Ritratto di Rainer Maria Rilke
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Frasi

Frasi di Rainer Maria Rilke

81 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 81 citazioni di Rainer Maria Rilke, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Rainer Maria Rilke (scrittore, poeta e drammaturgo austriaco). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Rainer Maria Rilke

A Viareggio era domenica. Le ragazze dei miei Mädchenlieder andavano in fila, tenendosi a braccetto, in mezzo alle larghe strade. Pescatori sedevano davanti alle osterie e cantavano. Dovunque era il fruscio del mare, la presenza del grande mare sublime, udibile dovunque, penetrante anche entro la più piccola parola che fosse pronunciata, intrecciata anche al più piccolo silenzio.
Citato in Bonaventura Tecchi, Scrittori tedeschi moderni, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1959, p. 38.
Accetta dunque, mia cara mamma, un bacio con tutto il cuore nella solenne ora di Natale, la più pacata dell'anno, la più misteriosa, in cui i desideri ancora ignari si tendono fino all'estremo e vengono per prodigio esauditi: trascorrila nel profondo, grande raccoglimento del Tuo cuore, abbandona ogni dubbio e incomprensione: in quest'ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto a una grande gioia: questo è il Natale.
Da Lettere di Natale alla madre, 1900-1925; citato in Aa.Vv., Pensieri di Natale, a cura di Luigi La Rosa, BUR, Milano, 2005, p. 46. ISBN 88-17-00896-6
[...] ancora una volta siamo in mezzo alle tempeste, che spingono la primavera fra la folla numerosa che ormai appartiene a Capri. Strana è stata la notte dell'equinozio di primavera, una notte di luna con innumerevoli ombre di foglie messe in fuga sui sentieri (fatti di luce bianca). Il profumo delle violaciocche non aveva pace sopra i fiori e si ritrovava d'improvviso su cespugli tutti diversi, ai quali non apparteneva, e tutti gli alberi duri, preparati al vento di mare, si facevano di nuovo sentire con la loro durezza, quando le foglie si voltavano e sbattevano l'una contro l'altra. Ma il vento (lo si vedeva) non arrivava più così in alto nella notte, ormai era solo un fiume di vento, una strada di vento, sopra la quale stava immoto, profondo e silenzioso, un cielo in fiore, cielo di primavera con grandi stelle solitarie e aperte.
Dalla lettera a Clara Westhoff del 25 marzo 1907. Citato in Poesie, vol I (1895-1908), a cura di Giuliano Baioni, commento di Andreina Lavagetto, introduzioni, commenti e note di Andreina Lavagetto, traduzione di Anna Ma
Devi cambiare vita.
Grande anima coraggiosa del cavallo a dondolo, tu dondolio sulla bàttima del cuore fanciullesco, ch'eccitava l'aria della camera dei giochi tanto che si rovesciava come nei famosi campi di battaglia della terra, altera, autentica, quasi visibile anima. Come scotevi tu i muri, le crociere delle invetriate, gli orizzonti quotidiani, quasi già le tempeste del futuro battessero a quei labilissimi accordi, che potevano assumere nell'indugio dei pomeriggi qualcosa di tanto incrollabile. Ah! come trascinavi tu, anima del cavallo a dondolo, il tuo cavaliere, nell'irrefrenabile eroico, dove si periva ardenti e gloriosi col più terribile scompiglio nelle chiome.
Da Bambole, in Rainer Maria Rilke, Charles Baudelaire e Heinrich von Kleist, Bambole, giocattoli e marionette, a cura di Leone Traverso, Passigli Editore, 1998, p. 31. ISBN 88-368-0577-9
