Frasi
Frasi di Anna Stepanovna Politkovskaja
584 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja raccolte in un'unica pagina: 584 frasi, divise per libro e argomento.
Anna Stepanovna Politkovskaja (giornalista russa). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja – 2001
Non firmo mai con pseudonimi e non nascondo il mio nome, contrariamente agli ufficiali russi di stanza in Cecenia che, nascondendo il volto in calze nere munite di buchi per gli occhi, le orecchie e la bocca, e tacciono sul loro grado, la loro funzione e il loro nome. Secondo me, chi si sente nel giusto non ha bisogno dell'anonimato.
I giornalisti non "sfidano" l'ordine costituito, non è questo il loro ruolo. Descrivono soltanto quello di cui sono testimoni. È il loro dovere, così come è dovere di un medico curare un malato e dovere di un ufficiale difendere la patria. È molto semplice: la deontologia giornalistica ci vieta di abbellire la realtà.
Sono nemica di un esercito immorale e depravato. Sono nemica delle menzogne sulla Cecenia, nemica dei miti e delle leggende fabbricate dai propagandisti dell'esercito, nemica dei vigliacchi anonimi che osano portare le spalline.
La versione ufficiale è che un combattente ceceno l'ha abbattuto con un missile Stinger. Sapevo che semplicemente non era possibile che un combattente ceceno fosse in strada: niente si sarebbe potuto muovere quel giorno senza essere notato. Naturalmente ho scritto un articolo in cui affermavo che era impossibile per chiunque lanciare un missile senza l'esplicito permesso delle stesse forze armate russe.
La maggior parte dei mass media ha scelto di coprire questa guerra senza lasciare Mosca. Se andassero in Cecenia, sarebbe solo per recarsi alla base militare russa. Tutte le visite in Cecenia erano controllate dai militari e nessuno poteva trasgredire. Molti dei miei colleghi hanno accettato subito questa situazione e la maggior parte di loro ha pensato che fosse giusto, che si trattasse di giornalismo patriottico.
C'era una forte propaganda, soprattutto in televisione, che diceva che i ceceni erano colpevoli, anche se non c'era alcuna prova. Nei mass media cominciò a diffondersi l'idea che un intero popolo dovesse assumersi la responsabilità collettiva delle azioni di una persona o di un gruppo. Questa è un’idea che semplicemente non posso accettare.
La maggior parte dei giornalisti russi che lavorano oggi hanno studiato e hanno iniziato a lavorare durante l’era sovietica, un’epoca in cui i giornalisti erano propagandisti. La propaganda era la base del giornalismo e tutti sapevano come funzionava il sistema. Quindi gli anni del giornalismo libero furono molto duri per molti. Quando si presentò l’opportunità di tornare alla propaganda, alcune persone furono più che felici di farlo. È molto meno lavoro. Stai semplicemente seduto a Mosca, non esci a cercare informazioni. Scrivi semplicemente di quanto siano malvagi i ceceni senza muoverti dal tuo posto.
Mi considero un canale di informazioni da un luogo all'altro, un mezzo per mostrare ai russi cosa sta realmente accadendo in Cecenia in modo che non credano erroneamente che l'azione militare stia creando ordine.
Citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja – 2002
"Veniamo al dunque?".
"D'accordo".
"Innanzitutto i bambini più grandi. Bisogna liberarli, sono bambini". È il primo problema che Sergej Jastrzhembskij, collaboratore del presidente russo, mi ha chiesto di affrontare con "loro".
"Bambini? Qui non ci sono bambini. Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri".
"Per vendicarvi?".
"Per farvi capire cosa si prova".
Sono tornata molte altre volte sui bambini, pregandoli di fare delle concessioni. Per esempio portargli del cibo. Ma le risposte sono sempre state categoriche. "Ai nostri bambini durante i rastrellamenti non danno da mangiare, devono resistere anche i vostri".
Comincio a chiedere cosa vogliono. Ma politicamente Bakar è in difficoltà. Lui è "soltanto un soldato" e nient'altro. Spiega a lungo e confusamente a che serve questa azione, e si possono trovare quattro punti. Primo, Putin deve "dire una parola": annunciare la fine della guerra. Secondo: entro ventiquattr'ore deve dimostrare che non sono solo parole, per esempio deve ritirare le truppe da una regione.
Continuo a impuntarmi sulle parole. Il mio cervello si scontra con un problema superiore alle sue forze: cercare di salvare gli ostaggi, dato che hanno accettato di parlare con me, e allo stesso tempo non perdere la dignità. Ma purtroppo non riesco a venirne a capo. Sempre più spesso non so cosa dire, e blatero delle sciocchezze, purché Bakar non dica: "Basta!", e io non debba andarmene a mani vuote, senza aver ottenuto niente.
Si tratta di uno dei reparti che in Cecenia fanno tutto da soli. Hanno una loro guerra autonoma, ed è assolutamente radicale. E se ne infischiano di Maskhadov: perché non è un estremista.
Questa giornata di storia è finita. Poi c'è stato l'attacco. E io continuo a chiedermi: abbiamo fatto tutto il possibile per contribuire a evitare che ci fossero vittime? È stata davvero una grande "vittoria"? E io personalmente sono servita a qualcuno con i miei succhi e i miei tentativi sull'orlo del baratro?
La mia risposta è sì, sono servita. Ma non abbiamo fatto tutto il possibile. Perché abbiamo ancora molto davanti a noi, anche se alle nostre spalle c'è già troppo. La tragedia del Nord-Ost non è nata dal nulla e non segna la fine. Adesso vivremo nel terrore costante vedendo uscire di casa i bambini e gli anziani: li rivedremo di nuovo? Proprio come ha vissuto in questi ultimi anni la gente in Cecenia.
Solo un'ora prima che l'elicottero venisse abbattuto, mi ha detto che il compito della sua commissione era quello di raccogliere dati sui crimini commessi dai militari, analizzare i risultati, metterli in un certo ordine e sottoporre le informazioni all'esame del presidente. Niente del genere era stato fatto prima. Il loro elicottero è stato abbattuto quasi esattamente sopra il centro della città. Tutti i membri della commissione morirono e, poiché erano già in viaggio verso la base aerea di Chankala per prendere l'aereo per tornare a Mosca, perirono anche tutti i materiali che avevano raccolto.
Non posso rispondere per il presidente ceceno Maschadov, ma offrirò una breve analisi delle sue azioni. Secondo me non sta facendo assolutamente nulla. Si è ritirato nel suo guscio e pensa, escludendo tutto il resto, al proprio futuro immediato: ha dimenticato la nazione cecena. Proprio come le autorità federali di Mosca hanno abbandonato i ceceni, così fa ora anche l'altra parte. La nazione deve badare a se stessa, senza leadership o protezione. Sopravvive come può. Se le persone avranno bisogno di vendicarsi per i loro parenti torturati e assassinati, lo faranno. Se non hanno bisogno di dire nulla, terranno la bocca chiusa. In tali circostanze, che equivalgono ad una guerra civile, e sotto la continua pressione delle forze federali, nessuno oggi può dire per chi voterebbe il popolo ceceno se si tenessero le elezioni. Nessuno ormai ha idea di chi eleggeranno e sotto questo aspetto tutti hanno commesso lo stesso enorme errore.
Maschadov è stato ovviamente messo all'angolo. Ma la lotta per l'indipendenza è diventata per lui un'ossessione: non sentirà parlare d'altro. Non capisco davvero a che cosa gli sarà utile l'indipendenza, quando lui, Šamil Basaev e la sua guardia del corpo personale saranno tutto ciò che resta. Il primo dovere di un presidente è lottare per il benessere della sua nazione. Ho il mio presidente e non fa differenza che io personalmente non abbia votato per Putin.
Se le persone nel mio paese non hanno protezione da questo regime senza legge, ciò significa che sopravvivo qui mentre altri muoiono. Nell'ultimo anno mi sono trovata in quella posizione troppo spesso. Persone che erano miei testimoni e informatori in Cecenia sono morte per questo motivo, e solo per questo motivo, non appena ho lasciato le loro case. Se ciò dovesse accadere ancora una volta, come posso continuare a vivere all'estero mentre altri muoiono al mio posto?
Citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja – 2003
L'Europa è strisciata via vigliaccamente da un luogo dove bisognava lottare e insistere sulle proprie posizioni. Così ha firmato la condanna dei ceceni a non essere più considerati europei, uguali agli altri e degni di tutti i diritti universalmente riconosciuti, rifiutandogli anche il diritto a un controllo formale dell'Europa sull'andamento della guerra. Giudicate voi stessi.
Perché l'Europa ha assegnato alla Cecenia dei rappresentanti a cui non importa assolutamente niente di niente? Perché si sprecano risorse enormi per mantenerli in Cecenia a spese dell'erario europeo? Perché gli hanno ordinato di tacere? Per tutte le domande difficili c'è sempre una risposta molto semplice. Per la situazione cecena è questa: il silenzio fa comodo.
In Cecenia sono stati traditi i mandati europei. Così ha ordinato il Cremlino, e l'Europa ha ubbidito docilmente, distruggendo tutti i valori che il nostro continente difendeva dalla fine della seconda guerra mondiale e che si sono sbriciolati scontrandosi con la tragedia chiamata seconda guerra cecena.
L'Europa ha profanato se stessa. Prima limitandosi a osservare il massacro che si consumava in Cecenia. E ora rinunciando persino a questo, dopo aver dimostrato che non esiste più l'Europa che per tanto tempo abbiamo considerato il baluardo dei diritti dell'uomo e la speranza di tutti gli umiliati e gli oppressi. Fine. È calato il sipario.
La donna cecena oggi è veramente uno zombie: lo è diventata grazie ai lunghi anni di sofferenza continua e quotidiana. Lo è diventata per la situazione in cui vive la sua famiglia. È stata addestrata al martirio dai metodi usati con la popolazione civile da entrambe le parti combattenti.
La sua educazione tradizionale è assolutamente ascetica. Il suo dovere è farsi carico di tutto. Non deve parlare delle sue sofferenze personali. La sua virtù è la riservatezza, la capacità di nascondere i sentimenti dentro di sé e non lasciarli mai trapelare, non soltanto in pubblico ma anche in casa, davanti ai parenti maschi, persino i più stretti. Le sue tempeste, quindi, sono interiori. Quanto durerà?
Il vulcano ha cominciato a eruttare. La giustizia personale è diventata l'unica risposta efficace all'arbitrio: la donna ha cominciato a difendersi, attuando un programma di vendetta personale contro quelli che considera assassini. Il sogno delle cecene è diventato quello di morire, pur di non vivere come ora – senza riuscire a difendere i figli, i fratelli, i mariti.
Lo status politico della futura Cecenia? Certo, verrà, con il tempo. Ma dopo, tutto verrà dopo. Prima bisogna sopravvivere. Nessuno lo nega: bisogna essere degli eroi per sbrogliare questa spaventosa matassa. Ed eroi non ce ne sono. Ma noi abbiamo il dovere di trovarne uno. Perché tutte le altre strade per la sopravvivenza ce le siamo già giocate.
Ci sono varie tecniche di pulizia etnica, che in sostanza sono operazioni punitive contro villaggi interi. Viene circondato un villaggio, vengono portati via tutti gli uomini, e non tutti vi fanno ritorno. Dicono che viene controllato che fra loro non ci sia nessuno che abbia preso parte ai combattimenti, invece vengono pestati da qualche parte, vengono portati via e dichiarati scomparsi. La violenza di massa sulla popolazione maschile è un fatto perché rientra nella mentalità dei nostri soldati. Vengono portati via dai villaggi tutti gli uomini alti, forti, e vengono lasciati i vecchi e i drogati. In genere dipende tutto dal comandante della divisione. Questa non è una guerra di generali, ma di colonnelli: la sorte della persone dipende dall'ufficiale che comanda la divisione, che di fatto ha potere di vita e di morte.
Per prima cosa ci sono due tipi di donne kamikaze. Ci sono quelle della djamahat, le comunità religiose che ritengono tutto ciò un loro dovere verso Allah. La maggior parte sono persone portate alla disperazione da tutto ciò che ho raccontato prima. Madri, sorelle di scomparsi che hanno bussato alle porte di tutte le sezioni di polizia ricevendo sempre la stessa risposta: «Non ci sono più, sono scomparsi, rassegnatevi».
Ho visto con i miei occhi le tombe degli arabi che hanno combattuto qui nella seconda guerra cecena, ma non so se fossero membri di al Qaeda. Credo che al Qaeda sia un paravento dei nostri potenti per nascondere i propri errori quando non riescono a fronteggiare gli attacchi terroristici. È come una nuova alleanza dopo la guerra fredda.
Personalmente non è che non mi piaccia Putin, è che non mi piace ciò che sta facendo. Lui deve mantenere la pace, è un suo dovere costituzionale. Invece continua la guerra nel Caucaso, con migliaia di morti non solo ceceni, ma anche russi. Gli attentati non possono cessare. Putin deve smetterla con questa guerra suicida e mettersi a trattare anche con quelle persone che non gli piacciono.
È chiaro che non li vogliono perché sono stati commessi molto delitti. Gli osservatori vedrebbero i cadaveri, le donne violentate e capirebbero chi è stato. Per questo l'accesso è limitato al massimo. Non vogliono testimoni.
Non ho una buona opinione della società occidentale. Non siamo nel 2000, quando c'erano grandi speranze che raccontando ciò che stava accadendo l'Occidente avrebbe fatto qualcosa per aiutarci. So da tempo che l'Occidente non si interessa di questi problemi, ha tradito queste persone che pure vivono in Europa. La Cecenia tra l'altro fa parte dell'Europa, geograficamente. Per questo non mi metterò a solleticare i nervi con racconti di come hanno ucciso, tolto scalpi e tagliato nasi e orecchie. Capitemi bene, non è quello lo scopo del mio lavoro, ma prevenire atrocità di questo genere in futuro.
Tutti hanno paura ora, e anch'io sono una parte del tutto. Anch'io ho paura, ma questa è la mia professione e avere paura è una cosa tua, personale. La professione esige che si lavori e si parli di quello che è il fatto principale nel Paese e la guerra che continua è il fatto principale. Perché lì muore la nostra gente. E avere paura o non averne è il rischio di questa professione.
Non so come si possa dire che sulla Cecenia si diffondono leggende. Evidentemente, il vostro Presidente del Consiglio non è mai stato, laggiù. Perché non di leggenda si tratta, ma dell'inferno.
Credo che se Berlusconi si trovasse per un momento nelle condizioni in cui da anni vivono circa 600mila persone in Cecenia, beh, non parlerebbe così. Non m' importa come sia chiamata: seconda guerra cecena, come diciamo noi, o operazione antiterroristica, come dice Putin. Quel che m' importa sono i metodi crudeli che vengono utilizzati per piegare la popolazione.
Solo per Berlusconi sono leggende. Per me sono uomini, donne, ragazzi, con le loro facce e le loro storie drammatiche. Persone che ormai sono a un passo dal trasformarsi in bombe umane.
Citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja – 2004
Quanto ci interessano le torture dei carcerieri americani sui detenuti iracheni, e quanto ce ne infischiamo invece delle torture inflitte dagli aguzzini russi ai combattenti ceceni prigionieri. Vorrei chiarire di cosa sto parlando. I soldati federali in Cecenia, come gli americani in Iraq, girano spesso dei video – per se stessi e per i loro familiari. È una tradizione.
Kadyrov ormai non andava bene più a nessuno. Irritava Mosca parlando dei civili spariti, non arginando il terrorismo e non riuscendo a uccidere i leader indipendentisti. Umiliava i ceceni con crudeltà inaudite. Si era messo contro l'esercito affidando tutto il potere alla guardia comandata dal figlio. Era molto attivo solo nel settore del petrolio. La sua morte colpisce il suo clan, ma è un messaggio diretto al Cremlino: le scelte di Putin si confermano sbagliate e ora la situazione diventa incontrollabile.
L'eliminazione di Kadyrov apre un sacco di partite: quella tra i clan per l'enorme business della guerra, quella della vendetta dei parenti delle vittime del presidente, quella per il potere in Cecenia, quella politica a Mosca. Tra tutti però, è vero, chi oggi esce a pezzi è Putin. [...] Putin ha puntato tutto sul leader unico e ha perso, ma adesso non ha alternative a Kadyrov, non ci sono personaggi di livello simile, né Gantamirov, né Jamadajev. Chi ha agito lo ha fatto per interessi propri: ma la Russia finisce nelle sabbie mobili della lotta islamico-cecena.
L'Occidente finge di non vedere che in Cecenia è molto peggio che in Iraq, o nei Balcani. Ogni giorno la gente sparisce e muore, si scoprono cadaveri di bambini e fosse comuni. Le torture della soldatessa Usa sui prigionieri iracheni, sono nulla rispetto ai supplizi inferti in Cecenia. Tutti documentati e denunciati, ma inascoltati. L'Europa non deve perdere la possibilità di pretendere di esaminare la situazione assieme a Putin: è l'ultima occasione, risponderebbe della sua consapevole e calcolata indifferenza.
La scelta di Putin di mantenere la linea di Akhmad Kadyrov ha fatto risorgere la resistenza armata. In Cecenia resta solo apatia, la gente è abbandonata a saccheggi, rapine, omicidi. Ma il Cremlino, azzerando la speranza della popolazione, ha decretato la propria sconfitta.
