Ritratto di Thomas Mann
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Frasi

Frasi di Thomas Mann

114 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Una raccolta di 114 citazioni di Thomas Mann, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.

Thomas Mann (scrittore e saggista tedesco). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Thomas Mann

Chi non è artista si trova di fronte a un quesito molto imbarazzante, se gli si chiede fin dove l'artista prenda sul serio ciò che per lui dovrebbe essere, e sembra essere, la cosa più seria; quanto prenda sul serio se stesso e quanto invece sia scherzo, celia o mascherata.
Da Doctor Faustus.
Collocare sul medesimo piano morale il comunismo russo e il nazifascismo in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben ritenersi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo.
Citato in Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci, 2015, p. 14. ISBN 8843077007
Dove ci sono io, c'è la cultura tedesca.
Dalla conferenza stampa al suo arrivo negli Stati Uniti, 1938; citato in Riemen, prologo a Steiner 2006, p. 15.
Essere artista ha sempre significato possedere ragione e sogni.
Citato in I luoghi dell'arte, v. 11.
Il blocco non parteggia per lo scultore, è contro di lui.
Da La legge.
Il mio atteggiamento democratico non è perfettamente sincero, è solo una reazione irritata all'irrazionalismo dei tedeschi, alle loro profondità fasulle e al fascismo in genere, che non riesco proprio a sopportare. Ho sempre sentito che, al tempo della mia ostinazione reazionaria, nelle Considerazioni di un impolitico ero stato molto più interessante e lontano dalla banalità.
Da una lettera a Ferdinand Lion, 1952; citato in Marino Freschi, Il reazionario amato dalla sinistra, ilgiornale.it, 1º ottobre 2005.
L'incompleta comprensione di se stesso, il non ammettere che il suo amore non era per nulla più sublime, ma un amore come tutti gli altri, se pure – almeno al tempo suo – con più scarse possibilità di felice esaudimento, questo equivoco insomma lo spinse all'ingiustizia, all'insanabile amarezza, all'esacerbato rancore per il dispregio e la durezza in (sic) cui la sua ardente dedizione si scontrava quasi ad ogni momento ed esso ha parte evidentissima nel suo risentimento contro la Germania e contro tutto ciò che è tedesco, e finì per spingerlo all'esilio ed alla morte solitaria.
Parlando di August von Platen; da Nobiltà dello spirito. Saggi critici, in Tutte le opere, vol. X, Mondadori, Milano, 1953 e 1973, p. 372.
Il tempo è un dono prezioso, datoci affinché in esso diventiamo migliori, più saggi, più maturi, più perfetti.
Da Romanzo d'un romanzo, Milano, Mondadori, 1952.
Il vero principio artistico è la riserva.
Da Goethe e Tolstoj. Frammenti sul problema dell'umanità, in Nobiltà dello spirito e altri saggi.
L'artista è l'ultimo a farsi illusioni a proposito della sua influenza sul destino degli uomini [...]. L'arte non è una forza, è soltanto una consolazione.
Da L'artista e la società.
L'uomo ha tendenza a considerare la sua condizione del momento, sia essa serena o intricata, tranquilla o appassionata, come quella vera, caratteristica e duratura della sua esistenza, e soprattutto a elevare immediatamente, nella sua fantasia, ogni felice ex tempore a bella regola e inviolabile consuetudine, mentre in realtà è condannato a improvvisare e a vivere, dal punto di vista morale, alla giornata.
Da Cane e padrone.
La capacità di godere richiede cultura, e la cultura equivale poi sempre alla capacità di godere.
Da Il piccolo signor Friedemann.
La nostra capacità di ribrezzo è tanto maggiore quanto più intenso il desiderio, vale a dire quanto più noi in fondo siamo legati al mondo e alle sue attrattive.
Da Confessioni del cavaliere d'industria Felix Krull, traduzione di Lavinia Mazzucchetti, Mondadori, Milano, 2015. ISBN 9788852057779
La giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia.
Da Disordine e dolore precoce.
La musica dodecafonica è un abile tentativo di ridare ordine e norma alla musica, che va dissolvendosi nell'arbitrio soggettivo. Essa vuole oggettività e composizione rigorosa.
Dall'intervista Cinque domande a Th. Mann, Epoca, 14 ottobre 1950, p. 9.
Le parole grosse, trite come sono, non si addicono molto a esprimere le cose straordinarie; vi si riesce meglio sublimando quelle piccole, portandole al culmine del loro significato.
Da Padrone e cane.
Noi cammineremo insieme, la mano nella mano, anche nel regno delle ombre.
Da Brindisi a Katja.
«Non è europeo», disse scuotendo la testa.
«Non è europeo, signor Fischer? E perché?»
«Non capisce niente delle grandi idee umane.»
Da un aneddoto sul suo editore ebreo ungherese di Berlino in un articolo scritto nel 1934 dopo la sua morte; citato in Riemen, prologo a Steiner 2006, p. 18 (da La montagna incantata).
Se ho firmato la "petizione di Stoccolma contro la bomba atomica", l'ho fatto perché mi fu presentata non come azione comunista, ma prettamente umanitaria. L'hanno sostenuta molti non comunisti, convinti della necessità di conservare la pace. È abominevole che si avvilisca la parola "pace" facendone la parola d'ordine del Partito Comunista.
una rivoluzione entusiastica e sfavillante, un movimento popolare tedesco con uno straordinario investimento di fede e di entusiasmo.
Da Tagebücher 1944-1. April 1946 (Diari 1944-1. Aprile 1946), a cura di Inge Jens, Frankfurt am Main 1986, p. 78; citato in Ernst Nolte, Controversie (Streitpunkte), traduzione di Francesco Coppellotti, Corbaccio Milano,

