Frasi

Frasi di «Un piccolo angolo d'inferno»

40 citazioni dal libro di Anna Stepanovna Politkovskaja

Le frasi di «Un piccolo angolo d'inferno» raccolte in ordine di apparizione nel testo, dall'incipit alle citazioni più note. Per trama, edizioni e curiosità vedi la scheda del libro.

Citazioni da «Un piccolo angolo d'inferno»

Ovunque mi invitano a parlare della «situazione cecena», ma senza che ciò porti a qualche risultato concreto. Dico: «Ricordate, in Cecenia la gente continua a morire ogni giorno. Anche ora». In tutta risposta ottengo solo compìti applausi occidentali. Si tratta di una chiara, evidente e inconcepibile violazione mondiale dei valori umanitari. La Dichiarazione universale dei diritti umani, vecchia solo poco più di mezzo secolo, è morta con la Seconda guerra cecena. (p. 9)
Il fatto è che quando ci si trova in una situazione di pericolo per troppo tempo, tutto finisce per apparire insignificante e noioso. (p. 18)
Una pioggia di razzi sa trasformarti in una bestia che ha imparato a gioire della sfortuna del suo prossimo. (p. 19)
È impossibile non notare fino a che punto la tradizionale mentalità cecena sia stata annientata, qui, tra questa gente rovinata e corrotta dalla guerra e dalla fame. Osservandoli e mischiandomi a loro, non riesco a ritrovare nemmeno un briciolo della loro leggendaria forza d'animo, della loro certezza di sopravvivere anche nei momenti più difficili. Nessun uomo d'affari ceceno, per quanto ricco che sia, darebbe un decimo della sua fortuna per salvare la sua gente. I ceceni poveri – e chiunque in questo campo profughi è povero – sono soli con la loro miseria, la loro mancanza di speranza e i loro G-1, G-2, G-3, G-4... (p. 26)
La guerra non ha solo danneggiato la terra cecena, ha anche lasciato un segno nell'anima di questa gente. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case, finendo nei campi profughi, nelle campagne o nel bel mezzo di niente, e si sono ritrovate a dover adottare nuove regole di vita: quelle dei campi profughi. Apparentemente uniti, i ceceni in realtà sono ormai tragicamente divisi. Le spie sono dappertutto, e il loro unico scopo è quello di sopravvivere, anche al prezzo della vita altrui. Un popolo arrivato a questo punto, è praticamente morto. (p. 30)
In Cecenia le violenze e i furti, mascherati da spedizioni per stanare i miliziani, sono all'ordine del giorno. In questa seconda guerra, l'unica cosa che è cambiata è chi commette i crimini; tutte quelle attività che l'operazione antiterrorismo doveva sradicare – rapimenti, schiavitù, ricatti – sono ora specialità dei nuovi padroni: i soldati. (p. 35)
Questo è uno dei problemi principali della Cecenia: non la forza dei miliziani e delle loro armi, o la provenienza straniera dei loro lancia-razzi, ma il tradimento da parte degli stessi difensori del Paese; chi tra loro vuole che la guerra vada avanti è capace di qualunque cosa. (pp. 51-52)
Si sente raramente piangere a Grozny. Hanno tutti finito le lacrime da un pezzo. Se una donna piange, significa che è tornata da poco da un campo profughi. (p. 60)
Nella vita, lottiamo tutti per raggiungere la verità sotto la superficie. Eccolo, pensi, proprio dietro l'angolo... E invece no, sei stato di nuovo sfortunato, era solo un miraggio. Allora pensi che se scavi più a fondo in te stesso, lo troverai. Ma la verità è vanità e sei di nuovo al punto di partenza, correndo in cerchio dietro a sensazioni e impressioni sempre nuove, sempre vivide, solo per affrontare di nuovo la sconfitta. (p. 65)
Nessuno direbbe che la strage di Chatyn' è stata più importante dell'orrore di Guernica. Non ci sono scale o graduatorie per misurare la sofferenza. Tutti hanno il proprio dolore e questo dolore è sempre il peggiore per chi lo vive. La Seconda guerra cecena ha aggiunto nuove pagine alla storia del Paese, paragonabili a Guernica come a Chatyn' in termini di numero delle vittime, macerie, sangue versato e conseguenze per il mondo intero. E non importa affatto che nessuno l'abbia ancora riconosciuto; verrà il momento in cui tutti ne parleranno. (p. 66)