La popolazione ormai è indifferente ad ogni scelta del Cremlino. Vive nel terrore dei sicari di Ramzan Kadyrov e delle violenze dei federali. Nei villaggi si scavano rifugi sotto le case in vista della terza guerra. Tutti dicono la stessa cosa: Ramzan ha i giorni contati, Alkhanov le settimane. Poi restano solo le bombe.
Un uomo moralmente debole. I ceceni lo definiscono una ridicola nullità. Per loro c'è un solo spartiacque: o hai qualcosa da contrapporre a Ramzan Kadyrov e a Vladimir Putin, o non sei nessuno.
Alkhanov è stato capo della polizia quando i suoi uomini, mascherati e ubriachi, schiacciavano i contadini sotto i camion, uccidevano a cinghiate i vecchi, violentavano le donne.
Solo l'Europa, dando vita ad un protettorato internazionale, può aiutare Russia e Cecenia a fermarsi prima del baratro. Putin, prima o poi, dovrà discuterne: se l'Occidente starà a guardare vorrà dire che il petrolio è il suo unico e ultimo dio.
In Russia è in corso una guerra: sono ormai cinque anni che va avanti, e per lunghezza batte già la seconda guerra mondiale. Eppure, la campagna elettorale per la duma (il parlamento russo) alla fine del 2003 non ha mai affrontato questa domanda: perché la guerra non è ancora finita?
Per i russi, ormai, la Cecenia è una cancrena, un vicolo cieco; ma è anche un punto di riferimento nella Russia di Putin. Con la guerra è stato facile tornare al passato e mettere a dura prova la trasformazione del paese in uno stato non sovietico: la proprietà privata è stata accompagnata da un'unica ideologia dominante, dall'affermazione di una leadership personale incontrollata, dal disprezzo dei diritti umani e dall'idea, diffusa con la propaganda, che è necessario subordinare gli interessi individuali a quelli dello stato.
La guerra è stata chiamata ufficialmente "operazione antiterrorista nel Caucaso del nord" – in altre parole, lotta contro il terrorismo – mentre tutti i ceceni, per volontà del Cremlino, sono stati dichiarati indistintamente banditi e terroristi e obbligati ad addossarsi collettivamente la responsabilità delle azioni criminali di alcuni loro concittadini.
Il Cremlino ha risposto con uno stratagemma tipico del Kgb: ha cominciato ad arruolare per la Cecenia dei soldati scelti tra chi aveva passato l'infanzia in un orfanotrofio. Soldati orfani: nessuno si preoccupa per loro, non ci sono madri che ne piangono la scomparsa, che chiedono risarcimenti per la loro morte, che gridano, organizzano manifestazioni o addirittura parlano con la stampa. Oggi gli orfani sono la categoria di soldato più diffusa.
La Cecenia è lo strumento con cui Putin ha conquistato il Cremlino e che lo ha spinto a cercare di soffocare la società civile e la libertà di espressione.
E così dalla seconda guerra cecena è nata la nuova Russia del dopo Eltsin, postdemocratica e non sovietica, dove l'importante – come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne.
Essere una persona in Cecenia non ha lo stesso significato che in occidente. Una persona in Cecenia è un soggetto biologico privo di qualsiasi diritto e della possibilità di contare sulle strutture dello stato.
Con Putin la Russia sta recuperando i peggiori valori sovietici, come il brutale fondamentalismo stalinista.
La Russia sta per precipitare in un abisso, scavato da Putin e dalla sua miopia politica.
L'aereo decolla. Chiedo un tè. Sono molte ore di strada da Rostov a Beslan, e la guerra mi ha insegnato che è meglio non mangiare. Alle 21:50 lo bevo. Alle 22:00 mi rendo conto che devo chiamare la hostess perché sto rapidamente perdendo conoscenza. Gli altri miei ricordi sono frammentari: la hostess piange e grida: "Stiamo atterrando, tieni duro!"
"Bentornata", ha detto una donna chinata su di me nell'ospedale regionale di Rostov. L'infermiera mi dice che quando mi hanno portato dentro ero "quasi senza speranza". Poi sussurra: "Mio cara, hanno cercato di avvelenarti". Tutti gli esami effettuati all'aeroporto sono stati distrutti – per ordine "dall'alto", dicono i medici.
Si dice che Ruslan Aušev, l'ex presidente dell'Inguscezia, rifiutato dalle autorità per aver sostenuto una soluzione della crisi cecena, sia improvvisamente entrato in trattative con i terroristi a Beslan. È entrato da solo perché per 36 ore gli uomini del quartier generale dei servizi speciali responsabili delle trattative non sono riusciti a mettersi d'accordo tra loro su chi sarebbe andato per primo. I militanti danno tre bambini ad Aušev e poi rilasciano altri 26 ragazzi e le loro madri. Ma i media cercano di mettere a tacere il coraggioso comportamento di Aušev: nessuna trattativa, nessuno è entrato.
Il 3 settembre le famiglie degli ostaggi si trovano in un totale blackout di notizie. Sono disperati; tutti ricordano l'esperienza dell'assedio del teatro di Dubrovka in cui morirono 129 persone quando i servizi speciali rilasciarono gas nell'edificio, ponendo fine alla situazione di stallo. Ricordano come il governo ha mentito.
Questo è stato un problema costante negli ultimi cinque anni della seconda guerra in Cecenia: le persone hanno perso ogni speranza di ottenere protezione da parte dello Stato e non si aspettano altro che esecuzioni extragiudiziali da parte dei servizi speciali. Quindi cercano di difendere se stessi e i loro cari. L'autodifesa, naturalmente, porta al linciaggio. Non potrebbe essere altrimenti. Dopo l'assedio del teatro del 2002, gli ostaggi fecero questa straziante scoperta: salva te stesso, perché lo Stato può solo aiutarti a distruggerti.
La notizia più importante è che Putin vola a Beslan di notte. Ci viene mostrato Putin che ringrazia i servizi speciali; vediamo il presidente Dzasochov, ma non viene detta una parola su Aušev. È un ex presidente caduto in disgrazia, caduto in disgrazia perché ha esortato le autorità a non prolungare la crisi cecena, a non portare le cose al punto di una tragedia che lo Stato non sarebbe stato in grado di gestire. Putin non menziona l'eroismo di Aušev, quindi i media tacciono.
Gli avvenimenti di Beslan hanno dimostrato che le conseguenze di un vuoto informativo sono disastrose. Le persone respingono lo stato che le ha lasciate in asso e cercano di agire da sole, cercano di salvare i propri cari e di esigere la propria giustizia sui colpevoli. Successivamente Putin ha dichiarato che la tragedia di Beslan non aveva nulla a che fare con la crisi cecena, quindi i media hanno smesso di occuparsi dell'argomento. Quindi Beslan è come l'11 settembre: tutta una questione di Al-Qaeda. Non si parla più della guerra cecena, di cui questo mese ricorre il quinto anniversario. Questa è una sciocchezza, ma non era la stessa cosa in epoca sovietica, quando tutti sapevano che le autorità dicevano sciocchezze ma facevano finta che l'imperatore fosse vestito?
Stiamo precipitando di nuovo in un'abisso sovietico, in un vuoto di informazioni che significa morte a causa della nostra stessa ignoranza. Tutto ciò che ci resta è Internet, dove le informazioni sono ancora liberamente disponibili. Del resto, se vuoi continuare a fare il giornalista, è un servilismo totale nei confronti di Putin. Altrimenti può trattarsi della morte, della pallottola, del veleno o del processo – qualunque cosa i nostri servizi speciali, i mastini di Putin, ritengano opportuno.
Sono indispensabili trattative politiche con il leader indipendentista Aslan Maskhadov, anche se la maggior parte della popolazione non lo rispetta. Ma è comunque necessario passare attraverso queste trattative.
Bisogna imporre l'obbligo di smilitarizzare il territorio. È la condizione principale per una soluzione politica impossibile senza il ritiro delle forze armate. I soldati potranno restare solo nelle caserme e nelle basi militari e per un periodo di tempo transitorio rigorosamente definito. Questo periodo dovrà essere comunicato pubblicamente, così come le condizioni in base alle quali si effettuerà il ritiro. Le eventuali violazioni della smilitarizzazione saranno punite.
[...] lasciare un qualsiasi ruolo a Ramzan Kadyrov è assolutamente impossibile, poiché il capo delle forze di sicurezza di Grozny, accusato di molte atrocità, è una figura che scatena solo ostilità.
Ogni giornalista riceveva un biglietto gratuito tutto l'anno; potevi andare su qualsiasi aereo e volare dove volevi. Grazie a questo ho visto tutto il nostro vasto paese. Ero una ragazza di famiglia diplomatica, lettrice, un po' secchiona; non conoscevo affatto la vita.
Da un punto di vista economico la vita divenne molto difficile, [...] ma politicamente non fu affatto scioccante. Era pura felicità, poter leggere, pensare e scrivere quello che volevi. È stata una gioia. Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà.
Ancora oggi in ogni filiale dell'Fsb in Cecenia si pratica la tortura, come il cosiddetto "telefono", dove viene fatta passare una corrente elettrica attraverso il corpo di una persona. Ho visto centinaia di persone che hanno subito questa tortura. Alcuni sono stati torturati in modo così intricato che mi è difficile credere che ciò sia stato fatto da persone che hanno frequentato il mio stesso tipo di scuole e che hanno letto gli stessi libri di testo.
La maggior parte delle volte dimenticano la parola Cecenia. Se ne ricordano solo quando c'è un atto terroristico. E poi è "Oh!", e ricominciano la loro copertura completa. Ma praticamente nessuno racconta cosa sta realmente accadendo in quella zona, in Cecenia, e sulla crescita del terrorismo. La verità è che i metodi impiegati nell'operazione antiterroristica di Putin stanno generando un'ondata di terrorismo come non abbiamo mai sperimentato.
In Russia si sente la gente parlarne con orgoglio: "Noi abbiamo trattato i neri così prima degli americani, e avevamo ragione, perché sono terroristi internazionali".
Putin ha iniziato a provare a dimostrare sulla scena mondiale che anche lui combatte i terroristi internazionali, che è solo un partecipante di questa guerra alla moda. E ha avuto successo. Per un po' è stato il migliore amico di Blair. Quando, dopo Beslan, ha cominciato ad affermare che stavamo praticamente vedendo la mano di Bin Laden, è stato spaventoso. Cosa c'entra Bin Laden con tutto questo? Il governo russo ha creato queste bestie, le ha allevate, si sono recate a Beslan e si sono comportate proprio come bestie.
È impossibile parlare da un lato dell'elevato numero di vittime in Cecenia e dello sviluppo del terrorismo per poi stendere il tappeto rosso, abbracciare Putin e dirgli: "Siamo con te, sei il migliore". Questo non dovrebbe succedere. Capisco, il nostro Paese è un grande mercato, è molto attraente. Lo capisco molto bene. Ma non siamo persone di seconda classe, siamo persone come te, e vogliamo vivere.
Con il presidente Putin non saremo in grado di forgiare la democrazia in Russia e torneremo solo al passato. Non sono ottimista a questo riguardo e quindi il mio libro è pessimista. Non ho più speranza nella mia anima. Solo un cambio di leadership mi permetterebbe di avere speranza, ma è un inverno politico. Il Cremlino sta riportando il Paese al suo passato sovietico.
I miei eroi sono quelle persone che vogliono essere individui ma sono costretti a tornare ad essere ingranaggi. [...] In un impero ci sono solo ingranaggi.
Ci sono molte persone in Russia che sarebbero leader forti. [...] Potresti pensare che abbiano i loro difetti ma niente potrebbe essere peggio di Putin.
[...] Putin, un prodotto del più oscuro servizio di intelligence del paese, non è riuscito a trascendere le sue origini e a smettere di comportarsi come un tenente colonnello del KGB. È ancora impegnato a sistemare i suoi connazionali amanti della libertà; persiste nel schiacciare la libertà proprio come ha fatto all'inizio della sua carriera.
Putin è come Akakij Akakievič di Gogol'. È una persona piccola e grigia che vuole davvero non essere grigia. Putin ha avuto un'occasione storica per essere grande e non essere grigio, ma è pur sempre grigio.
Durante la campagna pre-elettorale presidenziale (quest'anno) si è comportato esattamente come Stalin. Ha distrutto l'opposizione democratica, ha gettato fumo negli occhi della gente, ha rifiutato persino il dibattito e ha costantemente mentito sulla Cecenia e sulle riforme sociali. Dicono che abbiamo un Paese felice ma non è così. È un paese povero. Putin non rispetta le persone e la repressione seguirà proprio come accadde con Stalin.
Mi ha chiesto di venire a intervistarlo una volta ma ho rifiutato. Dopo Budennovsk pensavo che non ci fosse più niente di cui parlare. In Cecenia non ci sono né eroi né angeli. La guerra lì va avanti da così tanto tempo che ci sono solo persone interessate a continuarla... E poi ci sono le persone, bloccate nel mezzo.
Citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja – 2005
Certe volte le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare. (da una conferenza a Vienna sulla libertà di stampa, dicembre 2005)
Aslan Maskhadov è morto, come migliaia di altri uomini e donne ceceni, a causa della delazione di altri ceceni. Una delazione avvenuta in seguito a torture, cioè al metodo per ottenere informazioni e condurre indagini usato sia durante la prima sia durante la seconda guerra cecena. Ciò fa di Maskhadov un uomo che ha condiviso le sorti del suo popolo, come vorrebbe fare ogni vero leader. E questo significa che con ogni probabilità resterà nella memoria dei ceceni come un grande martire, indipendentemente da quanto ha fatto in passato.
Maskhadov è morto durante la lunga tregua unilaterale da lui stesso dichiarata il 14 gennaio. Una tregua che, anche se non ha avuto un grande successo, resta comunque l'unica nella storia della seconda guerra cecena; era una mano tesa verso il Cremlino per l'avvio di trattative sul cessate il fuoco, la demilitarizzazione e la reciproca consegna dei criminali di guerra.
L'uccisione di Maskhadov significa che la tregua è terminata. Scordatevela, completamente. Non ci saranno trattative. Non ci sarà più bisogno del comitato delle madri dei soldati russi, che aveva cercato di negoziare con gli uomini di Maskhadov. Non ci sarà bisogno di nessuna madre. Solo di guerre.
Dietro a Kadyrov c'è Putin. Chi c'è invece dietro a Basaev? Gli "arabi", come piace dire ai federali russi in Cecenia? [...] Dietro a Basaev c'è una resistenza che si sta radicalizzando sempre di più. Le sue fila sono alimentate soprattutto dalla gioventù cecena, che non sa vivere in altro modo se non prendendo parte ad azioni in cui muoiono martiri innocenti per sfuggire alle umiliazioni a cui è sottoposta di continuo dai federali russi.
La morte di Maskhadov, ucciso a Tolstoj-Yurt, è per Basaev la migliore conferma del suo slogan: con la Russia non si può trattare, con la Russia si può solo combattere. Con ogni mezzo.
In effetti, mi reputo una giornalista, forse anche una fanatica del giornalismo; e ritengo, per questo, semplicemente di svolgere il mio dovere e di lavorare di conseguenza.
Quello del colonnello Budanov è rimasto l'unico caso di ufficiale punito severamente per aver compiuto un delitto. Nel corso degli ultimi due anni c'è stato un altro caso analogo: l'indagine su un gruppo di ufficiali della direzione dei servizi segreti militari, comandati da un certo Ulman, che, sempre in Cecenia, avevano ucciso sei civili e poi ne aveva bruciato i corpi. I militari «credevano» – credevano soltanto! – che quelle persone fossero dei guerriglieri, sebbene si trattasse di vecchi e di donne. La sentenza del tribunale ha riconosciuto che sì, i civili erano stati uccisi e bruciati, ma non ha ammesso la colpevolezza degli imputati in quanto costoro non avrebbero fatto altro che compiere il loro dovere. Ci si domanda, allora, in cosa consista questo «dovere»: tra gli uccisi c'era il direttore di una scuola, il suo vice, un guardiaboschi, una donna incinta con altri otto figli a casa da accudire. Che «dovere» è?
Il problema è che nella Russia di oggi assistiamo alla coesistenza di due verità, che tra loro non si sfiorano neppure. La prima è quella della gente che vorrebbe vivere come ai tempi dell'Unione Sovietica, mettendosi al servizio dell'ideologia e non della legge; sono persone che negano le leggi pur di essere al servizio di qualche ideologia politica di nuova invenzione. In questo ritengono consista il loro dovere. C'è poi un'altra parte della popolazione, che concepisce il dovere nel senso di osservare onestamente quanto avviene nel paese, agendo in modo tale che la legge stia al di sopra di tutto, permettendo così il prevalere dei principî democratici.
La seconda guerra cecena è cominciata nel 1999. La si può considerare come una rivalsa da parte delle truppe federali per essere state costrette a firmare la pace che aveva posto fine alla prima guerra cecena, nel 1996. A quell'epoca, in Cecenia, la vita della gente era molto penosa, perché effettivamente esistevano numerosi gruppi di banditi e di fanatici religiosi. All'epoca, molte persone con le quali parlai, mi dissero che la guerra sarebbe probabilmente durata poco e che, una volta ripristinata la legalità, la vita sarebbe migliorata per tutti. Alcune persone mettevano in relazione la guerra con la risoluzione dei problemi interni. Ma i metodi applicati dall'esercito federale sono stati tali da non lasciare scelta: hanno colpito chiunque, indipendentemente dalle opinioni, indipendentemente dalla legge. Hanno ucciso sulla base dell'esclusivo «diritto» di avere un'arma in mano.
