Ritratto di Emmanuel Carrère
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Frasi

Frasi di Emmanuel Carrère

75 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Le citazioni di Emmanuel Carrère raccolte in un'unica pagina: 75 frasi, divise per libro e argomento.

Emmanuel Carrère (scrittore e sceneggiatore francese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Emmanuel Carrère

Abbiamo perso l'abitudine, dopo François Mitterrand, a un presidente colto.
Da Macron secondo Carrère, IL magazine, 21 novembre 2017.
Adesso è giusta la separazione Stato-Chiesa, ma l'editto di Costantino fu importante per la civiltà.
Citato in Terrorismo: Carrère, condivido paura, ansa.it, 6 agosto 2016.
Dell'Islam non posso e non potrei parlare perché non lo conosco bene, ne potrei fare una chiacchierata al bistrot ma come un incompetente. Si dicono oggi molte cose superficiali e io non voglio far parte di quelli che parlano senza conoscere.
Citato in Emmanuel Carrère e "Il regno": "La fede è narrazione, altra cosa è la dottrina", repubblica.it, 16 marzo 2015.
È curioso che persone normali, intelligenti, possano credere a una cosa tanto pazzesca come la religione cristiana, una cosa in tutto e per tutto identica alla mitologia greca e alle favole.
Citato in A Carrère il "Tomasi di Lampedusa" "Non ho un'opinione su tutto", Live Sicilia, 7 agosto 2016.
In francese, non so se è lo stesso per l'italiano, ci sono due parole: "fede" e "credenza". La credenza è l'insieme dei dogmi, le rappresentazioni delle esperienze secondo un senso comune di chi pratica la religione. Io ho cercato di essere "credente" ma non ho nessuna nostalgia per quel periodo. La fede invece è qualcosa che esiste o non esiste ma resta nel mistero, si colloca fuori dalle credenze e dai dogmi. È vero che la religione cattolica è definita anche dai suoi perimetri dogmatici, ma io penso si possa essere cristiani anche senza aderire alle "credenze" della religione.
Io sono interessato al Cristianesimo come fenomeno più ampio, non solo alle vicende del Cattolicesimo in senso stretto. Nel Cristianesimo, poiché non dipende tutto da quel che fa il papa o il Vaticano, ci sono forze e decisioni che sono più nel cuore segreto delle persone.
La fede è un mistero della persona, la religione è una narrazione collettiva.
Nella religione ci sono pure invenzioni e favole ma alcune parole sono verità, anche eclatanti. Ognuno può essere toccato da diverse cose. Io, anche se ho un rapporto distaccato e non credente, mi sento più vicino alle dimensioni realistiche di verità, umana, delle parole di Gesù. Del resto i Vangeli sono libri talmente immensi che ognuno può trovarvi una traccia per sé stesso.
Non mi piace l'idea che un intellettuale debba avere un'opinione su tutto.
Per onestà sono obbligato a riconoscere che sociologicamente io stesso sono quello che si definisce un bobo . Quello che ci viene rimproverato è una sorta di scarto tra una generosità di principi e un grande egoismo di comportamenti.
Citato in Alessandra Coppola, Emmanuel Carrère:«Non mi aspettavo il successo di Donald. Ora temo Le Pen», Corriere della Sera, 18 marzo 2017, pp. 2-3.
Quando mi occupo di un argomento, mi piace aggredirlo su più fronti, non prima di aver studiato una decina d'anni.
Rigoroso e sofisticato nella ricerca e nello studio, un rigore che dà chiarezza alla sua scrittura.
Se dovessi fare una lista dei fattori che hanno contribuito al successo del Cristianesimo direi che in testa ce n'è sicuramente uno: la letteratura. Perché la religione cattolica è nata in modo letterario, non è stata tanto dottrina quanto narrazione. Noi conosciamo le parole di Gesù, la sua storia, dal ritratto che ne fanno i Vangeli ed è per questo che io ho indagato quello che dal mio punto di vista mi affascinava di più, il Vangelo di chi più ha ragionato "da scrittore" ovvero Luca. Come lui, anche io o Philip Dick abbiamo aderito a una fede o avuto una crisi mistica, ma Luca ha avuto decisamente un'altra rilevanza nel trasformare in racconto questa sua adesione a una fede. Il mistero è che il punto d'origine sia quello, testimoniare una fede e scriverne.
Spesso penso che la postverità non sia altro che una menzogna. C'è una frase di Kafka che amo molto: "Io sono ignorante ma questo non significa che la verità non esista". Quanto meno la verità fattuale esiste. A volte è fuori dalla nostra portata, non ne abbiamo accesso, ma esiste».
La Guerra patriottica è sacra in Russia. C'è un'eco particolare quando si usano parole come nazismo, genocidio. Non so però fino a che punto funzioni.
Se c'era da difendere russi maltrattati, o che lui pensava tali, o territori sottratti alla Grande Russia, era sempre il primo a partire. Quindi non c'è alcun dubbio: Limonov oggi sarebbe al fronte, da qualche parte nel sud dell'Ucraina.
È stato un oppositore di Putin, anche coraggioso. E al tempo stesso, quando scavavi, era evidente che ne condivideva le idee. Rimproverava a Putin di essere troppo molle. Oggi non lo direbbe più.
Alcuni sono partiti, altri stanno pensando di farlo. Tutti sono convinti che sia successo qualcosa di irreversibile. Si è improvvisamente richiusa la parentesi di quasi normalità cominciata con la fine dell'Urss e durata circa trent'anni. Nella migliore delle ipotesi il mondo non precipiterà in una guerra nucleare. Ma i russi che non aspirano a una vita sovietica sono spacciati
C'è un uomo solo al comando, che spaventa tutti. Non capita spesso che l'umanità intera stia con il fiato sospeso per capire le prossime mosse di un uomo solo e poco aperto al mondo. Putin si vanta di usare poco internet, di leggere solo le note dei suoi consiglieri: immagino dicano quello che lui ha voglia di sentirsi dire. Deve essere straordinariamente poco informato. E al tempo stesso è straordinariamente protetto. Non sarà facile sbarazzarsi di lui.