In questi giorni scrivendo alcune piccole note sulle nostre Bambole d'infanzia, quanto mi avrebbe giovato salire un attimo da voi per sapere ciò che voi ne rammentate. Sono giunto a concludere pressappoco che erano creature ben mediocri, queste infelici Bambole, che restavano inerti ed imperturbabili mentre noi ci sfinivamo in manifestazioni d'affetto. Non è sorprendente che noi ci troviamo condannati ad imparare l'esistenza del nostro calore in un commercio così sterile, che noi diamo le primizie dei nostri più teneri sforzi a dei semi-esseri, anzi delle semi-cose che ostentano l'indifferenza più crudele, la più ostinata – l'eterna indifferenza. Poiché mentre si è estasiati di interpretare i due ruoli, di essere l'amore in due, quello che parla e quello che risponde, ci devono essere stati momenti in cui noi ci interrompevamo in questo gioco sdoppiato, per restare un secondo come sorpresi di questa vita parsimoniosa che vi lascia fare tutto permettendo al nostro partner una tale abbondanza di non sentire niente.
Io mi domando se alcuni non rechino, impresso nella loro materia fondamentale, lungo tutta la vita il sospetto di non poter essere amati, a causa delle esperienze d'insormontabile freddezza che le loro bambole avevano fatto subire ad essi un tempo?...
La contessa P.d.V. che era solita ospitare Rilke nei suoi soggiorni a Venezia. Bambole, giocattoli e marionette, a cura di Leone Traverso, nota a p. 8.
La bellezza appare come il primo bene del principe, il suo più imponente diritto.
Citato in I luoghi dell'arte, vol. 1.
La celebrità è solo la summa di tutti i malintesi che si radunano attorno a un nome nuovo.
Da Auguste Rodin, in Tutti gli scritti sull'arte e sulla letteratura, p. 641.
La natura, le cose del nostro ambiente e uso, sono provvisorie, caduche; ma esse sono, finché noi siamo qui, nostro possesso e nostra amicizia, partecipi della nostra miseria e allegrezza, come sono già state le confidenti dei nostri antenati. Così si deve non solo non calunniare e avvilire tutto quanto qui esiste, ma appunto per la sua provvisorietà, che esso divide con noi, devono queste apparizioni e cose esser afferrate da noi in un'intimissima comprensione e trasformate. Trasformate? Sì, perché il nostro compito è di imprimerci questa precaria caduca terra così profondamente così dolorosamente e appassionatamente, che la sua essenza in noi risorga «invisibile». Noi siamo le api dell'Invisibile.
Dalla Lettera al Sig. Witold von Hulewicz a proposito delle Elegie duinesi , timbro postale di Sierre, 13 novembre 1925. In Elegie duinesi, introduzione e traduzione di Leone Traverso, Vallecchi, Firenze 1959, p. 149.
[...] Le cose dell'arte sono sempre risultato dell'essere stati in pericolo, dell'essere andati in fondo a un'esperienza, in un luogo oltre il quale nessuno può andare.
Dalla Lettera a Clara Westhof del 24 giugno 1907. Citato in Poesie, vol I , Einaudi-Gallimard, p. 944.
Mi figuro che perfino chi gli sia vicino, premuto, per così dire, contro lastre di vetro, avverte queste vedute e queste intenzioni come uno che ne sia escluso; infatti le esperienze di Trakl si svolgono come in visioni riflesse ed empiono tutto il suo spazio che è inaccessibile. (Chi sarà stato mai?). (da una lettera di Rilke a Ludwig von Ficker, mecenate di Trakl, 1915)
Citato in Georg Trakl Poesie, introduzione, traduzione e note di Ervino Pocar, Rizzoli, Milano, 1974, p. 154.
Nasciamo, per così dire provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.
Da Lettere milanesi, 1956 (postume). Citato in Robert Musil, L'uomo tedesco come sintomo, traduzione di Antonello Scicchitano, Polimnia Digital Editions, Sacile (PN), nota 13 p. 59. ISBN 978-88-99193-04-1
[...] nessun paesaggio può essere più greco, nessun mare più saturo di antiche vastità di quanto non lo siano la terra e il mare che mi si offrono alla vista e ai sensi andando verso Anacapri. Là è la Grecia, senza le cose d'arte del mondo greco, ma quasi come subito prima del loro nascere. Lassù stanno i pendii pietrosi, come se tutto dovesse ancora accadere, come se dovessero ancora sorgere gli dei che la Grecia evocò nei suoi eccessi di brivido e di bellezza.
