Frasi
Frasi di Giosuè Carducci
142 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 142 citazioni di Giosuè Carducci, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Giosuè Carducci (poeta, scrittore e critico letterario italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Giosuè Carducci
A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possano dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama di amore. Beato quello fra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione.
Agosto 19. Ore 9 a.m. Ospizio Bernina. Belvedere, Tre Laghi. Coro delle nubi che salgono dai ghiacciai e avvolgono le vette degli Spitz a lato del Bernina. Noi saliamo e trasmutiamo, voi scendete e dileguate, ma ci ritroviamo e ci rimescoliamo eternamente: noi vi infondiamo atomi del presente, voi li tramandate all'avvenire.
Annie, la tua pochezza mi riposa.
Colui che potendo dire una cosa in dieci parole ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni.
Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49.
Gemono i rivi e mormorano i venti / freschi a la savoiarda alpe natia. / Qui suon di ferro, e di furore accenti: / Signora di Lamballe, a l'Abbadia. // E giacque, tra i capelli aurei fluenti, / ignudo corpo in mezzo de la via; / e un parrucchier le membra anco repenti / con sanguinose mani allarga e spia. // Come tenera e bianca e come fina! / un giglio il collo e tra mughetti pare / garofano la bocca piccolina. // Su, co' begli occhi del color del mare, / su, ricciutella, al Tempio! A la regina / il buon dì de la morte andiamo a dare.
Io sono e resto quale fui / e attendo la grande ora.
L'Arcadia conservò certe buone tradizioni di stile; vi fu anche una tale Arcadia e bisogna parlarne con un po' di creanza.
l'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli.
Nel 1454 si tramutava a Padova a studiare diritto canonico quattro anni, e ne riportò i gradi accademici. Nel soggiorno veneto aver composto il panegirico a Giacomo Antonio Marcello, patrizio e provveditore nella guerra sostenuta dalla Repubblica con Filippo Maria Visconti (esam. 2870, distici 20): ne' quali versi è notevole la facilità del descrivere i particolari minuti e sottili delle e i grandi e nuovi delle flotte trasportate su per i monti da un lago all'altro.
Nella sua poesia [...] c'è molta facilità, ma vi si desidera tutto quello che fa la poesia vera. È un fatto per me oramai fermo: codesti meridionali, dal più al meno, recano nella poesia quella volubilità delle loro chiacchiere, che si devolve per lunghi meandri di versi sciolti o per cadenzati intrecciamenti di strofe senza una cura al mondo del pensiero. Il poeta napoletano tipo è il Marino. È inutile: i meridionali non sono poeti né artisti, non ostante tutte le apparenze: sono musici e filosofi. La poesia (anche questo parrà un paradosso) è delle genti più prosaiche e fredde della Toscana e del Settentrione.
Sai che il Fogliame americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, Omero, Shakespeare, Dante, ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.
Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani.
Non sa ella, signora Contessa, che Domineddio fece apposta il Lambrusco per annaffiare la carne dell'animale fausto ad Enea e caro ad Antonio abbate? E io, per glorificare Dio e benedire la sua provvidenza, mi fermai a Modena a lungo a meditare la Sapienza.
Pastonchi? mai letto tanti brutti versi.
Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola umbra: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad Assisi: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e San Francesco.
Se già sotto l'ale / del nero cappello / nel vin Cromüello / cercava il signor, // ne' colmi bicchieri / ricerco pur io / men fiero un iddio, / ricerco l'amor.
Sette anni fu alla scuola e al convitto del Guarino; e vi formò lo stile e il costume, quello caldo e abbondante, questo cordiale e sciolto. Ne fan testimonianza gli epigrammi (410, in due libri), per grandissima parte di argomento e sentimento italiani, scritti i più nella gioventù prima; la cui licenza, se bene sia da riferire al genere e al modello [...] e sia da credere che Giano ostenti in gara con lui sporcizia e villania, pure ci appar di soverchio candida la fede e l'attestazione di Vespasiano, per quanto s'intendeva de' suoi costumi, esser fama che Giovanni fosse vergine.
Stamane ho cacciato a sassate un organetto che mi sonava sotto la finestra.