La più giovane generazione di ceceni, diplomati o laureati, è la più scaltra che sia mai vissuta qui: l'indipendenza in stile Dudaev? L'hanno vista. La prima guerra? Le sono sopravvissuti. La seconda guerra? Ci stanno passando adesso. Cadaveri? Più di quanti se ne possano tollerare. Il loro scopo in vita? Nascondersi dal tizio col kalašnikov in tempo. Il valore di una vita umana? L'hanno visto scendere fino allo zero. (p. 71)
La guerra ha corrotto gli animi di quelli che non erano abbastanza forti. I criminali della notte attaccano le case devastate di persone già ridotte alla miseria. Da un lato, la criminalità è incoraggiata dai Servizi federali: senza il loro consenso e il loro supporto, oggi nessuno sarebbe in grado di girare per le strade durante il coprifuoco, figurarsi di sparare, rubare o stuprare. D'altro canto, quest'orrore richiede anche la partecipazione attiva dei ceceni. Dall'inizio del terzo anno di guerra, è emerso che le bande che ripuliscono le case distrutte durante la notte fanno parte di un'associazione criminale che conta tra le sue fila sia ceceni che federali. E a questa gente non importa proprio niente delle differenze ideologiche e nazionali né del fatto di appartenere a fazioni opposte. Sono sicura che se annunciassero domani la fine della guerra e il ritiro delle truppe, Grozny resterebbe in pugno a questi criminali e chissà quando riuscirebbe a sbarazzarsene. È facile cominciare una guerra, quasi impossibile eliminare tutti i mostri che ha creato. (pp. 76-77)
Ecco un pezzetto di storia nazionale: alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento un'ondata di antisemitismo incoraggiato dal Governo ha invaso la Russia, proprio come ora è avvenuto con la dilagante mentalità anticecena. Erano state pianificate delle zone d'insediamento: i bambini ebrei sono cresciuti sapendo di non potersi muovere senza il permesso della polizia e di non poter studiare in molti istituti scolastici. Questo ha generato prima un complesso d'inferiorità e poi l'elezione di molti giovani ebrei quali martiri: erano pronti a vendicare la propria infanzia rovinata, perché non volevano che gli anni di vita futura fossero devastati nello stesso modo, com'era accaduto ai loro genitori e ai loro nonni.
Il mondo intero conosce il risultato. Molti dei famosi bolscevichi che hanno guidato la rivoluzione d'Ottobre erano ebrei. Non volevano solo smettere di vivere come degli emarginati, ma anche vendicarsi dei loro prevaricatori. È strano come oggi abbiamo di nuovo dimenticato quel che non dovremmo mai e a nessun costo dimenticare. (pp. 78-79)
Viviamo in un'epoca oscura. L'aria è avvelenata dalle bugie dei militari d'alto rango, dall'anarchia dei loro sottoposti e dal puzzo del denaro che i soldati ottengono come ricompensa per il tradimento dei loro capi. È così che funziona il sistema ceceno. (p. 97)
La maggior parte dei ceceni sopravvissuti fino a oggi è disperata. Vivono immersi in questa disperazione, in un inferno senza grazia, in un'eterna notte senza stelle. È questo il risultato principale della totale assenza di legge, che grava sulla popolazione nel corso della Seconda guerra cecena. Uscire dal villaggio o anche solo andare a fare un giro, significa rischiare la vita. Si può venire arrestati con qualsiasi pretesto. Il braccio dei federali afferra i giovani e li fa scomparire ogni giorno. Andare fino a Urus-Martan è fuori questione: la strada è piena di posti di blocco e ognuno può diventare l'ultimo. Gli esempi abbondano. (p. 111)
[...] i militari non solo stanno alimentando la discordia internazionale – reato che di per sé implicherebbe una punizione esemplare –, ma anche istradando il Paese sulla via della monoetnicità, vale a dire della sua prossima disintegrazione in blocchi regionali nazionalisti. (p. 124)
Il diritto dei soldati a nascondere il loro vero cognome, «così che i miliziani non si possano vendicare sulle loro famiglie», è diventato uno dei principali incentivi dei crimini e delle mostruosità compiute in Cecenia. (p. 130)