Mi piacerebbe essere in grado di scrivere su un argomento come l'intelligenza artificiale. Ma devo ammettere che non so come farlo. Innanzitutto, il mio livello di informazione è insufficiente. Inoltre, non sono un saggista. Per me, dovrebbe assumere la forma di un racconto. Ma non sono nemmeno un romanziere, nel senso che non invento storie di fantasia. Dovrei quindi arrivare a un lavoro di indagine narrativa. Perché no? Ma, al momento, non vedo come affrontarlo.
Il problema è che la situazione odierna è così mutevole, fluttuante... Onestamente, non ho idea di come andrà a finire. Il piano di pace proposto dai russi e che si sta cercando di modificare sarà approvato, e in che modo? Trovo comunque assolutamente terribile la posizione in cui si trova Zelensky. O molli e ti arrendi. Oppure non ti arrendi, ma ti esponi al rischio che ti venga rimproverato di non volere la pace. È terribile, di una violenza terrificante. Non so come potrebbe evolversi la situazione e chi potrebbe saperlo.
Mia madre conosceva molto bene la Russia, io no. E lei stessa sarebbe estremamente sconcertata, credo, tanto più che a un certo punto ha sbagliato a fidarsi di Putin. Neanche lei se lo aspettava. In realtà, tutte le persone che per molto tempo hanno nutrito illusioni su Putin, senza arrivare a pensare che fosse un grande umanista, ma sostenendo che giocasse secondo le regole, oggi sono ampiamente disilluse.
Ciò che sembra più costante nei leader americani è l'intesa con Putin sulle spalle di questi poveri ucraini. Putin e Trump, oggi, sono come personaggi di una tragedia, molto contrastanti. Uno è estremamente concentrato, sa esattamente dove sta andando, cosa vuole, non molla mai, considera che il tempo gioca a suo favore. L'altro va in tutte le direzioni, fa una sorta di reset ogni mattina perché ha dimenticato quello che pensava il giorno prima.
Il mago del Cremlino racchiude molti temi appassionanti: la Russia, l'influenza, l'isolamento dei potenti, l'ebbrezza del successo, l'hybris. Spesso quando si scrive una sceneggiatura in due, si procede tramite scambi di email e rare riunioni. Per questo film, Olivier Assayas e io abbiamo trascorso tre mesi seduti insieme in una stanza, dalla mattina alla sera, cercando di capire come raccontare questa storia. Bisognava trovare un equilibrio tra il piacere di qualcosa che assomigli comunque a un film di gangster e l'ambizione di raccontare trent'anni di storia della Russia, dalla fine dell'Unione Sovietica. Un flusso di eventi e personaggi, che abbiamo cercato di rendere comprensibile anche per lo spettatore poco informato. L'obiettivo pedagogico fa parte della singolarità del film, che è un oggetto particolare. Oscilla tra il cinema d'autore e la grande produzione americana. Ma Assayas ha familiarità con questi divari, che affronta con molta calma. Quando altri sollevano problemi, lui trova soluzioni. Non si può, per ovvie ragioni, girare in Russia? Non importa, ricostruiremo la Russia in Lettonia! E funziona!
Ho una teoria secondo cui non solo tutti i cliché sulla Russia sono veri, ma un giudizio sulla Russia che non fosse un cliché avrebbe tutte le probabilità di essere falso. L'immensità e la monotonia degli spazi che conferiscono ai paesaggi una dimensione metafisica; l'energia selvaggia e imprevedibile che fa sì che, quando inizia una serata, non si sappia mai come andrà a finire; la febbre sensuale e l'inquietudine mistica che mettono i piaceri e le preghiere sempre sull'orlo del baratro; e quella mitologia fumosa di una terza Roma eletta dagli dei e allo stesso tempo maledetta.
Negli anni '90, gli stranieri che avevano il gusto dell'avventura, e ne ho conosciuti molti, andarono a cercare in questo Far West del Grande Est un cocktail esplosivo di alcolici forti, soldi facili, feste senza limiti, creazione artistica audace, degrado senza tabù. Quelli che hanno vissuto questa esperienza la ricordano come gli anni più rock'n'roll della loro vita. Accanto a questa furiosa vitalità, le nostre democrazie liberali, pacificate e molli, sembravano insipide.
Con poche eccezioni, tutti si sono sbagliati sulle intenzioni di Putin, su quella volontà imperiale e predatoria mescolata a metodi mafiosi. Prima dell'invasione su larga scala dell'Ucraina, molti non vedevano ciò che era necessario vedere.
Ho conosciuto bene la Russia solo negli anni Duemila. Una Russia non turistica o letteraria, ma aspra e un po' squallida. La Russia che amavo non era quella di Putin, del ritorno degli zar o di Stalin. Era la folle libertà e l'energia inquieta e feconda che mi interessavano. Tutto era contraddittorio, ambiguo, paradossale. Un personaggio controverso come Limonov è stato un oppositore coraggioso di Putin, ha pagato questo coraggio con la prigione, ma allo stesso tempo era praticamente d'accordo con lui su tutto, tranne che lo trovava troppo debole... Guardate Navalny: non era un buon socialdemocratico, ma alla fine ha incarnato l'opposizione con straordinaria grandezza.
Pushkin non è Putin, ovviamente, ma quando i miei amici ucraini si indignano per la presenza delle sue statue ad ogni angolo di strada del loro paese e mi chiedono cosa diremmo noi francesi se fossimo circondati da statue di Goethe, ammetto li capisco.
Da bambino amavo le avventure di Sherlock Holmes. Holmes è il personaggio più deviato che ci sia: asociale, depresso, tossicodipendente... Il dottor Watson, è invece un uomo di buon senso, un po' conformista.