A Satana – Citazioni
Via l'aspersorio, / prete, e 'l tuo metro! / no, prete, Satana / non torna in dietro! (vv. 21-24)
Nella materia / che mai non dorme, / re dei fenomeni, / e delle forme, / sol vive Satana. (vv. 37-41)
E già già tremano / mitre e corone: / dal chiostro brontola / la ribellione, / e pugna e prèdica / sotto la stola / di fra' Girolamo / Savonarola. (vv. 153-160)
Gitta i tuoi vincoli, / uman pensiero, / e splendi e folgora / di fiamme cinto; / materia, inalzati: / Satana ha vinto. (vv. 163-168)
Bozzetti e scherme
[...] il Regaldi considera con roseo ottimismo tutte le cose e gli uomini tutti. Egli, come ogni poeta da natura e nello stato di natura, è buono. Ammira facilmente, facilissimamente loda; per lui non vi sono né scuole, né partiti, né sette: cita Giuseppe Mazzini e il commendatore Minghetti; ama il Cibrario e il Brofferio; il Prati, Norberto Rosa ed il Révere. È un uomo egregio, che vi apre le braccia e vi sorride di primo acchito; che si esalta della sua stessa parola, e prorompe nella lirica. La sua critica in fatti non è altro che lirica. (p. 9)
Vignola è bella terra che giace un po' come Firenze (si licet con quel che segue), se non che ha più apertura e più sfondo, a piè dell'Appennino, tra bei colli e bei fiumi. Benedetta di ubertà e d'ingegno, produsse il Barozzi il Muratori e il Paradisi; e produce cavoli stupendi, a cui non ho veduto gli eguali nelle mostre agrarie d'Italia. Rammento i cavoli, e frutte vistosissime, e prosciutti molto promettenti; perché alla commemorazione delle glorie passate vollesi unire la dimostrazione del lavoro presente in una esposizione d'agricoltura e d'industria. E fu ottimo consiglio. L'Italia è stata troppo inebriata finora d'idealismo: per me un bel cavolo e ben coltivato è cosa molto più estetica di cinquecento canti della poesia odierna e di mille cento articoli della stampa anche di opposizione. (p. 104)
[...] le Operette morali e i Pensieri sono di quelle scritture che "гоdono a scorza a scorza", come Dante direbbe, il cuore e il cervello dal quale escono. (p. 162)
Uomo di tre anime lo avrebber chiamato gli antichi: noi nel totale meraviglioso del suo lavoro dobbiamo anche singolarmente ammirare la ramificazione logica delle ricerche, il progressivo abbarbicare degli studi, il sapiente indentamento delle molte ruote della sua operosità intellettuale in tanti congegni e tutti di effettiva utilità, e più ancora la perseveranza, la coerenza, la virtù, con le quali quel nobilissimo ingegno vide, segui, raggiunse l'unità finale. (pp. 301-302)
Il Barbier – discorriamo un po' di politica, se pure la politica quando passi per l'arte ha da chiamarsi ancora così –, non ostante i suoi entusiasmi per la grande populace, non era mica un dantoniano, e, tanto meno, un hebertista. Saltando su la restaurazione e l'impero conquistatore, egli fermavasi, è vero, alla repubblica vittoriosa, giusta, costumata, illuminata, che fu l'ideale dei migliori di Francia per più anni dopo il '93. Ma egli, come tutti quasi i cresciuti dopo il '15, era inzuppato di quell'idealismo che avendo per alimentatore il cristianesimo civile coronava il suo quieto e quasi lunare irraggiamento co 'l mistico alone del romanticismo liberale. (pp. 331-332)
Egli il poeta, traeva nella pubblica luce il quarto Stato e le sue piaghe, non per politica o previsione ch'egli avesse del prossimo avvenire; ma per un sentimento di benigna equità, direi quasi di carità, direi quasi di sdegno evangelico contro i godenti e i trionfanti del secolo; si spingeva fino al socialismo, ma all' ombra della croce. Simile in ciò a molti di quella nobile ma debole generazione romantica. (pp. 332-333)
La della contessa Gozzadini a me piace ricercarla nell'amena solitudine di Ronzano più ancora che nel salottino pompeiano del suo palazzo di via Santo Stefano, ove pure lo spirito di lei scattava cosi luminoso dall'attrito della varia conversazione. Io amo ricollocarla lassù, tra quelle grandi querce, tra quei cipressi nella loro vecchiezza immobili quasi di secoli. Ella, che in gioventù dipinse il paesaggio, che era cresciuta in mezzo a' poeti, aveva della natura un sentimento e una percezione profonda, e sapeva farsene una rappresentazione affettuosa e prossima più che i paesisti e poeti italiani, troppo vagando sui colori e la superficie, non usino avere e rendere. (pp. 373-374)
Quando conobbi da prima la contessa Gozzadini, mi parve di ravvisare specialmente nelle linee degli angoli frontali i tratti del viso di Dante. Non lo dissi allora; ma un artista di poi mi notò con più franca asseveranza quello che a me era parso vedere: e ora leggo fatta la stessa osservazione da uno scienziato americano, e so che lo zio Serego offeriva una strana somiglianza co 'l ritratto dell'Alighieri. (p. 374)