Il circolo vizioso di bugie a tutto spiano è stato alimentato da uomini che si definiscono ufficiali e che, dopo questo delirio d'anarchia senza freni, se ne sono tornati a casa, sparpagliandosi per il Paese. C'è un modo di pensare, sentire, agire, che si sta diffondendo con la fatale rapidità di cellule cancerogene e si sta trasformando in una tragedia di portata nazionale, che infetta ogni strato della società. (p. 131)
L'operazione speciale «Cecenia» ha infettato l'intero paese, abbrutendolo sempre più e facendolo degenerare. Il valore della vita umana, che in Russia era già molto basso, ora corrisponde quasi a zero. Abbiamo tutti toccato il fondo, come lo sfortunato sottomarino Kursk. Ma non arrivano ordini che cerchino di portarci in salvo. (p. 133)
L'islam ceceno è molto giovane. Gli studiosi sono in disaccordo sulla data esatta dell'islamizzazione delle tribù Vajnach. La cosa più probabile è che sia diventato la religione ufficiale del Paese nella prima metà del Settecento. Comunque, resta un intricato misto di tradizioni musulmane e antiche usanze che governavano la vita cecena nel periodo preislamico, tendenti a onorare la famiglia, il buon vicinato e i valori comunitari. (p. 135)
Il potere sovietico ha confinato il giovane islam ceceno nella clandestinità. Una volta tornati i religiosi deportati dal 1944 al 1957, venne loro proibito di erigere moschee, diversamente da quel che accadeva in altre zone del Caucaso occidentale. Così si è arrivati al punto che in Cecenia non c'era nessun clero da far controllare al Kgb. E questo si è rivelato un vantaggio, perché le comunità spontanee di musulmani sono emerse liberamente. Se in un villaggio c'era un mullah, era soltanto un abitante come gli altri, che aveva raggiunto da sé la sua posizione, rispondeva al villaggio e da questo era scelto. Se non c'era un mullah, andava bene comunque. I più anziani venivano rispettati molto di più e i vird garantivano comunque una forma di aggregazione della comunità. Per questo i ceceni hanno reagito al successivo stabilirsi di un muftiato o con indifferenza. («continueremo a vivere come prima») o con fastidio («sono legati al Kgb»).
Il risultato è stato che in Cecenia, a partire dalla fine dell'era sovietica, è nato un islam del tutto peculiare: libero, con milti vird sufi in competizione tra di loro per le diverse interpretazioni della religione. Tutti erano liberi di scegliere anche in materia di fede. (pp. 136-137)
Clan famigliari ceceni.
Da un lato, è cresciuto il numero dei musulmani credenti: i giovani hanno preso a frequentare la moschea e molti hanno cominciato a pregare. Dall'altro lato però, i problemi dell'islam ceceno sono diventati più seri. Innanzitutto il cosiddetto kadyrovismo (che prende il nome da Achmad-Chaži Kadyrov) ha portato una ventata di discordia nella comunità. In secondo luogo, la Cecenia è stata invasa dal wahhabismo saudita, una corrente religiosa dell'islam sunnita, i cui seguaci sostengono che il loro è il «puro» islam e che tutti gli altri non sono degni, sufismo compreso. Una scisma religioso ha cominciato a dividere le famiglie stesse in un modo fino ad allora impensabile: i padri hanno ripudiato i figli seguaci del wahhabismo, e i figli hanno rinnegato i padri per il loro islam impuro e non wahhabita. (pp. 137-138)
Aveva organizzato il primo pellegrinaggio ceceno alla Mecca, approfittandone per rubare alla sua gente. Il re dell'Arabia Saudita aveva finanziato questo primo pellegrinaggio e Kadyrov non aveva mai restituito i soldi che tanti poveri ceceni gli avevano affidato per vivere un'esperienza che capita una sola volta nella vita. (p. 138)
Non ho mai incontrato un solo ceceno che direbbe: «Io rispetto Kadyrov». È sorprendente e spaventoso che il capo di una repubblica abbia zero autorità. (p. 138)
Il mio incontro con Kadyrov nel suo ufficio, nell'aprile del 2002, è stato fastidioso. Mi guardava in cagnesco, e parlava tantissimo di se stesso, definendosi il mentore spirituale di Maschadov, e sostenendo di averlo formato in quanto essere umano e in quanto leader di una nazione responsabile del destino della sua gente. Si è definito un fiero oppositore a ogni trattativa di pace con i suoi ex compagni d'armi e ha detto che sperava di riportare in voga i metodi notturni dell'Nkdv per distruggere i nemici in Cecenia. (p. 139)
