Frasi
Frasi di George Gordon Byron
72 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 72 citazioni di George Gordon Byron, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
George Gordon Byron (poeta e politico inglese). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di George Gordon Byron
A coloro che, attraverso lenti a vapore, scoprono le stelle, e navigano nel filo del vento.
Chi ha da fare non ha tempo per le lacrime.
Così non andremo più vagando, / Nella notte fonda / Anche se il cuore vuole ancora amore / E la luna splende luminosa...
Ella passa splendida come la notte / di limpidi clini e di cieli stellati; / tutto il meglio del notturno splendore / vedo sul suo viso e nei suoi occhi.
[...] ho domandato al Dr Alexander che è qui la migliore autorità medica – e dice che l'aria di Genova è la migliore possibile – e i bagni sufficientemente convenienti [...]
I cristiani hanno bruciato sul rogo altri cristiani, nella ferma convinzione che tutti gli apostoli avrebbero fatto altrettanto.
I romagnoli sono una razza rozza e fiera, ma la più adatta che io mi conosca a rinsanguare la nazione.
Il "buon tempo andato"... il tempo è sempre buono quand'è andato.
Il sarcofago di Giulietta , semplice, aperto, con foglie appassite intorno, nel vasto e desolato giardino di un convento, è triste come fu triste il suo amore. Ho portato via alcuni pezzetti per darli a mia figlia e alle mie nipoti.
Io abito ad Albaro su di un colle che domina Genova, freddo e ghiacciato ma arioso [...]
Il ricordo della felicità non è più felicità; il ricordo del dolore è ancora dolore.
L'amicizia è amore senza le sue ali.
La vera pietra di paragone del merito è il successo.
Ma prima che io parta, Tom Moore, / Eccoti un doppio brindisi! / Ecco un sospiro per chi mi ama, / Ecco un sorriso per chi mi odia, / E quale che sia il cielo su di me, / Ecco un cuore per ogni destino.
Nello sport puoi scegliere tra il piacere della vittoria e il piacere della sconfitta.
Noi del mestiere siam tutti pazzi. Alcuni sono affetti da gaiezza, altri da melanconia, ma tutti siamo più o meno toccati.
... O Ferrara, / Quando più i duchi fra le mure tue / Dimoreranno, decadrai e i tuoi / Palazzi senza vita non saranno / Che ruine sgretolate, e la ghirlanda / Di un poeta sarà la tua corona / Unica...
Poiché in sé un pensiero, un pensiero assopito, racchiude anni, e in un'ora condensa una lunga vita.
Ricordarmi di te, dici? Non dubitare! / Tuo marito, lui pure, oblio non ha di te. / Nessuno di noi due potrà dimenticare, / te, falsa verso di lui, te, mostro verso di me!
Frasi da «Don Giovanni»
Dolce è la vendetta; specialmente per le donne.
E, dopo tutto, che cosa è una bugia? / È solo la verità in maschera. (XI, 37)
Il diavolo non ha in tutta la riserva della sua faretra, una freccia che ferisca il cuore come una dolce voce.
Il piacere è peccato, e qualche volta il peccato è un piacere.
L'odio è il piacere più duraturo; / gli uomini amano in fretta, ma odiano con calma. (XIII, 6)
La differenza fra la gloria reale e la fittizia sta nel sopravvivere nella storia o in una storia.
Le donne le perdonavano tutto, tranne la sua faccia. (V, 113)
Nella sua prima passione la donna ama il suo amante, / in tutte le altre ciò che ama è l'amore.
Nella vita di un uomo l'amore è una cosa a parte, per una donna è l'intera esistenza.
Non esiste moralista più severo del Piacere.
Non v'è nulla, senza dubbio, che calmi lo spirito / come il rum e la vera religione.