La contessa Gozzadini avendo, oltre il nobil sentire, un singolar temperamento di facoltà vive fini ed argute, di ciò che sentiva e osservava s'era avvezza a rendersi ragione, facendosene un concetto suo ed esprimendolo con verità ferma e immediata. Non enfasi mai, ch'è indizio di anima debole e falsa: non sentimentalità, ch'è accusa d'anima debole e dura: un gran disprezzo della volgarità, vizio ormai comune in basso ed in alto: un ragionar fitto, serrato, giusto, con un guardarvi fiso e chiaro negli occhi, con lampi d'amori e di sdegni, e di quando in quando uno scatto o una scrollata di spalle, poetica, ghibellina. (p. 382)
Leggeva Dante, e se ne recava seco il volume anche nelle ascensioni alpine; ma non lo teneva in mostra, né mai ne le udii far citazioni e sol una ne ho veduta nelle lettere. Grande amica dell'Aleardi, e pure non baciava mai le amiche, e non diceva angelo né anche alle bambine. Così forte uscì dalla fantastica morbidezza della società veronese, cosi schietta passò tra la compassata e liscia gravità bolognese: senza sforzi e atteggiamenti da originale, temperando la franchezza con una gran gentilezza signorile. (p. 382)
Se la poesia è e ha da essere arte, ciò che dicesi forma è e ha da essere della poesia almeno tre quarti. Un poeta che trascuri la forma non è un poeta: è uno che ha in grandissima stima sé stesso e in assai basso concetto il prossimo suo, co 'l quale in somma egli tratta cosi: – Vedi, tu devi leggere questa roba, non perché sia poesia, ma perché è la del mio cervello e la secrezione del mio cuore: il qual cuore e il qual cervello sono gli organi privilegiati di quel grande idealista, di quel gran realista, di quel grande umorista, di quel bellissimo Endimione della natura che sono io –. (p. 420)
Egli tradusse Meleagro e traduce Catullo con rara agevolezza e felicità, e ha insieme un debole per la letteratura moderna, specialmente francese. Così tra per la facilità dell'ingegno suo fiorentino e per lo snodamento, acquistato con la coltura e l'esercizio, delle facoltà e tendenze estetiche, egli sgomitola i versi e i metri più difficili che non par fatto suo, e le forme scabre e malagevoli ad altri gli sguisciano levigate e lucide dalla mano, e certe stranezze cercate paiono nel suo stile naturali. Ma a questa sua elegante facilità il Mazzoni, diciamolo sùbito, si lascia andare un po' troppo; e qualche volta dà per rappresentazione fantastica la fosforescenza della frase solleticata dal metro, e all'atteggiamento esterno non ha rispondente sempre un movimento interno dello spirito o un guizzo dell'idea. (pp. 420-421)
Ceneri e faville
Ai giudizi dei nemici vuolsi avere sempre la debita osservanza. (serie prima, p. ii)
Fratelli, / per diverse terre le vostre ossa / per l'Italia tutta il nome, / ma la religione di voi è qui / e passa / di generazione in generazione / ammonendo / che scienza è libertà. (serie prima, p. 76)
Così benedetta da Dio di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono. (dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di Giacomo Leopardi, serie terza e ultima; p. 26)
[...] verrà il giorno che il Severo e Clemente, liberatore della città, amatore del mondo, tribuno augusto Francesco Coccapieller, sfromboli giù per il Corso a furia di sferzinate il Parlamento italiano a correre il palio, ignudo. (serie terza e ultima; p. 261)
Confessioni e battaglie – Serie prima
È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (p. 122)
[...] la letteratura che da due secoli ha dato e dà forme più logiche, più spigliate, più facili al pensiero moderno è senza dubbio la francese, e per la letteratura di Francia son passate e sonosi mescolate le diverse correnti del genio moderno [...]. (p. 167)
I giovini non possono generalmente esser critici; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (p. 170)
[...] la repubblica, per me, è l'esplicazione storica e necessaria e l'assettamento morale della democrazia ne' suoi termini razionali: la repubblica, per me è il portato logico dell'umanesimo che pervade ormai tutte le istituzioni sociali. (p. 270)
Confessioni e battaglie – Serie seconda
L'arte, come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (p. 53)
Riprendemmo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (p. 209)
Guglielmo Oberdan / morto santamente per l'Italia / terrore ammonimento rimprovero / ai tiranni di fuori / ai vigliacchi di dentro. (p. 223)
[...] l'Inghilterra [...] vanta la più originale e la più libera e la più vera delle letterature moderne [...]. (p. 453)
E la nuova generazione ha il diritto di farsi avanti e che non gli s'impedisca il terreno alle prove, tanto più che parecchi di quei gagliardi hanno valore e destrezza al maneggio più che non vogliasi o non s'infinga credere dai mal disposti. Ahi triste cosa l'invidia alla gioventù! e brutto segno di piccolo e pigro animo nelle persone e di vecchiezza degenerante ne' popoli l'odio a ciò che è o vuole o pare esser nuovo! Ma le mosche, per altro, le mosche cocchiere sono pur le male bestie e noiose! Si fermano alla prima osteria e van ronzando negli orecchi alla gente – Vedete là quella carrozzaccia tutta stinta e sdrucita e sgangherata, co' sedili che paiono schiene d'asini pelati, con una rota sola e mezzo timone? Quella è la carrozza del nostro paese. Ma ora veniamo in questo paese a rifarla, e ci abbiamo attaccato un Pegaso Pacolet, e sono io che guido. Zu, zu, zu. – A un viaggiatore scappa la pazienza e tira una cenciata – Va via, brutta bestia. (pp. 469-470)