Dalla lettera a Clara Westhoff del 1 marzo 1907. Citato in Poesie, vol I , Einaudi-Gallimard, p. 959.
[...] non appena un artista ha trovato il centro vivente della sua attività, nulla è così importante per lui come tenersi in esso e da esso (che è anche il centro della natura e del suo mondo) non allontanarsi mai oltre il confine della parete interiore della sua opera che ha fatto emergere silenziosamente e costantemente; il suo luogo non è, non è mai, nemmeno per un attimo, accanto allo spettatore o al critico.
Da Lettera a Robert Heinz Heygrodt, Château de Muzot, 24 dicembre 1921. Da Verso l'estremo. , a cura di Franco Rella, Pendragon, Bologna, 2007, p.99. ISBN 9788883425530
Oh vita, vita, poter uscire.
Citato in Umberto Veronesi, L'ombra e la luce: La mia lotta contro il male, Einaudi, Torino, 2008, p. 83. ISBN 978-88-06-19501-0
Ondava nel volto dell'amata / il mondo; ma d'improvviso è sparso: / fuori è il mondo, il mondo non s'afferra. / Perché, sollevandolo non bevvi / io dal pieno, dall'amato volto / odoroso alla mia bocca il mondo? / Ah, io bevvi. Come a perdifiato / bevvi! Ma, di troppo mondo io stesso / colmo, mentre , traboccai.
Citato in Leone Traverso, Sul "Torquato Tasso" di Goethe e altre note di letteratura tedesca. Pubblicazioni dell'Università di Urbino, serie di Lettere e Filosofia, vol. XIX, Argalìa Editore, Urbino, 1964, p. 281.
Respirano lievi gli altissimi abeti / racchiusi nel manto di neve. / Più morbido e folto quel bianco splendore / riveste ogni ramo via via. / Le candide strade si fanno più zitte, / le stanze raccolte più intente.
Da Liriche e prose, Sansoni.
Rosa, oh pura contraddizione, gioia / di non essere il sonno di nessuno sotto tante / palpebre.
Versi composti da Rilke come suo epitaffio. Citato nella prefazione a Poesie francesi, p. 10.
Signore: è tempo. Grande era l'arsura. / Deponi l'ombra sulle meridiane, / libera il vento sopra la pianura. // Fa' che sia colmo ancora il frutto estremo; / concedi ancora un giorno di tepore, / che il frutto giunga a maturare, e spremi / nel grave vino l'ultimo sapore. // Chi non ha casa adesso, non l'avrà. / Chi è solo a lungo solo dovrà stare, / leggere nelle veglie, e lunghi fogli / scrivere, e incerto sulle vie tornare / dove nell'aria fluttuano le foglie. (Giorno d'autunno, Il libro delle immagini, )
In Einaudi 1984, p. 19.
Ti ricordi ancora di Roma, cara Lou? Com'è nella tua memoria? Nella mia rimarranno un giorno solo le sue acque, queste limpide, stupende, mobili acque che vivono nelle sue piazze; e le sue scale, che sembrano modellate su acque cadenti, tanto stranamente un gradino scivola dall'altro come onda da onda; la festosità dei suoi giardini e la magnificenza delle grandi terrazze; e le sue notti, così lunghe, silenziose e colme di stelle.
Dalla lettera a Lou Salomé, 3 novembre 1903. Citato in Piera Mattei, I Poeti e la Città, traduzione di Piera Mattei, Il Bisonte, Firenze, 2009, p. 36.
Un buon matrimonio è quello in cui ciascuno dei due nomina l'altro custode della sua solitudine.
Da Lettere; citato in Elena Spagnol, Enciclopedia delle citazioni, Garzanti, Milano, 2009. ISBN 9788811504894
Un'alterazione poco nota delle cellule del sangue diventa il punto di partenza dei più crudeli dei fenomeni, diffusi in tutto il corpo. Ed io, che non sono mai riuscito a guardarlo dritto in faccia, imparo ad adattarmi allo smisurato dolore anonimo.
Dalla lettera a Rudolf Kassner del 15 novembre 1926. Citato in Claude Aveline, Le parole della fine, traduzione di Claudia Liberale; in Le parole della fine – a cura di Laura Liberale e Giovanna Zulian – Rainer Maria Ril