Sappiamo così poco quello che facciamo / in questo mondo che mi chiedo se il dubbio stesso non sia in dubbio. (IX, 17)
Se Laura fosse stata la moglie del Petrarca, pensate / che lui avrebbe scritto sonetti tutta la vita?
Tramontò il Sol, sorse l'argentea Luna: / diabolici sono della Luna / i malefizi, e tutti quei che casta / la chiamano, a me par che troppo presto / la lor nomenclatura han cominciato. / Giorno non v'è cotanto lungo, sia / il giorno ventunesimo di giugno, / che vegga una metà delle malvage / opere che rischiara in tre sol'ore / la sorridente Luna... ed essa sempre / la sua così modesta aria serbando! / Un silenzio fatale evvi in quell'ora, / una calma che all'anima permette / di tutta tutta espandersi; ma senza / che di frenarla pur s'abbia la forza; / il vergine splendore, che riveste / alberi e torri d'un prestigio santo, / che a tutta la natura offre e concede / un carattere chiaro di bellezza / e di soavità intima e pura, / s'insinua dentro il core e in esso sparge / dolce languore che non è riposo.
Tutte le tragedie finiscono con una morte, / tutte le commedie con un matrimonio.
Vino e donne, allegria e risate, / prediche e acqua di seltz l'indomani. (II, 178)
Frasi da «Il corsaro»
Dal sol brunita è la sua guancia; la fronte sua pallida e alta / Ricopron scompigliate nere ciocche; / E spesso, involontario, rivela un moto del suo labbro / Il superbo pensier ch'egli raffrena / E tuttavia non sa celare. / Pur se pacata è la sua voce e placido l'aspetto, / Par sempre ch'egli provi un turbamento / Che non desideri mostrare. / I profondi solchi che segnano quel volto e il mutar del colore / Attirano lo sguardo e insieme lo confondono / Come se in quegli oscuri recessi della mente / Forma prendesser passioni tempestose, quantunque indefinite. (Canto primo, 9, pp. 17-18)
Ogni tratto del volto, del cuor mostra il tumulto, / Libere le passioni si fanno più violente, né possono placarsi / Allor ch'erompon nel confuso contrasto che la gota / Fa gelar o avvampar, o rende madida la fronte. / Allor soltanto, o stranier, se pur ne hai l'ardire / Vieni a mirar l'anima sua e la tranquillità che gli è donata in sorte! / Vieni a veder quel fosco e solitario cuore / Quanto arda al pensier del maledetto suo passato! / Vieni a veder; ma chi ha mai visto o mai potrà vedere / D'un uomo tal lo sfogo delle segrete cure? (Canto primo, 10, p. 19)
[...] E di lottare tuttavia si sforza invano / Contro una passione che anche per uno come lui / D'Amore ha nome! / Sì, è vero Amor, immutabile, immutato, / Per una donna da cui giammai si vuol diviso. / Benché le più leggiadre prigioniere vogliano attrarlo / Con lo sguardo, / Egli le sfugge e non le cerca, ma freddo passa / Innanzi a lor. (Canto primo, 12, p. 21)
I
«Profondo nel mio cuor riposa un tenero segreto, / Gelosamente custodito e a tutti sconosciuto, / E sol si svela quando il mio cuor col tuo batte in accordo, / E quindi a palpitar ritorna nel silenzio.
II
Qui entro, qual funereo lume / Arde di lenta, eterna, invisibil fiamma / Ch'estinguer non può disperazione cupa / Pur se come non mai è flebile il suo raggio.
III
Ricordati di me! Oh, non passar sulla mia tomba / Indifferente alle reliquie ch'essa cela: / La sola pena che il mio cuor non regge / È quella di trovar oblio dentro al tuo cuore!