Della «Canzone di Legnano» – Citazioni
Ed allora per tutto il parlamento / trascorse quasi un fremito di belve. (vv. 115-116)
Venne il dì nostro / (o milanesi), e vincere bisogna. (v. 122-123)
Giambi ed epodi – Citazioni
Coraggio, amici. Se di vive fonti / córse, tócco dal santo, il balzo alpin' / a voi saggi ed industri i patrii monti / iscaturiscan di fumoso vin; // del vin ch'edúca il forte suolo amico / di ferro e zolfo con natia virtú: / co 'l quale io libo al padre Tebro antico, / al Tebro tolto al fin di servitù. (Agli amici della valle Tiberina, I, vv. 29-36)
Oh non per questo dal fatal di Quarto / lido il naviglio de i mille salpò, / né Rosolino Pilo aveva sparto / suo gentil sangue che vantava Angiò. (La Consulta araldica, XI, vv. 25-28)
Maledetta / sii tu, mia patria antica, / su cui l'onta de l'oggi e la vendetta / de i secoli s'abbica! (In morte di Giovanni Cairoli, XIII, vv. 117-120)
La nostra patria è vile. (In morte di Giovanni Cairoli, XIII, v. 132)
Impronta Italia domandava Roma, / Bisanzio essi le han dato. (Per Vincenzo Caldesi, XVIII, vv. 27-28)
E un popol morto dietro a lui si mise. // Esule antico, al ciel mite e severo / leva ora il volto che giammai non rise, / — tu sol — pensando — o idëal, sei vero. (Giuseppe Mazzini, XXIII, vv. 11-14)
Ma voi siete cristiane, o Maddalene! / Foste da' preti a scuola. / Siete moderne! avete ne le vene / l'Aretino e il Loiola. (A proposito del processo Fadda, XXIX, vv. 45-48)
E il sol nel radiante azzurro immenso / fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano / folgora, e con desio d'amor più intenso / ride a' monti de l'Umbria e al verde piano. (Il canto dell'amore, XXX, vv. 37-40)
Da le vie, da le piazze gloriose, / ove, come dal maggio ilare a i dì / boschi di querce e cespiti di rose, / la libera de' padri arte fiorì; [...]. (Il canto dell'amore, XXX, vv. 81-84)
Giambi ed epodi – Citazioni sui Giambi ed epodi
L'esperienza dei Giambi ed Epodi fu di grande momento per gli sviluppi che ebbe, perché questa immersione nelle passioni politiche, succeduta a un periodo di quasi assoluta solitudine, potenziò nel Carducci il senso di quel realismo naturalistico, a cui era portato da tendenze congeniali, e gli forni nuove intuizioni e nuova lingua; onde, placati i contrasti e toccata la parte più profonda e migliore di se stesso, raggiunta una virile armonia interiore nella trionfale conquista di una sana e schietta coscienza nazionale, sorse sopra tutti i dissidi e le intime lotte e contraddizioni, il vate della terza Italia, il cantore di Roma e degli eroismi del Risorgimento, il grande prosatore dei Discorsi e il poeta glorioso delle Rime Nuove e delle Odi Barbare. (Giulio Bertoni)
Juvenilia – Citazioni
O de l'italo agon supremo atleta / misurator, di questa setta imbelle, / che stranïata il sacro allòr ti svelle / che vuol la santa bile irrequïeta? // E a qual miri sai tu splendida meta / ed a che fin drizzato abbian le stelle / questa età che di ciance e di novelle / per quanto ingozzi e più e più si asseta? (Vittorio Alfieri, XLIII, vv. 1-8)
Forti sembianze di novella vita / circondar la tua cuna, / o re del canto che più alto mira. / Gentil virago ardita, / quale non vider mai le argive sponde / né le latine, e d'amor balda e d'ira, / te venìa la bella / toscana libertade; e il pargoletto / già magnanimo petto / ti confortava de la sua mammella. / Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, / mite insieme ed austera, / venne la fede; e per un popoloso / di visioni e d'ombre oscuro lito / la porta ti mostrò dell'infinito. (Dante, LX, vv. 1-15)
Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, / che al mondo se' degli animali rari, / furono prima i ciuchi o i somari? / e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? // Anco: il cervel, se fior te n'è restato, / è isoscelo o scaleno o ha lati pari? / Se' tu l'ambasciador de' calendari, / o un parallelogrammo battezzato? (A un geometra, LXX, vv. 1-8)
Or chi pria leverà d'Italia il grido / spezzando il vario, infame, antico freno? / Di martiri e d'eroi famoso nido, / voi Modena e Bologna. Oh al dì sereno // di libertà cresciute, anime altere / tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli / e gli orrendi martòri in prigion nere, // voi ne' tedeschi e ne' papali artigli / chi più mai renderà, poi che un volere / raccoglie alfin de la gran madre i figli? (Modena e Bologna, XC, vv. 5-14)
Frasi da «Odi barbare»