Frasi da «I baffi»

Lei disse che a prima vista tutto ciò sembrava impossibile, però forse capitava, a volte. Ma a chi? A nessuno, non conoscevano nessuno, non avevano sentito parlare di nessuno a cui fosse accaduto di credere di avere i baffi e non averli. (p. 50)
Il fatto di arrivare senza bagagli, di chiedere un biglietto per una destinazione qualunque gli procurava una specie di ebbrezza, un'impressione di libertà sovrana che aveva creduto riservata ai protagonisti dei film, appena alterata dal timore che, nella vita, non fosse così facile. Ma dopotutto perché no. E l'ebbrezza aumentò ulteriormente quando il tassista chiese «Roissy 1 o 2?»: si sentì dotato di un potere di scelta planetario, libero di decidere su due piedi se decollare per l'Asia o per l'America. In realtà non sapeva bene a quali regioni del mondo, o a quali compagnie, corrispondessero i settori dell'aeroporto, ma quell'ignoranza rientrava nel normale ordine delle cose, non gli causava alcun imbarazzo, e disse a caso: «Roissy 2, per favore», risprofondando nel sedile senza la minima preoccupazione. (p. 104)

Scheda del libro «I baffi»

Kolchoz – Citazioni

Sostenere che la comunità russofona di un paese sia perseguitata per volare in suo soccorso e invadere quel paese è una tecnica collaudata della Russia, e molti georgiani iniziano a chiedersi se Putin non si metterà in testa, appena avrà un momento libero, di denazificare anche loro. Penso che i georgiani abbiano ragione a preoccuparsi, che in generale chi confina con la Russia abbia ragione a preoccuparsi, e che la loro ostilità verso tutto ciò che è russo sia ampiamente giustificata. Ma sono sempre più turbato dalla mia. (XXVII, La terra dei miei avi, «Fottuto per decenni»)
Nessuno ha amato questo paese più di me e ora penso che sia orribile, la Russia. Orribile. Quello che sta accadendo oggi è peggio del comunismo, perché ai tempi del comunismo si poteva pensare che i russi disprezzassero i loro tiranni, mentre i russi di oggi, per la maggior parte, appoggiano il loro. Qualsiasi cosa succeda, qualunque sia l'esito di questa guerra, il popolo russo, e non solo il potere, è precipitato in qualcosa di così spaventoso da essere fottuto per decenni. (XXVII, La terra dei miei avi, «Fottuto per decenni»)
Un anno dopo la morte di mia madre un ricercatore che studiava gli archivi del KGB ha scoperto che importanti figure del mondo intellettuale e dei media francesi erano agenti della propaganda sovietica: un giornalista d'inchiesta del Canard enchaîné, il caporedattore dellExpress. Anche lei era stata sorvegliata, avvicinata. Fallimento totale e, dal mio punto di vista, una buona notizia: più volte aveva ricevuto emissari del KGB, aveva capito al volo cosa volevano, e li aveva cortesemente congedati. Era identificata con il nome in codice Sylvi». Fatico a immaginare un nome che le si addicesse di meno. (XXIX IKARIA, Sylvie)

Frasi da «L'avversario»