IV
Ascolta le mie parole appassionate, flebili ed estreme: / Non biasima Virtù il pianto per l'estinto; / Una lacrima sol è quanto io ti chiedo, / La ricompensa prima, ultima e sola di questo mio immenso amore!» (Canto primo, 14, pp. 23-24)
[...] Conrad ritornerà, ma adesso con l'ala sua veloce / Il tempo ci reca il momento dell'addio: / Perché egli vada e dove, or non importa dire, / Dacché tutto finisce nella fatal parola: addio! (Canto primo, 14, pp. 27-28)
Ascolta! Ecco rimbomba il segnale di fuoco / Che il calar del sole annuncia; egli quel sole maledice. / Più volte quella bella persona egli abbracciò, / Che muta a sé lo strinse implorando i suoi baci! / Con passo vacillante la condusse al letto, / La contemplò per un momento, come se più non la potesse contemplare. (Canto primo, 14, p. 28)
[...] Il batter del suo cuor è tanto fioco, pieno com'è dell'immagine di lui, / Che per troppo sentir quasi non sente! / Ascolta! Ecco rimbomba il segnale di fuoco / Che il calar del sole annuncia; egli quel sole maledice. / Più volte quella bella persona egli abbracciò, / Che muta a sé lo strinse implorando i suoi baci! / Con passo vacillante la condusse al letto, / La contemplò per un momento, come se più non la potesse contemplare. / Capì che al mondo altra donna non c'era se non lei; / Sulla fredda fronte un bacio le depose, si volse; e Conrad più non c'era. (Canto primo, 14. pp. 28-29)
Mai tuttavia quel labbro pronunciò «Addio!», / Perché in quella parola, in quella fatal parola, / Ancorché si prometta speranza o fedeltà, / Della disperazion v'alita il soffio. / Su ogni tratto del pallido, immobile suo volto / Impresso ha già il dolor quello che il tempo non / Potrà mai cancellare. (Canto primo, 15, p. 29)
[...] E chi per la conquista combatteva, ora si batte per la vita. (Canto secondo, 6, p. 43)
[...] Il solo suo rimpianto è il viver che gli resta; / Il solo suo rimpianto / Le sue ferite troppo lievi / Cercate tuttavia con tanto ardore / Da baciar la mano portatrice di morte. / Oh, perché mai fra tanti / Non c'è uno solo che l'anima sua invii al cielo, / O all'inferno, per lui non ha importanza? / Proprio soltanto lui ha da viver ancora, / Che più d'ogni altro s'è battuto per cercar la morte? / Egli sente quello che sente il cuore dei mortali, / Quando schiacciato dall'infedele ruota di fortuna, / Il peso avverte dei delitti commessi / E insieme del vincitore la minaccia [...] (Canto secondo, 8, pp. 45-46)
[...] Fatti, pensieri, parole, nella memoria sempre vivi, / Mai come in quell'ora son ricordati con affanno. / Quel che a suo tempo parve un'inezia o una piacevolezza, / Al ripensarlo ora con animo severo, altro non è che colpa. / Il pensiero straziante di un delitto occulto, / Che pur se a tutti è ignoto non dà minore angoscia, / In breve, tutto quello che l'occhio non può vedere senza un brivido, / Un sepolcro scoperchiato, un cuore messo a nudo / Con tutte le miserie sue sepolto, finché Orgoglio si desta / Per strappar all'anima il suo specchio e mandarlo in frantumi! (Canto secondo, 10, pp. 48-49)
«[...] E tuttavia, tu ami, e io ho invidia / Per chi può posare il proprio cuore / Su un cuor che gli è fedele, / Né mai conosce il vuoto quell'errante pensier / Che, come il mio, coi fantasmi si strugge». (Canto secondo, 14, p. 55)