Gli wahhabiti sono molto impopolari, e sarebbe un errore ipotizzare che abbiano una qualche vera influenza o giochino un qualche ruolo in Cecenia. Il loro ruolo e la loro influenza al momento dipendono unicamente dal fatto che possiedono delle armi. Sono spaventati, proprio come i federali, che pure possono contare solo sulla forza bruta. Ma come insegna la storia, tutte le conquiste prima o poi finiscono. (p. 141)
Ci siamo accorti tutti che la parola «pietà» è stata cancellata dal vocabolario del Governo. Il Governo oggi fa affidamento sulla crudeltà dei propri cittadini: la distruzione è incoraggiata, la logica dell'omicidio seguita e diffusa. In un contesto simile, per diventare un eroe devi uccidere. (p. 147)
Questa è l'ideologia di Putin: quando i capitalisti non ce la fanno, i compagni d'armi riprendono il sopravvento; e sappiamo molto bene che questi ultimi non dimenticano mai di far quadrare i conti. È così che stanno le cose: alla fine del settimo anno di guerra, durante il terzo anno della seconda campagna, la Cecenia è diventata una vera e propria vacca da mungere per chi intende approfittarne. Qui, i militari vengono formati in fretta e fanno strada velocemente; si compilano lunghi elenchi di premi; ranghi e titoli vengono elargiti prima del tempo. Tutto quel che bisogna fare per ottenerli è uccidere un ceceno e presentarne il cadavere. (p. 147)
Un Paese dove il numero degli eroi di Stato è un'informazione riservata, «per solo uso ufficiale» dei burocrati che hanno maneggiato i premi, mentre i veri eroi non ricevono alcun riconoscimento, è un Paese senza speranza. Perderà tutte le guerre, perché non incoraggia mai le persone giuste. (p. 149)
Secondo molta gente è un combattente e un martire perseguitato per le sue «convinzioni patriottiche». Dal punto di vista di una minoranza, invece, è un assassino, un ladro, un rapitore e un violentatore. In ogni caso, il processo al colonnello Budanov ha scioccato l'intero Paese, fornendo un vivido ritratto degli aspetti peggiori della nostra società, spaccata in due dal conflitto e distrutta dall'incredibile cinismo e dalle bugie della burocrazia di Putin, dall'assurda sudditanza del sistema giudiziario al Cremlino e, cosa più importante, dall'inquietante rinascita di tendenze neosovietiche. (p. 154)
Il caso rimane farraginoso e in parte illogico. Gli ufficiali di servizio in Cecenia, dal grado più alto a quello più basso, hanno difeso Budanov compatti ma con questa riserva, che ho sentito spesso in Cecenia: «Che l'abbia uccisa lo capiamo... Era una cecena, quindi una miliziana... Ma perché si sarebbe "sporcato" stuprandola?». Budanov ha capito molto bene questa mentalità. Nel corso dell'intero processo, per «salvarsi la faccia» ha negato categoricamente di aver disonorato la ragazza prima di ucciderla. Ma è qui che le cose si complicano: il rapporto della prima perizia medica, fatto in seguito alla riesumazione del corpo, dichiarava che c'erano evidenti segni di uno stupro, avvenuto subito prima o subito dopo la morte della ragazza. Non era chiaro che cosa fosse «meglio» per l'immagine dell'ufficiale: dichiararsi uno stupratore o un necrofilo. (p. 157)
Ad alcuni potrà sembrare strano, ma conti fatti la Seconda guerra cecena si è dimostrata redditizia per tutti i partecipanti. Ognuno ha trovato una nicchia in cui arricchirsi: i mercenari ai posti di blocco hanno guadagnato i loro dieci o venti rubli illegali l'ora, i generali di Mosca e di Chankala hanno usato i fondi pubblici a scopo personale, gli ufficiali di rango medio si sono fatti pagare profumatamente per restituire ostaggi e cadaveri, i loro sottoposti si sono divertiti a depredare i civili durante le operazioni punitive. E tutti insieme, i soldati e alcuni miliziani, hanno partecipato al traffico clandestino di petrolio e di armi.