Diario di Parigi (1902)

I viali, non spazzati, affondati nelle foglie. Foglie di pioppo viola scuro, chiare di castagno, colore del miele, e sopra alcune foglie di castagno grandissime, intatte, dorate. (29 ottobre, p. 18)
Jardin des plantes. Il cedro del Libano. È come un sogno. Immagina un albero molto grande. In alto il tronco si divide in altri grandi tronchi che si protendono in torsioni stranamente vigorose verso tutti i punti cardinali e hanno all'estremità piatti fasci di rami che si tendono orizzontalmente come mani piatte. Cosí questi rami stanno gli uni sotto gli altri e in alto attorno all'albero e assomigliano a quelle nuvole serali piatte e allungate che a volte, quando il sole è tramontato, stanno profonde contro il cielo che si spegne. (5 novembre, p. 25)
La sera ho letto la Bibbia, Levitico. E George Rodenbach. Poi, sfogliando i libri su Rodin, sono andato a dormire presto. Mi è venuto in mente: la brutalità contro il silenzio insita nella prima parola. L'immenso peso della prima parola. Quando la dirò? – I Greci avevano una bellezza leggera, ma la bellezza diventa sempre più pesante! (12 novembre, p. 32)

Frasi da «Elegie duinesi»

Chi mai, s'io grido, m'udrà delle schiere celesti? / E d'improvviso un angelo contro il suo cuore m'afferri, – / io svanirei di quel soffio più forte. Ché il bello / è solo l'inizio del tremendo, che noi sopportiamo, / ancora ammirati perché sicuro disdegna / di sgretolarci. Sono gli angeli tutti tremendi.
Da Prima elegia, 1959, p. 39.
Scendesse ora l'arcangelo, il pericoloso, dagli astri / solo un passo a noi incontro: – battendo / alto abbatte noi il nostro cuore. Chi siete? // Primi perfetti, favoriti voi del creato, / gioghi di colli, crinali all'aurora purpurei / dell'universo novello – polline della fiorente / divinità, voi membra della luce, scale, ànditi, troni / spazi d'essere, scudi voi di delizia, tumulti / di tempestoso tripudio e d'improvviso / specchi voi, solitari, cui la scaturita bellezza / rifluendo perenne ripullula nel proprio viso.
Da Seconda elegia, 1959, p. 51.
Ma di', chi sono quei randagi eterni, / quei fuggitivi un poco più di noi, / che assilla e torce - e non si sa perché - / sin dall'infanzia prima, / un volere implacabile e tremendo?
Da Quinta elegia, 1942, p. 395.
La nostra vita passa trasformandosi.
Da Settima elegia, 2014, v. 53.
La creatura è tutta una pupilla / sull'Aperto. Ma noi come riversi / abbiamo gli occhi e tesi come reti / intorno al suo libero varco. A noi / quanto esiste nel mondo si rivela / solo nel calmo volto d'animali; / poi che il fanciullo tenero volgiamo / noi indietro a riguardare le figure, / non l'Aperto, profondo nella faccia / dell'animale. Libero da morte. / La morte solo noi vediamo; / sempre ha l'animale dietro a sé la fine / e a sé davanti Iddio: nel suo cammino / va, come vanno i fonti, nell'eterno.
Da Ottava elegia, 1959, p. 115.
Così viviamo ed è sempre un addio.
Da Ottava elegia, 2014.
Qui siamo noi forse per dire: casa, / ponte, fontana, porta, mandorlo, brocca, finestra, / al più: colonna, torre... ma dire, / oh così dire come le cose stesse nell'intimo / mai s'immaginarono. Forse non è l'astuzia segreta / di questa muta terra, quando gli amanti sì preme, / che ogni cosa, nell'animo loro, ogni cosa s'incanta? // Soglia: che è mai per due / innamorati consumare anche un poco / la vecchia soglia di casa, dopo i molti di prima, / anch'essi, e prima di quanti verranno poi, lievemente. // Qui delle cose dicibili è il tempo, è qui la patria.
Da Nona elegia, 1959, p. 125.
Ma se in noi destano un simbolo, i morti senza mai fine / ai penduli amenti del vuoto avellano / essi accennano, o forse alla pioggia / che nella terra buia precipita di primavera. // E noi, che pensiamo a una felicità saliente, / il tremito commoverebbe, / che quasi ci abbatte, / se cade un evento felice.
Da Decima elegia, 1959, p. 143.

Scheda del libro «Elegie duinesi»

Frasi da «I quaderni di Malte Laurids Brigge»