Frasi da «Un appello alla ragione»

Io non sono un fautore dell'inesorabile attivismo sociale, non vorrei con questo vedere nell'arte, nel bello inutile, un ozio individualistico, la cui intempestività lo assegnerebbe quasi alla categoria della criminalità. Pur sapendo che l'epoca in cui Schiller poteva celebrare il «gioco puro» come lo stato supremo dell'uomo, l'epoca dell'idealismo estetico, è appunto come epoca ormai passata.
Io sono un figlio della borghesia tedesca e non ho mai rinnegato le tradizioni psichiche che ho ereditato da tale origine.
Il neonazionalismo dei nostri giorni , che segna un nuovo gradino rispetto al nazionalismo del secolo XIX, di tutt'altra tempra dal nostro per le sue profonde venature cosmopolite e umanitarie. Da quello il nostro si distingue appunto per il suo carattere sfrenato, per il suo culto orgiastico della natura, per la sua radicale avversione all'umanità, per il suo ebbro dinamismo.
Da Moniti all'Europa, a cura di Lavinia Mazzucchetti, Mondadori, Milano, 2017, p. 79. ISBN 8852084061
Oggi il posto politico della borghesia tedesca è al fianco della socialdemocrazia.

Scheda del libro «Un appello alla ragione»

Frasi da «Carlotta a Weimar»

Agli dei si offrivano vittime in sacrificio e alla fine la vittima era quella stessa divinità. Ti sei servita di un simbolo che mi è caro e congeniale più di ogni altro e dal quale l'anima mia fu sempre pervasa: quello del moscerino e della fiamma allettatrice e letale. Se tu vuoi che io sia la luce verso cui si lancia smaniosa la farfalla, io sono però anche, nello scambievole tramutarsi delle cose, la candela accesa che sacrifica il proprio corpo perché la luce risplenda, sono anche la farfalla inebriata che si perde nella fiamma — simbolo del perenne sacrificio della vita e della materia per una suprema metamorfosi spirituale. Anima fida, diletta, puerile: son io stesso per primo e per ultimo una vittima e sono insieme colui che la sacrifica. Un giorno mi consumai per te nella fiamma e per te sempre mi trasmuto in ispirito e in luce. (p. 534)

Scheda del libro «Carlotta a Weimar»

Frasi da «Della repubblica tedesca»

È mio proposito, lo dichiaro francamente, guadagnarvi, ove sia necessario, alla causa della repubblica e a quello che si suol chiamare democrazia e che io chiamo umanità, per avversione alle voci ciarlatanesche pullulanti intorno a quell'altra parola (avversione che divido con voi): intendo far propaganda per tale causa in mezzo a voi, al cospetto di quest'uomo e poeta che mi sta davanti, la cui schietta popolarità si fonda sulla più degna fusione di elementi nazionali e di elementi umani.
Ora andate in collera! Certo, se la presenza di personaggi altolocati non frenasse la vostra vivacità, mi gridereste: "Come? E il tuo libro? Le tue Considerazioni antipolitiche, antidemocratiche dell'anno '18 ? Apostata e disertore! Tu che contraddici te stesso, voltafaccia, scendi dalla tribuna e non pretendere di sedurci alle idee del più indegno rinnegato!". Cari amici, rimango ancora. Ho ancora da comunicare alcune cose che mi sembrano buone e importanti; e quanto al tradimento, al voltafaccia, riflettete, non è precisamente così. Io non revoco niente. Non ritratto nulla di essenziale. Espressi allora la mia verità e la esprimo oggi
Ma quando seppi che quest'uomo pretendeva che la sua profezia di calcificazione fosse presa sul serio come veramente positiva, e che in questo senso egli istruiva la gioventù, cioè la esortava a non sprecare per carità il suo cuore e la sua passione per cose come la cultura, l'arte, la poesia, la formazione spirituale, bensì ad attenersi a quello che esclusivamente costituisce l'avvenire e che bisogna volere, per poter ancora volere qualche cosa; cioè al meccanismo, alla tecnica, all'economia o tutt'al più alla politica; quando mi accorsi che egli stringeva davvero il freddo pugno diabolico «delle leggi di natura» contro la volontà e l'aspirazione dell'uomo, allora volsi le spalle a tanta ostilità e allontanai il suo libro dalla mia vita, per non dover ammirare ciò che è dannoso, anzi letale.