L'evoluzione verificatasi negli ultimi anni nel Caucaso settentrionale ha molto poco a che fare con ciò che si usa chiamare al-Qaida: è qualcosa che abbiamo creato noi stessi e che produce il terrorismo interno. Putin va in giro a dire che questa gente vuole instaurare uno Stato islamico unitario, un califfato; ma nessun terrorista ha mai avanzato una simile rivendicazione. Ciò che chiedono, invece, è di porre fine alla guerra.
Non so su cosa si basi la grande amicizia esistente tra Putin e Berlusconi. So solo che i mass media ufficiali russi ripetono continuamente che Berlusconi è il maggior avvocato europeo di Putin nella sfera di quelli che contano e che hanno potere.
Contrariamente a quanto avveniva in epoca sovietica, infatti, la politica di Putin è del tutto antisociale. È una politica che dice alla gente di allontanarsi dallo Stato, di pagarsi le cure mediche coi propri soldi, che l'istruzione è solo per le famiglie ricche. I poveri devono essere estromessi dall'assistenza sanitaria e da un'istruzione decente. Dal 1° gennaio è entrata in vigore la legge 122, che è di grande importanza per noi. In virtù di questa legge si è ridotta ancora di più la partecipazione dello Stato alla politica sociale in favore dei propri cittadini, soprattutto della parte più povera della popolazione, che nel nostro paese rappresenta un terzo dei cittadini. Putin è a favore del capitalismo, e in questo è senza dubbio simile a Berlusconi; ma il suo è un capitalismo oligarchico, burocratico: i ricchi da noi non sono più quelli che riuscirono a creare la propria ricchezza ai tempi disonesti di Eltsin. I ricchi di oggi siedono, per così dire, sul fiume delle risorse di bilancio.
Nel nostro paese oggi non esiste alcuna televisione indipendente, non esiste alcun talkshow indipendente dove i politici possano discutere dei problemi più importanti. L'ultimo talkshow politico è stato interrotto all'incirca un anno fa, si chiamava Libertà di parola. Putin ha detto di non vederne l'utilità visto che vi si raccoglievano solo i politici falliti. Adesso è stato ripreso e viene trasmesso a Kiev, in Ucraina. Da noi esiste, oltre a un numero assolutamente limitato di quotidiani che non segue la linea ufficiale, una sola stazione radio indipendente al 50 per cento, dove di tanto in tanto si riesce a discutere in diretta di quanto avviene nel paese.
I motivi per i quali siamo stati dichiarati dei nemici sono tanti: il fatto di avere chiesto, insieme agli abitanti di Beslan, un'inchiesta indipendente sull'attacco terroristico e di starne conducendo anche una nostra; il fatto di aver appoggiato la protesta popolare contro la legge 122; l'esserci fermamente espressi contro la distruzione della Jukos – un'enorme industria petrolifera che finanziava parte dei partiti di opposizione e un importantissimo istituto della società civile come quello delle organizzazioni di difesa dei diritti della popolazione; abbiamo poi sostenuto coerentemente, nel corso degli ultimi sei anni, una posizione contraria ai metodi impiegati in Cecenia, spiegando che l'esplosione del terrorismo nel paese, compresa la tragedia di Beslan, è una conseguenza diretta di quanto accade in Cecenia; abbiamo inoltre condotto inchieste sulla corruzione diffusa a causa delle quali due nostri giornalisti sono stati uccisi. Nessun altro giornale ha subìto perdite tanto gravi; uno di questi colleghi è stato ucciso vicino alla propria abitazione, un altro è stato avvelenato. Questa è la libertà di parola, secondo Putin.
Posso dire che gli strati più poveri della popolazione nel nostro paese, che sono costituiti da milioni di persone, oggi sono contagiati dal nazionalismo e da idee antidemocratiche. [...] Noi li chiamiamo i «rosso-bruni»: è povera gente che ritiene colpevoli di tutto i «negri» – scusate se uso questo termine – e, naturalmente, come sempre, gli ebrei. È un'idea politica che al momento si sta effettivamente diffondendo, perché la maggior parte dei nuovi russi è costituita da ebrei che, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, sono riusciti a mettere assieme il loro smisurato capitale in tempi prodigiosamente brevi. Poi è cominciata la guerra in Cecenia e, in generale, nel Caucaso, che ha portato a forti sentimenti anticaucasici. Gli abitanti del Caucaso vengono chiamati «i nostri negri». Oggi in provincia gode di estrema popolarità il movimento nazional-bolscevico. [...] Penso che se in Russia si arriverà a una rivoluzione, non sarà come quella delle rose in Georgia, o come quella dei tulipani in Kirghizistan o come quella arancione in Ucraina: da noi ci sarà una rivoluzione sanguinosa.
[...] malgrado tutta l'ambiguità della sua figura politica, Eltsin è riuscito a fermare la prima guerra cecena, a fermare lo spargimento di sangue e a salvare la vita a molta gente. Con Eltsin noi lavoravamo in piena libertà, per questo potevamo informare su quanto avveniva in Cecenia durante la guerra e il risultato è che si arrivò alla decisione politica di fermare la guerra. Eltsin stesso capiva che nel paese esistevano milioni di indigenti che andavano sostenuti, e che senza il sostegno dello Stato non potevano fornire un'istruzione ai propri figli o curarsi della propria salute. Oggi, con Putin, di questo ci si è dimenticati.
A volte sento dire che adesso il paese è più sicuro. Non è assolutamente così. La quantità di attentati terroristici verificatisi sotto Putin non ha precedenti nell'epoca di Eltsin. Mi si obietta che lui trattò con Maskhadov e Basaev, però all'epoca non ci furono episodi come Beslan e per me questa è la cosa più importante.
Quel che sta accadendo nel Caucaso è il frutto della politica di Putin. Una politica miope di repressione e di violenza senza prospettive, che sta spingendo i musulmani del Caucaso nella clandestinità. Sbaglia chi dice che Putin non ha scelta: se non è capace di trovare una soluzione per la Cecenia e il Caucaso, si faccia da parte.
Dopo la strage di Beslan Mosca ha dato il via a una campagna di repressione nel Caucaso che sta spingendo sempre più giovani nella rete clandestina. Questa diventa sempre più attiva e capillare e, evidentemente, crea una riserva di giovani braccia per le squadre di Basaev.
Nel Caucaso, come ai tempi sovietici, il potere perseguita i Mufti: a Nalcik è stata chiusa perfino la moschea. Il risultato è che la gente, i giovani in particolare, si nasconde, entra in clandestinità: magari, all inizio, solo per pregare. Ma col tempo cova risentimento e giura vendetta. La politica del Cremlino ha creato materialmente l'underground musulmano, anche dove non c'era.
Io mi sono occupata negli ultimi mesi dei numerosissimi processi contro i terroristi musulmani: la stragrande maggioranza di questi è fabbricata di sana pianta, con presunti complici condannati a vent' anni senza uno straccio di prova. Questo succede in tutte le repubbliche del Caucaso.
Gli stati dell’Asia centrale un tempo erano sovietici, ma ora, quando non apprezzano la politica della Russia, si rivolgono alla Cina, che è una potenza economica, situata nelle vicinanze e pronta a rivendicare il territorio che considera suo. La nostra influenza diminuirà se non perseguiamo una politica intelligente e flessibile. Ma non lo facciamo. Abbiamo esperti di livello mondiale in questo campo ma non vengono consultati. Viviamo in uno zarismo, dove lo zar decide tutto. E i suoi consiglieri non sono esperti, sono solo persone di cui si fida.
Più la Chiesa ortodossa russa si è consolidata, meno è rimasta spirituale. Ormai è di moda che gli studenti diventino musulmani, e se la Chiesa non cambia, o non trova un linguaggio comune con il Vaticano, continuerà a perdere terreno rispetto all'Islam, che è più giovane e dinamico. L'alcol e la droga stanno distruggendo la Russia, ma la Chiesa non si è mai occupata seriamente di questi problemi. L’Islam mette immediatamente le persone nella posizione di poter dire: “Non bevo e non mi drogo”, e questo continuerà ad attrarre seguaci.
In Russia, qualcuno può entrare al Cremlino e arricchirsi sottraendo risorse nazionali. Non abbiamo filantropi e l’incarcerazione di Chodorkovskij è un avvertimento per gli altri. Ha creato la fondazione Open Russia e ha finanziato partiti di opposizione, organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani. Vladimir Putin ha affermato che la Russia non permetterà agli stranieri di finanziare la nostra società civile, ma ora non abbiamo investitori nazionali per farlo, il che è una tragedia. Se continuiamo così, tra 100 anni non ci sarà più una società civile in Russia.
Citazioni di Anna Stepanovna Politkovskaja – 2006
Sto conducendo un'inchiesta. Riguarda le torture effettuate nelle prigioni segrete di Kadyrov oggi e in passato. Persone che sono state sequestrate dagli uomini di Kadyrov per un motivo del tutto incomprensibile. Sono sparite semplicemente perché organizzavano public relations.
I giornalisti, che non conoscono questa regione, dicono che Kadyrov faccia rinascere le tradizioni cecene. Sono tutte fesserie. Lui le distrugge. Non sono certo sostenitrice dell'istituto della vendetta trasversale, ma fatto sta che per lunghi anni tale tradizione aveva mantenuto una certa stabilità nella regione. Ma Ramzan è intervenuto anche in questo campo distruggendola.
Il mio sogno personale nel giorno del compleanno di Kadyrov riguarda soltanto un fatto. Parlo di questo in modo assolutamente serio. Sogno che lui sieda sul banco degli imputati. E che l'indagine su tutti i suoi delitti segua la procedura giuridica più severa, con un'elencazione di tutti i reati.
Non gli piace che io lo ritenga un bandito di Stato, che lo consideri uno degli errori tragici di Putin. [...] Lui è pazzo, un idiota assoluto. [...] Come un bambino terribile, dice e fa ciò che vuole. Uccide molte persone, laggiù.
La gente legge, poi ne parla con gli amici. Ne ho parlato con i difensori dei diritti umani, siamo stati costretti ad ammettere che non esiste una quantità di sangue sufficiente a portare i russi in piazza. Se scrivessi che ieri sono morti 200 mila ceceni direbbero, sì, in effetti sono tanti. Tutto qui. Nemmeno se morissero 200 mila abitanti di una città russa. La società oggi è molto crudele.
Una volta la gente parlava. Oggi, se vado a fare la spesa, incontro sicuramente qualcuno che mi dice qualcosa, ma solo in un orecchio. Penso che sia perché nelle posizioni chiave ci sono gli uomini del Kgb. Nel dna della nostra gente c'è il ricordo che a "questi" non ci si oppone. Gli unici che hanno il coraggio di alzare la voce sono i nazionalisti, i fascisti.
È stato disgustoso. Continuavo a dire: vi sbagliate. Non ne avete il diritto, è illegale. Mi rispondevano che stavano lottando con il terrorismo e io ero una serpe che stava con i guerriglieri, che sarebbe stato giusto ammazzarmi, ma si sarebbero limitati a rendermi innocua. Secondo loro, se non consideravo i ceceni degli animali ero dalla loro parte.
La sera prima del blitz si sperava ancora in un accordo. Le loro richieste erano primitive, ma avevano una logica: Putin doveva almeno far vedere di voler fermare la guerra. Dirlo in tv, ritirare le truppe da un distretto ceceno. Non chiedevano né treni, né aerei, né soldi, né droga. Avevo trasmesso le loro richieste dopo essere uscita. Poi è successo quello che è successo. Probabilmente, se avessi saputo come sarebbe andata a finire, non sarei entrata per il negoziato. Avevo capito che le cose stavano andando male alle due di notte: dovevo rientrare nel teatro, invece aveva vinto l'idea dei servizi, niente più trattative. Era chiaro che ci sarebbe stato l'assalto. Ma non potevo immaginare che avrebbero usato il gas, anche se li vedevo scavare passaggi.
Putin è stato messo lì da Berezovskij, ma non ha più importanza. All'inizio era mite, non si faceva notare. Poi ha deciso di diventare imperatore. È stato educato così. Ma a me questo ordine non piace. Piace al 51% della popolazione? E il rimanente 49%? È una minoranza che non si può nemmeno chiamarla tale, perché non ha diritto a dibattere con la maggioranza.
Per quanto riguarda mio marito, il giornalista Aleksandr Politkovskij, sono contenta che ci siamo lasciati. Era vittima della propaganda ufficiale, beveva e mi diceva che mi ero venduta ai ceceni. Vivere insieme, dopo 22 anni, è diventato impossibile.
I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. È orrenda. Quando ero prigioniera nella fossa era terribile, sporcizia, puzza, senza bagno, acqua, cibo. Mi avevano tolto anche i bottoni, temevano che dentro ci fossero microfoni, mi avevano lasciato solo il burro di cacao e poi uno mi ha rotto pure quel tubetto, cercava i microfoni.
Prima si poteva sperare che Putin avesse una strategia. Ma l'unica idea è restare al potere e prendere più soldi che puoi. Chi sono gli oligarchi? Gli uomini dell'amministrazione presidenziale. [...] Ultimamente negli ambienti della gente ricca si dice che lui finirà come Ceaucescu.
Vivere senza un cane era come vivere senza una capsula dell'amore ad azione continua impiantata sotto pelle.
Gli psicologi più economici costano 1.300 rubli a visita. Per questa somma danno consigli di questo tenore: andare in vacanza, passare più tempo all'aria aperta, riposarsi, cambiare casa, ambiente, città, paese... Ma non li danno tutti insieme.
In una grande città il destino di un cane malato, se il suo padrone non ha i mezzi per curarlo e mantenerlo, è essere soppresso. Il mondo, che è diventato crudele con tutte le persone in difficoltà (disabili, orfani, malati), è diventato altrettanto crudele con gli animali. È naturale, non potrebbe essere diversamente. Per capire fino a che punto l'odore dei soldi ci rende feroci basta portare a spasso un cane malato.
Non appartengo alla tribù degli animalisti folli, quelli che amano i cani più degli uomini. Io gli uomini li amo più dei cani. Ma non sono capace di tradire. Soprattutto se so che quell'essere vivente non sopravviverebbe a un altro abbandono: morirebbe senza di me.
Questa casta sempre più numerosa dei cani abbandonati [...] è stata generata dal mondo dei ricchi. Li comprano come se fossero un giocattolo – ci si divertono un po', si stufano, gli mollano un calcio.
Ignorano il valore dei soldi proprio come ignorano il valore di un essere vivente che ti è fedele fino alla fine. So bene cosa mi si potrebbe obiettare: non tutti i ricchi sono così cattivi, non tutti i veterinari sono degli squartatori. Certo. Ma allora perché da noi si vedono branchi di cani di razza che cercano rifugio negli androni?
Tutti ti piantano, tutti si stancano di te – il cane non smette mai di amarti.
Ogni giorno, di fronte a me, ci sono decine di cartelle. Sono atti di pratiche penali contro persone incarcerate per "terrorismo", o ancora sotto inchiesta. Perché uso la parola terrorismo tra virgolette? Perché queste persone sono terroristi solo di nome. Nel 2006 la prassi di "nominare i terroristi" non solo ha eliminato qualsiasi vera lotta antiterrorismo, ma ha cominciato a moltiplicare quelli che vogliono vendicarsi, cioè i potenziali terroristi.
Quando la procura e i tribunali russi lavorano non in nome di legge, per punire i colpevoli, ma per ordine politico e per presentare al Cremlino statistiche antiterroristiche positive, le cause si fanno in fretta.
In sostanza questi istituti di penitenza si sono trasformati in campi di concentramento per i condannati ceceni. Essi vengono sottoposti a discriminazione per motivi etnici. Non vengono lasciati uscire dalle celle. La maggioranza, quasi tutti, sono stai condannati in base a cause falsificate, senza prove. Trovandosi in condizioni tragiche, sottoposti a umiliazioni della dignità umana, in loro si genera odio per tutto.
Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d'incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un'indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto.
È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999.
Tutte mi hanno ricordato che il premier aveva giurato pubblicamente di uccidermi. Era successo durante una riunione dell'esecutivo: Kadyrov aveva dichiarato di averne abbastanza e aveva aggiunto che Anna Politkovskaja era una donna spacciata. Me lo hanno raccontato alcuni membri del governo. Perché tanto odio? Forse non gli piacevano i miei articoli?
Qualche tempo fa Vladislav Surkov, viceresponsabile dell'amministrazione presidenziale, ha spiegato che alcuni nemici si possono far ragionare, altri invece sono incorreggibili: con loro il dialogo è impossibile. La politica, secondo Surkov, dev'essere "ripulita" da questi personaggi. Ed è proprio quello che stanno facendo, non solo con me.
"È talmente stupida che non conosce neanche il valore dei soldi. Le ho offerto del denaro ma non lo ha accettato", ha detto Kadyrov a un mio vecchio conoscente, un ufficiale delle forze speciali della milizia.
Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l'ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l'intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte "dei nostri", si comporta così.