Lieta del fato Brescia raccoltemi, / Brescia la forte, Brescia la ferrea, / Brescia leonessa d'Italia / beverata nel sangue nemico. (Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia, libro I, vv. 37-40)
Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte / nume Clitumno! (Alle fonti del Clitumno, libro I, vv. 25-26)
Roma, ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: / accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce. (Roma, libro I, vv. 1-2)
Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico / tempio avvolgendosi, l'Alighier trepido / cercò l'immagine di Dio nel gemmeo / pallore d'una femina. (In una chiesa gotica, libro I, vv. 21-24)
Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna, / e il colle di sopra bianco di neve ride. (Nella piazza di San Petronio, libro I, vv. 1-2)
[...] quando Odoacre dinanzi a l'impeto / di Teodorico cesse, e tra l'èrulo / eccidio passavan sui carri / dritte e bionde le donne amàle // entro la bella Verona, odinici / carmi intonando: raccolta al vescovo / intorno, l'italica plebe / sporgea la croce supplice a' Goti. (Davanti il Castel Vecchio di Verona, libro I, vv. 5-12)
[...] una gran tazza argentea, // cui placido olivo per gli orli nitidi corre / misto a l'eterno lauro. (Sirmione, libro I, v. 4)
Breve ne l'onda placida avanzasi / striscia di sassi. Boschi di lauro / frondeggiano dietro spirando / effluvi e murmuri ne la sera. | [...] | Par che da questo nido pacifico / in picciol legno l'uom debba movere / secreto a colloqui d'amore / leni su zefiri, la sua donna / fisa guatando l'astro di Venere. (Scoglio di Quarto, libro I, vv. 1-4, 9-13)
Superba ardeva di lumi e cantici / nel mar morenti lontano Genova / al vespro lunare dal suo / arco marmoreo di palagi. (Scoglio di Quarto, libro I, vv. 29-32)
Fulgida e bionda ne l'adamantina / luce del serto tu passi. (Alla Regina d'Italia, libro I, vv. 29-30)
Già il mostro , conscio di sua metallica / anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei / occhi sbarra; immane pe 'l buio / gitta il fischio che sfida lo spazio. (Alla stazione in una mattina d'autunno, libro II, vv. 29-32)
Oh qual caduta di foglie, gelida, / continua, muta, greve, su l'anima! / io credo che solo, che eterno, / che per tutto nel mondo è novembre. (Alla stazione in una mattina d'autunno, libro II, vv. 53-56)
Quale una incinta, su cui scende languida / languida l'ombra del sopore e l'occupa, / disciolta giace e palpita su 'l talamo, / sospiri al labbro e rotti accenti vengono / e súbiti rossor la faccia corrono || [...] Chinatevi al lavoro, o validi omeri; / schiudetevi agli amori, o cuori giovani; / impennatevi a sogni, ali dell'anime; / irrompete alla guerra, o desii torbidi: / ciò che fu torna e tornerà nei secoli. (Canto di marzo, libro II, vv. 1-5, 26-30)
[...] vacche del cielo [...]. (Canto di marzo, libro II, v. 11)
L'ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge, / sol nel passato è il bello, sol ne la morte è il vero. (Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley, libro II, vv. 3-4)
Ah, ma non ivi alcuno de' novi poeti mai surse, / se non tu forse, Shelley, spirito di titano, / entro virginee forme. (Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley, libro II, vv. 41-42)
Dicono di «Odi barbare»
Le Barbare sono serti di fiori posti su delle tombe; o corone di cipresso appese ad abbandonate are votive. Il Carducci è apparso come un superstite di altri tempi, venuto a narrare a noi delle saghe antiche, che il secolo desueto non intendeva oramai più. E della sua solitudine ebbe anch'egli coscienza. Onde quella tristezza elegiaca di parecchie, delle più belle e più sincere forse, delle Odi barbare, quella quasi nostalgica adorazione di rovine: quel sentirsi sfiorare dolcemente la fronte dall'ala trista dei secoli: quel desiderio di essere tratto dai fiumi eterni verso l'eterno nulla [...]. (Eugenio Donadoni)
Rime e ritmi – Citazioni
Contessa, che è mai la vita? / È l'ombra d'un sogno fuggente. / La favola breve è finita, / il vero immortale è l'amor. (Jaufré Rudel, vv. 73-76)
Salve, Piemonte! A te con melodia / mesta, da lungi risonante, come / gli epici canti del tuo popol bravo, / scendono i fiumi. // Scendono pieni, rapidi, gagliardi, / come i tuoi cento battaglioni, e a valle / cercan le deste a ragionar di gloria / ville e cittadi. (Piemonte, 9-16)
[...] e da Superga nel festante coro / de le grandi Alpi la regal Torino / incoronata di vittoria, ed Asti / repubblicana. (Piemonte, vv. 33-36)
[...] oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, / re per tant'anni bestemmiato e pianto, / che via passasti con la spada in pugno / ed il cilicio / al cristian petto, italo Amleto. (Piemonte, vv. 65-69)
Italia / assunta novella tra le genti. (Cadore, vv. 163-164)
A te, porgente su l'argenteo Sile / le braccia a l'avo da l'opima cuna, / ne la festante ilarità senile / parve la vita accorrere con una // marïonetta in mano. Al sol d'aprile / te fuggente la logica importuna / presago accolse il comico navile / veleggiando la tacita laguna. (Carlo Goldoni, I, vv. 1-8)