I Ladmiral hanno vissuto quelle giornate come una prova voluta da Dio. I discepoli di Gesù hanno visto il Maestro arrestato, processato, messo in croce come l'ultimo dei criminali, eppure, sebbene Pietro abbia vacillato, hanno continuato a credere in lui. Il terzo giorno hanno saputo che avevano fatto bene a non arrendersi. Cécile e Luc hanno lottato con tutte le loro forze per non arrendersi. Ma il terzo giorno, se non prima, sono stati costretti ad ammettere che le loro speranze erano vane e che avrebbero dovuto fare i conti con quella realtà: non soltanto con la perdita di chi non c'era più, ma con la morte della fiducia, con una vita interamente corrosa dalla menzogna. (p. 16)
«Un banale incidente, un'ingiustizia possono provocare la follia. Chiedo scusa a Corinne, chiedo scusa agli amici, chiedo scusa alla brava gente dell'associazione Saint-Vincent che voleva spaccarmi la faccia».
Questo diceva il biglietto d'addio lasciato in macchina. (p. 19)
Quando parlavano di lui, a tarda notte, non riuscivano più a chiamarlo Jean-Claude. Non lo chiamavano nemmeno Romand. Lui si trovava da qualche parte, al di fuori della vita, al di fuori della morte, senza più un nome. (p. 22)
Per i credenti l'ora della morte è l'ora in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile: che nel momento del trapasso si veda scorrere in un lampo la pellicola della propria vita, finalmente intelligibile. Per i vecchi Romand, questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell'amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l'Avversario. (p. 24)
Subito dopo l'incendio, quando credevano ancora a un incidente, Luc e Cécile avevano pregato perché morisse: allora pensavano a lui. Adesso pregavano perché morisse, ma pensavano a se stessi, ai loro figli, a tutti quelli che vivevano ancora. Se fosse rimasto nel mondo dei vivi, lui, la morte fatta uomo, avrebbe costituito una spaventosa minaccia, sempre incombente, la certezza che la pace non sarebbe tornata mai più, che l'orrore non avrebbe avuto fine. (p. 24)
L'inverno successivo mi sono ritrovato a scrivere il libro che, senza saperlo, inseguivo da sette anni. L'ho portato a termine in pochissimo tempo, in maniera quasi automatica, e ho capito subito che era di gran lunga la mia opera migliore. Ruotava intorno all'immagine di un padre assassino che vagava da solo in mezzo alla neve, e ho pensato che, come tanti altri progetti naufragati, anche ciò che mi aveva affascinato nella storia di Romand avesse trovato in quelle pagine la sua giusta collocazione, e che scrivendolo mi ero liberato di quel genere di ossessioni. Finalmente potevo passare ad altro. A che cosa? Non ne avevo la più pallida idea, e non me ne importava niente. Se ero diventato scrittore, era per scrivere quel libro. Cominciavo a sentirmi vivo. (p. 31)
Per quanto la domanda fosse imbarazzante, dovevo rispondere con un sì o con un no: alla cieca, ho risposto di sì. «Altrimenti non potrei affrontare una storia terribile come la sua. Per guardare in faccia, senza morbosi compiacimenti, le tenebre in cui lei si è trovato e si trova ancora immerso, bisogna credere che esista una luce grazie alla quale tutto ciò che è accaduto, perfino l'estrema infelicità e l'estremo male, diventerà comprensibile ai nostri occhi». (p. 35)
Avrebbe preferito davvero essere malato di cancro piuttosto che di menzogna - perché anche la menzogna era una malattia, con la sua eziologia, i suoi rischi di metastasi, la sua prognosi riservata _, ma il destino aveva voluto che si ammalasse di menzogna, e non era colpa sua. (p. 65)
Di fronte all'evidenza, si è difeso come l'uomo che aveva preso a prestito un paiolo nella storia cara a Freud: al proprietario che lo rimprovera di averlo restituito bucato, lui prima ribatte che quando l'ha riportato il paiolo non era bucato, poi che lo era già quando glielo aveva prestato e infine di non aver mai preso a prestito un paiolo in vita sua. (p. 86)
Si sa che gli uomini fuori del comune sono anche i più modesti, e i meno preoccupati dell'opinione altrui. (p. 90)
Ma lui si comportava come il re di una partita a scacchi minacciato su tutti i fronti, al quale resta solo una casella su cui andare: la partita è persa, non c'è dubbio, tanto varrebbe abbandonare, eppure si sposta ugualmente su quella casella, se non altro per vedere come l'avversario riuscirà a metterlo in trappola. (p. 113-114)
Gli psichiatri incaricati di esaminarlo sono rimasti colpiti dalla precisione con cui si esprimeva e dalla sua costante preoccupazione di dare di sé un'immagine positiva. Probabilmente sottovalutava il fatto che non è facile dare un'immagine positiva di te quando hai sterminato un'intera famiglia, e per diciotto anni hai ingannato e truffato parenti e amici. (p. 139)
Non sono mai stato così libero, la mia vita non è mai stata così bella. Sono un assassino. La mia immagine agli occhi della società è la peggiore che possa esistere, ma è più facile da sopportare che i miei vent'anni di menzogne. (Jean-Claude Romand, p. 142)
Mentre tornavo a Parigi per rimettermi al lavoro, non vedevo più ombra di mistero nella sua lunga impostura, ma solo una misera commistione di cecità, disperazione e vigliaccheria. Ormai sapevo che cosa accadeva nella sua testa durante le lunghe ore vuote trascorse nelle aree di servizio o nei parcheggi dei bar, era una cosa che in qualche modo avevo vissuto anch'io, e che mi ero lasciato alle spalle. Ma mi chiedevo: che cosa accade, adesso, nel suo cuore durante le ore notturne di veglia e di preghiera? (p. 168)