Io imparo a vedere. Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada. (1988, pp 2-3)
L'ho già detto? Io imparo a vedere. Sì, incomincio. Va ancora male. Ma voglio mettere a profitto il mio tempo.
Non mi era mai capitato di accorgermi, per esempio, di quanti volti ci siano. C'è un'infinità di uomini, ma i volti sono ancor più numerosi poiché ciascuno ne ha più d'uno. (1988, p. 3)
Oggi chi dà ancora valore a una morte ben fatta? Nessuno. (1988, p. 5)
Una volta si sapeva (o si sospettava, forse) di avere in sé la morte come il frutto ha il nocciolo. I bambini ne avevano una piccola in sé e gli adulti una grossa. Le donne l'avevano nel grembo e gli uomini nel petto. La si aveva, e questo dava a ciascuno una speciale dignità e un silenzioso orgoglio. (1988, p. 6)
E quale bellezza malinconica nelle donne, quand'erano gravide e si reggevano in piedi, e nel loro grosso ventre, su cui giacevano d'istinto le mani esili, c'erano due frutti: un bambino e una morte. Il loro sorriso denso e quasi nutriente nel volto svuotato non scaturiva forse dal loro capire, talvolta, che i due frutti crescevano insieme? (1988, p. 11)
Proprio non posso impedirmi di dormire con la finestra aperta. Attraverso la camera si precipitano scampanellando tram elettrici. Automobili mi corrono sopra. L'urto di una porta. (1966, p. 9)
Ma non voglio più scrivere lettere. Dire a qualcuno che cambio: perché? Se cambio, non sono più quello di prima, sono qualcosa di diverso da quello che ero: è evidente, così, che non ho più conoscenti. E come scrivere a estranei, a gente che non mi conosce? (1966, p. 10)
È possibile che ci sia gente che dice «Dio» e pensa a qualcosa che apparterrebbe a tutti? (1988, p. 17)
Oh, ma come si sta bene tra uomini che leggono! Perché non sono sempre così? (1988, p. 28)
Non mi sono ancora abituato affatto a stare in questo mondo, che mi sembra buono. Cosa sarebbe di me in un altro? Resterei tanto volentieri tra i significati che mi sono divenuti cari, e se qualcosa deve mutare, vorrei almeno poter vivere tra i cani, che hanno un mondo parente del nostro e le medesime cose.
Ancora per un poco posso scrivere e dire tutto. Ma verrà il giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerò di scrivere, scriverà parole che non volevo. (1988, p. 39)
La tua musica: avrebbe dovuto avvolgere il mondo; non noi. Ti avrebbero costruito un pianoforte nella Tebaide; e un angelo ti avrebbe condotto dinanzi allo strumento solitario, attraverso le catene di montagne desertiche in cui riposano re ed etere e anacoreti. E si sarebbe di nuovo slanciato in alto, via, timoroso che tu cominciassi. E allora saresti fluito, o Scorrente, non udito da alcuno; per restituire all'universo ciò che solo l'universo sopporta. I beduini sarebbero fuggiti superstiziosi, lontano; ma i mercanti si sarebbero gettati a terra al limitare della tua musica, come se fossi tu la tempesta. Solo qualche leone si sarebbe aggirato intorno a te, la notte, atterrito di sé, minacciato dal suo sangue eccitato.
Chi potrà ora sottrarti a orecchie che sono avide? Chi caccerà dalle sale della musica i venali con il loro sterile udito che fornica ma non genera mai? sprizza un seme raggiante, e giocano con esso come puttane, o cade come il seme di Onan fra tutti mentre giacciono nei loro piaceri incompiuti.
Ma, o sovrano, se un udito vergineo giacesse con il tuo suono: morirebbe di beatitudine o concepirebbe l'infinito e il suo cervello fecondato dovrebbe scoppiare nel parto sonoro. (1988, pp. 59-60)
Imparai allora a conoscere la suggestione che può immediatamente derivare da un dato costume. Appena indossato uno di quegli abiti, dovevo confessarmi d'essere in suo potere; quello mi prescriveva movimenti, espressione del viso, persino idee; la mia mano, sulla quale cadevano e ricadevano le trine dei manichini, non era la mia solita mano, si muoveva come un'attrice, direi quasi che si osservava, per quanto esagerato possa sembrare. (1966, p. 72)
[...] non è proprio ciò che è più nostro quel che conosciamo di meno? A volte rifletto, come è sorto il cielo e la morte; così: abbiamo allontanato da noi ciò che di più prezioso era nostro, poiché prima avevamo ancora tante altre cose da fare e poiché presso di noi, occupati, non era al sicuro. Epoche sono trascorse, e ora ci siamo abituati a ciò che è più piccolo. Non riconosciamo più la nostra proprietà e inorridiamo dinanzi alla sua grandezza immensa. Non può essere così? (1988, p. 133)
Era un poeta e odiava il press'a poco [...] (1988, p. 133)
Essere amati significa ardere e consumarsi. Amare è: illuminare con olio inesauribile. Divenire amati è passare, amare è durare. (1988, p. 204)
Scritto da Rilke in margine al manoscritto. 1988, nota 1, p. 204
Essere amati, è passare. Amare, è durare.
Citato in Vincenzo Errante, Rilke: storia di un'anima e di una poesia, Sansoni, 1947.
Fa bene dire ad alta voce: «Non è successo niente». Ancora: «Non è successo niente». Ma poi?
Da I quaderni di Malte Laurids Brigge, a cura di Giorgio Zampa, Adelphi, Milano, 2020. ISBN 9788845981326

