Le frasi di «Suicidi dovuti» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.
Citazioni da «Suicidi dovuti»
Si è liberi veramente quando ci si può suicidare senza arrecare danno o dolore o rimpianto a nessuno: la libertà è la forma intermedia della solitudine, il suicidio la forma estrema dell'unica compagnia che ti è rimasta. (p. 2)
Le altre lavative, quelle che se mi vengono al rosario non mi vengono alla novena e se mi vengono alla novena della Madonna non mi vengono a quella del Bambin Gesù, dicono che in chiesa fa troppo freddo per i loro reumatismi sia di maggio che di febbraio che in ottobre che in dicembre e io gli rammento che neanche nostro Signore Gesù Cristo aveva i pannelli solari sulla stalla quando è nato. (p. 25)
Tutti sono bravi a dire la verità convenzionata dalla verità che gli altri si aspettano di sentire per applaudirti, ma così pochi a dire la propria, piccola, meschina verità che ti copre di fischi che la puoi dire solo nel silenzio della tua mente e solo in punto di morte. (p. 36)
Il mio vero angelo custode è stato don Trenta, altrimenti tante cose non me le spiegherei, certo, se non andavo io a far visita a lui, lui non mi avrebbe mai fatto visita, lui andava poco nelle case di tutti, e poi che fortuna, che combinazione che tutto quello che andava bene a lui, andava bene a me, la tonaca, le scarpe, il cappello da prete, e anche quella comune elasticità che deve avere uno sperticato come noi due per starci nella Cinquecento, scomodo e anchilosato, ma starci da Dio; avevo più cose in comune con lui che con la Tilde, e sì che io e la Tilde in comune avevamo la madre. (p. 76)
Il dolore del fegato che dovevo mangiarmi mi toglieva il fiato, e l'afa e l'affanno e l'ingiustizia del mondo facevano il resto sotto il mio berretto e nel mio costato trafitto. Fu in quel momento che concepii questo pensiero terribile di giustizia divina: che se uno fa un'azione ignobile contro qualcuno, be', la faccia pure, perché, che c'è di più esaltante per i deboli che bere sangue umano per darsi la forza che il proprio non gli dà? ma quando la sua cattiveria ha raggiunto il colmo nelle sue opere, uno dovrebbe farla finita da se. (p. 175)
Inutile chiedere a Caino chi dei due è il giusto Abele: ti risponderà che è lui. E purtroppo anche l'altro. E Abele, nel momento in cui dice di essere Abele per opposizione a Caino, è già Caino. Solo da chi muore e da chi sopravvive sapremo chi è chi, come fra ladri e carabinieri. Abele è Abele soltanto una volta morto. Un po' tardi, no? Che se ne fa il mondo di un Abele morto? Quello che se ne faceva di un Abele vivo: niente. Inoltre, se non fosse stato per la mano allo stesso tempo fratricida e fraterna di Caino, Abele non sarebbe mai stato nessuno, né da vivo né da morto. È Caino destinato a raccontarci chi era e come era Abele, Abele, facendo solo, tace sempre e soprattutto tace tutto del bene che fa. E Caino l'addetto alle pubbliche relazioni con la Storia e, pertanto, è lui a creare la memoria storica dell'umanità e la sua utopia migliorista, che niente ha a che vedere col suo presente e il suo futuro di Caino. Il Bene è solo l'ozio del Male in vena di speculazioni filosofiche. E Caino, fermandosi al richiamo di Dio, alza la testa, si stringe nelle spalle, allarga le mani insanguinate del sangue del fratello e Gli risponde, «Ma Dio, non sono io, c'est la vie!». E neanche Dio non può farci niente, proprio come l'uomo: sa chi è l'uno Abele e sa chi è l'altro Caino e morta lì. (pp. 216-217)
Io, a parte l'ascella nuda di Teresì, non avevo mai visto altri genitali femminili in vita mia. (p. 250)
Quando si dice che san Tommaso non ci crede se non ci mette il naso vale per tutto ma non per le donne: mettici pure il naso ma non sentirai mai la donna unica vera irripetibile davanti a te, ma sempre e soltanto l'idea che ti sei fatto dell'intera categoria. (p. 252)