Scheda del libro «L'avversario»

Frasi da «La vita come un romanzo russo»

Sopra al bar, il televisore trasmette senza tregua spot pubblicitari in cui si evoca la vita fiabesca che fanno a Mosca o a Pietroburgo giovani ben vestiti e ben pettinati, dal sorriso rapace, intenti a scendere da auto di lusso e pagare con carte di credito dorate conti di ristorante che qui devono equivalere a qualche anno di stipendio. Che effetto fa essere martellati da tutto ciò quando si vive qui? I giovani accasciati ai tavoli appiccicosi di birra da quattro soldi considerano questo lancinante sfoggio di fasto e di arroganza un'offesa o un film di fantascienza ambientato in un universo parallelo?
Per un po' farà il taxista, ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno. Essere un taxista a Parigi negli anni Venti è piuttosto chic, fa principe russo. Sul suo taxi, dice lei, passava gran parte del tempo a leggere, opere di filosofia, e quando gli chiedevano se fosse libero, rispondeva di no in tono seccato, perché voleva terminare il capitolo. Gli piacevano le idee, i saggi più dei romanzi, e per lui leggere un libro era come discutere con l'autore. Lo approvava o lo insultava, riempiva i margini di annotazioni febbrili («Questa l'hai pensata da solo, bieco imbecille?») e quando trovava un interlocutore alla sua altezza, in carne e ossa, niente gli piaceva quanto passare tutta la notte in accanite discussioni politiche e filosofiche bevendo litri di tè e fumando una sigaretta dopo l'altra: un vero intellettuale russo, che si sente superbamente al di sopra delle realtà quotidiane.
Nella società francese non è nessuno. Nessuno. Non esiste, letteralmente. Un biglietto del metrò usato, uno sputo per terra, tra le schegge di mica. Fa irrimediabilmente parte di quella torma di persone che si vedono in metrò, povere e grigie, gli occhi spenti, le spalle curve sotto il peso di un'esistenza nella quale non hanno scelto niente, persone consapevoli di essere insignificanti, quantità trascurabile, povero bestiame umano soggetto al giogo...
Tornato a Bordeaux la sera stessa, si sarebbe recato al Deuxième Bureau, dove un ufficiale l’avrebbe interrogato sulle sue attività e infine munito di un lasciapassare, avvertendolo però del rischio che correva andandosene in giro per la città in quei giorni tumultuosi. Gli avrebbe consigliato di farsi dimenticare per qualche tempo restando in un posto tranquillo, e il posto piú tranquillo che lui potesse proporgli era il carcere, in cui gli offriva una cella. Mio nonno avrebbe accettato, ma prima sarebbe voluto tornare a casa per prendere alcune cose. Un amico che lo accompagnava e da cui lafamiglia ha avuto questo resoconto ha tentato di dissuaderlo, temendo che qualche vicino lo avesse denunciato, ma lui ci è andato lo stesso. Alcuni uomini armati di mitraglietta lo attendevano – o sono stati chiamati quando i vicini delatori l’hanno visto in casa. Lo hanno arrestato, fatto salire sulla loro Citroën e da quel momento, nel pomeriggio del 10 settembre 1944, nessuno lo ha piú rivisto.

Scheda del libro «La vita come un romanzo russo»

Frasi da «Limonov»

