- Autore
- Simone Weil
- Prima pubblicazione
- 1933
- Genere
- saggio
- Lingua originale
- francese
«Riflessioni sulla guerra» è un'opera di Simone Weil, pubblicata per la prima volta nel 1933.
Il libro in breve
Riflessioni sulla guerra (Réflexions sur la guerre) è un saggio assai noto di Simone Weil, pubblicato sulla rivista di Boris Souvarine La Critique sociale n. 10 del novembre 1933. La Weil aveva iniziato a collaborare alla rivista in settembre, pur rifiutando di aderire al Circolo comunista democratico di Souvarine.
Nel 1934 Riflessioni sulla guerra fu pubblicato come opuscolo, in traduzione italiana, dall'anarchico Pio Turroni, esule in Francia ed animatore del Gruppo Edizioni libertarie con sede a Brest.
Fonte: Wikipedia, voce «Riflessioni sulla guerra» · licenza CC BY-SA 4.0
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Frasi tratte da «Riflessioni sulla guerra»
Da una parte, la guerra è soltanto il prolungamento di quell'altra guerra che si chiama concorrenza e che fa della produzione stessa una semplice forma di lotta per la supremazia; dall'altra, tutta la vita economica contemporanea è orientata verso una guerra futura. (p. 36)
Il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra – errore in cui in particolare sono incorsi i socialisti – è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti. Non si tratta qui di considerazioni sentimentali, né di superstizioso rispetto per la vita umana, si tratta di un rilievo assai semplice: il massacro è la forma più radicale di oppressione; i soldati non si espongono alla morte, sono mandati al massacro. Come ogni apparato oppressivo, una volta costituito, resta fino a quando non viene spezzato, così ogni guerra, imponendo un apparato finalizzato a dirigere le manovre strategiche su masse costrette a servire come masse di manovra, deve essere considerata, anche nel caso in cui sia condotta da rivoluzionari, come un fattore reazionario. (p. 37)
La guerra rivoluzionaria è la tomba della rivoluzione e lo sarà sempre fino a quando non si sarà dato ai soldati, o piuttosto ai cittadini armati, la possibilità di fare la guerra senza apparato dirigente, senza pressione poliziesca, senza leggi eccezionali, senza punizione per i disertori. (p. 40)
In linea generale, sembra che la storia costringa sempre più ogni azione politica a scegliere tra l'inasprimento dell'oppressione intollerabile esercitata dagli apparati statali e una lotta senza tregua direttamente volta contro questi apparati per abbatterli. Certo, le difficoltà forse insuperabili che si presentano attualmente possono giustificare l'abbandono puro e semplice della lotta. Se tuttavia non si vuole rinunciare ad agire, bisogna rendersi conto che contro un apparato statale non si può lottare che dall'interno. (p. 41)
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Domande frequenti
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026