Finché c'era Speranza eran quei sentimenti / Languidi vacillanti e teneri, / Allorché tutto fu perduto, la tenerezza non morì ma rimase assopita / E sul suo sonno si levò quella Forza per parlare così: / «Quando non c'è da amar più nulla, non c'è più nulla da temere». (Canto terzo, 3, p. 63)
[...] Ma incatenato, solitario, in una cella, / Sei in balia d'ogni alterno volere, / A languir costretto, a scrutar nell'intimo del cuore. / A meditar su colpe irrevocabili e sul fato imminente / Senza che resti tempo per stornarlo, / Senza che resti tempo per cancellar le colpe. (Canto terzo, 6, p. 68)
Condannami se vuoi, ma non adesso, / Oh, adesso abbi pietà di me! / Io non son quel che sembro: questa tremenda notte / La mente m'ha sconvolto, non far però ch'io impazzisca del tutto! / S'io non avessi mai amato e più lieve fosse la mia colpa, / Tu non vivresti per odiarmi, se pure odiar mi puoi. (Canto terzo, 14, p. 79)
Ella fraintende i pensieri del Corsaro / Che più a se stesso che a lei muove rimprovero / Per averla, sia pure senza intento, resa tanto infelice: / Ma ogni suo pensiero resta muto, / Cupo e profondo dentro al cuore, / Sanguinante nella tacita cella del suo petto. (Canto terzo, 15, pp. 79-80)
Egli non fa domande: ogni risposta egli ebbe / Quando posò lo sguardo su quel volto di marmo. / Basta così; Medora non è più, che cosa può importar com'ella è morta? / L'amor degli anni giovanili, la speranza di anni più sereni, / La fonte d'ogni più dolce desiderio, del trepidar più caro, / L'unica creatura al mondo ch'egli non abbia odiato, / Tutto, in un tratto medesimo gli è tolto. / Merita il Corsaro la sua sorte e tuttavia ne soffre. / Il giusto cerca la sua pace nei regni d'innocenza; / Il superbo, il perverso, che al piacer mirano soltanto, / Altro quaggiù non trovan che miserie, / E tutto perdon, tutto, anche una vil moneta. / Ma chi può sopportar di separarsi da quel che gli è più caro? / Uno sguardo stoico e un aspetto severo / Spesso son maschera d'un cuore / A cui il dolore quasi tutto ha insegnato, / E molti pensieri inariditi sono nascosti eppur non cancellati / Da un sorriso che non s'addice affatto a chi l'ostenta. (Canto terzo, 21, p. 86)
Coloro tuttavia che hanno alto sentire / Non fanno mostra del tumulto che al loro cuor dà pena. / Quando mille pensieri son tutti in un sol pensiero / Che in tutti cerca un rifugio che non trova, / Non ha parole il labbro per dir dell'animo l'affanno / E Verità non vuole che Dolore parli. (Canto terzo, 22, pp. 86-87)
Frasi da «Il pellegrinaggio del giovane Aroldo»
Addio, addio, mio lido natale. (I)
Ero a Venezia sul Ponte dei Sospiri; un palazzo da un lato, dall'altro una prigione; vidi il suo profilo emergere dall'acqua come al tocco della bacchetta di un mago... (canto IV, st. 1)
Oh Roma! mia patria! città dell'anima! (IV canto)
Stavo in mezzo a loro, ma non uno di loro; in un sudario / Di pensieri che non erano i loro pensieri.
Altra dottrina / la storia non ci dà che l'eco eterna / d'una eterna vicenda. Innanzi tratto / la libertà, la gloria a lei succede, / poi la ricchezza, e dietro a quella il turpe / séguito d'ogni vizio, e finalmente / la barbarie. La storia, ancor che grave / de' suoi mille volumi, è d'una sola / pagina [...]. (canto IV, CVIII, 1874, p. 450)
Un vaso d'alabastro illuminato dall'interno
Dal caos Dio fece un mondo, e dall'intensità delle passioni sorge un popolo.
Ho sentito le valanghe cadere quasi ogni cinque minuti – come se Dio stesse scacciando il Diavolo dal paradiso a palle di neve.
Io sono sempre più religioso in una giornata di sole.