Eduard ha vinto. Tutti lo invidiano: il piccolo mondo dell'underground dove non si sono mai viste donne così belle e sofisticate, e i ricchi a cui lo sfrontato poeta in jeans bianchi ha rapito la principessa. Per alcune stagioni Eduard e Tanja regnano sulla bohème moscovita. Se attorno al 1970, nel più tetro grigiore dell'era brežneviana, c'è stato in Unione Sovietico qualcosa di simile al glamour, ebbene Eduard e Tanja ne sono stati l'incarnazione. C'è una foto in cui si vede Eduard in piedi, con i capelli lunghi, trionfante, e con addosso quella che lui chiama la sua «giacca da eroe nazionale» – un patchwork di centoquattordici pezzi variopinti che ha cucito lui stesso –, e ai suoi piedi Tanja, nuda, incantevole, gracile, con quei suoi piccoli seni sodi e leggeri che lo facevano impazzire. Quella foto Eduard l'ha sempre conservata, se l'è portata dietro dappertutto, e l'ha appesa come un'icona alla parete di ogni suo alloggio di fortuna. Quella foto è il suo talismano. Quella foto dice che, qualsiasi cosa accada, per quanto in basso possa cadere, un giorno lui è stato quell'uomo. E ha avuto quella donna. (cap. 2, §4, p. 97)
Lev Davidovič , racconta il vecchio a chi ha voglia di stare sentirlo, abitava nel Bronx e tirava a campare tenendo conferenze sulla rivoluzione mondiale davanti a quattro gatti. I camerieri delle trattorie dove andava a mangiare lo odiavano, perché Trockij riteneva offensivo per la loro dignità lasciare mance. Nel 1917 acquistò mobili a rate per un totale di duecento dollari, poi scomparve senza lasciare recapito, e quando la società di recupero crediti ne ritrovò le tracce era a capo dell'esercito del paese più grande del mondo.
Benché gli abbiano ripetuto per tutta la sua infanzia che Trockij era il nemico dell'umanità, Eduard va pazzo per quel destino spettacolare. (cap. III, §2, p. 114)
Vent'anni dopo i giovani delle città [...] ricordano l'agosto del 1991 come uno dei momenti più intensi della propria vita, un film dell'orrore che fa morire di spavento ma ha un finale di urlo. L'URSS che ritorna: roba da flippare di brutto. L'URSS che sprofonda nel ridicolo: roba da sballo. Perché era anche bello, bello e giusto, che gli eredi di settant'anni di oppressione non uscissero di scena con un finale da crepuscolo degli dèi wagneriano ma tagliassero la corda coperti di ridicolo. Dei pagliacci, che ormai non facevano più paura a nessuno. Che in tutto il mondo avevano ricevuto soltanto il sostegno di Castro, Gheddafi e Saddam Hussein, gli unici superstiti della «setta dei poeti estinti» – ma anche del nostro presidente Mitterand, il quale convinto com'era di saperla più lunga di chiunque altro, aveva spinto il machiavellismo fino alla stupidità, e quando gli rimproverarono l'eccesso di fretta mostrato nel congratularsi con quelli che pensava fossero i nuovi padroni dell'URSS aveva risposto altezzoso che i generali sarebbero stati giudicati sulla base delle loro azioni – come se un golpe non fosse già di per sé un'azione, e pure di un certo peso. (cap. VII, §1, pp. 243 sg.)
[...] e alla fine, quando sono ormai sulla porta, una domanda me la fa:
«È strano, però. Perché vuole scrivere un libro su di me?».
Sono colto di sorpresa ma rispondo, con sincerità: perché ha – o ha avuto, non ricordo più il tempo che ho usato – una vita appassionante. Una vita romanzesca, pericolosa, una vita che ha accettato il rischio di calarsi nella storia.
E a questo punto Eduard dice qualcosa che mi lascia di sasso. Con la sua risatina brusca, senza guardarmi:
«Già, una vita di merda». (epilogo, §2, p. 353)

Scheda del libro «Limonov»

Frasi da «V13»