Scheda del libro «Della repubblica tedesca»

Frasi da «Doctor Faustus»

Un terzo tempo? Una nuova ripresa... dopo questo addio? Un ritorno... dopo questo commiato? Impossibile. Tutto era fatto: nel secondo tempo, in questo tempo enorme la sonata aveva raggiunto la fine, la fine senza ritorno. E se diceva "la sonata" non alludeva soltanto a questa, alla sonata in do minore, ma intendeva la sonata in genere come forma artistica tradizionale: qui terminava la sonata, qui essa aveva compiuto la sua missione, toccato la meta oltre la quale non era possibile andare, qui annullava se stessa e prendeva commiato – quel cenno d'addio del motivo re-sol-sol, confortato melodicamente dal do diesis, era un addio anche in questo senso, un addio grande come l'intera composizione, il commiato dalla Sonata.
Traduzione di Ervino Pocar, dall'edizione Mondadori, Milano, 1980, p. 75. Citato in Sigmund Freud, L'elaborazione del lutto. , a cura di Alberto Luchetti, traduzione di Irene Giannì, Rizzoli BUR Minima, Milano, 2013, p.

Scheda del libro «Doctor Faustus»

Frasi da «Dolore e grandezza di Richard Wagner»

Quel che io sempre criticai, o meglio quel che sempre mi lasciò indifferente, è la teoria wagneriana, e a malapena mi induco a credere che mai alcuno l'abbia presa sul serio. Che dire di questa addizione fra musica, parola, pittura e gesto che vuol spacciarsi per sola verità, per esaudimento di ogni aspirazione artistica? di una estetica in base alla quale il Tasso dovrebbe essere inferiore al Sigfrido? Ci voleva un bel coraggio, a mio avviso, per dedurre le singole arti dalla decadenza di una originaria unità teatrale cui avrebbero dovuto tornare per loro salvezza. L'arte è intera e perfetta in ognuna delle sue manifestazioni: non occorre sommarne i generi per renderla perfetta. (p. 12)
La psicanalisi crede di sapere che l'amore è fatto di sole perversioni. Ma esso rimane pur sempre l'amore, il più divino fenomeno del mondo. (p. 18)
Conviene constatare come l'artista, anche quello domiciliato nelle più solenni regioni dell'arte, non è creatura perfettamente austera; egli aspira anzi all'effetto, al divertimento superiore, giacché tragedia e farsa procedono in fondo dalla stessa radice. Uno spostamento di luci trasforma l'una nell'altra; la farsa è una segreta tragedia, la tragedia è una beffa sublime. (p. 29)
In fondo, l'arte di Wagner e il bouquet à la Makart con pen­ne di pavone che adornava i salotti imbottiti e dorati della borghesia tedesca hanno la stessa origine nel tempo e nel gusto, ed è del resto noto che Wagner ebbe l'intenzione di farsi dipingere degli scenari da Makart. (p. 43)

Scheda del libro «Dolore e grandezza di Richard Wagner»

Federico e la grande coalizione

Tutto il realismo psicologico di questo ritratto di un re, infatti, che fece sembrare allora il saggio quasi un libello denigratorio (e qualche stupido lo ha veramente considerato tale), non riesce a eliminare o per lo meno nascondere la sua tendenza guerrafondaia e la continua allusione al «giorno e all'ora» del 1914. Sia pure. Voglio concedere al pezzo il posto cronologico e autobiografico che gli compete in questo volume.
Sembra però che l'istinto politico, una volta che sia stato violentemente risvegliato alla pura follia, come accadde a me per gli sconvolgimenti degli anni 1914-1918, riacquisti subito un equilibrio con la personale intelligenza. Ad ogni modo io ho intuito con tormentosa chiarezza il terribile pericolo con cui ciò che si denominava nazionalsocialismo minacciava la Germania, l'Europa e il mondo; questo subito, all'epoca in cui il mostro si sarebbe potuto annientare facilmente. Proprio allora io mi opposi ad esso, con consapevoli ammonizioni, quando, mascherato come culto del profondo, rivoluzione conservatrice e nobile oscurantismo spirituale, preparava il cammino alla catastrofe. (premessa alla ristampa del 1953, p. 4)
Poiché però tempo e spazio protestano a gran voce che noi, in questo saggio sulla genesi di una guerra di cui oggi viviamo la ripetizione e la continuazione, vogliamo incominciare dalle più profonde origini, diamoci una scrollatine e iniziamo dalla «grande diffidenza», la profondamente radicata e, se vogliamo essere giusti, abbastanza fondata diffidenza del mondo nei confronti di Federico II di Prussia. (p. 5)
Proprio "lui" dimostrò cosa fosse in realtà il dispotismo: prima non se ne aveva avuto un concetto ben definito e, per completare il significato del termine, doveva arrivare un re in grado di lavorare come lui. Egli creò però anche una varietà di dispotismo: era il despota illuminato, in quanto i suoi sudditi potevano pensare e dire ciò che volevano, purché lui, da parte sua, potesse fare ciò che voleva, e questo era un accordo proficuo per entrambe le parti, come si fu costretti ad ammettere. Le religioni non avevano importanza, dato che le disprezzava. Nei suoi stati gli atei perseguitati trovarono non solo asilo, ma anche impieghi ufficiali. Non si curava delle satire, degli scritti denigratori e dei libelli indirizzati contro di lui; non temeva lo spirito perché, finché esso era innocuo, sapeva trovare un giusto equilibrio fra amore e disprezzo. Quando sentì parlare di un suddito tendenzialmente critico, chiese:
«Ha centomila uomini? Se no, cosa volete che me ne preoccupi!». (p. 21)