Quando, novello Procida, / e più vero e migliore', innanzi e indietro, / arava ei l'onda sicula; [...]. (Alla figlia di Francesco Crispi, vv. 17-19)
Seco venga a' lidi tuoi / fe' d'opre alte e leggiadre, / o isola del sole, o tu d'eroi / Sicilia antica madre. (Alla figlia di Francesco Crispi, vv. 29-32)
[...] come, o Ferrara, bello ne la splendida ora d'Aprile / ama il memore sole la tua pace! (Alla città di Ferrara, vv. 5-6)
Salve, Ferrara, co'l tuo fato in pugno / ultima nata, creatura nova / de l'Appennin, del Po, del faticoso / dolore umano! (Alla città di Ferrara, vv. 93-96)
Ombra d'un fiore è la beltà, su cui / bianca farfalla poesia volteggia: / eco di tromba che si perde a valle / è la potenza. (La chiesa di Polenta, vv. 13-16)
Fuga di tempi e barbari silenzi / vince e dal flutto de le cose emerge / sola, di luce a' secoli affluenti / faro, l'idea. (La chiesa di Polenta, vv. 17-20)
Frasi da «Rime nuove»
Breve e amplissimo carme [...]. (Al sonetto, III, v. 1)
Pur ne l'ombra de' tuoi lati velami / gli umani tedi, o notte, ed i miei bassi / crucci ravvolgi e sperdi: a te mi chiami, / e con te sola il mio cuor solo stassi. // Di quai d'ozio promesse adempi e sbrami / gl'irrequïeti miei spiriti lassi? / E qual doni potenza a i pensier grami / onde a l'eterno o al nulla errando vassi? // O diva notte, io non so già che sia / questo pensoso e presago diletto / ove l'ire e i dolor l'anima oblia: // ma posa io trovo in te, qual pargoletto / che singhiozza e s'addorme de la pia / ava abbrunata su l'antico petto. (Di notte, VII)
Te che solinghe balze e mèsti piani / ombri, o quercia pensosa, io più non amo, / poi che cedesti al capo de gl'insani / eversor di cittadi il mite ramo. (Colloqui con gli alberi, VIII, vv. 1-4)
Né te, lauro infecondo, ammiro o bramo, / che mènti e insulti, o che i tuoi verdi e strani / orgogli accampi in mezzo al verno gramo / o in fronte a calvi imperador romani. (Colloqui con gli alberi, VIII, vv. 5-8)
Amo te, vite, che tra bruni sassi / pampinea ridi, ed a me pia maturi / il sapïente de la vita oblio. (Colloqui con gli alberi, VIII, vv. 9-11)
Ma più onoro l'abete: ei fra quattr'assi, / nitida bara, chiuda al fin li oscuri / del mio pensier tumulti e il van desio. (Colloqui con gli alberi, VIII, vv. 12-14)
T'amo, o pio bove; e mite un sentimento / di vigore e di pace al cor m'infondi. / O che solenne come un monumento / tu guardi i campi liberi e fecondi, / o che al giogo inchinandoti contento / l'agil opra de l'uom grave secondi: [...]. (Il bove, IX, vv. 1-6)
Il divino del pian silenzio verde. (Il bove, IX, v. 14)
Siede novembre su le vie festanti / ove il maggio s'aprì de' miei pensieri, / e spettral ne la nebbia alza i giganti / templi la tua città, Dante Alighieri. // Meglio cosí; ch'io non mi vegga avanti / gli academici Lapi e i Bindi artieri: / Io vo' vedere il cavalier de' santi, / il santo io vo' veder de' cavalieri. // Forza di gioventù lieta da' marmi / fiorente, ch'ogni loda a dietro lassi / d'achei scalpelli e di toscani carmi, // degno, San Giorgio (oh con quest'occhi lassi / il vedess'io), che innanzi a te ne l'armi / un popolo d'eroi vincente passi. (San Giorgio di Donatello, XIV)
Dante, onde avvien che i vóti e la favella / levo adorando al tuo fier simulacro, / e me sul verso che ti fè già macro / lascia il sol, trova ancor l'alba novella? | [...] | son chiesa e impero una ruina mesta / cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: / muor Giove, e l'inno del poeta resta. (Dante, XVI, vv. 1-4 e 12-14)
L'albero a cui tendevi / la pargoletta mano, / il verde melograno / da' bei vermigli fior, // nel muto orto solingo / rinverdì tutto or ora / e giugno lo ristora / di luce e di calor. // Tu fior de la mia pianta / percossa e inaridita, / tu de l'inutil vita / estremo unico fior, // sei ne la terra fredda, / sei ne la terra negra; / né il sol più ti rallegra / né ti risveglia amor. (Pianto antico, XLII)
Maggio risveglia i nidi, / maggio risveglia i cuori; / porta le ortiche e i fiori, / i serpi e l'usignol. (Maggiolata, L, vv. 1-4)
La nebbia agl'irti colli / piovigginando sale, / e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mar; // ma per le vie del borgo / dal ribollir de' tini / va l'aspro odor de i vini / l'anime a rallegrar. // Gira sui ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando: / sta il cacciator fischiando / su l'uscio a rimirar / tra le rossastre nubi / stormi d'uccelli neri / com'esuli pensieri / nel vespero migrar. (San Martino, LVIII, vv. 1-16)
Sai tu l'isola bella, a le cui rive / manda il Ionio i fragranti ultimi baci / nel cui sereno mar Galatea vive / e su' monti Aci? (Primavere elleniche II, LXIII, vv- 1-4)
De l'ombroso pelasgo Èrice in vetta / eterna ride ivi Afrodite e impera, / e freme tutt' amor la benedetta / da lei costiera. (Primavere elleniche II, LXIII, vv. 5-8)