Staccavo il termometro dal Crocefisso davanti ai loro occhi divertiti, glielo infilavo nella gioiadivivere e gli prendevo la temperatura con ogni delicatezza possibile, solo le mettevo prone sul letto e gli tenevo la mano attorno al collo sul cuscino, dolcemente ma facendogli sentire che avrei potuto schiacciarle giù da un momento all'altro come un topo, era una precauzione e perché distendessero bene la colonna vertebrale e quindi rilasciassero bene i muscoletti del buchettino e perché non si mettessero a strillare come galline, e loro ridevano da matte seppur senza far rumore, gli scompigliavo la frangetta rossa alta in testa per fargli capire che se non facevano le brave gliela potevo strappare con due dita, così, mettevano su una faccina un po' intensa e allargavano gli occhiettini a dismisura con quell'espressione buffa da civetta solo quando glielo sfilavo di colpo e me lo mettevo lentamente in bocca per misurare la febbre a me sfilandomelo poi lentissimamente dalle labbra a ravioletto per leccarlo senza lasciarci niente di quelle pur piccole e insperate tracce di manna di femmina. Poi, con lo scotch, lo rimettevo al suo posto sul Crocefisso sopra la branda. (p. 311)
Deflorata, si fa per dire: io conosco l'anatomia delle galline e sue consorelle esattamente come conosco per esperienza diretta quella delle donne. Non saprò mai che buco ho centrato in Faccetta Nera Bella Abissina, perché non so se le anatre, le oche, le galline sono pluriorifiziali come le donne o se le donne sono monoorifiziali come le galline e non saprò mai più se ognuna delle due specie, pur nello stupro, porge di preferenza all'irruenza dell'uomo la gafi per far pipì o il locu per far popò senza che l'uomo si renda conto di penetrare fischi per fiaschi o se, violenza per violenza e rassegnate per rassegnate, le donne porgono nel perineo entrambi i buchi allo stesso tempo tirandoli tutti e due verso lo stesso centro e lo stesso vuoto d'aria fino a farne uno solo ma bello capace per far far centro anche al più imbranato spandifieno. Misteri. Questi sì. (p. 329)
Il fascismo dei vincitori è niente in confronto al fascismo dei vinti.
Citazioni su Suicidi dovuti
Forse l'impressionante punto d'arrivo rappresentato da Suicidi dovuti (impressionante per la concentrazione, l'immobilità e la clausura quasi beckettiane, confrontate agli orizzonti amplissimi e sempre in movimento dei primi libri) conferma ciò che era intuibile anche dall'andamento picaresco del "Seminario" o del "Venditore di collant": la vera dimensione della scrittura di Busi non è quella specificamente romanzesca ma quella "epica". Un'epica dei vinti, com'è nella tradizione moderna, ma un'epica che mescola interno ed esterno: i segni dello sfruttamento sociale, il sadomasochismo come pratica psicologica diffusa, e l'affabulazione ininterrotta che sale dai paesaggi interiori dell'autore, perché l'autore non può smettere di percepire se stesso come un escluso. Anche questa è sincerità. (Walter Siti)
Soltanto Busi poteva descrivere la cancrena civile e intellettuale di noi italiani dandole la forma di un'eterna provincia [...] Ne è scaturita un'opera ambiziosa, formidabile per l'autorità con cui prende dal lettore i significati che gli fa scoprire, scritta in una lingua capace di convertire tutti i proverbiali luoghi comuni del parlato in altrettante situazioni romanzesche, ulcerata da un'esigenza strutturale di compostezza che le conferisce le stimmate del capolavoro. (Marco Cavalli)
Suicidi dovuti è un monologo interiore attraverso il quale il lettore percorre d'un fiato sessant'anni di storia degli italiani "standard" narrata in una lingua colorita e carnale, in un fuoco d'artificio di immagini esuberanti. (Paolo Di Stefano)
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026