Non sono un vero animale politico. Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia. E non ho mai sentito la necessità di difendere la duma, anche se ci sono stati anni in cui mi hanno chiesto di farlo. Quale crimine ho commesso per essere bollata come "una contro di noi"? Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato.
[...] impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un'impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l'età per scontrarmi con l'ostilità e avere il marchio della reietta stampato sulla fronte. [...] Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po' di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo.
Cecenia – Citazioni
Chi siamo noi, cittadini russi dell'inizio del ventunesimo secolo?
Noi? Noi siamo pronti a scannarci per ogni parola che non ci piace. Siamo intolleranti e intransigenti.
Noi? Noi, molto semplicemente, abbiamo ricominciato a mettere in circolazione concetti gravi come quello di "nemico del popolo", e affibbiamo questa etichetta a tutti quelli che non la pensano come la maggioranza, senza alcuna distinzione.
Noi? Noi abbiamo riconosciuto che una pallottola in testa è il mezzo più semplice e più naturale per risolvere qualunque conflitto, per minimo che sia. Noi? Noi, inariditi dalla guerra, odiamo più spesso di quanto non amiamo. L'odio è la nostra preghiera. Stringiamo i pugni volentieri, ma abbiamo difficoltà a riaprire le mani. E ancora una volta, invece di respirare l'aria a pieni polmoni, ci nutriamo del sangue dei nostri compatrioti senza battere ciglio.
Non è forse guerra civile, questa? (pp. 25-26)
Contrariamente a quanto affermano i medici, neurologi e psichiatri sulle nostre infinite possibilità, ogni uomo dispone di una resistenza morale limitata al di là della quale si apre il suo abisso personale. Non è necessariamente la morte. Ci possono essere situazioni peggiori, ad esempio la perdita totale della propria umanità, come unica risposta alle innumerevoli nefandezze della vita. Nessuno può sapere ciò di cui sarebbe capace in guerra. (p. 27)
Mandano qui ragazzi di diciotto o diciannove anni completamente ignoranti, grazie allo sfacelo totale del sistema scolastico degli anni Novanta. A cosa serviranno queste lezioni impartite nella primavera della loro vita? E gli ufficiali? Come potranno, dopo, tornare alle proprie famiglie e crescere i loro figli? (pp. 28-29)
Se una russa, un ucraina o un'armena è in grado di sopravvivere a una violenza carnale, di imparare nuovamente a vivere e persino a sorridere dopo un trauma tanto doloroso e pesante, per una cecena la violenza significa quasi sicuramente la morte. A maggior ragione se ci sono testimoni o se gli uomini della famiglia hanno saputo dell'accaduto. Poco importa che la donna non abbia colpa, quello che conta è che sia stata violentata. Così vuole la tradizione, salvo rare eccezioni, ma non se ne parla, ed è proprio questo silenzio che rende possibili gli stupri. (p. 37)
In Cecenia decidere di violentare o di avere pietà di una donna dipende unicamente dalle qualità personali e dai desideri dell'uomo in divisa. I militari sanno perfettamente che una violenza non avrà conseguenze giudiziarie e che quindi non rischiano niente. Del resto, la maggior parte dei militari che prestano servizio in Cecenia non credono di avere alcuna responsabilità nei confronti delle donne cecene: ai loro occhi sono "niente", e di conseguenza con loro "tutto è permesso". (pp. 38-39)
Giunta al suo terzo anno, la guerra ha partorito un'idra mostruosa: le brigate criminali russo-cecene. Queste brigate riuniscono militari, o ex militari russi, e ceceni, ex della resistenza o altro, quasi a dimostrare che il conflitto non ha alcun fondamento morale. Queste bande, che saccheggiano e uccidono, violentano e torturano, se ne fregano altamente delle controversie ideologiche, religiose e nazionali tra Russia e Cecenia di cui, invece, si nutrono politici e politologi di Mosca. In questo "ambiente" davvero internazionale (che non ha niente a che vedere con il presunto terrorismo internazionale), conta solo il saccheggio e la razzia. Questo "ambiente" è molto più potente degli stati maggiori dell'esercito o della milizia, incapaci di fermare il sanguinario rullo compressore. (pp. 40-41)
La guerra ha pervertito i deboli. Ma si può davvero chiedere a tutti di essere forti? Le rovine dove vive questa povera gente sono invase dalla criminalità notturna. E questa criminalità è provocata e controllata dai federali: senza il loro appoggio nessuna banda potrebbe scorrazzare impunemente per le vie di Grozny durante un coprifuoco a cui gli stessi criminali ceceni prendono parte attiva. Il cocktail criminale russo-ceceno è l'apoteosi di questa guerra immorale. Gli abitanti di Grozny, anticamente la più bella città del Caucaso del nord, hanno ribattezzato la loro città, tanto amata in passato, Griazny Grozny, un soprannome che riflette il dolore causato dalla distruzione totale della città, ridotta in rovine e polvere, ma anche l'orrore di fronte a un banditismo peggiore della barbarie. (p. 42)
[...] niente potrà togliermi il senso di colpa che ho nei confronti di coloro che hanno sacrificato la vita per il mio lavoro, per la mia resistenza al tipo di giornalismo che si sta instaurando in Russia grazie alla guerra "alla Putin". Parlo di un giornalismo ideologico senza accesso all'informazione, senza incontri né conversazioni con le fonti, senza verifiche dei fatti. Come ad esempio quello dei miei colleghi, che seduti dietro tre barriere di filo spinato nelle basi militari russe, riferiscono a Mosca del "miglioramento quotidiano" dei villaggi ceceni. Quel tipo di lavoro, che io credevo morto insieme al comunismo, da noi è ormai considerato la norma, e inoltre è riconosciuto e lodato dalle autorità. Quanto all'altro tipo di giornalismo, quello che comporta uno sguardo diretto su ciò che succede, non solo viene perseguitato, ma si rischia addirittura la vita. Un salto indietro di dieci anni, dopo la caduta dell'URSS! (pp. 46-47)
In Cecenia ci si abitua alla depressione che regna sovrana, raramente si sente qualcuno ridere e si è persa, ormai, l'abitudine di ridere di se stessi. (p. 48)
Sono pochi i risultati positivi della Russia di Putin: l'economia è ancora controllata dagli oligarchi, l'assistenza sociale è inesistente. E allora, su quale base è possibile costruire una politica interna? Sulla nostalgia della grande Unione Sovietica e su quella dell'Impero, perché abbiamo sempre tanta voglia di sentirci "grandi". (p. 51)
La gioia orgasmica di sentirsi una grande potenza si nutre dell'oppressione e dell'umiliazione di un altro che si può calpestare impunemente. (pp. 51-52)
La favola della sua intelligenza diabolica è destinata solo alla campagna pubblicitaria per l'Occidente. E immagino che l'Europa e gli Stati Uniti lo corteggino non tanto per la sua intelligenza e pervicacia, quanto per la sua capacità di "contenere la Russia" nei limiti consentiti, senza preoccuparsi troppo dei mezzi che il potere russo utilizza per farlo. (p. 52)
A due anni dall'inizio della seconda guerra di Cecenia, non c'era più niente da rubare ai ceceni. Quelli che si erano assuefatti a questa "droga" cominciarono a depredare i loro simili. (p. 66)
I crimini di guerra e i crimini contro l'umanità in Cecenia vengono commessi principalmente grazie alla copertura fornita dal diritto a nascondere il proprio nome, diritto concesso dalla più alta autorità del paese ai militari "affinché i boieviki non si vendichino sulle loro famiglie". Questo diritto si è insinuato pian piano nella vita russa. Tornando a casa dopo la Cecenia, questi "sconosciuti" graduati non vogliono più avere un'identità precisa. Si sono abituati alla comodità dell'anonimato e non vogliono più tornare indietro. (pp. 74-75)
Gli ufficiali e i mercenari (che percepiscono una paga più alta degli ufficiali e, a volte, degli stessi generali) stanno tre mesi in Cecenia. Finito il periodo devono tornare a casa. Anche tenendo conto del fatto che alcuni partecipano a due o più missioni, si può calcolare che siano centinaia di migliaia di persone passate dalla Cecenia, zona di combattimento e di repressione. Con le leggi attuali, non dispongono di alcun aiuto psicologico dopo aver partecipato alla guerra. Uomini che sono stati assassini e carnefici vivono in mezzo a noi, ovunque, e le loro reazioni sono imprevedibili. In realtà, siamo tutti in pericolo. (p. 75)
Questa sporca guerra ha creato, poco a poco, un'onnipresente atmosfera bellicosa nella quale gli argomenti normali non sono più in voga. Abbiamo preso l'abitudine di parlarci con intolleranza, [...] senza più traccia della nostra benevolenza naturale, della nostra pazienza, della tendenza a perdonare, insomma di tutto quello che rappresenta tradizionalmente il carattere russo. La gente, anche se non ha niente a che vedere con la Cecenia, è diventata dura, caustica, aggressiva, violenta. (p. 77)
Evidentemente Maskhadov preferisce non vedere e non sentire quello che subisce il suo popolo. Tace. Sempre. Anche nei momenti più difficili, quando un cenno del leader della nazione sarebbe di fondamentale importanza. (p. 79)
Nella Cecenia di oggi i parenti e gli amici di Kadyrov sono più protetti del Papa. Vivono circondati da truppe speciali i cui metodi sono tristemente famosi. I loro uomini hanno l'abitudine di occupare le foreste e le radure intorno al posto dove si trova la persona che devono proteggere ed eliminare tutti quelli che vi si trovano. Fanno sistematicamente sparire tutti i sostenitori di Maskhadov. (p. 80)
Maskhadov parlò a lungo della "vittoria sulla Russia", della sua natura imperialista, della crudeltà e dei crimini dell'esercito federale. Tutto questo era vero, indubbiamente. Ma il popolo non si aspettava certo dal suo capo quella retorica antirussa così comune in Cecenia. Il popolo aveva bisogno della parola di un uomo. (p. 81)
Nel corso del terzo anno di guerra, Maskhadov ha smesso definitivamente di essere il comandante in capo delle truppe indipendentiste. È pur sempre un presidente legittimamente eletto, ma senza poteri reali. Il titolo non è che una pagliacciata, checché se ne dica. Maskhadov lo sa perfettamente. Allora, di cosa potrebbe parlare? Della sua solitudine? Del fatto che non può più avere alcun ruolo? Forse dovrebbe confessare che nei negoziati organizzati dai russi tra i "rappresentanti di Maskhadov" e i "rappresentanti di Putin" si parlerà più del suo futuro personale che di quello della Cecenia. (p. 82)
Bassaiev aveva bisogno dei soldi arabi di Khattab e Khattab, da parte sua, contava su Basaiev per rinforzare la sua legittimità nei ranghi della resistenza. (p. 83)
Nel giro di un anno, l'inetta politica del Cremlino nel Caucaso e la sua guerra contro la popolazione civile, lungi dallo sradicare il terrorismo, li ha spinti a entrare nella resistenza. I metodi usati dall'esercito russo, omicidi, stupri, sequestri per ottenere riscatti, saccheggi, umiliazioni, hanno portato queste persone a prendere le armi per combattere contro l'anarchia e l'arbitrio. Secondo il codice d'onore ceceno, avevano un'unica scelta: vendicare i parenti assassinati o dati per dispersi. (p. 87)
Tutti i servizi segreti del pianeta sanno, come un assioma, che far eliminare un nemico da qualcun altro è meglio che farlo personalmente. (p. 89)
Un giorno la pace verrà ristabilita. Ma la martellante e virulenta propaganda anticecena che va avanti da anni non faciliterà le cose. Dopo le terribili umiliazioni, dopo la morte violenta di migliaia di persone da entrambe le parti, dovremo vivere insieme. Anche se la Cecenia raccogliesse le forze e diventasse un giorno uno stato indipendente, cosa che oggi sembra poco probabile visto quanto la popolazione è sfibrata dalla guerra, il paese resterebbe comunque un'enclave della Russia, con le repubbliche caucasiche autonome alla quali è legata da stretti vincoli come vicini. La sua indipendenza sarebbe molto limitata. Sarebbe quella di un territorio accerchiato dal suo peggior nemico, non quella di un lontano paese la cui esistenza può essere dimenticata dall'antico padrone. (p. 92)
In Cecenia la gente è abituata a vivere cose che il resto del mondo ha cercato di dimenticare dopo la Seconda guerra mondiale, sicuri che non sarebbero mai più avvenute. (p. 97)
Non c'è niente di peggio che una menzogna prolungata. Il malcapitato che si trova vittima di una menzogna del genere sembra una mosca prigioniera della ragnatela, che si dibatte, sola, davanti allo sguardo divertito di chi l'ha catturata. Dall'inizio della seconda guerra cecena, moltissimi carnefici si sono esercitati in questo tipo di supplizio. Quasi tremila famiglie in Cecenia, cioè venticinquemila tra bambini, vecchi e donne, continuano a non avere notizie dei loro cari, rapiti dai militari russi. Il loro destino è di non avere alcuna informazione. Giorno e notte queste famiglie cercano segni, seguono tracce, interpretano notizie parziali lasciate trapelare dagli inquirenti, si nutrono di leggende e pettegolezzi. I supplizi descritti nei romanzi gialli sono poca cosa in confronto alla tortura di non sapere niente. Nessuno chiede riscatti, nessuno prova a mettersi in contatto con le famiglie, nessuno fa indagini o si interessa di questi casi. Il sistema giudiziario si accontenta di dire che non ne sa niente. Cosa fare, allora? Come vivere? Come agire? (p. 113)
In linea generale questi agenti hanno carta bianca: hanno licenza di uccidere, a condizione di non lasciare tracce. Eliminano quelli che sospettano di wahabismo, banditismo, terrorismo o altri misfatti. Sono altamente specializzati e agiscono come vogliono, pur se finanziati dalle casse dello Stato. Non riconoscono che un dio sopra di loro: il capo supremo dell'esercito Vladimir Putin. (p. 129)
Il nostro paese ha tradizioni storiche molo particolari. Per decenni abbiamo vissuto sotto un regime in cui le provocazioni più vili erano l'essenza stessa della vita politica. Poco importa in nome di quali "grandi idee" quelle azioni venissero commesse. Quel che conta è che erano una realtà. Ed ecco che dopo gli anni tumultuosi della perestroika e il regno burlesco di Boris Eltsin, il paese ha affidato il suo destino a rappresentanti di questo passato che non riescono a pensarla diversamente. È la loro natura profonda che non si può cambiare. (pp. 130-131)
I nostri killer di stato non hanno ancora eliminato i numerosi capobanda e capi guerrieri ceceni. In compenso si sono affrettati a bruciare i corpi di una donna incinta e di altri civili innocenti e a far esplodere un camion con a bordo i migliori ragazzi del distretto di Shatoi. In Cecenia siamo caduti in un buco nero, abbiamo allevato una tale quantità di assassini cinici da coprire l'intero fabbisogno di killer a pagamento del pianeta. Mi assumo la responsabilità delle mie parole: a dir poco una persona su due uccisa in Cecenia è un civile abbattuto in condizioni di giustizia sommaria. Ciò significa che migliaia di militari che hanno prestato servizio in Cecenia sono in realtà dei boia sistematici. (p. 132)
La violenza si è scatenata in misura molto maggiore della prima guerra, e in questo contesto è cresciuta tutta una generazione di ragazzi e ragazze che non hanno mai visto Babbo Natale e non hanno paura di morire. I ragazzi sono diventati adolescenti vedendo seppellire i loro fratelli maggiori, e non ammirando Kadyrov o Maskhadov, ma le fanciulle kamikaze del Nord-Ost e il commando suicida che si era fatto esplodere contro l'edificio del governo ceceno. Cosa ci resta, oltre che sbattere la testa al muro? (pp. 138-139)
Lo stile e la buona educazione non sono mai state prerogative del Cremlino. (p. 160)
Non c'è popolazione meno sicura di sé dei cittadini russi. Dubitano di tutto, anche se non c'è ragione di dubitare. (p. 161)
[...] da noi il "cittadino" non vale niente, è un grumo di polvere, un granello di sabbia, un seme di papavero, non ha diritto neanche a essere protetto dal proprio governo. Bisogna essere un Putin per sentirsi cittadini. (p. 161)
La maggior parte degli abitanti della Cecenia si sente in un vicolo cieco. Quando dei figli, dei padri, dei fratelli vengono portati verso una destinazione sconosciuta senza che si sappia perché, le autorità militari e civili dicono alle loro famiglie: "Basta. Smettetela. Non li cercate più. Sono in gioco gli interessi supremi della lotta antiterrorista". E questi funzionari e militari scoppiano di rabbia quando le madri affrante esigono di sapere perché i loro figli sono stati uccisi.