Per non dire di promozioni, premi, scatti di carriera... (p. 163)
La guerra continua e i miliziani incendiano strutture di nuovissima costruzione perché è incredibilmente vantaggioso sia per gli oligarchi sia per i generali d'élite dell'edilizia militare. Per qualcosa di tanto redditizio, combatteranno il più a lungo possibile in Cecenia, fino al collasso economico dello Stato. (pp. 167-168)
La Cecenia è coinvolta in una lotta continua e sanguinosa per i pozzi di petrolio e i campi miracolosi, che però non frutta alla repubblica nemmeno una copeca. Mancano i soldi per tutto: per ristrutturare le fabbriche come per costruire nuove case sulle macerie. Il petrolio ceceno serve a tutti tranne che al Paese. La crisi è ancor più grave dal momento che il caos economico in Cecenia è stato creato artificialmente ed è incoraggiato per vie traverse dalla stessa Mosca. Nella repubblica non ci sono ancora banche commerciali, e nessuna fonte legale di finanziamenti. Tutti i proventi del petrolio vengono conservati nei materassi o fuori dalla Cecenia. Gli sforzi per far nascere un sistema finanziario legale sono vanificati dal sabotaggio operato dai più alti ufficiali federali. È nell'interesse di Mosca che le banche, le ispezioni fiscali, i tribunali funzionanti e gli uffici del procuratore restino assenti in Cecenia il più a lungo possibile. Al Cremlino vogliono che i dividendi del petrolio vadano nella direzione più conveniente per loro; è per questo che nessuna barriera doganale ostacola la strada fino alle casse della federazione. (pp. 176-177)
Khattab è semplicemente un barbaro, e questo è tutto. Di Basaev, invece posso dire che per i soldi sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa; non è mai stato un segreto per nessuno, né per quelli del suo entourage né per tutti gli altri. (p. 185)
Annan ha ignorato la situazione cecena e il rapporto dell'Hrw. Quelli con cui ho parlato erano diplomatici che lavorano direttamente per lui e mi hanno assicurato che anche ora non gli importa niente di chi soffre e per quali motivi in quel remoto angolo del pianeta, dal momento che l'angolo in questione si trova sul territorio della Federazione russa. La cosa più importante per lui è di venire rieletto per un secondo mandato, non importa a quale costo. E in questo caso il prezzo è la Cecenia. (pp. 193-194)
Human Rights Watch su Wikipedia.
Putin è felice che il mansueto Annan si tenga il suo posto di segretario generale delle Nazioni Unite perché fintanto che resterà lì, la Russia non dovrà preoccuparsi di eventuali pressioni in merito alla questione cecena, e Annan ha bisogno del voto di Putin per essere rieletto. (p. 194)
Zakaev non può scendere dalla macchina. È altamente sconsigliabile per lui andare in un caffè di Londra, perché le autorità inglesi temono che la Sicurezza federale russa lo rapisca. È proprio come nei film sulle spie sovietiche: ecco come è tornato a essere. Terribile. In che cosa ci siamo trasformati? Cos'è successo al Paese che Putin ha mandato alla guerra, che poi è rimasto scioccato dalla tragedia del Nord-Ost e che oggi ha così poche speranze di una vita normale? (p. 226)
Credo meno che mai al metodo convenzionale di misurare il tempo. Sempre di più, invece, mi sembra che ognuno di noi abbia il proprio calendario e che viviamo tutti secondo quella personale scansione del tempo che non va da gennaio a febbraio a marzo, ma tiene il passo delle circostanze in cui ci troviamo, o che abbiamo scelto. Io ho un calendario così per l'anno del Nord-Ost, che è passato molto in fretta, e per l'inizio del successivo 2003. Questo calendario non è affatto oggettivo, non è altro che una collezione di immagini tenute insieme dalla logica dei sentimenti generati da una tragedia simile. (p. 226)
Kadyrov non perdona chi è amato dalla gente, perché la gente odia lui. (p. 235)

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026