La Germania e i tedeschi – Citazioni

Quando si è nati Tedeschi si ha a che fare con il destino tedesco e con la colpa tedesca. Distanziarsi criticamente da essa non dovrebbe tuttavia venire interpretato come tradimento.
Il nostro massimo poema, il Faust di Goethe, ha per protagonista l'uomo al confine tra Medioevo e Umanesimo, l'uomo che si arrende al demonio e alla magia per temeraria sete di conoscenza. Dove l'orgoglio dell'intelletto si accoppia all'arcaismo dell'anima e alla costrizione, là interviene il demonio. E il diavolo, il diavolo di Lutero e di Faust, mi sembra essere figura tedeschissima.
Martin Lutero, gigantesca incarnazione dell'indole tedesca, era straordinariamente musicale. Io non lo amo, lo confesso apertamente. Ciò che è estremamente tedesco, separatista e antiromano, antieuropeo, mi sconcerta e mi spaventa anche quando si presenta come libertà evangelica e come emancipazione spirituale, mentre ciò che è specificamente luterano, la villania collerica, le invettive, l'eruttare infuriato, la spaventosa vigoria mischiata a delicata profondità d'animo e a massiccia credenza superstiziosa nei demoni, negli incubi e nei mostri, suscita la mia istintiva ripugnanza. Non mi sarebbe piaciuto essere ospite alla tavola di Lutero, mi sarei probabilmente sentito come nella dimora di un orco, mentre son persuaso che me la sarei cavata molto meglio con Leone X, cioè con Giovanni de' Medici, il cortese umanista che Lutero soleva chiamare "la scrofa del demonio, il Papa".
Perché l'impulso di libertà tedesco deve sfociare sempre in una non-libertà interiore? Perché dovette diventare alla fine persino attentato alla libertà altrui, alla libertà medesima? La ragione sta in ciò: che la Germania non ha mai conosciuto una rivoluzione e non ha mai imparato a conciliare il concetto della nazione con quello della libertà.
(Il tedesco) Non è per nulla perfido di indole, è anzi incline alle cose intellettuali e ideali, ma considera la politica null'altro che menzogna e delitto, inganno e violenza, qualcosa insomma di pienamente e assolutamente lurido, e, quando vi si dedica per ambizione internazionale, la esercita in base a tale filosofia.

Frasi da «Giuseppe il Nutritore»

Il nostro essere è solo il punto di incidenza tra il non essere e il sempre essere, e la nostra esistenza temporale è solo il mezzo attraverso cui l'eternità si manifesta.
L'inferno è per i puri; questa è la legge del mondo morale. Esso è infatti per i peccatori, e peccare si può soltanto contro la propria purezza. Se si è una bestia, non si può peccare e non si sente nulla di un inferno. Così è stabilito, e certamente l'inferno è tutto popolato soltanto da gente per bene, il che non è giusto; ma che cos'è mai la nostra giustizia!
Spiare nelle alcove è al di sotto della dignità di colui che sta narrando questa storia. (1963, p. 359)

Scheda del libro «Giuseppe il Nutritore»