La schiacciante maggioranza guardava con indifferenza alla Cecenia, fino a che non è successo il fatto del Nord-Ost. Il potere ha applicato la stessa logica alle vittime dell'azione terrorista e alle loro famiglie. È come se avessero detto loro: Smettetela. Dimenticate. Bisognava farlo. Gli interessi superiori hanno la precedenza sulle vostre vite individuali". Con le vittime del Nord-Ost, le autorità si sono comportate alla stessa maniera che nei confronti della popolazione cecena durante questi tre anni e mezzo di guerra, anche si qui, alla fine, hanno dovuto pagare delle indennità seppure irrisorie, dai cinquantamila ai centomila rubli. In Cecenia, ovviamente, di indennizzi non se ne parla. (p. 162)
Per me Putin è una funzione, non una persona. Riguardo a questa funzione ho delle esigenze molto semplici: un presidente deve operare per far diventare il suo paese migliore e più prospero. Ma da noi non è successo niente del genere. Moralmente, la Russia di Putin è ancora più sporca di quella di Eltsin, è una discarica di immondizia coperta di rovi. (p. 164)
In Russia, Putin e il suo popolo hanno dato la loro benedizione a qualcosa che nessun paese, che non sia totalitarista, può approvare: una corruzione fondata sul sangue, migliaia di vittime che non suscitano stupore né protesta, un esercito corroso dall'anarchia militare, uno spirito sciovinista in seno all'apparato di governo spacciato per patriottismo, una retorica sfrenata dello stato forte, un razzismo anticeceno ufficiale e popolare con metastasi che si estendono ad altri popoli della Russia. (p. 164)
Le autorità carezzano i media e l'intellighenzia nel senso del pelo e distribuiscono loro allori, premi e altre "carote" per ricompensarli delle loro prese di posizione anticecene e anticaucasiche. E se una personalità, un giornale, un canale televisivo esce dal coro, viene violentemente richiamato all'ordine dal Cremlino, con tutte le conseguenze che ciò comporta. (p. 168)
Cos'è che Putin non perdona a Yavlinski? Le sue critiche sul comportamento dell'armata federale in Cecenia. Il suo sostegno ai rifugiati ceceni. Il suo rifiuto di dividere la Russia in cittadini di serie A e cittadini di serie B. Il suo rifiuto verso la politica dello stato forte e del razzismo. (p. 168)
Non appare assolutamente sui media, come se non esistesse. Il paese non lo vede e crede che abbia abbandonato la scena politica (alcune lettere dei nostri lettori lo testimoniano). Solo i più curiosi lo sentono qualche volta alla radio o lo leggono su certi periodici che si permettono ancora qualche velleità di indipendenza. (p. 168)
In Europa il razzismo trova terreno fertile nelle categorie svantaggiate. In Russia, dove la maggioranza della popolazione ha perso i suoi punti di riferimento ed è immersa nella miseria, il razzismo ha un'eco fantastica e ciò fa magnificamente al caso di Putin, aiutandolo a mantenersi si un trono al quale è giunto quasi per caso. (pp. 170-171)
Dopo una guerra, ogni società si preoccupa della reconciliazione nazionale, è una questione di sopravvivenza. Vi si è impegnata la Germania posthitleriana, e ora vi sta lavorando la ex Jugoslavia. [...] Da noi, niente del genere. Menati per il naso da Putin, facciamo di tutto per organizzare una separazione interetnica. Facciamo di tutto, e ne siamo coscienti, perché il fossato tra le diverse componenti della popolazione si ingrandisca, si allarghi fino a diventare invalicabile. Voglio sottolinearlo: lo fanno apposta. A tutt'oggi la Russia non ha un solo centro di riabilitazione. Né per i militari che hanno combattuto in Cecenia né per la popolazione civile che è sopravvissuta ai combattimenti. Al contrario! Oggi lo stato spende milioni di rubli per diffondere propaganda sciovinista attraverso i media che controlla (e che beneficiano delle sovvenzioni del governo e dell'amministrazione presidenziale, mentre i media d'opposizione vengono privati di licenze, strangolati dal fisco, ecc.). Inoltre lo stato si serve di vettori particolari per la sua propaganda, come i telefilm dove le parti principali sono interpretate dagli attori preferiti dei giovani (e quindi più "cari") o la produzione ex novo di successi musicali efficaci con promozione martellante. (pp. 171-172)
Come è noto, alla fine del periodo eltsiniano la maggior parte dei cittadini russi ripensava all'epoca sovietica come a un periodo felice. Ricordavano l'URSS come un gigantesco impero che faceva paura a tutto il mondo, dove la popolazione era sicura del domani. Non sapendo come gestire il nuovo corso economico, la maggioranza della gente, invece di rimboccarsi le maniche e mettersi a costruire una società democratica, era divenuta nostalgica di quella comoda epoca dove non eravamo responsabili di quasi niente, dove quasi non lavoravamo ma avevamo comunque pane e salame assicurato: una nostalgia battezzata "salame da due rubli e venti", dal nome dell'indigesto prodotto dell'epoca sovietica alla portata di tutti. (p. 179)
Il nostro paese ha un passato segnato da un profondo servilismo, tutti hanno l'abitudine di allinearsi allo zar, il nostro grande padre. Tutto ciò che dice, fa o sottintende il capo serve da punto di riferimento quanto a comportamento da adottare, a idoli da adorare. Basta che dica: "Salva la Russia: uccidi un giudeo", e cominceranno persecuzioni antisemite. Se dice: "Amo gli ebrei, i colpevoli di tutto sono i caucasici", noi lasceremo tranquilli gli ebrei, il Cremlino si riempirà di rabbini che si estasieranno per l'estirpazione totale dell'antisemitismo (come è successo nella primavera del 2002) e noi cominceremo a trovare nuovi capri espiatori nella persona dei nativi del Caucaso, distruggeremo i loro negozi, i loro chioschi, i loro mercati. E la milizia si guarderà bene dal reagire a questi abusi. Così è il nostro paese. Il nostro destino è la schiavitù. E anche il nostro feticcio, perché ci piace essere schiavi. È il sogno della "schiacciante maggioranza", che la vede come la forma più comoda di esistenza. (p. 180)
Un tempo non riuscivo a capire come facessero i medici legali a fare tranquillamente colazione accanto a un tavolo di dissezione. Ora lo capisco. Sono diventata anch'io capace di bere un tè accanto a un cadavere, sicura che "lui" mi perdonerà: "lui" è originario di questi luoghi e sa perfettamente che se uno non coglie al volo l'occasione di fare colazione (cosa che già di per sé è una chance inaudita), è possibile che non se ne presentino altre. O che la prossima si presenti tra vari giorni. (p. 184)
In qualsiasi albergo del mondo, vado subito in bagno per controllare se c'è acqua. In realtà corro, mi precipito, spinta dai miei riflessi "ceceni". Mi rendo conto che è totalmente stupido verificare se nei bagni del Waldorf Astoria c'è l'acqua, ma non posso farci niente. Dopo aver controllato i rubinetti mi calmo. Ma non completamente. Il mio sperimentato sguardo "militare" si fissa su una mensola. Tra una moltitudine di piccoli flaconi profumati, individuo subito un collutorio per la bocca. Mi illumino: "O felicità! O fortuna pazzesca!". Prendo la bottiglia e faccio degli sciacqui. Praticamente il nirvana. (p. 189)
Lo ammetto. Sono stata picchiata all'inizio della guerra. E anche dopo, in occasione di un arresto e in occasione di un tentativo di fare luce sulle circostanze dell'assassinio di un abitante di Grozny. Sono stata picchiata esclusivamente perché facevo il mio lavoro di giornalista, che consiste nel raccogliere informazioni. E sempre mi veniva contestata la stessa accusa: "Sei dalla loro parte". (p. 198)
La società russa continua a essere patriarcale e conservatrice. Rispetto a leggi fatte per gli uomini, che tutto comandano, la donna è sempre colpevole di tutto. Se ci aggiungiamo l'odio generalizzato per la Cecenia e il rifiuto di sapere cosa sta davvero succedendo laggiù... (pp. 198-199)
Chi sono io? Una giornalista che descrive quello cha ha visto e sentito. Prima del mio arresto, avevo sentito molti racconti di gente che era stata arrestata e sottoposta a interrogatori, e spesso alla tortura, dai militari. Ma onestamente avevo avuto qualche difficoltà a credere a tutto ciò che dicevano, era probabile che quei disgraziati tendessero a esagerare le atrocità dei federali... Oggi credo loro al cento percento. (p. 204)
Malgrado lo shock nervoso, di un grado tale che ancora oggi ho problemi a parlare di alcuni particolari del mio arresto, non rimpiango niente. Perché ho potuto constatare di persona che i miei personaggi, gli eroi dei miei reportage, non mi hanno mentito. Nessuno potrà venirmi a dire che racconto storie inventate, dopo averne fatto io stessa l'esperienza. Con una differenza: io sono rimasta in vita, sono stata risparmiata, la morte mi si è avvicinata molto ma poi ha avuto pietà dei miei figli. La maggior parte di coloro che hanno subito torture e trattamenti sadici è morta. Per loro, l'esecuzione non è stata una farsa. E ormai io vivo per loro. (p. 204)
Il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste. E le lacrime che versa nell'una o nell'altra occasione non interessano, in fondo, nessuno. Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta. (p. 205)
Mese dopo mese e anno dopo anno, da quasi dieci anni, su questo territorio disgraziato centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni disumane. Ma, come tutti noi, questa gente vive, ama, spera. Loro siamo noi. Nessuno è al riparo quando i nostri uomini politici agitano le loro spade, nessuno può escludere di trovarsi un giorno, a sua volta, vittima delle loro ambizioni, come i civili ceceni. (p. 205)
Frasi da «Un piccolo angolo d'inferno»
Ovunque mi invitano a parlare della «situazione cecena», ma senza che ciò porti a qualche risultato concreto. Dico: «Ricordate, in Cecenia la gente continua a morire ogni giorno. Anche ora». In tutta risposta ottengo solo compìti applausi occidentali. Si tratta di una chiara, evidente e inconcepibile violazione mondiale dei valori umanitari. La Dichiarazione universale dei diritti umani, vecchia solo poco più di mezzo secolo, è morta con la Seconda guerra cecena. (p. 9)
Il fatto è che quando ci si trova in una situazione di pericolo per troppo tempo, tutto finisce per apparire insignificante e noioso. (p. 18)
Una pioggia di razzi sa trasformarti in una bestia che ha imparato a gioire della sfortuna del suo prossimo. (p. 19)
È impossibile non notare fino a che punto la tradizionale mentalità cecena sia stata annientata, qui, tra questa gente rovinata e corrotta dalla guerra e dalla fame. Osservandoli e mischiandomi a loro, non riesco a ritrovare nemmeno un briciolo della loro leggendaria forza d'animo, della loro certezza di sopravvivere anche nei momenti più difficili. Nessun uomo d'affari ceceno, per quanto ricco che sia, darebbe un decimo della sua fortuna per salvare la sua gente. I ceceni poveri – e chiunque in questo campo profughi è povero – sono soli con la loro miseria, la loro mancanza di speranza e i loro G-1, G-2, G-3, G-4... (p. 26)
La guerra non ha solo danneggiato la terra cecena, ha anche lasciato un segno nell'anima di questa gente. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case, finendo nei campi profughi, nelle campagne o nel bel mezzo di niente, e si sono ritrovate a dover adottare nuove regole di vita: quelle dei campi profughi. Apparentemente uniti, i ceceni in realtà sono ormai tragicamente divisi. Le spie sono dappertutto, e il loro unico scopo è quello di sopravvivere, anche al prezzo della vita altrui. Un popolo arrivato a questo punto, è praticamente morto. (p. 30)
In Cecenia le violenze e i furti, mascherati da spedizioni per stanare i miliziani, sono all'ordine del giorno. In questa seconda guerra, l'unica cosa che è cambiata è chi commette i crimini; tutte quelle attività che l'operazione antiterrorismo doveva sradicare – rapimenti, schiavitù, ricatti – sono ora specialità dei nuovi padroni: i soldati. (p. 35)
Questo è uno dei problemi principali della Cecenia: non la forza dei miliziani e delle loro armi, o la provenienza straniera dei loro lancia-razzi, ma il tradimento da parte degli stessi difensori del Paese; chi tra loro vuole che la guerra vada avanti è capace di qualunque cosa. (pp. 51-52)
Si sente raramente piangere a Grozny. Hanno tutti finito le lacrime da un pezzo. Se una donna piange, significa che è tornata da poco da un campo profughi. (p. 60)
Nella vita, lottiamo tutti per raggiungere la verità sotto la superficie. Eccolo, pensi, proprio dietro l'angolo... E invece no, sei stato di nuovo sfortunato, era solo un miraggio. Allora pensi che se scavi più a fondo in te stesso, lo troverai. Ma la verità è vanità e sei di nuovo al punto di partenza, correndo in cerchio dietro a sensazioni e impressioni sempre nuove, sempre vivide, solo per affrontare di nuovo la sconfitta. (p. 65)
Nessuno direbbe che la strage di Chatyn' è stata più importante dell'orrore di Guernica. Non ci sono scale o graduatorie per misurare la sofferenza. Tutti hanno il proprio dolore e questo dolore è sempre il peggiore per chi lo vive. La Seconda guerra cecena ha aggiunto nuove pagine alla storia del Paese, paragonabili a Guernica come a Chatyn' in termini di numero delle vittime, macerie, sangue versato e conseguenze per il mondo intero. E non importa affatto che nessuno l'abbia ancora riconosciuto; verrà il momento in cui tutti ne parleranno. (p. 66)
La più giovane generazione di ceceni, diplomati o laureati, è la più scaltra che sia mai vissuta qui: l'indipendenza in stile Dudaev? L'hanno vista. La prima guerra? Le sono sopravvissuti. La seconda guerra? Ci stanno passando adesso. Cadaveri? Più di quanti se ne possano tollerare. Il loro scopo in vita? Nascondersi dal tizio col kalašnikov in tempo. Il valore di una vita umana? L'hanno visto scendere fino allo zero. (p. 71)
La guerra ha corrotto gli animi di quelli che non erano abbastanza forti. I criminali della notte attaccano le case devastate di persone già ridotte alla miseria. Da un lato, la criminalità è incoraggiata dai Servizi federali: senza il loro consenso e il loro supporto, oggi nessuno sarebbe in grado di girare per le strade durante il coprifuoco, figurarsi di sparare, rubare o stuprare. D'altro canto, quest'orrore richiede anche la partecipazione attiva dei ceceni. Dall'inizio del terzo anno di guerra, è emerso che le bande che ripuliscono le case distrutte durante la notte fanno parte di un'associazione criminale che conta tra le sue fila sia ceceni che federali. E a questa gente non importa proprio niente delle differenze ideologiche e nazionali né del fatto di appartenere a fazioni opposte. Sono sicura che se annunciassero domani la fine della guerra e il ritiro delle truppe, Grozny resterebbe in pugno a questi criminali e chissà quando riuscirebbe a sbarazzarsene. È facile cominciare una guerra, quasi impossibile eliminare tutti i mostri che ha creato. (pp. 76-77)
Ecco un pezzetto di storia nazionale: alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento un'ondata di antisemitismo incoraggiato dal Governo ha invaso la Russia, proprio come ora è avvenuto con la dilagante mentalità anticecena. Erano state pianificate delle zone d'insediamento: i bambini ebrei sono cresciuti sapendo di non potersi muovere senza il permesso della polizia e di non poter studiare in molti istituti scolastici. Questo ha generato prima un complesso d'inferiorità e poi l'elezione di molti giovani ebrei quali martiri: erano pronti a vendicare la propria infanzia rovinata, perché non volevano che gli anni di vita futura fossero devastati nello stesso modo, com'era accaduto ai loro genitori e ai loro nonni.
Il mondo intero conosce il risultato. Molti dei famosi bolscevichi che hanno guidato la rivoluzione d'Ottobre erano ebrei. Non volevano solo smettere di vivere come degli emarginati, ma anche vendicarsi dei loro prevaricatori. È strano come oggi abbiamo di nuovo dimenticato quel che non dovremmo mai e a nessun costo dimenticare. (pp. 78-79)
Viviamo in un'epoca oscura. L'aria è avvelenata dalle bugie dei militari d'alto rango, dall'anarchia dei loro sottoposti e dal puzzo del denaro che i soldati ottengono come ricompensa per il tradimento dei loro capi. È così che funziona il sistema ceceno. (p. 97)
La maggior parte dei ceceni sopravvissuti fino a oggi è disperata. Vivono immersi in questa disperazione, in un inferno senza grazia, in un'eterna notte senza stelle. È questo il risultato principale della totale assenza di legge, che grava sulla popolazione nel corso della Seconda guerra cecena. Uscire dal villaggio o anche solo andare a fare un giro, significa rischiare la vita. Si può venire arrestati con qualsiasi pretesto. Il braccio dei federali afferra i giovani e li fa scomparire ogni giorno. Andare fino a Urus-Martan è fuori questione: la strada è piena di posti di blocco e ognuno può diventare l'ultimo. Gli esempi abbondano. (p. 111)
[...] i militari non solo stanno alimentando la discordia internazionale – reato che di per sé implicherebbe una punizione esemplare –, ma anche istradando il Paese sulla via della monoetnicità, vale a dire della sua prossima disintegrazione in blocchi regionali nazionalisti. (p. 124)
Il diritto dei soldati a nascondere il loro vero cognome, «così che i miliziani non si possano vendicare sulle loro famiglie», è diventato uno dei principali incentivi dei crimini e delle mostruosità compiute in Cecenia. (p. 130)
Il circolo vizioso di bugie a tutto spiano è stato alimentato da uomini che si definiscono ufficiali e che, dopo questo delirio d'anarchia senza freni, se ne sono tornati a casa, sparpagliandosi per il Paese. C'è un modo di pensare, sentire, agire, che si sta diffondendo con la fatale rapidità di cellule cancerogene e si sta trasformando in una tragedia di portata nazionale, che infetta ogni strato della società. (p. 131)
L'operazione speciale «Cecenia» ha infettato l'intero paese, abbrutendolo sempre più e facendolo degenerare. Il valore della vita umana, che in Russia era già molto basso, ora corrisponde quasi a zero. Abbiamo tutti toccato il fondo, come lo sfortunato sottomarino Kursk. Ma non arrivano ordini che cerchino di portarci in salvo. (p. 133)
L'islam ceceno è molto giovane. Gli studiosi sono in disaccordo sulla data esatta dell'islamizzazione delle tribù Vajnach. La cosa più probabile è che sia diventato la religione ufficiale del Paese nella prima metà del Settecento. Comunque, resta un intricato misto di tradizioni musulmane e antiche usanze che governavano la vita cecena nel periodo preislamico, tendenti a onorare la famiglia, il buon vicinato e i valori comunitari. (p. 135)
Il potere sovietico ha confinato il giovane islam ceceno nella clandestinità. Una volta tornati i religiosi deportati dal 1944 al 1957, venne loro proibito di erigere moschee, diversamente da quel che accadeva in altre zone del Caucaso occidentale. Così si è arrivati al punto che in Cecenia non c'era nessun clero da far controllare al Kgb. E questo si è rivelato un vantaggio, perché le comunità spontanee di musulmani sono emerse liberamente. Se in un villaggio c'era un mullah, era soltanto un abitante come gli altri, che aveva raggiunto da sé la sua posizione, rispondeva al villaggio e da questo era scelto. Se non c'era un mullah, andava bene comunque. I più anziani venivano rispettati molto di più e i vird garantivano comunque una forma di aggregazione della comunità. Per questo i ceceni hanno reagito al successivo stabilirsi di un muftiato o con indifferenza. («continueremo a vivere come prima») o con fastidio («sono legati al Kgb»).
