Le frasi di «La famiglia Manzoni» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «La famiglia Manzoni»
Giulia era molto bella, robusta, intelligente e di carattere forte. Subito ebbe violenti contrasti col padre. Poi s'innamorò di Giovanni Verri, fratello di Pietro, cavaliere di Malta, uomo sfaccendato, elegante, dai tratti femminei. Però di un matrimonio fra i due non era il caso di parlare. (p. 8)
Don Pietro Manzoni viveva con sette sorelle nubili, una delle quali ex monaca, e aveva un fratello Monsignore, canonico del Duomo. Giulia fu subito molto infelice. Litigava col marito e le cognate si mostravano ostili. La casa sui Navigli era brutta, piccola, umida e buia. Il marito le sembrava una misera persona, senza impegno, senza grandi ricchezze e senza prestigio. Era conservatore e clericale e lei aveva respirato, sia nella casa paterna sia nella famiglia Verri, idee nuove e libere. S'annoiava perdutamente. (p. 8)
Carlo Imbonati era di famiglia ricca e nobile. Ragazzo, aveva avuto come precettore Parini. Adulto, soggiornò lungo tempo all'estero. Era appena tornato in Italia quando lui e Giulia s'incontrarono. Diventarono amanti. Giulia prontamente decise di separarsi dal marito. L'amore le aveva dato forza e chiarezza. (p. 9)
Don Pietro Manzoni fece allora un tentativo per trattenere a sé la moglie. Per il fatto ch'egli non apparteneva all'alta nobiltà, essa lo disprezzava; egli allora convinse i fratelli a muovere un'istanza per essere ammessi nel libro d'oro del patriziato. L'istanza fu respinta. Il rifiuto comunque gli giunse quando Giulia già se n'era andata di casa. La separazione fu accordata dal giudice, nel febbraio 1792; Don Pietro Manzoni s'impegnava a versare alla moglie duemila lire al trimestre; Giulia era tenuta a trasferirsi presso il suo zio materno, Michele de Blasco, il quale era tornato indietro dal Sudamerica; nulla veniva detto riguardo al bambino, ed era perciò inteso che restava affidato alla tutela del padre legittimo. Giulia accompagnò il bambino a Merate, nel collegio dei Padri Somaschi, e qui lo lasciò. (p. 10)
Sophie de Condorcet era allora sui trent'anni. Era bruna, con la carnagione olivastra. Aveva avuto un'esistenza ricca di vicende. Suo marito, marchese Condorcet, filosofo e matematico, era girondino; caduti i girondini nel 1792, lo cercavano per arrestarlo; si nascose in una casa di contadini; la moglie veniva a trovarlo vestita da contadina, e intanto aveva chiesto il divorzio, per salvare i beni confiscati. Poi Condorcet tentò di fuggire, fu preso, e s'avvelenò con lo stramonio; aveva avuto lo stramonio da un amico medico, Pierre Cabanis. (p. 12)
Vedova, Sophie per mantenere la figlia, la sorella e una vecchia governante, andava ogni giorno alle carceri e faceva il ritratto ai condannati alla ghigliottina. Riebbe in parte i beni confiscati. Conobbe Claude Fauriel un giorno mentre passeggiava per il Jardin des Plantes; amavano la botanica entrambi. Essa lo soffiò a Madame de Staël, con la quale egli aveva una relazione in quel periodo. Rimasero comunque amici, Madame de Staël e Fauriel. (p. 12)
Fauriel era un filologo. Era nato in un villaggio delle Cevenne, Saint-Étienne, da una famiglia modesta. Fece gli studi a Tournon. Nel 1793, fu nominato luogotenente di un battaglione di fanteria. Durante il Direttorio, si ritirò a Saint-Étienne e studiò il greco, il latino e il turco. Tornato a Parigi, essendo amico di Fouché divenne suo segretario e ispettore di polizia. Come funzionario di polizia, era estremamente attento alle necessità del prossimo, sensibile alle disgrazie del prossimo e rapido nel soccorrerle. Diede le dimissioni quando fu sul punto di far carriera. Non aveva ambizioni e quando stava per raggiungere un grado troppo alto, prontamente si dimitteva. Era, disse di lui Sainte-Beuve, un eterno dimissionario. (p. 12)
Era l'uomo più bello di Parigi, disse di lui Stendhal. Era alto e bruno, con labbra grosse e tumide, lineamenti forti e marcati, occhi tristi e pensosi. Sentiva fortemente l'amicizia. S'appassionava agli argomenti che i suoi amici studiavano e li studiava a sua volta. Era dotato della facoltà di ascoltare e tutti gli si confidavano. Ebbe molti amici: Cabanis, Madame de Staël, Benjamin Constant; più tardi, Manzoni. (p. 13)
Sophie de Condorcet visse con lui vent'anni, ma non volle sposarlo, perché egli non era nobile e apparteneva a una classe inferiore alla sua. Sarebbe stata una mésalliance. C'era stata la rivoluzione e Sophie de Condorcet era persona per molti aspetti spregiudicata, ma rimase incrostata nella sua mente l'idea che si sarebbe umiliata sposando un uomo di origine umile. Molti anni dopo, quando Sophie de Condorcet morì, Fauriel venne respinto e disprezzato dai parenti di lei, con i quali per tanto tempo era vissuto in stretta intimità. Essi lo lasciarono solo. (p. 13)
Carlo Imbonati aveva fatto testamento, anni prima, a Milano, quando lui e Giulia stavano partendo per la Francia. Alla sua morte il testamento venne aperto, a Milano, davanti a un notaio, e comunicato a Giulia, che non s'era mossa da Parigi. Il contenuto del testamento lei già lo conosceva, perché Imbonati a suo tempo glielo aveva detto; non ne conosceva le parole. Quattordici legati erano a favore dei parenti di lui e delle persone di casa; il resto del patrimonio era destinato a Giulia. (p. 14)