I Buddenbrook – Citazioni

Figliuol mio, attendi con zelo ai tuoi negozi durante il giorno, ma concludi soltanto quegli affari che ti consentano di riposare tranquillo la notte. (Johann Buddenbrook, fondatore della ditta; 2002)
Perché si tratta del principio, capisce, dell'istituzione! Ecco che non sa più cosa ribattere... Ma come? Basta che uno sia venuto al mondo, per essere un patrizio, un eletto... uno che guarda noi altri dall'alto in basso... noi che con tutti i nostri meriti non possiamo elevarci fino a lui?...
[...]
Noi, la borghesia, il terzo stato, come ci hanno chiamati finora, vogliamo che ci sia soltanto un'aristocrazia del merito, non riconosciamo più la nobiltà corrotta, neghiamo l'attuale diversità dei ceti... vogliamo che tutti gli uomini siano liberi e uguali, che nessun individuo sia soggetto a un altro, ma che tutti siano soggetti soltanto alle leggi!... Bisogna abolire i privilegi e gli arbitrî!... Tutti debbono essere figli dello Stato, con uguali diritti, e come non esistono intermediari fra i laici e Iddio, così anche il cittadino dev'essere con lo Stato in rapporti diretti... Vogliamo la libertà di stampa, di mestiere, di commercio... Vogliamo che tutti gli uomini, senza privilegi, possano gareggiare fra loro, e il merito abbia il suo premio!... (Morten Schwarzkopf: III, VIII; 2002, pp. 125-126)
Infatti, sebbene la parola parlata possa agire in modo più vivo e immediato, la parola scritta ha il privilegio di venir scelta e pesata con calma, di rimaner fissata sulla carta, e, in quella forma ben calcolata e ponderata dallo scrivente, può esser letta e riletta ed esercitare un'azione costante. (Johann Buddenbrook: III, X; 2002, p. 134)
Mia cara figlia, noi non siam nati per quella che con vista miope consideriamo la nostra piccola, personale felicità, perché non siamo esseri staccati, indipendenti e autonomi, ma anelli di una catena; e, così come siamo, non saremmo pensabili senza la serie di coloro che ci hanno preceduti e ci hanno indicato la strada, seguendo da parte loro rigidamente e senza guardare a destra o a sinistra, una tradizione provata e veneranda. La tua via, a mio parere, è già chiaramente e nettamente tracciata da parecchie settimane, e non saresti mia figlia, non saresti nipote di tuo nonno che riposa in Dio, non saresti addirittura un degno membro della nostra famiglia se pensassi sul serio, tu sola, di seguire con caparbietà e sventatezza una tua strada irregolare e arbitraria. (Johann Buddenbrook: III, X; 2002, p. 134)
Ma io non voglio dimenticare! Dimenticare... è forse un conforto? (Tony Buddenbrook: III, XII; 2002, p. 142)
Oh Bethsy, è contenta di sé; questa è la felicità più certa che si possa raggiungere sulla terra. (Johann Buddenbrook: III, XIV; 2002, p. 150)
Uomo non educato dal dolore riman sempre bambino! (Siegismund Gosch: IV, III; 2002, p. 167)
In italiano nell'originale.
L'ordine, ho detto! Non son neanche state accese le lampade... Mi pare che vada troppo in là questa rivoluzione. (Johann Buddenbrook: IV, III; 2002, p. 176)
– Oh Dio! – esclamò a un tratto, e ricadde sul suo sedile. Solo in quel momento aveva afferrato tuttò ciò che la parola «bancarotta» implicava, il senso vago e terribile che fin dall'infanzia le aveva inspirato. «Bancarotta»... era una cosa più atroce della morte, era disordine, crollo, rovina, vergogna, scandalo, disperazione e miseria. (IV, VII; 2002, p. 196)
Chi sta bene non si muove. (VII, V; 2002, p. 383)
Si ha l'età che si sente di avere... (Thomas Buddenbrook, VII, VI; 2002, p. 392)
Ho tanto pregustato queste gioie, ma come sempre, l'immaginarsele è stato la parte migliore, perché il bene arriva sempre troppo tardi, diventa realtà troppo tardi, quando non si è più capaci di goderne...
[...]
E quando il bene che si è desiderato giunge, lento e tardivo, è accompagnato da piccinerie, contrarietà, fastidi, carico di tutta la polvere della realtà, che la fantasia non aveva previsto, e che irrita, urta... (Thomas Buddenbrook: VII, VI; 2002, p. 392)
Che cos'è il successo? Una forza segreta e indefinibile, chiaroveggenza, prontezza, la convinzione di influire sui moti della vita col solo fatto della nostra esistenza... La fede nell'arrendevolezza della vita in nostro favore... Fortuna e successo sono in noi; bisogna tenerli saldamente, intimamente. (Thomas Buddenbrook: VII, VI; 2002, p. 392)
[...] una proposta ci agita e ci manda in collera solo quando non ci sentiamo ben sicuri di saperla respingere, e siamo segretamente tentati di accettarla. (Tony Buddenbrook: VIII, II; 2002, p. 419)
Che cos'era dunque, egli tornava a chiedersi: un uomo pratico o un languido sognatore?
Ah, questa domanda se l'era posta mille volte, e nei momenti di forza e di sicurezza aveva risposto in un modo, nei momenti di stanchezza in un altro. Ma era troppo onesto e sagace per non confessare infine a se stesso la verità, e cioè ch'egli era un miscuglio d'entrambi. (VIII, IV; 2002, p. 431)
I medici non sono al mondo per facilitare la morte ma per conservare a qualunque prezzo la vita. (IX, I; 2002, p. 518)
Il tempo è moneta... non sciupiamolo in esitazioni. (IX, IV)
Da I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia, traduzione di Anita Rho, Einaudi, Torino, 2017. ISBN 9788858425817
La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia, come quello, la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore, la liberazione dai più spregevoli legami, dalle più odiose barriere... il risarcimento di una lacrimevole sciagura. (X, V; 2002, p. 597)
Il rispetto degli altri per le nostre sofferenze ce lo procura soltanto la morte, che nobilita anche le sofferenze più meschine. (X, VIII; 2002, p. 623)
Aveva sentito quanto male ci possa fare la bellezza, come possa gettarci nella vergogna e nella struggente disperazione, e annientare tuttavia in noi anche il coraggio e la capacità di vivere la vita comune. (XI, II; 2002, p. 640)
Io porto in me il germe, lo spunto, la possibilità di tutte le capacità e di tutte le attività.
Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 881714603X

Frasi da «La montagna incantata»