Il risultato è stato che in Cecenia, a partire dalla fine dell'era sovietica, è nato un islam del tutto peculiare: libero, con milti vird sufi in competizione tra di loro per le diverse interpretazioni della religione. Tutti erano liberi di scegliere anche in materia di fede. (pp. 136-137)
Da un lato, è cresciuto il numero dei musulmani credenti: i giovani hanno preso a frequentare la moschea e molti hanno cominciato a pregare. Dall'altro lato però, i problemi dell'islam ceceno sono diventati più seri. Innanzitutto il cosiddetto kadyrovismo (che prende il nome da Achmad-Chaži Kadyrov) ha portato una ventata di discordia nella comunità. In secondo luogo, la Cecenia è stata invasa dal wahhabismo saudita, una corrente religiosa dell'islam sunnita, i cui seguaci sostengono che il loro è il «puro» islam e che tutti gli altri non sono degni, sufismo compreso. Una scisma religioso ha cominciato a dividere le famiglie stesse in un modo fino ad allora impensabile: i padri hanno ripudiato i figli seguaci del wahhabismo, e i figli hanno rinnegato i padri per il loro islam impuro e non wahhabita. (pp. 137-138)
Aveva organizzato il primo pellegrinaggio ceceno alla Mecca, approfittandone per rubare alla sua gente. Il re dell'Arabia Saudita aveva finanziato questo primo pellegrinaggio e Kadyrov non aveva mai restituito i soldi che tanti poveri ceceni gli avevano affidato per vivere un'esperienza che capita una sola volta nella vita. (p. 138)
Non ho mai incontrato un solo ceceno che direbbe: «Io rispetto Kadyrov». È sorprendente e spaventoso che il capo di una repubblica abbia zero autorità. (p. 138)
Il mio incontro con Kadyrov nel suo ufficio, nell'aprile del 2002, è stato fastidioso. Mi guardava in cagnesco, e parlava tantissimo di se stesso, definendosi il mentore spirituale di Maschadov, e sostenendo di averlo formato in quanto essere umano e in quanto leader di una nazione responsabile del destino della sua gente. Si è definito un fiero oppositore a ogni trattativa di pace con i suoi ex compagni d'armi e ha detto che sperava di riportare in voga i metodi notturni dell'Nkdv per distruggere i nemici in Cecenia. (p. 139)
Gli wahhabiti sono molto impopolari, e sarebbe un errore ipotizzare che abbiano una qualche vera influenza o giochino un qualche ruolo in Cecenia. Il loro ruolo e la loro influenza al momento dipendono unicamente dal fatto che possiedono delle armi. Sono spaventati, proprio come i federali, che pure possono contare solo sulla forza bruta. Ma come insegna la storia, tutte le conquiste prima o poi finiscono. (p. 141)
Ci siamo accorti tutti che la parola «pietà» è stata cancellata dal vocabolario del Governo. Il Governo oggi fa affidamento sulla crudeltà dei propri cittadini: la distruzione è incoraggiata, la logica dell'omicidio seguita e diffusa. In un contesto simile, per diventare un eroe devi uccidere. (p. 147)
Questa è l'ideologia di Putin: quando i capitalisti non ce la fanno, i compagni d'armi riprendono il sopravvento; e sappiamo molto bene che questi ultimi non dimenticano mai di far quadrare i conti. È così che stanno le cose: alla fine del settimo anno di guerra, durante il terzo anno della seconda campagna, la Cecenia è diventata una vera e propria vacca da mungere per chi intende approfittarne. Qui, i militari vengono formati in fretta e fanno strada velocemente; si compilano lunghi elenchi di premi; ranghi e titoli vengono elargiti prima del tempo. Tutto quel che bisogna fare per ottenerli è uccidere un ceceno e presentarne il cadavere. (p. 147)
Un Paese dove il numero degli eroi di Stato è un'informazione riservata, «per solo uso ufficiale» dei burocrati che hanno maneggiato i premi, mentre i veri eroi non ricevono alcun riconoscimento, è un Paese senza speranza. Perderà tutte le guerre, perché non incoraggia mai le persone giuste. (p. 149)
Secondo molta gente è un combattente e un martire perseguitato per le sue «convinzioni patriottiche». Dal punto di vista di una minoranza, invece, è un assassino, un ladro, un rapitore e un violentatore. In ogni caso, il processo al colonnello Budanov ha scioccato l'intero Paese, fornendo un vivido ritratto degli aspetti peggiori della nostra società, spaccata in due dal conflitto e distrutta dall'incredibile cinismo e dalle bugie della burocrazia di Putin, dall'assurda sudditanza del sistema giudiziario al Cremlino e, cosa più importante, dall'inquietante rinascita di tendenze neosovietiche. (p. 154)
Il caso rimane farraginoso e in parte illogico. Gli ufficiali di servizio in Cecenia, dal grado più alto a quello più basso, hanno difeso Budanov compatti ma con questa riserva, che ho sentito spesso in Cecenia: «Che l'abbia uccisa lo capiamo... Era una cecena, quindi una miliziana... Ma perché si sarebbe "sporcato" stuprandola?». Budanov ha capito molto bene questa mentalità. Nel corso dell'intero processo, per «salvarsi la faccia» ha negato categoricamente di aver disonorato la ragazza prima di ucciderla. Ma è qui che le cose si complicano: il rapporto della prima perizia medica, fatto in seguito alla riesumazione del corpo, dichiarava che c'erano evidenti segni di uno stupro, avvenuto subito prima o subito dopo la morte della ragazza. Non era chiaro che cosa fosse «meglio» per l'immagine dell'ufficiale: dichiararsi uno stupratore o un necrofilo. (p. 157)
Ad alcuni potrà sembrare strano, ma conti fatti la Seconda guerra cecena si è dimostrata redditizia per tutti i partecipanti. Ognuno ha trovato una nicchia in cui arricchirsi: i mercenari ai posti di blocco hanno guadagnato i loro dieci o venti rubli illegali l'ora, i generali di Mosca e di Chankala hanno usato i fondi pubblici a scopo personale, gli ufficiali di rango medio si sono fatti pagare profumatamente per restituire ostaggi e cadaveri, i loro sottoposti si sono divertiti a depredare i civili durante le operazioni punitive. E tutti insieme, i soldati e alcuni miliziani, hanno partecipato al traffico clandestino di petrolio e di armi.
Per non dire di promozioni, premi, scatti di carriera... (p. 163)
La guerra continua e i miliziani incendiano strutture di nuovissima costruzione perché è incredibilmente vantaggioso sia per gli oligarchi sia per i generali d'élite dell'edilizia militare. Per qualcosa di tanto redditizio, combatteranno il più a lungo possibile in Cecenia, fino al collasso economico dello Stato. (pp. 167-168)
La Cecenia è coinvolta in una lotta continua e sanguinosa per i pozzi di petrolio e i campi miracolosi, che però non frutta alla repubblica nemmeno una copeca. Mancano i soldi per tutto: per ristrutturare le fabbriche come per costruire nuove case sulle macerie. Il petrolio ceceno serve a tutti tranne che al Paese. La crisi è ancor più grave dal momento che il caos economico in Cecenia è stato creato artificialmente ed è incoraggiato per vie traverse dalla stessa Mosca. Nella repubblica non ci sono ancora banche commerciali, e nessuna fonte legale di finanziamenti. Tutti i proventi del petrolio vengono conservati nei materassi o fuori dalla Cecenia. Gli sforzi per far nascere un sistema finanziario legale sono vanificati dal sabotaggio operato dai più alti ufficiali federali. È nell'interesse di Mosca che le banche, le ispezioni fiscali, i tribunali funzionanti e gli uffici del procuratore restino assenti in Cecenia il più a lungo possibile. Al Cremlino vogliono che i dividendi del petrolio vadano nella direzione più conveniente per loro; è per questo che nessuna barriera doganale ostacola la strada fino alle casse della federazione. (pp. 176-177)
Khattab è semplicemente un barbaro, e questo è tutto. Di Basaev, invece posso dire che per i soldi sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa; non è mai stato un segreto per nessuno, né per quelli del suo entourage né per tutti gli altri. (p. 185)
Annan ha ignorato la situazione cecena e il rapporto dell'Hrw. Quelli con cui ho parlato erano diplomatici che lavorano direttamente per lui e mi hanno assicurato che anche ora non gli importa niente di chi soffre e per quali motivi in quel remoto angolo del pianeta, dal momento che l'angolo in questione si trova sul territorio della Federazione russa. La cosa più importante per lui è di venire rieletto per un secondo mandato, non importa a quale costo. E in questo caso il prezzo è la Cecenia. (pp. 193-194)
Putin è felice che il mansueto Annan si tenga il suo posto di segretario generale delle Nazioni Unite perché fintanto che resterà lì, la Russia non dovrà preoccuparsi di eventuali pressioni in merito alla questione cecena, e Annan ha bisogno del voto di Putin per essere rieletto. (p. 194)
Zakaev non può scendere dalla macchina. È altamente sconsigliabile per lui andare in un caffè di Londra, perché le autorità inglesi temono che la Sicurezza federale russa lo rapisca. È proprio come nei film sulle spie sovietiche: ecco come è tornato a essere. Terribile. In che cosa ci siamo trasformati? Cos'è successo al Paese che Putin ha mandato alla guerra, che poi è rimasto scioccato dalla tragedia del Nord-Ost e che oggi ha così poche speranze di una vita normale? (p. 226)
Credo meno che mai al metodo convenzionale di misurare il tempo. Sempre di più, invece, mi sembra che ognuno di noi abbia il proprio calendario e che viviamo tutti secondo quella personale scansione del tempo che non va da gennaio a febbraio a marzo, ma tiene il passo delle circostanze in cui ci troviamo, o che abbiamo scelto. Io ho un calendario così per l'anno del Nord-Ost, che è passato molto in fretta, e per l'inizio del successivo 2003. Questo calendario non è affatto oggettivo, non è altro che una collezione di immagini tenute insieme dalla logica dei sentimenti generati da una tragedia simile. (p. 226)
Kadyrov non perdona chi è amato dalla gente, perché la gente odia lui. (p. 235)
Frasi da «La Russia di Putin»
In Russia, cioè, manca il benché minimo controllo della società civile sull'operato dei militari. I soldati semplici – lo scalino più basso della gerarchia – non sono nessuno. Al di là dei muri di cemento di una caserma, un ufficiale può fare a un soldato quello che vuole, quello che gli passa per la testa in un determinato momento. Analogamente, quello stesso ufficiale può trattare come più gli piace un collega di grado inferiore. (pp. 15-16)
Quando si delineò all'orizzonte politico russo in veste di probabile capo di Stato più che di impopolare direttore dell'universalmente inviso ex KGB (ora FSB), Putin esordì affermando che l'esercito screditato da El'cin (e intendeva con ciò gli esangui tentativi di porre un freno all'anarchia interna) sarebbe rinato a nuova vita. Quel che ci voleva per una rinascita completa e definitiva era una guerra, la seconda guerra cecena... La cronaca successiva degli eventi nel Caucaso Settentrionale è la conseguenza di questa premessa. (pp. 16-17)
La guerra in atto è assai utile e redditizia per l'esercito, fonte di promozioni lampo e di un gran numero di medaglie, fucina di carriere fulminee per i giovani generali "combattenti" che gettano le basi per future scalate politiche e finiscono catapultati nell'élite di Stato. Putin, intanto, martella il Paese con i suoi slogan: la rinascita dell'esercito è un dato di fatto e lui solo, Putin, ne è l'artefice perché ha rimesso in piedi un esercito umiliato (da El'cin) e offeso (nella prima guerra cecena). (p. 17)
Vorreste vivere in un Paese in cui le tasse che pagate vanno a foraggiare una simile istituzione? Come vi sentireste con un figlio diciottenne precettato quale «materiale umano», come lo si definisce qui da noi? Che ne dite di un esercito da cui i soldati disertano in massa ogni settimana (e solo per avere salva la vita), talvolta in intere squadre o compagnie? Che cosa pensereste di Forze Armate che in un solo anno, il 2002, hanno perso più di cinquecento uomini – un intero battaglione – non in guerra, ma per le percosse subite? Un esercito in cui gli ufficiali rubano di tutto: ai soldati i dieci rubli mandati dai genitori, e allo Stato intere colonne di carri armati? In cui gli ufficiali odiano e picchiano a loro discrezione i sottufficiali? In cui questi ultimi sfogano sui soldati semplici l'odio che provano per i superiori? In cui ufficiali e sottufficiali sono accomunati dall'odio per le madri dei soldati, colpevoli di protestare occasionalmente – vivono nel terrore e lo fanno solo quando le circostanze di una morte sono troppo scandalose – e di chiedere giustizia?... (pp. 17-18)
La linea politica attuale è prettamente neosovietica: non uomini, ma ingranaggi costretti a realizzare incondizionatamente gli azzardi politici di chi ha preso il potere. Ingranaggi senza alcun diritto, nemmeno quello a una morte dignitosa. (pp. 30-31)
Nulla è cambiato, nell'esercito, compreso il concetto perverso dell'«onore d'ufficiale» da difendere sempre e comunque, e che conta più della vita e della dignità dei soldati. (p. 39)
In Russia l'esercito – uno dei pilastri istituzionali dello Stato – continua a essere un campo di concentramento per i giovani che finiscono dietro il suo filo spinato. Un campo con relative norme di convivenza paracarcerarie imposte dagli ufficiali. Un luogo in cui il primo metodo educativo è quello di «stanarli e ammazzarli fin nel cesso» (il primo slogan che il neoeletto Putin ha usato per scandire la sua lotta con i nemici all'interno della Russia).
