- Autore
- Nick Hornby
- Prima pubblicazione
- 1992
- Genere
- autobiografia, saggio
- Lingua originale
- inglese
- Editore
- Victor Gollancz
«Febbre a 90°» è un'opera di Nick Hornby, pubblicata per la prima volta nel 1992.
Il libro in breve
Febbre a 90' (titolo originale Fever Pitch o a volte negli Stati Uniti d'America Fever Pitch: A Fan's Life) è il titolo di un romanzo autobiografico del 1992 scritto dall'autore britannico Nick Hornby. Il libro ispirò due lungometraggi: Febbre a 90°, pellicola inglese del 1997, e il suo remake statunitense intitolato L'amore in gioco del 2005.
Febbre a 90' fu pubblicato nel 1992, e fu il primo libro di Hornby. È la storia della relazione tra l'autore, Hornby stesso, e il calcio, in special modo con l'Arsenal, squadra di Londra. Consiste di un buon numero di racconti, ognuno relazionato con una singola partita tra il 1968 e il 1992. Mentre Hornby racconta gli alti e bassi dell'Arsenal, espone anche gli avvenimenti della propria vita, sempre intrecciati con l'adorazione di idoli dell'Arsenal come Liam Brady e il disprezzo per giocatori deludenti come Gus Caesar.
Fonte: Wikipedia, voce «Febbre a 90'» · licenza CC BY-SA 4.0
Dove trovare «Febbre a 90°»
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Frasi tratte da «Febbre a 90°»
Tuttavia non furono le dimensioni della folla che mi colpirono maggiormente, o il modo in cui gli adulti potevano gridare la parola «COGLIONE»! forte quanto volevano, senza attirare l'attenzione di nessuno. Ciò che più mi colpì fu proprio quanto la maggior parte degli uomini intorno a me odiasse, veramente odiasse, essere là. Per quel che riuscivo a giudicare, nessuno sembrò trarne piacere, nel senso in cui io intendevo la parola, da niente di ciò che accadde in tutto il pomeriggio. A pochi minuti dal calcio di inizio ci fu vera rabbia («Sei una VERGOGNA, Gould. Una VERGOGNA!», «Cento sterline a settimana? CENTO STERLINE A SETTIMANA! Dovrebbero darle a me per guardarti»); man mano che il gioco continuò, la rabbia si traformò in indignazione, e poi sembrò coagularsi in un torvo, silenzioso disagio. Sì, sì, conosco tutte le battute... Che cos'altro avrei potuto aspettarmi a Highbury? Ma sono stato negli stadi del Chelsea, del Tottenham e dei Rangers, e ho visto la stessa cosa: che la condizione naturale del tifoso di calcio è l'amara delusione, indipendentemente dal risultato. (p. 18)
Ma non era solo la qualità del calcio; era il modo in cui consideravano l'abbellimento ingegnoso e stravagante tanto funzionale e necessario quanto un corner o una rimessa laterale. L'unico paragone che avevo a disposizione allora era con le macchinine: pur non avendo alcun interesse per i modellini della Matchbox, mi piaceva tantissimo la Rolls-Royce rosa di Lady Penelope e la Aston Martin di James Bond, entrambe dotate di elaborati congegni come i sedili ad espulsione automatica e i mitragliatori nascosti che le elevavano al di sopra della noiosa normalità. Il tentativo di Pelé di segnare dalla sua metà campo con un pallonetto, la finta che mandò il portiere peruviano da una parte e la palla dall'altra... questi erano gli equivalenti calcistici dei sedili ad espulsione automatica, e facevano sì che tutti gli altri modi di giocare sembrassero tante Opel Kadett. Perfino la maniera brasiliana di gioire per un gol – correre quattro passi, saltare, esultare agitando i pugni in aria, correre quattro passi, saltare, esultare agitando i pugni in aria – era diversa e divertente e invidiabile allo stesso tempo. (p. 35)
All'inizio degli anni '70 ero diventato un perfetto inglese; ovvero odiavo l'Inghilterra almeno quanto sembravano odiarla la metà dei miei compatrioti. Mi allontanarono l'ignoranza, il pregiudizio e le paure del ct; ero convinto che le mie scelte avrebbero distrutto qualsiasi squadra del mondo, e provavo una forte antipatia per i giocatori del Tottenham, del Leeds, del Liverpool e del Manchester United. Cominciai a provare imbarazzo quando guardavo le partite dell'Inghilterra in TV, e a sentire, come molti di noi sentono, che non avevo nessun tipo di legame con quello che stavo guardando; avrei potuto benissimo essere gallese, o scozzese, o olandese. (p. 28)
Il calcio era un gioco alla moda, e il Chelsea una squadra alla moda; le indossatrici, gli attori e i giovani rampanti che incitavano i Blues erano bellissimi da vedere, e rende vani Stamford Bridge (le tribune, almeno) un luogo squisitamente esotico. (p. 45)
L'inglese bianco, borghese, del sud è la creatura più sradicata in assoluto; preferiremmo appartenere a qualsiasi altra comunità del mondo. I nativi dello Yorkshire, di Lancaster, gli scozzesi, gli irlandesi, i neri, i ricchi, i poveri, perfino gli americani e gli australiani hanno qualcosa su cui piangere davanti a una birra o in un pub o in un bar, canzoni da cantare, cose a cui aggrapparsi e stringere forte quando ne hanno voglia, ma noi non abbiamo niente, o perlomeno niente che vogliamo. (pp. 45-46)
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Domande frequenti
Chi ha scritto «Febbre a 90°»?
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026