano dei rifornimenti, basta circondarlo, prendere sacchi e casse e portarli, a braccia o in macchina, al proprio reparto. (p. 175)
Con l'aiuto di Mosca, Menghistu costruì il più potente esercito africano a sud del Sahara. Contava quattrocentomila soldati, possedeva razzi e armi chimiche. Contro di loro combattevano i partigiani dei monti settentrionali (Eritrea, Tigré) e del sud (Oromo) che, appunto nell'estate del '91, respinsero gli eserciti governativi fino ad Addis Abeba. Questi partigiani erano ragazzi scalzi, spesso bambini, laceri, affamati e male armati. Al loro arrivo gli europei cominciarono ad abbandonare la capitale, prevedendo una spaventosa carneficina. Accadde invece qualcosa di completamente diverso, qualcosa che potrebbe fornire la trama di un film insolito, intitolato Il crollo del grande esercito. Alla notizia che il suo capo si era dato alla fuga, quel potente esercito armato fino ai denti si sfaldò nel giro di poche ore. (pp. 192-193)
Menghistu lavorava giorno e notte. I beni materiali non gli interessavano, voleva solo il potere assoluto. Gli bastava regnare. (p. 193)
L'Etiopia è un paese dalla superficie pari a quelle di Francia, Germania e Polonia messe insieme. In Etiopia abitano più di sessanta milioni di persone, che tra qualche anno saranno più di sessanta milioni, tra qualche decina più di ottanta ecc. ecc.Forse, allora, qualcuno aprirà una libreria? Almeno una? (p. 195)
L'esperienza di questi americo-liberiani li porta a conoscere un solo tipo di società: quella schiavista, vigente a quell'epoca negli stati americani del sud. Quindi, al loro arrivo, il primo passo sulla nuova terra consisterà nel ricreare una società analoga, con la differenza che stavolta a farla da padroni saranno loro – gli schiavi di ieri – mentre gli abitanti trovati sul posto e conquistati saranno i loro schiavi.
La Liberia è il prolungamento del sistema schiavista a opera degli schiavi stessi che, invece di eliminare un'ingiustizia, preferiscono conservarla, svilupparla e sfruttarla a proprio vantaggio. Si tratta evidentemente di una mentalità coatta, tarata dall'esperienza della schiavitù; di una mentalità "nata in schiavitù, incatenata dalla nascita", che non riesce neanche a concepire un mondo libero dove tutto siano liberi. (pp. 207-208)
Anzitutto gli americo-liberiani sostengono di essere gli unici cittadini del paese, negando ogni status e diritto al resto degli abitanti, vale a dire al novantanove per cento della popolazione. Secondo le loro leggi tutti gli altri non sono altro che tribesmen (membri di tribù), selvaggi e pagani senza cultura. (p. 208)
Non potendo differenziarsi dagli indigeni per il colore di pelle né per il tipo fisico, i coloni venuti dall'America cercano di sottolineare in altri modi la propria diversità e superiorità. Incuranti del clima umido e torrido che regna in Liberia, gli uomini indossano anche durante la settimana frac e spencer, la bombetta e i guanti bianchi. (p. 208)
Molto prima che gli afrikaner bianchi introducessero l'apartheid (il sistema di segregazione in nome della dominazione) in Africa meridionale, esso era già stato inventato e messo in pratica fin dalla metà del XIX secolo dai discendenti degli schiavi neri, padroni della Liberia. (p. 209)
Era un signore piccolo, minuto, gioviale, sempre con un sigaro tra le labbra. Alle domande imbarazzanti rispondeva con un lungo e sonoro scoppi di risa, seguito da un attacco di rumoroso singhiozzo, seguito a sua volta da una crisi di soffocazione accompagnata da sibili. Sussultava, strabuzzava gli occhi pieni di lacrime. Spaventato e confuso, l'interlocutore taceva, senza osare insistere. Poi Tubman si scuoteva la cenere dal vestito e, ormai calmo, tornava a nascondersi in una fitta nuvola di fumo di sigaro. (p. 210)
Se Tubman aveva la passione del potere, Tolbert era affascinato dai soldi. Era la corruzione fatta persona. (p. 211)
Doe, come già Amin in Uganda, era appunto uno di questi bayaye. E, come Amin, vinse anche lui il suo terno al lotto entrando nell'esercito. Per lui poteva essere il vertice della carriera ma, come risultò in seguito, Doe mirava più in alto.
Il colpo di stato di Doe in Liberia non consisté nella semplice sostituzione di un cacicco-burocrate con un semianalfabeta in divisa. Fu anche la cruenta, crudele e caricaturale rivoluzione delle masse oppresse e semischiavizzate della giungla contro gli odiati padroni: gli ex schiavi delle piantagioni americane. (p. 212)
Riguardo al suo governo, non c'è molto da dire. Governò il paese per dieci anni. Dieci anni di stagnazione. Mancava la luce, i negozi erano chiusi, sulle poche strade esistenti in Liberia non c'era più traffico.