Scheda del libro «I quaderni di Malte Laurids Brigge»

Le storie del buon Dio

È sempre male per un maestro che i bambini sappiano d'un tratto una cosa non raccontata da lui. Il maestro deve essere, per così dire, l'unico buco della staccionata, traverso il quale si guarda nell'orto; ma se ci sono altri buchi, i bambini finiscono col passare ogni giorno da uno all'altro, per stancarsi alla fine di tutto quello che vedono.
Da Perché il buon Dio vuole che esistano i poveri, 1995, p. 26.
[...] l'abitudine alle carte geografiche ha guastato la gente. Sulla carta tutto è piano e liscio, e quando quei signori hanno indicato i quattro punti cardinali, credono di avere fatto tutto. Ma un paese non è un atlante. Ci sono montagne e precipizi; e deve dunque urtare in qualche cosa, sia nel senso della profondità che in quello dell'altezza.
Da Come il tradimento arrivò in Russia, 1995, pp. 30-31.
Quello che noi avvertiamo come primavera, Iddio vede trascorrere sulla terra come un fuggevole, lieve sorriso. Come se essa rammentasse qualche cosa che racconterà a tutti nell'estate, sino a quando non sarà divenuta più saggia nel grande silenzio dell'autunno, con cui si confida ai solitari.
Da L'uomo che ascoltava le pietre, 1995, p. 55.
Mi è sempre parso strano, fin da quando ero bambino, che gli uomini parlino della morte in modo diverso da quello usato per le altre cose, e questo soltanto perché nessuno ha mai rivelato quello che gli è accaduto dopo. Ma in che modo un morto può distinguersi da un uomo che diventa serio, che rinuncia al tempo e si chiude in sé, per riflettere calmo su un problema, la cui soluzione da tempo lo tormenta? Quando si sta in mezzo alla gente, non ci si rammenta neppure del Paternostro; come dunque è possibile ricordare un altro rapporto più oscuro, che forse trova la sua ragione non in parole ma in eventi? Bisogna appartarsi in un silenzio inaccessibile: e forse i morti sono coloro che si sono così isolati per meditare sulla vita.
Da La canzone della Giustizia, 1995, pp. 42-43.
I "kurgan" sono sepolcri di razze scomparse che attraversano tutta la steppa come un'ondata irrigidita in un sonno di pietra; e in questo paese in cui le tombe sono monti, gli uomini rappresentano gli abissi. Sono esseri cupi, oscuri, silenziosi, le loro parole sono soltanto deboli ponti oscillanti sopra la loro vera natura.
Da La canzone della Giustizia, 1995, p. 44.
Qui tutto sembra, in ogni direzione, infinito. Persino le case non possono proteggere da questa immensità: le loro piccole finestre ne sono piene. Solo negli angoli oscuri delle stanze stanno le vecchie icone come pietre miliari di Dio, e lo splendore di un piccolo lume passa attraverso le loro cornici, come un bambino smarrito in una notte stellata. Queste icone rappresentano l'unico punto di riferimento, l'unico segno confortante lungo il cammino; e nessuna casa può esistere senza di loro. È necessario farne sempre di nuove: una cade a pezzi per i tarli e la vecchiezza, oppure c'è chi sposa e si costruisce una capanna, oppure un altro, come il vecchio Abramo, per esempio, esprime morendo il desiderio di portare con sé san Nicola miracoloso nelle mani giunte, probabilmente per paragonare a questa immagine i santi in paradiso e riconoscere prima di ogni altro il suo patrono.
Da La canzone della Giustizia, p. 44.
Spesso le esperienze che viviamo non si possono esprimere a parole e quindi chi pretende di raccontarle incorre fatalmente in errori.
Con diversa traduzione in 1995, p. 87.
Brillava quasi fosse d'argento: e grazie appunto alla sua bellezza fu deciso che diventasse il buon Dio.
Da Come avvenne che il ditale..., 1995, p. 62.
Una siepe, una casa, una fontana, tutte queste cose sono certo in gran parte di origine umana. Ma se rimangono, per un periodo, ferme nel paesaggio in modo da assimilare particolarità degli alberi, dei cespugli, di tutto quanto le circonda, allora esse passano, per così dire, in proprietà di Dio e, in conseguenza, del pittore. Perché Iddio e l'artista hanno in comune povertà e ricchezza, a seconda dei casi.
Da Un'associazione nata da un sentito bisogno, 1995, p. 74.