È probabile che ciò aggradi al nostro attuale presidente, con le sue mostrine da tenente colonnello e con due figlie che non dovranno fare il servizio militare. A noialtri, invece (eccezion fatta per la casta degli ufficiali, perfettamente a loro agio nel ruolo dei fuorilegge impuniti), certe cose fanno soffrire. Soprattutto a chi ha dei figli maschi. E tanto più a chi li ha in età di leva, e dunque non ha tempo di aspettare quelle riforme dell'esercito promesse da tempo, ma che finiranno immancabilmente insabbiate. (pp. 47-48)
Al momento in Russia ci sono due tipi di criminali di guerra. [...] Il primo tipo di criminali comprende coloro che in guerra ci sono effettivamente stati e hanno combattuto. Essi sono, da un lato, i militari russi che hanno partecipato alle cosiddette «operazioni antiterrorismo» in Cecenia, e dall'altro i guerriglieri ceceni sul fronte opposto. I primi hanno visto cancellati i propri misfatti. I secondi si vedono affibbiare ogni sorta di crimini. I primi vengono assolti dal sistema giudiziario anche in presenza di prove certe (e pure questo è un fatto raro, in quanto la procura si preoccupa raramente di raccogliere le prove della loro colpevolezza). I secondi ricevono condanne severissime. (pp. 49-50)
La prima categoria di criminali di guerra, dunque, russi o ceceni che fossero, non ha mai avuto un processo degno di questo nome. E la conseguenza principale è che, emesso il verdetto, i combattenti ceceni non sopravvissero a lungo in colonie o prigioni lontane. Morirono tutti in circostanze poco chiare, «tolti di mezzo» per espresso desiderio del potere. [...] La seconda categoria di criminali di guerra è costituita da coloro che erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Persone finite tra gli ingranaggi della storia. Uomini e donne che non hanno mai combattuto, ma che sono nati ceceni e che perciò vanno condannati. (p. 51)
Tutti cercavamo di rispondere a una domanda: i soldati e gli ufficiali che ogni giorno, in Cecenia, uccidono, saccheggiano, torturano e stuprano, sono dei criminali comuni o dei criminali di guerra? O sono, piuttosto, paladini inflessibili autorizzati all'uso di qualunque mezzo in una guerra globale al terrorismo, dove il fine della salvezza del genere umano giustifica i mezzi a cui si ricorre? La conseguenza fu che il caso Budanov divenne un caso politico su scala nazionale, un'icona della nostra epoca. (p. 70)
È un caso che ha portato allo scoperto tutti i nostri problemi, la nostra vita ai margini della seconda guerra cecena, la nostra condotta irrazionale riguardo alla guerra e al governo Putin, il nostro modo di distinguere tra colpevoli e innocenti nel Caucaso Settentrionale e, soprattutto, le alterazioni morbose subite dal nostro sistema giudiziario con Putin al governo e la guerra sullo sfondo. (p. 71)
L'uomo russo di oggi, l'uomo dell'era Putin, ha il cervello offuscato dalla propaganda e per buona parte è tornato a pensare da bolscevico. Ma non ha disimparato del tutto a pensare con la propria testa, come era autorizzato a fare con il presidente El'cin. Oggi un russo non avrà fretta di rispondere alla domanda se un processo debba per forza essere politico o se debba, invece, fare i conti solo con la legge. Anzi, è molto probabile che chieda del tempo per rifletterci... (p. 71)
La base ideologica per l'"assoluzione" di Budanov fu la seguente: aveva ucciso, certo, ma aveva il diritto di farlo, di comportarsi con El'za Kungaeva come aveva fatto in quanto – ritenendola un cecchino responsabile della morte di alcuni ufficiali del reggimento nel febbraio del 2000, durante i violenti scontri nella Gola di Argun – si stava vendicando di un nemico. Come fu spiegato al processo, vendicarsi dei «nemici» – e i ceceni lo sono – è cosa buona e giusta... (p. 99)
Il Cremlino si stava disamorando dei giochi alla democrazia e alla «dittatura della legge». Di conseguenza, tutti coloro che combattevano in Cecenia erano «eroi» indipendentemente da quello che facevano, e il presidente cominciò a distribuire gradi e onorificenze a piene mani, rassicurando tutti quanti che lo Stato non li avrebbe mai «traditi». Una parola che nel lessico del potere significa molto: il potere, cioè, aveva tutte le intenzioni di essere indulgente fino all'assoluzione nei confronti dei criminali della guerra cecena, e le procure che avevano intentato delle cause penali contro i militari della Federazione accusati di crimini ai danni della popolazione civile andavano messe a tacere... (p. 113)
Nessuno metteva ormai in dubbio, almeno in televisione, che la diciottenne cecena di Tangi-Ču fosse una cecchina e una guerrigliera, e nessuno ricordava che né l'istruttoria né i difensori di Budanov erano riusciti a trovare una prova – per quanto indiretta – del coinvolgimento della ragazza con la guerriglia.
La politica aveva ordinato di lavare il cervello alla popolazione, e questo era quel che si stava facendo a spron battuto in attesa di una sentenza assolutoria. (p. 114)
Così vanno le cose in Russia: per stilare perizie legali non sono i fatti che contano, ma chi li manipola. Il risultato di una perizia dipende da chi la effettua. (p. 126)
È mia opinione che in questa storia non ci sia nulla di casuale. Perché in Russia non può essere altrimenti. E perché così è stato sin dai tempi dell'Unione Sovietica. Speravamo tutti che certe cose fossero ormai svanite nel Lete, speravamo di essercene liberati, che i fantasmi di un orrendo passato non si ripresentassero più...
Invece no. Quando ce n'è bisogno, quando e dove più aggrada ai vertici del Paese, gli spettri del comunismo tornano al nostro fianco. E sono sempre gli spettri peggiori. (pp. 126-127)
Come il cancro, la storia tende a essere recidivante. E la cura è una sola: una chemioterapia tempestiva contro le cellule portatrici di morte. Così non è stato, e nel passaggio dall'URSS alla nuova Russia ci siamo trascinati dietro tutti i nostri pidocchi sovietici. (p. 136)
Siamo, dunque, circondati da gente di cui Putin e i suoi si fidano. Da un lato è normale. Dall'altro si è scoperto che questa gente si fida (e si fidava) solo dei propri "simili", e che i loro "simili" hanno tutti un passato nel KGB. Quindi le strutture di potere e di semipotere della "nuova Russia" sono state inondate da cittadini con determinate tradizioni alle spalle, con una mentalità educata alla repressione, con un certo modo di risolvere le questioni di Stato... (p. 137)
Per tutto il 2002 le epurazioni in Cecenia sono continuate su una scala e con una brutalità mai viste, accompagnate dalla voce monotona del giudice Kostin e dei suoi verdetti "assolutori". Interi villaggi sono stati circondati: le donne stuprate, gli uomini portati via. Molti vengono uccisi, molti altri spariscono senza lasciare traccia. La vendetta è assurta a giustificazione dell'omicidio commesso per una «giusta causa»; i pubblici ministeri, di fatto, sono riusciti a legalizzare il primato della vendetta sul diritto. La giustizia sommaria – occhio per occhio, dente per dente – è stata incoraggiata dal Cremlino stesso. Ci siamo dunque ritrovati nel Medioevo o in un bolscevismo a noi ideologicamente più vicino. Non eravamo dove credevamo di essere a arrivati plaudendo a Gorbačëv e scendendo in piazza con El'cin, ma a metà strada tra Stalin e Brežnev. Il nostro cammino va a ritroso: dalla stagnazione di Brežnev verso il «tutto è permesso» di Stalin. Terribile... Terribile perché questa è la gente che ci governa e terribile perché siamo come siamo. O forse è questo il governo che ci meritiamo. (p. 145)
Come già accaduto agli Stati Uniti del dopo-Vietnam, anche la Russia deve rispondere a una domanda: chi sono i soldati e gli ufficiali che ogni giorno, in Cecenia, uccidono, saccheggiano, torturano e stuprano? Sono criminali di guerra? O sono combattenti inflessibili e crudeli di una guerra globale al terrorismo internazionale in cui ogni mezzo è lecito e la salvezza del genere umano è il fine che giustifica i mezzi a cui si ricorre? E la posta ideologica in gioco in questa guerra moderna è talmente alta da indurre a ignorare ogni altra cosa?
Al momento la Russia non ha una risposta da dare. Un occidentale risponderà, spero, che spetta al tribunale trovare le prove e mettere ogni cosa al suo posto.
L'uomo russo di oggi, l'uomo dell'era Putin, ha il cervello offuscato dalla propaganda, ma non ha ancora disimparato del tutto a pensare con la propria testa.
Oggi, con alle spalle i cinque anni dell'efferata seconda guerra cecena, il milione e più di soldati e ufficiali che l'hanno combattuta e la stanno ancora combattendo, è avvelenato da quell'esperienza; e continua a esserlo anche dopo, a casa propria. Quei soldati e ufficiali sono diventati un serio problema per la vita di una società civile, un problema che non si può più eludere, a cominciare dalla domanda: ma per che cosa hanno combattuto? (p. 155)
Verso la metà degli anni Novanta la Russia ha assistito a un boom di tossicodipendenti tra i ragazzi dai quindici ai diciotto anni. La mattina, uscendo di casa, ci trovavamo spesso a camminare su un tappeto di siringhe. Erano i figli delle donne che correvano al mercato per guadagnare qualcosa, figli che non avevano più nessuno che li tenesse d'occhio, senza più scuole (che di fatto non funzionavano), abbandonati a se stessi da genitori in cerca di soldi facili... Il numero delle donne tra i quaranta e i cinquant'anni che hanno perso uno o più figli, oggi, è altissimo. È stato calcolato che quasi il cinquanta per cento dei ragazzi e delle ragazze nati tra il 1978 e il 1982 siano morti di overdose a metà degli anni Novanta. (p. 169)
C'è stato un momento, in Russia, gli ultimi anni di El'cin, in cui avevamo tutti un gran da fare a procurarci di che vivere, tempi in cui non ci si telefonava per anni, vergognandosi chi della propria povertà, chi della propria ricchezza, tempi in cui molti sono partiti per sempre e altri si sono sparati una pallottola in fronte perché nessuno si curava più di loro; in cui si tirava cocaina perché schifati dalle proprie azioni... (p. 173)
Lo Stato continua a mandare gente in guerra, gente che vive per anni in quelle condizioni e che quando torna a casa non è in grado di capire la vita normale, di comprendere le leggi e le norme che la regolano. Molti allora si attaccano alla bottiglia o vanno a fare i sicari per la malavita. I nuovi datori di lavoro li pagano più che bene e riescono persino a convincerli che stanno facendo fuori gente che nuoce agli interessi dello Stato...
E lo Stato che cosa fa, intanto? Se ne frega. Putin e i suoi hanno praticamente smesso di occuparsi degli ufficiali che hanno combattuto in guerre ormai lontane. E paiono quasi interessati a che la malavita possa disporre di killer competenti. (p. 189)
Oggigiorno gli ufficiali si dividono in due categorie tutt'altro che paritarie. La prima è quella di coloro che hanno combattuto, che hanno rischiato la vita arrampicandosi sulle montagne e sprofondando nella neve e nel fango per giorni e giorni, che hanno il corpo segnato dalle ferite. Per loro si può provare solo una grande pena. Stentano a riciclarsi nella vita di tutti i giorni, una vita che per noi è normale e per loro assurda. Dove bisogna sapersi muovere e dove non basta prendere il mitra in mano. Parlano una lingua diversa da quella degli ufficiali dell'altro gruppo, che sono stati anche loro in Cecenia, ma dietro una scrivania. E allora si ribellano, si attaccano alla bottiglia, soffrono, e gli «stanziali» ne fanno quel che vogliono: se ne lamentano con i superiori, li denunciano, brigano... Basta poco, e i più caparbi finiscono espulsi dall'esercito. Per che cosa? Per essere stati se stessi. Ricordando con ciò agli ufficiali da scrivania l'effettivo stato delle cose. Giorno dopo giorno. (pp. 193-194)
È una peculiarità del nostro Paese: se il sogno di ogni soldato è di diventare generale, quello di ogni criminale russo è di fare soldi legalmente. (p. 202)
Così vanno le cose in Russia: se ammazzi qualcuno sei degno di rispetto. (p. 205)
Quando l'autonomia dei giudici è stata brutalmente soffocata per anni a vantaggio del loro più completo asservimento (che i più anziani già dovevano alle corti sovietiche), come si può sperare in giudizi equi e coraggiosi?
Chi ha voluto opporsi e dire «no» non è più al suo posto da un pezzo. Mentre coloro che alla richiesta di servire l'illegalità sono scattati sull'attenti lavorano tranquilli e avanzano sereni lungo la scala gerarchica. (p. 239)
Putin ha scelto di fondare il proprio potere su piedi d'argilla, gli oligarchi, cassando dal suo schema la gente comune. Putin lega con i miliardari che si sono spartiti le riserve di petrolio e di gas e dichiara guerra al resto della popolazione, che non conta nulla. Mosca e le province sono come il Sole e la Terra. Il Sole significa calore, luce, vita. La Terra gira attorno al Sole. Orbite diverse, diversi percorsi. (pp. 258-259)
La Kamčatka è un buon posto per capire quanto lontana sia la provincia dalla capitale. E non c'entrano le distanze. La provincia vive in modo diverso, respira in modo diverso. Ma la Russia vera è lì. (p. 259)
La Kamčatka è all'altro capo del mondo e dell'insensibilità dello Stato: da un lato le tecniche più perfezionate di distruzione umana, e dall'altra un livello di vita da cavernicoli per chi le gestisce. Tutto si fonda sull'entusiasmo dei singoli e sull'amore per la Patria. Niente soldi, niente gloria, niente futuro. (p. 261)
È curioso. Passano gli anni, il Partito comunista non c'è più da un pezzo, ma alcune peculiarità del passato restano immutate. Come la patologica mancanza di rispetto per le persone in generale e, in particolare, per chi, nonostante tutto, lavora con dedizione e sacrificio. Per chi ama la causa che serve. Il potere non ha ancora imparato a ringraziare chi gli dimostra fedeltà. Lavori duro? Bravo, continua fino a che non crepi o fino a che non ne puoi più di sopportare. Il potere si fa di giorno in giorno più spudorato nel voler annientare i nostri migliori concittadini e nel puntare sui peggiori con la pervicacia di un maniaco.
Non c'è dubbio che il comunismo sia stato un danno tremendo per il nostro Paese. Ma quel che sta accadendo oggi è ancora peggio. (p. 269)
Le nostre foreste migliori vengono abbattute per soddisfare gli interessi degli oligarchi e dei loro accoliti. Interessi per i quali si promulgano decreti, si viola la legge e si assoldano i migliori avvocati del Paese. (pp. 281-282)
Proviamo a vedere come vivono coloro ai quali la tragedia di Nord-Ost non ha fatto guadagnare «in pathos», ma che, anzi, ne sono usciti a pezzi. Proviamo a guardare il loro prima e il loro dopo. Le esistenze, uniche e irripetibili, che sono state spezzate. Le vittime che la macchina dello Stato sta cercando di dimenticare, inducendo noialtri a fare lo stesso. Le pulizie etniche che sono seguite al massacro. La nuova ideologia di Stato, letale per l'individuo. Putin l'ha illustrata più volte. E suona all'incirca così: «Non aspettatevi che le perdite ci frenino. Non lo faranno. Nemmeno se dovessero essere altissime». (p. 289)
I nostri tribunali non sono mai stati un esempio di autonomia, come ci si potrebbe aspettare leggendo la Costituzione. Tuttavia, la giustizia odierna si sta sottomettendo allegramente al potere esecutivo, e raggiunge l'apogeo in ciò che definiamo pozvonočnost, «giustizia da telefono», un fenomeno che vede un giudice emettere la propria sentenza a seconda della telefonata che riceve dai rappresentanti del governo e della pubblica amministrazione. Si tratta di un fenomeno consueto, in Russia, per cui quando un giudice dà prova di un'inattesa autonomia di giudizio, la nostra coscienza collettiva non può non considerarlo un gesto eroico. (p. 303)
Questa è la nuova ideologia russa. L'ideologia di Putin. Testata sul campo in Cecenia. È stato allora, con l'ascesa al trono del Cremlino di Vladimir Putin e il fragore delle bombe all'inizio della seconda guerra cecena, che la Russia ha commesso il suo primo errore, tragico e immorale, da imputare alla sua patologica incapacità di riflettere. La Russia ha ignorato che cosa stava davvero accadendo in Cecenia: bombardamenti su città e villaggi e non sugli accampamenti dei terroristi, centinaia di vittime innocenti. È stato allora che buona parte di coloro che in Cecenia ci vivevano ha sentito (e sente tutt'oggi) di non avere la benché minima speranza. «Basta piangere. Rassegnatevi: sono le ragioni della guerra al terrorismo» veniva (e viene) loro propinato dalle autorità militari e civili che gli portano via figli, padri e fratelli senza spiegazioni di sorta, e che si infuriano quando le madri disperate a cui hanno ucciso i figli pretendono di conoscere le ragioni di quelle morti. (p. 308-309)
Come ha reagito l'opinione pubblica, la gente? Nessuna compassione per le vittime. Per lo meno nessuna compassione organizzata in reazione sociale e pubblica che le autorità non potessero ignorare. Anzi. La nostra società traviata vuole quiete e agio anche a prezzo della vita altrui. E passa oltre la tragedia di Nord-Ost, fidandosi del (comodo) lavaggio del cervello messo in atto dallo Stato più che della realtà dei fatti o delle parole di un vicino coinvolto in prima persona. (pp. 309-310)
Negli ultimi anni siamo diventati molto più rozzi. E molto più vili. È una tendenza evidente, e lo diventa sempre più man mano che la guerra nel Caucaso continua, trasformando vecchi tabù in abitudini consolidate. Omicidi? Roba di tutti i giorni... Furti? Che c'è di male! Sciacallaggio? È la norma. I crimini non trovano una condanna non solo in un'aula di tribunale, ma nemmeno nell'opinione pubblica. Quel che prima era vietato, ora è lecito... (p. 314)
Solo un pazzo potrebbe invidiare i ceceni che vivono in Russia. La loro vita non è mai stata rose e fiori neanche in passato, ma dopo il caso Nord-Ost la macchina della vendetta etnica di Stato ha ingranato la velocità massima. Attacchi razzisti e purghe sotto l'egida della polizia sono diventati routine. Basta un attimo per perdere la vita, la casa, il lavoro, la terra sotto i piedi... E la ragione è una sola: sono ceceni. Per loro la vita a Mosca e in molte altre città non solo è impossibile, con gente che pur di sbatterti qualche anno in galera ti infila della droga in tasca e delle pallottole in mano; la realtà è diventata un incubo, un vicolo cieco, un muro di gomma senza uscita per chi viene considerato apertamente un paria. Un tipo di vita a cui non sfugge nessuno, bambini e vecchi inclusi. (p. 318)
Dicono di Anna Stepanovna Politkovskaja
A prima vista ho capito subito la sua determinazione, agiva come se non volesse perdere tempo. Da anni era la testimone più onesta e credibile sul fronte della guerra cecena. Non schierata politicamente, denunciava allo stesso modo i soprusi dei soldati russi e le violenze dei guerriglieri ceceni che continuano a fornire alibi alla repressione, attenta soprattutto a difendere la dignità dell’uomo e il rispetto per la vita.