Non ho soverchia stima delle persone poetiche, specie delle donne; mi san tanto d'«ideale», nella pratica come nelletica.
Tutti tendono a credere a ciò che desiderano, dal biglietto della lotteria al passaporto per il paradiso.
Dicono di George Gordon Byron
Byron nato con ingegno piuttosto unico che raro, servo e vittima delle sue indomate passioni, è forse il più subiettivo di tutti i poeti. Come L'Alfieri, non intese e non rese che sé; Byron Aroldo, Byron Lara, Byron Manfredo, Byron Don Giovanni, ecc. Originale sempre e sempre sincero anche nelle monotone pitture delle sue tempeste interiori, misantropo e violento; poi tenero, soave e patetico, la sua poesia è un'azione continua, una vera epopea individuale.
Cresceva per la Grecia il favore e l'entusiasmo dei generosi. Byron offerse le sue fortune, negoziò un imprestito, ma in quel frattempo ammalò, e alla notizia della malattia tenne dietro ben presto quella della morte. La Grecia accorse ai suoi funerali, tutta l'Europa pianse sopra la tomba santificata dall'ultimo anno di sua vita, e s'impose il suo nome ad uno dei bastioni di Missolungi.
La fece sua con un sangue freddo perfetto. Byron fu per Carolina un amante detestabile, severo, che giudicava senza illusioni, con quel realismo spietato e disincantato che era, quando egli non amava, la forma naturale del suo carattere.
Mosse Byron voglioso a queste mura, / Genio privilegiato di natura; / Byron, ingegno vivido e fecondo, / Nel vol di fantasia a niun secondo, / Che d'Italia cantò glorie e sventure, / Non per giro di tempo periture. / [...] Lo conobbi, e l'ascrivo a mia fortuna: / La conoscenza sua mi fu opportuna / Per udire sovente la melode, / Che fra i vati dell'Anglia il vanto gode.
Ogni stagione aveva il suo uomo del giorno, sia politico, sia militare, sia letterario; Byron fu l'uomo del giorno senza rivali delle serate eleganti del 1812.
Questo bel pallido volto segnerà il mio destino.
Levavasi alle dieci, e dalle undici al mezzogiorno faceva colazione. È ameno a sapersi com'egli non mangiasse che di magro, solendo dire che il mangiar carne rende l'uomo feroce; ma il Poujolat osserva accortamente che se non ne mangiava era perché l'idea dell'obesità lo spaventava; criterio accettabilissimo, mentre non c'è chi ignori come il grand'uomo fosse autolatra e come avrebbe dato a chius'occhi tutto il suo ingegno pur di non avere la bruttura della gamba più corta.
«Sovranamente bello», come di lui diceva la contessa Guiccioli, giovane, splendente di fama, rigorosamente aristocratico, circondato ognora da gentiluomini e seguito da servi, lord Byron era divorato con gli occhi, o quando usciva cavalcando su i Lungarno , o quando galoppava pel vialone delle Cascine o per quello che va ai Bagni di San Giuliano, o, più specialmente, fuori la porta alle Piagge da dove spingevasi per ogni via e viuzza e angiporto e magari traverso i campi, facendo in mille modi pompa di esimio cavalcatore. Durante quelle sue corse sfrenate costumava il poeta a un certo punto saltar giù di sella, e allora, infitto un paolo (moneta toscana d'allora) nella buccia d'un albero, oppur gittandolo in aria, di poi vi tirava con la pistola cogliendolo botta botta.
Usava il pranzo alle sette, finito il quale recavasi, acqua o vento, dalla contessa Teresa Guiccioli, la bella donna che, idolatrata, lo idolatrava, ma che pure, chiusi gli occhi «il suo Giorgio», doveva avvalorare anch'essa la verità espressa da Dante nella terzina che dice:
Per lei assai di lieve si comprende / quanto in femina fuoco d'amor dura, / se l'occhio, o 'l tatto, spesso nol raccende.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026