Lettere a un giovane poeta

Anzitutto questo: domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere?
Da una lettera del 17 febbraio 1903. Citato in Stefano Lanuzza, Non è mai troppo presto. Antimanuale di scrittura e lettura, Stampalternativa.
Chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Come le api raccolgono il miele, così noi estraiamo da tutto la linfa più dolce per edificare Lui.
È difficile il nostro compito, quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.
È questo in fondo l'unico coraggio che si richieda a noi: essere coraggiosi verso quanto di più strano, prodigioso e inesplicabile ci possa accadere.
Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada.
Da Lettera del 12 agosto 1904; in Lettere a un giovane poeta, traduzione di Leone Traverso, Adelphi, 1980, p. 55.
L'amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano.
L'esperienza artistica è così incredibilmente prossima a quella sessuale, alle sue pene e ai suoi piaceri, che i due fenomeni non sono in realtà che forme diverse di una identica brama e beatitudine.
La vita ha ragione, in ogni caso.
Le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica.

Lettere su Cézanne

Essere un buon operaio, far bene il proprio mestiere era per lui la chiave, la base di tutto. Dipingere bene significava vivere bene. Dava tutto se stesso, si calava con tutta la sua forza in ogni colpo di pennello. Bisogna averlo visto dipingere, dolorosamente teso, la preghiera nel volto, per immaginare quanto della sua anima egli mettesse nel lavoro. Tremava tutto. Esitava, la fronte congestionata quasi enfiata da invisibili pensieri, il busto raggomitolato, il collo incassato nelle spalle e le mani frementi fino al momento in cui, solide, volitive, tenere, posavano il tocco, sicure, e sempre da destra a sinistra. Allora indietreggiava un po', e i suoi occhi si posavano di nuovo sugli oggetti. (Lettera a Clara, 9 ottobre 1907)
Citato in Stefania Lapenta, Cézanne, I Classici dell'arte, Rizzoli – Skira, Milano, 2003, pp. 183-188 e frontespizio. ISBN 88-7624-186-8

Nuove poesie

Come talvolta in mezzo ai rami ancora / spogli un mattino sorge, e in quel momento / è primavera: così nulla affiora / dal suo capo, che il subito portento // della poesia non ci ferisca; il muro / d'ombra è lontano dal suo sguardo incauto / troppo fresca è la fronte per il lauro, / e solo tardi all'arco delle pure // sue sopracciglia sorgerà il rosaio, / da cui foglie cadute e sparse il lieve / tremito della bocca veleranno, // quella che tace adesso e accenna solo / a un sorriso da cui nitida beve / il canto come un'acqua nella gola. (Apollo primitivo, Einaudi 1984, p. 23)
Come potrei trattenerla in me, la mia anima, che la tua non sfiori; come levarla, oltre te, ad altre cose? (da Canto d'amore, in Poesie, vol I , Einaudi-Gallimard, p. 455.)
Ma egli ruppe la scorza del dolore / in pezzi e ne distese alte le mani, / come per trattenere il dio fuggente. / Anni chiedeva, solo un anno ancora / di giovinezza, mesi, pochi giorni, / ah, non giorni, ma notti, una soltanto, / solo una notte, questa notte: questa. / Il dio negava. Gridò allora Admeto, / gridò vani richiami a lui, gridò, / come gridò sua madre al nascimento. (da Alcesti, vv. 25-34; pp. 25-27)
Lei così amata che più pianto trasse / da una lira che mai da donne in lutto; / così che un mondo fu lamento in cui / tutto ancora appariva: bosco e valle, / villaggio e strada, campo e fiume e belva; / e sul mondo di pianto ardeva un sole / come sopra la terra, e si volgeva / coi suoi pianeti un silenzioso cielo, / un cielo in pianto di deformi stelle –: / lei così amata. // Ma ora seguiva il gesto di quel dio, / turbato il passo dalle bende funebri, / malcerta, mite nella sua pazienza. / Era in se stessa come un alto augurio / e non pensava all'uomo che era innanzi, / non al cammino che saliva ai vivi. / Era in se stessa, e il suo dono di morte / le dava una pienezza. / Come un frutto di dolce oscurità / ella era piena della grande morte / e così nuova da non più comprendere. // Era entrata a una nuova adolescenza / e intoccabile: il suo sesso era chiuso / come i fiori di sera, le sue mani / così schive del gesto delle nozze / che anche il contatto stranamente tenue / della mano del dio, sua lieve guida, / la turbava per troppa intimità. // Ormai non era più la donna bionda / che altre volte nei canti del poeta / era apparsa, non più profumo e isola / dell'ampio letto e proprietà dell'uomo. / Ora era sciolta come un'alta chioma, / diffusa come pioggia sulla terra, / divisa come un'ultima ricchezza. / Era radice ormai. (da Orfeo Euridice Hermes, Einaudi 1984, pp. 33-35)

