Frasi
Frasi di Truman Capote
21 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 21 citazioni di Truman Capote, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Truman Capote (scrittore, giornalista e drammaturgo statunitense). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Truman Capote
Andai alcune volte. Andavano quasi tutti i suoi amici; qualcuno quasi tutti i giorni, Sinatra per esempio. Alcuni gli dimostrarono una grande lealtà. Era come se facesse uscire il meglio che c'era in loro. Guardarlo era tremendo, era così magro! Con gli occhi enormi, spaventati. Diventavano sempre più grandi, i suoi occhi. Ci leggevi la paura, l'autentica paura; eppure era quello di sempre, il solito spavaldo e coraggioso Bogart.
Comincia a gennaio la primavera siciliana, e via via che le piante fioriscono diventa il giardino di una maga: germoglia la menta sulle rive dei ruscelli, gli alberi morti si inghirlandano di rose canine, persino il brutale cactus mette teneri fiori.
Gente piccola [...] non diversa dai giapponesi, ma di pelle bruna. Invero c'è qualcosa di voluttuoso nella loro liscia, lignea durezza.
Le donne sono come le mosche, vanno sul miele o sulla merda.
Monty era veramente dotato. Era serio soltanto su di una cosa, recitare.
Non mi importa cosa la gente dice di me finché non è vero.
... pensavo che [Clutter] fosse un gentiluomo molto gentile, lo credevo fino al momento in cui gli ho tagliato la gola.
Si muove nella più imbarazzante sorta di curiosa parodia tra una majorette americana... e Fred Astaire.
Sperduto. Era il tratto dominante in lui – aveva un che di patetico, quasi. Mai avrebbe sollecitato l'altrui simpatia, naturalmente, tutt'al contrario. A me, però, dava l'impressione di un uomo che vive in una condizione permanente di solitudine.
Tutto ciò che d'importante poteva capitarmi, accadde lì.
Venezia è come mangiare un'intera scatola di cioccolata al liquore in una sola volta.
Frasi da «Colazione da Tiffany»
"Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell," lo ammonì Holly. "È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un'ala spezzata. E una volta un gatto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuole bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo."
E, a un tratto, accadde. Mentre guardavo i colori sfumati dei capelli di Holly balenare nella luce rosso-gialla delle foglie, l'amai abbastanza da dimenticare me stesso, le mie disperazioni egoistiche e da essere contento perché stava per succedere qualcosa che lei pensava felice.
Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell'appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il biglietto diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito.
[...] la signorina aveva un gatto, e suonava la chitarra. Nei giorni in cui il sole picchiava forte si lavava i capelli, poi, assieme al gatto, un maschio rosso tigrato, si metteva a sedere sulla scala di soccorso a pizzicare la chitarra mentre i capelli asciugavano. Ogni volta che sentivo la musica, andavo a mettermi in silenzio accanto alla finestra. Suonava molto bene, e qualche volta cantava. Cantava con il timbro rauco, incerto di un adolescente. Conosceva tutti i grandi successi, Cole Porter e Kurt Weill; le piacevano soprattutto le arie di Oklahoma! che erano nuove quell'estate e che si sentivano dappertutto. Ma c'erano momenti in cui cantava cose che vi facevano domandare dove poteva averle imparate, o da dove mai potevano venire. Strane arie dolci-amare con parole che sapevano di pini e di prateria. Una diceva: Don't wanna sleep, Don't wanna die, Just wanna go atravelin' trough the pastures of the sky; e questa sembrava piacerle più delle altre, perché continuava a ripeterla anche quando i capelli erano già asciutti, anche quando il sole era tramontato e le finestre si illuminavano nel crespuscolo.
"Conoscete la piccola da molto tempo?"
"Abito qui di sopra".
La mia risposta parve abbastanza esauriente da calmarlo. "Il vostro appartamento allora è eguale?"
"Molto più piccolo".
Scosse la cenere sul pavimento. "Questa è una topaia. Incredibile. Ma la piccola non sa stare al mondo nemmeno quando ha un mucchio di soldi." La sua voce aveva il timbro scattante, metallico, di una telescrivente. "Allora," domandò, "che ne pensate? Lo è o non lo è?"
"Che cosa non è?"
"Una montatura."
"Non ci ho mai pensato."
"Avete torto. È una montatura. Ma, in un altro senso, avete ragione. Non è una montatura perché è una montatura autentica. È convinta di tutte le idiozie in cui crede. Impossibile dissuaderla. Io ci ho provato, con le lacrime agli occhi. [...] Provateci, qualche volta. Fatevi dire da lei qualcuna delle cose in cui crede. E intendiamoci bene" continuò, "mi è simpatica, la ragazzina. È simpatica a tutti, ma c'è anche moltissima gente che non la può sopportare. A me è simpatica. È simpatica davvero, la ragazzina. Sono sensibile, io, ecco perché. Bisogna essere sensibili per apprezzarla, bisogna avere una vena di poeta. Ma voglio dirvi la verità. Potete farvi a pezzi per lei, e lei vi servirà merda su un piatto."
Ho fatto un piccolo tentativo con la marijuana. Non è pericolosa nemmeno la metà del cognac. Ed è più economica. Disgraziatamente, io preferisco il cognac.
Frasi da «Preghiere esaudite»
Io sono un codardo – nel senso frivolo del termine e anche in quello più serio; non riesco mai a essere più che moderatamente sincero sui miei sentimenti per gli altri, e dico sì quando dovrei dire no. (p. 66)
Una delle più patetiche tribù del mondo, ancor più triste di una comunità di esquimesi senza casa che soffrono la fame in una notte invernale lunga sette mesi, è quella degli americani che scelgono, per vanità o per presunte ragioni estetiche o per problemi sessuali o finanziari, la carriera dell'espatriato. Il fatto di sopravvivere all'estero anno dopo anno, di inseguire la primavera da Taroudant in gennaio a Taormina ad Atene e a Parigi in giugno basta da solo a giustificare atteggiamenti di superiorità e la sensazione di aver fatto qualcosa d'eccezionale. Ed è effettivamente qualcosa d'eccezionale quando hai pochi soldi o, come quasi tutti gli americani che vivono di rimesse in denaro, «quanto basta appena per campare». Se sei ancora giovane, per un paio d'anni è una bella cosa – ma quelli che insistono dopo i venticinque anni, trenta al massimo, s'accorgono che quel che sembrava un paradiso è solo una scenografia, un sipario che, una volta alzato, rivela forconi e fuoco. (p. 71)
Sarò magari una pecora nera, ma i miei zoccoli sono fatti d'oro. (p. 97)
Dicono di Truman Capote
Uno dei motivi per cui Truman Capote s'interessa tanto alla gente è che rifiuta di farsi annoiare dal prossimo. Se gli capita di parlare con qualcuno che lo annoia a morte, si domanda: «Perché questa persona mi fa sbadigliare? Perché non desta la mia curiosità.»
Capote comincia allora a studiare le caratteristiche dell'interlocutore: i lineamenti, la pettinatura, il modo di parlare ecc. Cerca d'immaginare che cosa la persona noiosa pensi di sé stessa, quali possano essere la sua vita, i suoi gusti e le sue abitudini. Per trovare risposta a questi interrogativi comincia a rivolgerle domande, e ben presto è talmente assorto in quest'indagine che non si annoia più.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026