Di norma, la propaganda nasconde l'orrore. Qui lo esibisce. Lo Stato islamico non dice: è la guerra, abbiamo il triste dovere di compiere azioni terribili per far trionfare il bene. No, rivendica il sadismo. È sul sadismo, sull'esibizione del sadismo, sull'autorizzazione a essere sadici che fa affidamento per convertire. (Parte 1 - Le vittime, Grande fracasso facciale, p. 38)
Ho cercato di pensare: ci stanno prendendo in ostaggio, facciamo quel che ci chiedono e andrà tutto bene, e invece no, è chiaro che sono qui per ucciderci e ho pensato: è assurdo, morirò a un concerto di rednecks californiani che mi è costato trenta euro e settanta (Clarisse). (Parte 1 - Le vittime, Il parterre, p. 57)
Uscendo dal cinema dopo aver visto Il pianista di Polanski, ricordo di aver detto che lo avevo trovato un po' lungo. Al che l'amica che mi accompagnava ha risposto ironicamente: «Sai, anche stare nel ghetto di Varsavia dev'essere stata un po' lunga.» (Parte 1 - Le vittime, Incrociare lo sguardo, p. 67)
«Non siamo usciti dalla pancia delle nostri madri con i kalashnikov in mano» ha detto Mohamed Abrini. (Parte II - Gli imputati, Tre fratelli, p. 84)
Da bravi radical chic [...] vorrebbero poter descrivere Molenbeek come un luogo multiculturale, ma sono costretti a riconoscere che è un luogo quasi completamente monoculturale, dato che il novantacinque per cento dei suoi abitanti è musulmano, le donne portano il niqab e i rari tentativi di dar vita a un melting pot creando occasioni d'incontro conviviali o asili nido alternativi ottengono, va pur detto, scarso successo. Non per questo però è un quartiere pericoloso per i kuffar - così vengono chiamati in arabo gli infedeli come noi, come me e i miei nuovi amici. I kuffar sono ignorati, ma in nessun modo minacciati. (Parte II - Gli imputati, Molenbeek, p. 85)
«Potete ringraziare il vostro presidente François Hollande. È colpa sua se vi uccidiamo, è stato lui a cominciare sganciando bombe sulle nostre mogli e sui nostri figli.» (Parte II - Gli imputati, Il giorno di Hollande, p. 96)
non si considerano né vittime né casi sociali. Si considerano, invece, eroi, l'avanguardia di un grande e invincibile movimento che conquisterà il pianeta. Le vere vittime, ai loro occhi, sono i patetici musulmani «moderati», alienati, collaborazionisti, che vogliono credere che l'Islam sia compatibili con i valori della società corrotta in cui vivono. Sono i kuffar, che si credono - come me e, immagino, come voi - aperti e tolleranti, mentre i soli rispettabili tra loro sono gli identitari di estrema destra, perfettamente d'accordo con i jihadisti nel riconoscere la radicale incompatibilità tra le loro civiltà. (Parte II - Gli imputati, «Individui venuti dal nulla», p. 102)
[...] ripenso a una frase stupefacente pronunciata da Salah Abdeslam in uno dei primi giorni del processo, e che per quanto ne so io è passata inosservata: «Tutto quel che dite su noi jihadisti, è come se leggeste l'ultima pagina di un libro. Il libro dovreste leggerlo dall'inizio». Non so da dove abbia preso un'immagine così forte, ma finora la sua è una delle due risposte a mio parere attendibili alla domanda che viene posta regolarmente: che cosa vi aspettate da questo processo? L'altra è stata pronunciata da un superstite del Bataclan, Pierre-Sylvain: «Mi aspetto che quel che ci è accaduto diventi un racconto collettivo». Scrivere questo racconto collettivo, leggere il libro dall'inizio: sono due ambizioni smisurate. Probabilmente irrealizzabili. Ma è per questo che siamo qui. (Parte II - Gli imputati, «Individui venuti dal nulla», p. 108)
Sollecitato dal presidente, Ayari acconsente a dire che condanna gli attentati, a condizione però che li si condanni da entrambe le parti, François Hollande quanto Abu Bakr al-Baghdadi. I suoi compagni hanno ucciso degli innocenti in Francia, d'accordo, ma in Iraq e in Siria gli occidentali ne hanno uccisi molti di più, e molto più vigliaccamente. Fra sganciare bombe da un aereo senza correre alcun pericolo e raggiungere nella morte le persone che abbiamo ucciso, da che parte sta il coraggio? Ammette di aver preso decisioni sbagliate, che non rinnega. «Il contesto non favoriva la lucidità. Non sempre intenzioni e azioni sono conciliabili. Ma non sta a me giudicare». Io ho sintetizzato, la sua deposizione è stata molto più lunga, ma tutti sono rimasti colpiti da questa confessione che non era quella di un fanatico squilibrato. (Parte II - Gli imputati, L'epidemia di silenzio, p. 143)
Bisogna ammetterlo: chi si appassiona ai processi – cronista giudiziario di professione o cronista occasionale come me – è affascinato dai colpevoli più che dalle vittime. Per le vittime si prova pietà, ma è dei colpevoli che si cerca di capire al personalità. Sono le loro vite che vengono passate al setaccio per scovare il punto di rottura, il momento misterioso in cui hanno deviato verso la menzogna o il crimine. Al V13 accade il contrario. Le cinque settimane di deposizioni delle parti civili ci hanno sconvolto, devastato, e ciò che riaffiora a quasi quattro mesi di distanza sono i loro volti messi a nudo dalla tragedia. E gli imputati, dopo tutto questo? Pensavamo che i loro interrogatori sarebbero stati avvincenti, in realtà non lo sono granché, perché non hanno niente da dire. Insomma, niente... È sciocco dire niente, perché significa soprattutto che noi non abbiamo saputo ascoltare. (Parte II - Gli imputati, Un vecchio camerino di cartongesso marcio, p. 146)