In effetti non aveva la idee molto chiare sui suoi compiti di presidente. Dotato di una faccia infantile e paffuta, si era comprato dei grandi occhiali montati in oro per darsi un aspetto grave e benestante. Pigro di natura, trascorreva giornate intere nella sua residenza, giocando a dama con i sottoposti, sentinelle della guardia presidenziale cucinavano sui focolari o facevano il bucato. Chiacchierava con loro, scherzava, ogni tanto se ne portava a letto qualcuna. Incerto sul da farsi e su come scampare alle vendette dopo avere ucciso tanta gente, non vedeva altra soluzione che circondarsi di uomini della propria tribù, i khran, fatti venire in massa a Monrovia. (p. 213)
Appena uno stato africano comincia a vacillare, possiamo stare certi che ben presto appariranno i warlords. In Angola, in Sudan, in Somalia, nel Ciad: sono ovunque, spadroneggiano ovunque. Che cosa fa un warlord? In teoria combatte contro altri warlords. Ma non è sempre così. Il più delle volte il signore della guerra depreda la popolazione inerme del proprio paese. Il warlord è l'esatto contrario di Robin Hood. Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Il warlord toglie ai poveri per arricchirsi e nutrire la sua banda. Ci troviamo in un mondo dove la miseria condanna gli uni a morte e trasforma gli altri in mostri. I primi sono le vittime, i secondi i carnefici. Non ci sono vie di mezzo. (p. 221)
La domanda sempre più fondamentale del mondo odierno non è come nutrire la gente visto che, a parte le difficoltà organizzative e di trasporto, il cibo abbonda. La vera domanda è: che fare della gente? Che fare della presenza sulla terra di tutti questi milioni e milioni di persone, della loro energia non sfruttata, della forza che si portano dentro e che non sembra servire a nessuno? Qual è la collocazione di questa gente nella famiglia umana? Quella di cittadini con tutti i diritti? Di fratelli danneggiati? Di intrusi invadenti? (2000, p. 235)
L'Eritrea è il più giovane stato africano, un piccolo stato di tre milioni di abitanti. Mai indipendente, l'Eritrea fu prima una colonia della Turchia, poi dell'Egitto e, nel XX secolo, successivamente dell'Italia, dell'Inghilterra e dell'Etiopia. Nel 1962 quest'ultima, che già da dieci anni occupava militarmente l'Eritrea, la dichiarò sua provincia. Gli eritrei risposero con una guerra di liberazione, la più lunga nella storia del continente, in quanto durata trent'anni. Quando ad Addis Abeba regnava Hailè Selassiè, gli americani l'aiutarono a combattere gli eritrei. Ma quando Menghistu rovesciò l'imperatore, assumendo personalmente il potere, ad aiutarlo furono i russi. (pp. 264-265)
Le forze etiopi impiegavano comunemente il napalm. Per salvarsi, gli eritrei cominciarono a scavare rifugi, corridoi e nascondigli mimetizzati. Nel corso degli anni costruirono un secondo stato sotterraneo, nel senso letterale del termine: un'Eritrea nascosta e segreta, inaccessibile agli estranei, che potevano percorrere in lungo e in largo senza essere visti dal nemico. La guerra eritrea non fu, come gli eritrei stessi sottolineano con orgoglio, una bush war, l'uragano banditesco e sterminatore dei warlords. Nel loro stato sotterraneo avevano scuole e ospedali, tribunali e orfanotrofi, officine e fabbriche di armi. In quel paese di analfabeti, ogni combattente doveva saper leggere e scrivere. (p. 266)
Questo piccolo paese, tra i più poveri del mondo, possiede un esercito di centomila giovani, relativamente colti, dei quali non sa che fare. Il paese non ha industrie, l'agricoltura è in abbandono, le città in rovina, le strade distrutte. Centomila soldati si svegliano ogni mattina senza saper che fare, e soprattutto senza niente da mangiare. Ma la sorte dei loro colleghi e fratelli in borghese non è molto diversa. Basta girare per Asmara all'ora di pranzo. I funzionari delle poche istituzioni esistenti in uno stato così giovane vanno a mangiare un boccone nei bar e nei ristoranti del quartiere. Ma le folle dei giovani non sanno dove andare: non lavorano, non hanno un soldo. Girano, guardano le vetrine, sostano agli angoli delle strade, siedendo sulle panchine oziosi e affamati. (pp. 266-267)
Non avranno [gli africani] mai una loro storia compilata in modo scientifico e obiettivo, come si dice in Europa, poiché la storia africana non conosce documenti e scritture. Ogni generazione, udendo la versione che le veniva tramandata, l'ha modificata e continua a modificarla, trasformandola e abbellendola. Ma proprio per questo la storia qui, libera dal peso degli archivi e dal rigore dei dati, raggiunge la sua forma più pura e cristallina: quella del mito. Un mito dove invece dei dati e della misura meccanica del tempo – giorni, mesi, anni – vigono espressioni quali: "tempo fa", "molto tempo fa", "tanto tempo fa che nessuno più se ne ricorda", termini che consentono di collocare e di sistemare tutto nella gerarchia del tempo. Un tempo che non si svilupperà in modo lineare, ma assumerà la forma del moto terrestre: una forma rotatoria, uniformemente circolare. In una simile visione del tempo il concetto di sviluppo non esiste, sostituito dal concetto di durata. L'Africa è l'eterna durata. (2000, p. 271)
"Il deserto ti insegnerà una verità" mi disse una volta a Niamey un mercante ambulante. "E cioè che esiste qualcosa che si può desiderare e amare più di una donna: l'acqua". (2000, p. 272)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026