Poesie francesi

Ninfa, sempre ti rivesti / con quanto ti denuda, / ed il tuo corpo esalti / per l'onda tenera e cruda. // Muti il tuo abito sovente, / cambi l'acconciatura; / la vita in te sfuggente / resta presenza pura. (Piccola cascata, Le quartine vallesane, p. 58)
Un dio, se lo canti, / restituisce il suo silenzio in dono. / Ognuno avanza / verso un dio silenzioso. // L'impercettibile scambio / che ci fa fremere / è retaggio di un angelo / senza che ci appartenga. (Verzieri, p. 107)
Non la giustizia regge la bilancia esatta, / sei tu, Dio dal desiderio indiviso, / che misuri i nostri errori, / che di due cuori feriti e dilaniati / fai un cuore immenso, innaturale / che ancora crescere // vorrebbe... Tu, indifferente e superbo, / umiliata la bocca innalzi al verbo / verso un cielo ignaro... / Tu che mutili gli esseri e li aggiungi / all'ultima essenza di cui sono frammenti. (Eros, IV, Verzieri, p. 123)

Frasi da «Sonetti a Orfeo»

Lì si levò un albero. Oh puro sovrastare! / Orfeo canta! Grandezza dell'albero in ascolto! E tutto tacque. Ma proprio in quel tacere / avvenne un nuovo inizio, cenno e mutamemto.
Da sonetto I, I, Feltrinelli, p. 19.
I dolori sono ignoti, / l'amore non si impara, l'ingiunzione che ci chiama ad entrare nella morte / rimane oscura. / Solo il canto sulla terra consacra e celebra.
Da I sonetti a Orfeo, sonetto XIX, I, traduzione di Raffaello Prati, Cederna, Milano, 1986, p. 63. Citato in Umberto Galimberti, La casa di psiche. , Feltrinelli, Milano, 2008, p. 271. ISBN 978-88-07-72019-2
Filo di seta, t'intrecciasti nell'ordito. // A qualunque immagine tu ti sia intimamente unito / (fosse pure un momento da vita di pena generato), / senti che tutto il tappeto di lode vi è significato.
Da sonetto XXI, II, Feltrinelli, p. 113.

Scheda del libro «Sonetti a Orfeo»

Dicono di Rainer Maria Rilke

In quanto poeta egli accetta e traduce in parola tutto, anche le cose e gli eventi più infimi e impercettibili, anche l'orribile e il terribile, cogliendo ed esprimendo tutto con finezza e nobiltà, con un entusiasmo e una partecipazione come in pochi poeti prima di lui. Ma dall'oggetto più insignificante, o meglio dal modo rilkiano di cogliere l'oggetto più insignificante, echeggia sempre di nuovo – più puro nella più matura stagione del poeta – questo lamento dell'uomo smarrito in un mondo fondamentalmente estraneo, anzi ostile:
[...] denn das Schöne ist nichts
als des Schrecklichen Anfang, den wir noch gerade ertragen,
und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht,
uns zu zerstören.
Che «sicurezza» è questa che così risuna nel più puro dei suoi cantori?
György Lukács[...] Ché il bello / è solo l'inizio del tremendo, che noi sopportiamo, / ancora ammirati perché tranquillo disdegna / di sgretolarci. Traduzione di Leone Traverso. Citato in György Lukács, Breve storia della letteratura

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026