Dalla parte delle vittime, persone come voi e come me, siamo nel mondo post-storico. Le nostre vite e le nostre morti sono individuali. Quelli che abbiamo ascoltato sono individui, individui che ci hanno emozionato, con cui ci siamo identificati. [...] Soltanto in una società vedova del collettivo e della Storia siamo così singolari e così limitati a noi stessi. Dobbiamo fare davvero un grande sforzo per interessarci come a singoli individui agli uomini nel box, che restano in silenzio perché non riconoscono la nostra giustizia oppure recitano un catechismo che a noi appare demenziale. Questo non significa che non siano interessanti. Significa che ciò che è interessante in loro, ciò che in ogni caso lo è per me, non appartiene al piano individuale ma a quello della Storia – «l'Histoire avec sa grande hache» diceva Perec. Quel che mi interessa è il lungo processo storico che ha prodotto questa mutazione patologica dell'Islam. (Parte II - Gli imputati, Un vecchio camerino di cartongesso marcio, p. 147)
Un florilegio delle sue idee: «Voi dite che io sono radicale, io invece dico che la sharia è la legge divina, ed è al di sopra della legge degli uomini. La compassione per le persone la capisco, ma gli attentati sono una risposta alla violenza. È normale, quando vi uccidono in Siria, venire a uccidere in Francia». I video delle esecuzioni? «Vanno contestualizzati. È come i giovani che, oggi, seguono le serie su Netflix. E poi è ora di finirla con la paranoia. C'erano un sacco di video sulla costruzione di scuole, sulle opere pubbliche, il sostegno alle popolazioni bisognose...». Il presidente, un po' spiazzato: «Le decapitazioni, però...». «Ma è pazzesco, non pensate ad altro! Da voi fate lo stesso! Avete decapitato perfino il vostro re!». «E gli stupri sistematici di donne yazide, ridotte a schiave sessuali?». «Voi potete chiamarli "stupri". Io invece li chiamo "programma di natalità"». Due ore così, a sentirsi spiegare che bisogna essere veramente in malafede per vedere soltanto gli aspetti negativi nel massacro di centotrentuno persone. (Parte II - Gli imputati, Il convoglio della morte, p. 154)
[...] per parecchie vittime è stato un sollievo deporre alla sbarra, perché hanno avuto la sensazione, per l'appunto, di deporre qualcosa. Una sofferenza, un fardello che i presenti hanno saputo accogliere. Molte ne sono uscite, almeno un po', alleggerite. Non fosse servito che a questo, il processo non sarebbe stato inutile. Ma, dice Bibal, non deve servire soltanto a questo. Bisogna fare di questa «deposizione» qualcosa di diverso dalla parafrasi o dal pathos – altrimenti, tanto vale starsene seduti e passare subito alla tappa successiva, la requisitoria. Bisogna elaborarla. Bisogna trasformarla in diritto. (Parte III - La corte, Danno da lucida agonia, p. 218)
Non è necessario morire di morte violenta per provare questo sentimento di terrore e di ineluttabilità. Si può morire nel proprio letto, carichi di anni, circondati dall'affetto dei propri cari, e vedere con sgomento avvicinarsi la propria fine. Ma questo sgomento è intimo e metafisico. Si manifesta fra sé e sé, o fra sé e Dio, per coloro che chiamano così la parte più profonda di sé. Non riguarda il diritto. Il diritto interviene quando sono in causa violenza, responsabilità, danno e risarcimento. Sono assiomi giuridici: ogni violenza ha un responsabile, ogni danno dev'essere risarcito [...]. In termini di indennizzo significa che se, oltre a essere morti, è possibile dimostrare che siete morti in uno stato di angoscia, la vostra famiglia riscuoterà più denaro. (Parte III - La corte, Danno da lucida agonia, pp. 218-19)
Ci sono cause che rifiuteresti di difendere? «Se me lo chiedi, allora non hai capito cosa significa fare l'avvocato. Io non difendo nessuna causa, ma non rifiuto nessun imputato. Vergès, lui sì che difendeva delle cause. Non difendeva soltanto Pol Pot o Carlos, ma quel che avevano fatto Pol Pot o Carlos. Era d'accordo con loro. Noi, per fare l'esempio dei reati più odiosi, naturalmente non difendiamo la pedofilia o il terrorismo, ma siamo disposti a difendere un pedofilo o un terrorista. Devono essere difesi, è la legge. Quindi a volte mi costa fatica, certo, è più facile difendere un rapinatore con il quale potrei andare a bere un bicchiere quando sarà uscito invece di uno che si eccita a guardare un video di decapitazioni, ma è fondamentale distinguere fra l'uomo e l'azione. Fare l'avvocato è proprio questo: fare tutto il possibile perché l'imputato sia processato sulla base del diritto e non delle passioni. E poi, quando tutti gli hanno voltato le spalle, essere l'ultimo a tendere ancora la mano.» (Parte III - La corte, I cavalieri del penale, p. 226)
È sempre più o meno così, la giustizia: il Codice penale è stato inventato per impedire ai poveri di derubare i ricchi, e il Codice civile per permettere ai ricchi di derubare i poveri. (Parte III - La corte, La settimana dei pesci piccoli, p. 234)
[...] si dice che l'esito di una psicoanalisi si decida tutto nella prima seduta, lo stesso vale per la prima udienza della Corte d'assise. Interrogatorio sulle generalità. Abdeslam, professione? «Combattente dello Stato islamico». Périès guarda i suoi appunti e dice: «Io, qui, vedo: lavoratore interinale». Questa risposta divenuta leggendaria non poteva essere stata preparata, è venuta senza voler fare dello humor o del sarcasmo. Ha stabilito l'autorità del presidente per tutta la durata del processo. Dalla prima udienza alla centoquarantanovesima: onore a Périès. (Parte III - La corte, La fine, p. 245)

Dicono di Emmanuel Carrère

L'unico screzio che ho avuto con Carrère fu su questo: gli chiesi come facesse a scrivere avendo una figlia piccola, e mi rispose che c'entra la scrittura con mia figlia? Mi disse che poteva ancora prendere un aereo, andare in Thailandia e rimanere lì per mesi a scrivere, con la figlia a Parigi. Non lo concepivo.
Marco Missiroli

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026