Come il tempo, lo spazio genera oblio; ma lo fa staccando l'individuo dalle sue relazioni e trasportandolo in una condizione libera e primigenia... addirittura, in men che non si dica, può tramutare un pedante e un borghesuccio in una sorta di vagabondo. Il tempo, si dice, è acqua del fiume Lete; ma anche l'aria di luoghi lontani è una pozione dello stesso tipo e, se pure agisce meno a fondo, lo fa in compenso più velocemente. (cap. I, § L'arrivo; 2010)
Io infatti non ho ancora incontrato un uomo perfettamente sano. (cap. I, § Nel ristorante; 2022)
La malignità, caro signore, è lo spirito della critica, e la critica è l'origine del progresso e della civiltà. (cap. III, § Satana; 2022)
[...] E mentre provava a mettersi nei panni del signor Albin e si figurava come dovesse sentirsi chi si fosse definitivamente liberato dal peso dell'onore e godesse per sempre gli inauditi vantaggi della vergogna, il giovane fu scosso da un senso di confusa dolcezza che per un po' impresse al suo cuore un palpito ancora più accelerato. (cap. III, § Il signor Albin; 2022)
Quel che chiamiamo noia è dunque a rigore un patologico accorciarsi del tempo conseguente alla monotonia: ma grandi unità temporali, se caratterizzate da ininterrotta uniformità, si contraggono in modo terrorizzante; se un giorno è uguale a tutti, tutti sono come uno solo; e nella perfetta omogeneità anche la più lunga delle vite sarebbe vissuta come brevissima, svanita in men che non si dica. (cap. IV, § Excursus sul senso del tempo ; 2010)
Il sintomo morboso, disse, sarebbe attività amorosa camuffata e ogni malattia amore trasmutato. (cap. IV, § Analisi; 2022)
Scrivere bene significa quasi pensare bene, e di qui ci vuole poco per arrivare ad agire bene. (cap. IV, § Sintomi di paura. I due nonni e la gita in barca nel crepuscolo; 2022)
Il tempo, in verità, non ha cesure, all'inizio di un nuovo mese o di un nuovo anno non ci sono tempeste o squilli di tromba, e persino l'inizio di un nuovo secolo siamo solamente noi uomini ad accoglierlo con colpi di cannone e fanfare. (cap. V, § Capricci di Mercurio; 2010)
Aspettare, si dice, è noioso. Ma è invece altrettanto, anzi propriamente, il contrario in quanto inghiotte periodi di tempo senza che siano vissuti e sfruttati per se stessi. (cap. V, § Enciclopedia; 2022)
«Ha sentito parlare del terremoto di Lisbona?»
«No... Un terremoto? Qui non leggo giornali...»
«Lei mi fraintende. E giacché ci siamo, è deplorevole... e significativo di questo luogo... che lei trascuri di leggere i giornali. Ma lei mi fraintende. Il cataclisma cui alludo non è attuale, è avvenuto circa centocinquant'anni fa...»
«Ho capito! Sì, sì... aspetti! Ho letto che quella notte, a Weimar, Goethe nella sua camera disse al domestico...»
«Via, non volevo dir questo...» lo interruppe Settembrini chiudendo gli occhi e agitando la piccola mano bruna. «D'altro canto lei confonde le catastrofi. Lei ha in mente il terremoto di Messina. Io alludo alle scosse che sconvolsero Lisbona nel 1755.» (cap. V, § Enciclopedia; 2022)
Un modo di pensare non è vivo se non ha occasione di combattere. (cap. VI, § Dello stato di Dio e della mala redenzione; 2022)
Ogni interessamento alla morte e alla malattia non è che un modo di esprimere l'interessamento alla vita. (cap. VI, § Neve; 2022)
L'amore è opposto alla morte, esso solo, non la ragione, è più forte di essa. (cap. VI, § Neve; 2022)
La tolleranza diventa delitto quando riguarda il male. (cap. VI, § Soldato e uomo di coraggio; 2022)
Di fatto il nostro morire riguarda più i sopravvissuti che noi stessi. (cap. VI, § Soldato e uomo di coraggio; 2022)
[...] un fatto che fa sbollire i calori, che chiarisce; uno stato d'animo non resiste immutato al volgere delle ore. (cap. VII, § La grande irritazione; 2022)

Scheda del libro «La montagna incantata»

Dicono di «La montagna incantata»

Nel romanzo di Thomas Mann l'esito della lotta resta incerto; ed esso avrebbe potuto esercitare una notevole funzione di orientamento, poiché il pareggio con cui termina lo scontro ideologico implica un'importante e feconda critica della democrazia; la dove il campione dell'ideologia democratica si attiene alla versione tradizionale della sua ideologia politica, cioè resta pressapoco al livello della realtà di Weimar, viene sempre battuto dalla demagogia sociale del suo avversario. (György Lukács)
Thomas Mann offre qui, nella sua maniera cauta, qualcosa di estremamente importante per la letteratura tedesca: cioè un'autocritica corrosiva dell'assenza di dimensioni sociali, spaziali e temporali, propria della letteratura tedesca del periodo imperialistico. L'azione viene qui consapevolmente situata in un ambiente artificialmente isolato. Gli uomini sono bensì determinati dalla loro psicologia sociale, ma si trovano al di fuori del loro normale ordito di legami sociali. Si ha così un simbolo ironico della descrizione della società nell'imperialismo tedesco. (György Lukács)

Scheda del libro «La montagna incantata»

Frasi da «La genesi del Doctor Faustus: romanzo d'un romanzo»