Di Enrichetta Blondel giovane c'è un ritratto con il velo nuziale. Ha un viso rotondo e infantile, dai tratti miti e incerti. Era nata nel 1791 a Casirate d'Adda, in provincia di Bergamo. Il padre si chiamava Francesco Blondel, la madre, Maria Mariton. Il padre era svizzero, la madre della Linguadoca. Erano calvinisti. (p.23)
Enrichetta era piccola, bionda, graziosa, con le ciglie bionde. Aveva modi sottomessi e modesti e parlava poco. A Giulia sembrò la nuora ideale, quella che aveva a lungo formulato nell'immaginazione. Le sembrò perfetta. Pareva essere stata creata per insinuarsi nel loro paesaggio, mitemente e armoniosamente. (p. 23)
Enrichetta e Alessandro si sposarono a Milano nel febbraio del 1808. Si sposarono con il rito calvinista. Per sposarsi con il rito cattolico, egli avrebbe dovuto chiedere la dispensa, essendo lei di religione diversa nonostante il battesimo. Ma aveva fretta e quella dispensa trascurò di chiederla. Scrisse a Fauriel che i preti si erano rifiutati di celebrare il suo matrimonio a causa della differenza di culto. (p. 24)
Rimpatriato a Genova nel 1805, l'abate Degola vi si fermò. Aveva con sé i due figli della signora Geymüller. Teofilo si convertì nel 1806; Luca, il più giovane, due anni dopo. La madre risiedeva a Parigi. Enrichetta la conobbe, anche da lei sentì parlare dell'abate Degola; e chiese d'incontrarlo, quando fosse venuto in Francia. (p. 26)
Enrichetta aveva visto una prima volta l'abate Degola nell'autunno del 1809: egli era venuto a Parigi perché lo avevano invitato a Port-Royal. Nella primavera del 1810, ebbero inizio i suoi colloqui con l'abate. Manzoni volle assistervi, rimanendo in silenzio. (p. 28)
L'abate Degola era un prete giansenista di Genova, allora sui cinquant'anni. Nel 1801, a Parigi, aveva preso parte al secondo Concilio; e qui aveva stretto amicizia con il vescovo Grégoire, a cui prestò aiuto nella compilazione degli Annali di Religione. Fra il 1804 e il 1805, fece con Grégoire un viaggio, visitò l'Inghilterra, l'Olanda, la Germania e la Prussia; ad Amburgo apprese che la Liguria era stata da Napoleone unita all'Impero e mandò una protesta contro quest'atto. Fondò, a Genova, con l'amico padre Assarotti, un istituto per sordomuti. (p. 26)
Convulsionario era anche Degola: e questo, probabilmente, creò fra Manzoni e Degola una reciproca comprensione. (p. 29)
Il canonico Luigi Tosi era nato a Busto Arsizio nel 1763. Era, come Degola, giansenista. Non aveva grande ingegno, era uomo limitato e modesto; ma aveva un'alta coscienza dei propri doveri di prete e un grande calore umano. (pp. 32-33)
Al canonico Tosi sempre cuoceva il fatto che Manzoni avesse lasciato l'Italia, che non avesse portato a termine La morale cattolica, e che negli ultimi tempi avesse pensato unicamente a quella sua tragedia, Il conte di Carmagnola. Poiché a Parigi viveva l'abate Lamennais, sperò che andasse a conoscerlo. Così anche desiderava che andasse a conoscere il vescovo Grégoire. Dell'abate Lamennais, Manzoni aveva tradotto in parte, anni prima, un'opera, Saggio sull'indifferenza in materia di fede. Il canonico Tosi scrisse all'abate Lamennais parlandogli di Manzoni. Gli mandò La morale cattolica, di cui era uscito il primo volume. L'abate Lamennais, in una lettera di risposta al canonico, si espresse su La morale cattolica in termini lusinghieri. (pp. 50-51)
L'esistenza di Enrichetta trascorse fra questi quattro punti cardinali: il matrimonio, la maternità, la malattia, la fede. Non ebbe mai grandi svaghi, né molte amicizie; scriveva qualche volta a Rosa Somis, a Torino, o a Carlotta de Blasco, una cugina di Giulia, figlia di Michele de Blasco, zio di Giulia per parte materna. A loro raccontava piccole minuzie domestiche, i malanni delle signore del vicinato, i malesseri delle sue gravidanze, i salassi, e i progressi dei suoi bambini. Quando voleva confidarsi a qualcuno, scriveva all'abate Degola. Le era caro anche il canonico Tosi, ma Degola fu e rimase la sua vera guida spirituale. (p. 40)
Nel 1823, il canonico Tosi fu nominato vescovo a Pavia; Li lasciò. «È inutile ch'io le ridica quanto viva sia rimasta la memoria di Lei nella nostra famiglia, – Manzoni gli scrisse. – ... Non avrei ardito di richiederle ch'Ella mi scriva qualche volta nei pochi momenti che le rimarranno dalle sue occupazioni; ma poi ch'Ella si è degnata di prometterlo, ritengo questa promessa con la più vera riconoscenza.» (p. 69)
I disegni di Hayez non parvero soddisfacenti. Fu chiamato il francese Boulanger. Nemmeno di disegni di Boulanger furono giudicati con favore. Poi d'Azeglio venne con un certo pittore Gonin. I disegni di Gonin, Manzoni li trovò bellissimi. Egli iniziò a scrivere a Gonin quasi giornalmente. «Mio caro Gonin». Furono fatti venire da Parigi degli incisori. Fu messa in piedi una piccola tipografia in via San Pietro dell'Orto. (pp. 167-168)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026