Abbiamo dei sospetti, questo sì, largamente condivisi in tutto l'Occidente: sospetti di trame delle polizie segrete in un paese dove la maggioranza dei settanta-ottanta uomini più potenti della Russia d'oggi si sono formati nelle scuole del Kgb. E i quali, a differenza del personale politico nelle democrazie, hanno studiato lungamente come ordinare – e insieme mantenerla nel mistero – l'eliminazione fisica d'un avversario. Ma, vale la pena ripeterlo, certezze non ne abbiamo.
Ahimé viene ricordata molto più da voi che in Russia. Per me Politkovskaja è stata un esempio geniale di come una donna esile possa essere più coraggiosa di centinaia di uomini. Lei è stata un eroe indifeso, molto intelligente, molto semplice, assolutamente priva di qualsiasi paternalismo. L'eredità più importante che ci ha lasciato è il suo esempio: il coraggio di una persona che non scende a compromessi anche quando si trova da sola contro uno Stato implacabile, spietato.
Anna era una militante e partigiana almeno quanto era una giornalista, su questo non v'è dubbio, e non ne ha mai fatto mistero. La sua passione ha reso il suo lavoro ancor più prezioso e indimenticabile.
Anna ha lavorato durante la seconda guerra cecena e dopo, facendo 150 trasferte in pochi anni. Riceveva informazioni e le verificava; aveva intrapreso questo cammino pericoloso assieme a Natalia Estemirova, fonte di informazione per lei, guida e amica. Erano molto intime e dal punto di vista umano erano due personalità molto serie e inflessibili. Purtroppo in entrambi i casi abbiamo agito troppo tardi.
Anna ricorda l'omicidio Matteotti. [...] Ma almeno il duce non sequestrò i documenti privati di Matteotti.
Ci sono voluti quasi tutti questi dieci anni per arrivare a condannare l’esecutore, un ceceno, i suoi due fratelli, i complici, l’organizzatore. Niente invece sui veri mandanti dell’omicidio. Addirittura in un primo momento si cercò di accreditare l’idea che a volere Anna morta fosse stato Boris Berezovskij, l’ex magnate che aveva rotto con il presidente Vladimir Putin e che era scappato in Gran Bretagna. Per mettere in imbarazzo Vladimir Vladimirovich, si disse: l’uccisione avvenne proprio nel giorno del compleanno del presidente. Ma quello di Anna, in realtà, fu l’assassinio politico che aprì una stagione drammatica per la Russia, con oppositori, giornalisti, difensori dei diritti umani e semplici cittadini onesti ammazzati a decine.
Con i capelli grigi e gli occhiali, madre di due ragazzi già grandi, non aveva proprio l'aspetto della giornalista d'assalto e dell'inviato di guerra, una cosa che probabilmente la salvò in molte occasioni.
Da anni Anna Politkovskaja era la testimone più onesta e credibile sul fronte della guerra cecena: doveva gridare al mondo con la sua voce la tragedia dell'uomo che soffre, dei civili che, vittime senza colpa, hanno un unico torto se non quello di essere in Cecenia e di trovarsi a casa loro.
Due anni e mezzo dopo l'assassinio, un colpo di rivoltella alla nuca mentre la giornalista usciva dall'ascensore della sua abitazione, la giustizia russa ha quindi sentenziato che il caso Politkovskaja è chiuso. Chi fossero i mandanti, dove si trovi l'assassino (forse il terzo dei fratelli Makmudov), perché la giornalista sia stata uccisa: a queste domande il tribunale di Mosca non ha neppure tentato di dare risposta. Gli imputati sono già tutti a casa per non aver commesso il fatto, il mistero Politkvoskaja resta quello che era: il più fitto, il più torbido, il più indecente tra i molti misteri della Russia di Vladimir Putin.
È stata la prima persona che ho incontrato nella redazione di Novaja Gazeta. Era bellissima, i capelli bianchi, la schiena dritta. Camminava per un corridoio a passo veloce. Quasi volava. Veniva in redazione soltanto per lavorare. Non per mangiare a mensa o chiacchierare con gli altri colleghi. Non faceva altro che scrivere o accogliere gente. Capivi che era nel suo ufficio perché in corridoio si formava una fila di persone disparate. [...] Ho capito che non avrei mai avuto la possibilità di dirle quanto fosse stata importante per me e di ringraziarla. Che anche la gente per bene può essere uccisa. Ma è inutile ammazzarci o sbatterci in galera: se uno di noi viene ucciso un altro collega gli subentra e continua il suo lavoro. In Russia c'è una sorta di solidarietà giornalistica.
Ho conosciuto Anna Politkovskaja il giorno del suo assassinio. Ricordo di avere sentito la notizia in radio e di essere rimasta molto colpita e ciò mi ha spinta a cercare informazioni su di lei. Mi toglie il fiato. Credo che sia stata prima di tutto una giornalista che intendeva il suo lavoro non tanto come una missione ma come un qualcosa per dire quello che vedeva. Ascoltava la persone, le incontrava, non penso volesse diventare un'eroina. Pretendeva onestà. Questo per me non ha eguali.
Le inchieste della Politkovskaja sulle atrocità in Cecenia di solito consistevano in conversazioni con le famiglie distrutte dalla guerra. La giornalista era anche una specie di confessore per i soldati russi, persino per alcuni ufficiali, che si vergognavano per quanto veniva fatto in Cecenia nel nome della Russia. Furono queste attività a fare di lei il nemico numero uno per parecchie persone e diversi gruppi di potere che avevano già dato prova svariate volte della loro spietatezza.
Lei era esperta del Caucaso del Nord. Lo scontro principale tra lei e la dittatura del clan di Kadyrov ha portato con ogni evidenza alla sua morte: deve essere avvenuto in quel punto in cui si è rivelata la non coincidenza dei valori del mondo dal quale lei proveniva con quello che si è vendicato su di lei per questo. Mettiamola così.
Ma perché la presenza a Beslan della Politkovskaja spaventava tanto i vertici russi da indurli a metterla fuori gioco, con l'aiuto dei servizi segreti, in modo così clamoroso? Se fossero stati davvero preoccupati della sorte degli ostaggi, avrebbero dovuto provare tutti i mezzi. La spiegazione non è tanto complicata. Come poi si è saputo, la Politkovskaja portava con sé a Beslan delle concrete proposte di pace da parte di Maschadov, uno dei capi della guerriglia cecena, dotato di effettiva autorità su quel difficile territorio, anche se non riconosciuto dal Cremlino come interlocutore rappresentativo. [...] Evidentemente Putin, venuto a conoscenza dell'iniziativa di pace di Maschadov, si è spaventato all'idea che la soluzione del sequestro e la salvezza degli ostaggi potessero avvenire grazie al capo ceceno, il che avrebbe avuto una grande risonanza in Occidente e di conseguenza avrebbe costretto il presidente russo a mettere da parte il suo orgoglio e a sedersi al tavolo della trattativa con i leader reali della guerriglia.
Mi addolora che oggi la mia lontana nipote Anna Politkovskaja, nipote di Kira, che era nipote di mio padre sia stata uccisa per il suo desiderio di scrivere liberamente. La Russia non è cambiata.
Nel 2001 Anna venne a Londra e Amnesty International mi chiese di intervistarla. Il mio documentario radiofonico per la BBC, "Victims of the Torture Train", aveva vinto un premio di Amnesty e pensavano che avremmo lavorato bene insieme. A dire il vero, non andò così. Anna in pubblico era austera, impassibile, per niente divertita dalle mie chiacchiere frivole. In situazioni un po' difficili di questo tipo divento una specie di Frankie Howerd, tutto balbettii, e faccio una battuta infelice dopo l'altra. Non riuscimmo a trovare un'intesa. Soltanto qualche anno più tardi, dopo avere visto uno splendido documentario su Anna, "A Bitter Taste of Freedom", capii che aveva un magnifico senso dell'assurdo, che sapeva anche ridere a crepapelle, piegata in due dalle risate davanti all'umorismo nero della vita.
Non eravamo amiche ma la conoscevo bene come collega: con lei ho seguito dei processi. Per me è l'esempio di come deve essere una vera giornalista che ha pagata con la vita per aver fatto bene il suo lavoro. E nel suo libro sul regime di Putin aveva previsto molte cose. Diceva: i soldati che hanno fatto la guerra in Cecenia rientrano in Russia e vivranno con la sindrome cecena, saranno molto feroci.
Non ero nel governo, ma in enti specifici per i diritti. [...] Ho dato le mie dimissioni subito dopo l'omicidio politico di Anna Politkovskaja. Putin a tale proposito ha pronunciato frasi assolutamente irripetibili è ho deciso di lasciare l'incarico.
Ogni numero aveva un suo articolo, spesso più d'uno. Non si tirava mai indietro, anzi: era una giornalista vera. Lei portò in salvo da una Groznyj ridotta in macerie gli ospiti di una casa di riposo dimenticata da tutti: novantuno vecchietti, donne e uomini. Lei raccolse gli effetti personali dei soldati uccisi in Cecenia e li restituì alle famiglie. Lei negoziò con i sequestratori del teatro Dubrovka di Mosca, lei portò l'acqua agli ostaggi. E sempre lei volò a Beslan per partecipare ai negoziati con i terroristi. La avvelenarono sull'aereo. Sapevamo quando era in redazione: davanti al suo ufficio c'era sempre una lunga fila di persone. Una fila molto silenziosa.
Perché avrei dovuto ucciderla? Scriveva cose negative su mio padre, e se avessi voluto avrei potuto farle qualcosa quella volta. Perché adesso? [...] Avrebbe fatto meglio a stare a casa e fare la casalinga.
Politkovskaja poteva essere molto dura: il suo carattere appassionato ed estroverso aveva anche un altro lato, reagiva con cattiveria alla minima provocazione. Questa era una caratteristica pericolosa per una giornalista le cui fonti comprendevano spesso uomini bene armati, abituati alla violenza e per nulla disposti ad avere donne che li contraddicevano.
Prima che Anna Politkovskaja venisse ammazzata sulle scale del palazzo in cui abitava, il 7 ottobre 2006, soltanto chi si interessava da vicino alle guerre cecene conosceva il nome di questa giornalista coraggiosa, dichiarata avversaria della politica di Vladimir Putin. Da un giorno all'altro, il suo volto dall'aria triste e decisa è diventato in Occidente un'icona della libertà d'espressione.
Putin ha detto che Anna era una donna la cui influenza era «decisamente irrilevante». La verità è che era decisamente rilevante, molto pericolosa per il mantenimento del suo potere. Nessun altro faceva le domande che faceva lei.
E poi la sua voce è stata messa a tacere.
Scrisse per anni, svelando il genere di crimini che in qualsiasi Paese normale avrebbero costretto il governo a dimettersi, e li avrebbero portati in tribunale. Ma noi li abbiamo ancora. Scrisse e scrisse. E cosa è cambiato? Niente. Niente è cambiato.
Se il Time propone Putin , questo blog premia come "Woman of the Year" Anna Politkovskaja, la giornalista uccisa a Mosca nell'ottobre del 2006.
È tempo di farla finita con la storia che la "dittatura della legge" di Putin avrebbe attenuato l'illegalità imperante della Russia postcomunista. L'omicidio di Anna Politkovskaja, una delle più coraggiose e brave giornaliste di Russia, una donna che ha osato portare allo scoperto i brutali omicidi commessi dai soldati russi in Cecenia, è la prova definitiva che quella che ha creato il presidente Putin è semplicemente una dittatura come le altre, con il consueto disprezzo per il diritto.
L'uccisione della Politkovskaja ha scatenato una lugubre sensazione di déjà vu: proprio come ai tempi d'oro del Kgb, la gente in Russia semplicemente scompare.
Non sto accusando il governo di Putin di aver commissionato l'omicidio della Politkovskaja. Dopo tutto, con il suo lavoro di giornalista investigativa aveva pestato i piedi a molte persone oltre a Putin, non ultimo l'attuale primo ministro ceceno, Ramzan Kadyrov, da lei accusato di condurre una politica di rapimenti a scopo di riscatto. Ma anche se i soci di Vladimir Putin non avessero niente a che vedere con chi ha ammazzato la Politkosvkaja in un ascensore del palazzo di appartamenti in cui viveva, nel centro di Mosca, è stato il suo disprezzo per la legge a creare il clima in cui questo omicidio è stato consumato. Come l'omicidio dell'arcivescovo Thomas Beckett nella sua cattedrale di Canterbury molti secoli fa, questo crimine è stato commesso nella chiara convinzione di fare cosa gradita al sovrano.
Anna incarnava il coraggio e l'indipendenza giornalistica. Ora è diventata l'emblema universale della lotta per la libertà d'opinione. Un'immagine insopportabile ed insostenibile per il Cremlino.
Anna non concedeva sconti al Potere. Era una giornalista straordinaria, brava e impietosa nelle sue inchieste sulla corruzione dei politici, sulle connivenze del Cremlino con l'illegalità, sui comportamenti violenti e disumani dell'esercito in Cecenia, sul massacro della scuola di Beslan, dove un gruppo di 32 terroristi fondamentalisti islamici sequestrò 1200 persone.
Gli strali della giornalista puntano spesso in alto, al Cremlino, al regime putiniano. È una spina nel fianco. Soprattutto perché macchia l'immagine che il presidente russo proietta nel resto del mondo e ne mina la statura di leader internazionale.
Parlare di Anna oggi in Russia è come inoltrarsi in un campo minato.
Anna avevo "offeso" molti, sicuramente troppi. Ma non mi pare probabile che l'abbiano ammazzata per vendetta. Perché nessuno leggeva le cose che lei scriveva. Salvo, appunto, quei pochi che avevano accesso alla sua nicchia di fatica e di caparbietà.
Chi ha ucciso Anna Politkovskaja non lo sappiamo. Sospetto che non lo sapremo mai. Non ho mai creduto, però, alla tesi più semplice, più banale, più ovvia: che il mandante fosse colui che tutte le persone normali penserebbero il più irritato per le puntigliose, sarcastiche rivelazioni di Anna. Ho imparato a tenere conto dell'astuzia, spesso davvero raffinata, degli specialisti in queste faccende. Sono dei professionisti, di regola di primo livello. Sanno calcolare gli effetti che producono; sanno perfettamente che l'opinione pubblica non è in grado di fare due passaggi logici. [...] Vladimir Putin ha dimostrato in questi anni di avere i nervi saldi. Gli si farebbe torto ritenendolo così ingenuo da fargli commissionare un assassinio che l'uomo della strada, perfino quello di Katmandu, gli avrebbe immediatamente attribuito.
L'assassinio di Anna Politkovskaja dice crudamente che il tempo della legge non è ancora arrivato a Mosca. È ancora guerra per bande, sicuramente non del tutto nuove, che tornano a mandare i sicari negli androni dei palazzi moscoviti – se si tratta dei meno abbienti – o agl'incroci delle grandi vie d'uscita dalla città verso le dacie lussuose immerse nei boschi tutto attorno, vigilate da alte mura di cemento, da telecamere sempre accese, da guardie del corpo numerose e bene armate.
La ricordo come una collega giovane, non appariscente, quasi dimessa, con la testa china sul suo taccuino di appunti. A ripensarci dopo tanti anni e, poi, dopo la sua morte, che carica oggi ogni suo ricordo di una valenza e di una profondità che allora non sarebbero state immaginabili, emerge l'impressione di una testarda tenacia in quel capo leggermente piegato di lato, in quella voce sottile con cui, qualche volta, poneva domande a quelli che stavano dall'altra parte del tavolo. Non li stimava, e quindi non poteva ammirarli. E si vedeva. Anzi, non mi pare facesse nulla perché non si vedesse.
Lei non aveva partecipato alla divisione del malloppo statale. Lei aveva raccontato come «quelli», dopo essersi scannati tra di loro, avevano organizzato le guerre di Cecenia, per far credere ai russi che tutelavano i loro interessi, che volevano ripristinare la grandezza perduta del Paese. Ma dire la verità sulla Cecenia, andare laggiù – come lei fece tante volte – per raccontare come i diritti umani di un popolo venivano schiacciati, era pericoloso. [...] I palazzi dei poteri, pubblici e privati, non gradiscono i ficcanaso che rovistano nei loro affari.
Perché ha rischiato oltre il limite? Perché non ha pensato alla sua famiglia, ai figli? Cosa spinge a rischiare coloro che il destino colloca su una strada pericolosa? Mi viene in mente una persona come Giovanni Falcone. Anche lui sapeva di rischiare e ha giocato la sua vita sapendolo. Forse perché si pensa sempre che "non toccherà a noi". Oppure, più semplicemente, si fa quello che si ritiene giusto fare. E, avendo scoperto la verità, la si dice perché non se ne può fare a meno, perché altrimenti sarebbe troppo difficile guardare in faccia i propri figli dopo avere taciuto.
L'assassinio arriva in un momento della storia russa in cui quanti sono al potere, avendo fatto così tanto negli ultimi sette anni per limitare le critiche nei confronti dell'autorità, si stanno finalmente godendo un tangibile trionfo: Anna Politkovskaja, specializzata nell'indagare sui reati politici in Russia, era una specie in pericolo.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026