Se altre mie opere precedenti avevano assunto, almeno per estensione, un carattere monumentale, lo avevano preso inaspettatamente e senza premeditazione: I Buddenbrook, La Montagna incantata, i romanzi di Giuseppe e anche Carlotta a Weimar sono sorti da modeste intenzioni narrative e soltanto I Buddenbrook erano pensati come romanzo e se mai Carlotta a Weimar come romanzo breve, tant'è vero che sul frontespizio del manoscritto si legge: “Breve romanzo”. Questa volta l'opera della mia vecchiaia venne a trovarsi in una situazione diversa. Questa sola volta sapevo che cosa volevo e quale compito mi imponevo: nientemeno che di scrivere il romanzo della mia epoca travestito nella storia di una vita di artista, molto precaria e peccaminosa. (pp. 724-725)
Un'opera d'arte la si porta sempre per intero dentro di sé e quand'anche la filosofia estetica pretenda che le opere della parola e della musica, a differenza di quelle dell'arte figurativa, siano legate al tempo e alla sua successione, anch'esse però cercano di essere tutte presenti in ogni istante. Nell'inizio vivono la metà e la fine, il passato imbeve il presente e anche nell'estrema concentrazione su questo s'insinua l'ansia di ciò che verrà. (p. 852)

Frasi da «La morte a Venezia»

Non che i suoi prodotti fossero scadenti; questo, almeno, era il vantaggio dell'età – di sentirsi nel tranquillo, sereno possesso della maestria propria. Ma, di questa maestria che la nazione ammirava, egli aveva perduto il sapore, come se all'opera finita mancasse il suggello dell'estro impetuosamente giulivo che, figlio della gioia, fa a sua volta – più di qualunque contenuto intrinseco, più di qualunque pregio assoluto – la gioia di un pubblico ammirante.
Ché la Bellezza, odimi bene, Fedro, la Bellezza soltanto è divina e visibile a un tempo, ed è per questo che essa è la via al sensibile, è, piccolo Fedro, la via che mena l'artista allo spirito.
Di corpo esile e minuto, sparuto ed emaciato anche nel viso, con un cappello sordido piazzato sulla nuca in modo da lasciar sfuggire un ciuffo di capelli rossicci da sotto la testa, se ne stava un po' discosto dai suoi, sulla ghiaia, in una posa di impertinente spavalderia, e lanciava, percuotendo le corde in un irruente canto declamativi, i suoi frizzi verso la terrazza, facendo un tale sforzo che le vene gli si gonfiavano sulla fronte. Non sembrava di stampo veneziano, piuttosto della razza dei comici napoletani, mezzo ruffiani, mezzo commedianti, brutali e protervi, pericolosi e spassosi.
È certamente un bene che il mondo conosca soltanto la bella opera e non le sue origini, non le condizioni e le circostanze del suo sviluppo; giacché la conoscenza delle fonti onde scaturisce l'ispirazione dell'artista potrebbe turbare, spaventare, e così annullare gli effetti della perfezione.
Felicità dello scrittore è il pensiero che può divenire totalmente sentimento, il sentimento che può divenire pensiero.
Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un'azione attiva, un trionfo positivo.
In quasi tutti gli artisti è innata la tendenza voluttuosa e ingannatrice ad accettare l'ingiustizia che genera bellezza, a rendere omaggio e mostrare simpatia alla predilezione aristocratica.
La solitudine genera l'originalità, la strana e inquietante bellezza, la poesia, ma anche il contrario: l'abnorme, l'assurdo, l'illecito.
Niente è più singolare, più imbarazzante che il rapporto tra due persone che si conoscono solo attraverso gli occhi, che si vedono tutti i giorni a tutte le ore, si osservano e nello stesso tempo sono costretti dall'educazione o dalla bizzarria a fingere indifferenza e a passarsi accanto come estranei, senza saluto né parola. Fra di loro c'è inquietudine ed esasperata curiosità, l'isteria di un bisogno insoddisfatto, innaturale e represso di conoscersi e di comunicare e soprattutto una sorta di ansiosa attenzione. Infatti l'uomo ama e onora l'uomo fino a che non è in grado di giudicarlo, e il desiderio è il frutto di una conoscenza incompleta.
Perché alla passione, come al delitto, non si addicono l'ordine stabilito e il benessere di tutti i giorni, anzi, al contrario, ogni allentamento dei legami civili, ogni turbamento e calamità del mondo sono i benvenuti, poiché vi intravedono possibilità di vantaggio.
Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l'arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi.
Riposare nella perfezione è il sogno di chi tende all'eccelso, e non è forse il nulla una forma di perfezione?
La sua bellezza era inesprimibile e, come altre volte, Aschenbach sentì con dolore che la parola può, sì, celebrare la bellezza, ma non è capace di esprimerla. (Rho, 1954)

Scheda del libro «La morte a Venezia»

Dicono di «La morte a Venezia»

Thomas Mann assume qui l'eredità della critica sociale di Theodor Fontane, ma estendendola a una critica della prussificazione interiore di tutti gli intellettuali tedeschi. Ed egli mostra come questo «contegno» escluda bensì rigidamente l'uomo dal suo ambiente sociale, conferendogli l'apparenza e l'illusione dell'intima solidità morale, ma come basti la minima scossa per mettere in libertà il mondo psichico sotterraneo, il caos bestiale e barbarico che era stato puramente represso e artificialmente soffocato, ma non inteso e superato moralmente. (György Lukács)

Scheda del libro «La morte a Venezia»

Frasi da «Tonio Kröger»

La felicità non sta nell'essere amati: questa non è che una soddisfazione di vanità mista a disgusto. La felicità sta nell'amare, e nel carpire tutt'al più qualche illusorio istante di vicinanza all'oggetto amato. (1970)
Seguì la via che doveva seguire, con passo un po' pigro e ineguale, fischiettando e guardando lontano innanzi a sè col capo reclinato da un lato; e se gli accadeva di sbagliar strada, ciò era perché per alcuni uomini non esiste una strada giusta. A chi gli chiedeva che cosa intendesse fare nel mondo, dava risposte contraddittorie, perché, come soleva dire (ed anche questo l'aveva già annotato), egli portava in sè possibilità per mille modi di esistenza, insieme alla segreta consapevolezza che, in fondo, si trattava di altrettante impossibilità. (1970)
Ciò che vedeva era soltanto questo: comicità e miseria, comicità e miseria. E allora, insieme con la pena e l'orgoglio della conoscenza, venne la solitudine, perché gli riusciva intollerabile la vicinanza degli inetti con lo spirito gaiamente ottenebrato, e il marchio che lui recava sulla fronte li respingeva. (1970)
Perché quello che si dice non può mai, in nessun caso, essere la cosa più importante, bensì null'altro che la materia, indifferente di per sé, dalla quale si deve ricavare, in un composto dominio di gioco, l'immagine estetica. (1970)
Se quello che avete da dire vi preme troppo, se il vostro cuore palpita con troppo slancio a suo riguardo, allora potete esser certa di un fiasco completo.
Cadrete nel patetico, ne sentimentale; qualcosa di pesante, di goffamente serio, di non dominato, non ironico, scipito, noioso, banale uscirà dalle vostre mani, e per concludere non otterrete che indifferenza tra il pubblico e delusione e desolazione in voi stessa... (1970)
Le opere di valore nascono soltanto sotto il premere di una vita cattiva e [...] chi vive non lavora e [...] per essere perfetti creatori bisogna essere morti.
Un artista, nel suo intimo, è sempre un avventuriero. (1970)
Per essere creativi, bisogna essere morti. (1970)
Oh, se Inge fosse venuta! Avrebbe dovuto accorgersi che lui era sparito, intuire il suo dolore, seguirlo di nascosto, anche soltanto per pietà, posandogli la mano sulla spalla e dirgli: Vieni dentro con noi, sii contento, io ti amo. E Tonio tendeva l'orecchio dietro di sé, attendeva con impazienza assurda che ella venisse. Ma non venne. Simili cose non accadono sulla terra. (1970)
Quando un pensiero ti domina lo ritrovi espresso dappertutto, lo annusi perfino nel vento. (2003, p. 89)

Scheda del libro «Tonio Kröger»

Dicono di Thomas Mann

I Buddenbrook non sono altro che due volumoni in cui l'autore racconta storie insignificanti di gente insignificante in uno stile insignificante. (Edward Engel su I Buddenbrook, 1901)
Citato in Storia della bruttezza, a cura di Umberto Eco, Bompiani, Milano, p. 393. ISBN 978-88-452-7389-6
La narrazione si situa sempre dopo, mai prima, di un atto critico; ecco perché la continua presenza del saggista Mann, la sua ironia culturale, possono essere tanto indisponenti, far sospettare la fabbricazione. Paragonatelo a Cechov, a Joyce, a Proust, a Kafka; vi parrà un filisteo.
Franco Fortini
Pessimista, dunque: conoscitore, direi degustatore profondo della morte, della malattia, del fallimento, della caducità, della stupidità umane. Ma al tempo stesso, eccolo anche ottimista invincibile, un credente nello spirito, convinto che l'uomo finirà per dimostrarsi, alla resa dei conti, un "esperimento cosmico riuscito".
Italo Alighiero Chiusano
Risuscitando il mito di Faust Mann fa sì che Adriano , per salvarsi dall'aridità e dalla crisi dell'arte contemporanea, crisi che è nello stesso tempo crisi di una civiltà al tramonto, stringa un patto con il diavolo che gli darà la grandezza e la potenza creatrice in cambio della rinunzia all'amore e alla salvezza della sua anima. Per Mann la Germania, sfiduciata, inibita ed impotente, ha tentato di liberarsi dalle sue inibizioni con la morbosa e diabolica intossicazione nazista. Sembra che anche l'arte, nel mondo contemporaneo, non riesca a sopravvivere se non si allea con il morboso e con il diabolico, e se non ride di sè condannandosi nel momento stesso nel quale si crea, risolvendosi nella parodia di se stessa. L'arte e in particolare la musica, è oggi, nel massimo disordine, nella massima ambiguità. Come uscirne? Come superare il caos? Come e dove trovare un principio, un ordine, un sistema di regole? Politicamente tale ordine è stato cercato nella negazione della libertà. Il compositore Adriano Leverkühn lo cerca nelle nuove regole della musica dodecafonica dopo essersi anche lui diabolicamente intossicato servendosi della malattia, della sifilide, come di una mostruosa droga, per stimolare la propria fecondità estetica, per poi sprofondare nella notte fonda della pazzia e della morte.
Enzo Paci
Sarebbe un tentativo destinato all'insuccesso voler riconoscere nel suo pensiero una costante definita, coerente. Un socialista conservatore in politica, un innovatore tradizionalista in letteratura, un credente nel progresso che traeva ispirazione da Arthur Schopenhauer e da Richard Wagner... le contraddizioni della sua personalità d'intellettuale erano le stesse di cui soffriva la cultura del tempo.
Walter Laqueur

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026