Meglio operando oblïar, senza indagarlo; / questo enorme mister de l'universo! (Idillio maremmano, LXVII, vv. 38-39)
Odio la faccia tua stupida e tonda, / l'inamidata cotta, / monacella lasciva ed infeconda, / celeste paölotta (Classicismo e Romanticismo, LXIX, vv. 37-40)
Si volse il prete a dire: Ite. Potente / ruppe il sole a le nubi sormontando, / e incoronò d'un'iride scendente / la bella donna che sorgea pregando. / Corse tra le figure bizantine / vermiglio un riso come di pudor; / ma la Madonna le pupille chine / tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor. (Da la qual par ch'una stella si mova, LXXI, 33-40)
I cipressi che a Bólgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filar, / quasi in corsa giganti giovinetti / mi balzarono incontro e mi guardâr. (Davanti san Guido, LXXII, vv. 1-4)
Su 'l castello di Verona / batte il sole a mezzogiorno / da la Chiusa al pian rintrona / solitario un suon di corno, [...]. (La leggenda di Teodorico, LXXVI, vv. 1-4)
Sanguinosa, in un sorriso / di martirio e di splendor: / di Boezio è il santo viso, / del romano senator. (La leggenda di Teodorico, LXXVI, vv. 101-104)
[...] o noci della Carnia addio! / Erra tra i vostri rami il pensier mio / sognando l'ombre d'un tempo che fu! (Il comune rustico, LXXVII, vv. 7-9)
Cittadini di palagio, / mercanti e buon artieri; / e voi conti di maremma, / dai selvatici manieri; // voi di Corsica visconti, / voi marchesi de' confini; / voi che re siete in Sardegna / ed in Pisa cittadini; // voi che in volta del levante / mainaste or or la vela: / pria che arrossi la Verruca / e si spenga la candela, // fuori porta del parlascio, / su correte arditamente! / Su, su, popolo di Pisa, / cavalieri e buona gente! (Faida di comune, LXXIX, vv. 109-124)
Hallali', hallali, gente d'Habsburgo! / Ad una caccia eterna io con te surgo; [...]. (Ninna-nanna di Carlo V, LXXX, vv. 33-34)
Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore / che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore / la fedele di Roma, Trieste, mi mandò. (A Victor Hugo, LXXXI, vv. 49-51)
Dicono di Giosuè Carducci
A Giosuè Carducci, un dì tanto combattuto pe' suoi eccessi verbali, furono alla fine tributati onori singolari. Non solo egli fu chiamato "il poeta della terza Italia", ch'è appena cominciata, ma il Parlamento nazionale gli decretò un monumento a Roma; dove non l'hanno Virgilio, Dante, Michelangelo, Colombo, Vittorio Alfieri, primo poeta e profeta del Risorgimento, e neppure Alessandro Volta, la cui scoperta torna oggi sì possente alla civiltà del mondo. Ma a Roma era rivolta l'anima del poeta maremmano; il verso di Dante sul "gran veglio" simbolico,
E Roma guarda sì come suo speglio,si adatta a lui, avvivatore delle tradizioni italiche.
Antiromantico, antimanzoniano ed anticristiano si dichiarò apertamente Giosuè Carducci, quando poco più che ventenne incominciò a farsi conoscere nella sua Toscana. Armato di cultura pagana e classica parve dapprima scendere in campo come un restauratore del classicismo, quasi un continuatore del Foscolo e dell'Alfieri; ma non tardò ad affermare la sua personalità gettando in quella forma classica pensieri modernissimi, come nellInno a Satana che è un entusiastico saluto al progresso ed alla libertà.
Bologna era bella, amabile, degna di essere goduta con l'anima e la carne. Dietro le luminose vetrine della libreria Zanichelli aleggiava ancora lo spirito eternamente corrucciato del Carducci.
Carducci è l'ultima tempra d'uomo che abbia avuto la nostra poesia, l'ultimo poeta che nel mondo non abbia veduto soltanto se stesso, ma anche il prossimo. È un uomo quadrato, più ricco di fantasia che Pascoli e D'Annunzio e più complesso di entrambi nel suo svolgimento poetico.
Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio.
Fra i postillatori di libri delle pubbliche biblioteche dobbiamo comprendere anche Carducci: però il Carducci giovinetto, che quando egli fu più maturo nessuno lo superò nell'amore e nel rispetto dei libri, dei libri suoi, nonché dei libri altrui. Il Carducci dal 1849 al 1852, mentre era scolaro nei corsi di Umanità e di Retorica alle Scuole Pie di Firenze, frequentò la Biblioteca Nazionale, allora Magliabechiana, e Salomone Morpurgo ha voluto ricercare nei registri di quel tempo i ricordi delle letture di lui. Egli compare la prima volta nel registro il 4 dicembre 1849, e poi molte altre volte dopo, firmando talora col solo cognome, altre volte premettendovi le iniziali G. A. che richiamano anche il suo secondo nome di battesimo, Alessandro, e assai spesso anche collo pseudonimo di GAC de la Valle. In un esemplare dellAcerba di Cecco d'Ascoli, in fine del libro V, sotto i versi della famosa invettiva contro Dante, così il Carducci scrisse di suo pugno: Questo poeta, dopo che tanto e tanto ciarlato ha, Niuno l'ha inteso e niun lo intenderà. G. Carducci, E. Nencioni: 20 giugno 1850.
Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi Studi letterarî uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno.
Gli italiani nuovi sono stati tutti più o meno scolari del Carducci; hanno imparato alla sua scuola qualche cosa.
Egli insegnava non soltanto dalla cattedra e coi libri, ma con la persona e quasi con l'aspetto soltanto, maschio e severo, con tutto l'esempio di una vita spesa nel lavoro assiduo e glorioso, con tutta la forza di verità e di schiettezza che si comunicava dalla sua presenza muta.
Il Carducci è l'ultimo dei poeti dell'Italia antica, più che il primo dei poeti dell'Italia nuova.
Il provincialismo del Carducci trova una delle sue origini nel fatto che la sua formazione risorgimentale (e di un risorgimento particolarmente chiuso alle istanze europee) si prolungò per tutta la sua vita la quale invece si svolse quasi per intero nel periodo posteriore al Risorgimento. Di qui una sfasatura tra l'immobilità del suo ideale nazionale, dedotto letterariamente dalla nostra tradizione classica, ed il contemporaneo svolgersi della realtà italiana ed europea.
L'ispirazione carducciana è figlia dell'erudizione, e il Carducci è così strano poeta che, dopo d'avere incominciato tardi a produrre i suoi , lascia trascorrere anni ed anni tra l'uno e l'altro e ne produce pochissimi.
La storia nell'anima di Carducci, con buona pace del suo metodo storico, è quasi sempre una proiezione di presente negli sfondi lontani, per dargli autorità e obiettività. La storia in Carducci è polemica. Poeta della storia potrebbe al più significare poeta drammatico, e Carducci non creò una persona artistica fuori della sua personalità lirica.
Ma non si può né si deve dire che Giosuè Carducci sia il poeta di un'epoca, l'uomo rappresentativo di qualche cosa come una civiltà. No. Nell'opera sua manca ogni creazione di idee. Carducci deriva, non crea; e deriva non soltanto il pensiero che, del resto, in lui è sempre allo stato frammentario, dai Greci, dai Latini, dai Tedeschi e dai Francesi; ma anche l'immagine. È forse difficile sostenere che nell'opera poetica e prosastica del Carducci esista una immagine tutta carducciana.
Per il Carducci la fede non fu la grande affaire. Se oggi impreca al semitico nume, se domani esalta l'umil saluto dell'ave, egli non obbedisce a credenze profonde ma a due motivi, uno di serenità uno di malinconia, sorgenti, a distanza di anni, nella sua anima. Raccontano che in una placida notte, contemplando il cielo stellato, esclamasse: credo in Dio. L'aneddoto è verosimile (anche a proposito del Voltaire se ne riporta uno di tal genere), e sta a dimostrare il carattere lirico di codeste sue affermazioni. Credeva in Dio quella notte perché, secondo lo stile biblico, le meraviglie del creato gli parlavano di lui; ma il giorno dopo, nel lavoro consueto, spenta la luce stellare, il Dio notturno scompare nel panteismo dell'universo.
Quando il Carducci morì, parve per un momento che la sua statura morale dovesse oscurare a lungo quelle della generazione a lui contemporanea e di altre successive che avrebbero dovuto attingere alla poesia gli ideali e alla personalità morale di lui norme di vita. In verità scompariva e scendeva con lui nella tomba una Italia che i panegiristi, i chroniqueurs, i falsi scolari, i critici maggiori e minori credevano d'intendere, gridando a gran voce con lagrime di dolore le lodi di un uomo che, vivo, si sarebbe violentemente e rudemente liberato di quel coro profano: che non sarebbe stato né posa né gesto platonico, come non erano state ciò le ribellioni del Carducci alla esaltazione cieca della sua personalità poetica e .
Quando pensiamo al Carducci uomo non sappiamo separare questo dagli altri elementi del suo carattere morale, sicché noi lo vediamo ancora un po' come il maestro e il consigliere di tutte le generazioni. Per altro egli rimane ancora vivo nella coscienza di tutti, anche se ad uso d'una certa coscienza giovanile in formazione è stato ridotto a pezzi d'antologia i quali non danno la misura né del carattere morale né del carattere poetico di lui. Rimane nella scuola, perché la scuola è la più conservatrice di tutte le istituzioni.
Questa concezione formalistica della poesia come un mestiere artistico infinitamente difficile, e come tale da prendere molto sul serio, ha per il Carducci una grande seduzione anche perché a lui di rado è concesso di mettere in armonici versi un puro avvenimento personale, i propri dolori e le proprie gioje. Non che egli mancasse di calore e di sincerità di sentimento. La morte della madre, e specialmente la perdita dell'unico , gli toccarono profondamente il cuore. Ma egli era troppo virile ed anche troppo schivo per abbandonarsi a lamenti poetici, all'incirca come il piagnucoloso Pascoli. La poesiola Pianto antico, sulla morte del figlio, ci tocca così profondamente appunto perché è quasi l'unica lacrima nell'occhio di un uomo forte, che non è solito piangere.
Sul Giosuè Carducci, scrissi due libri per dire alle genti: L'uomo di cui avete fatto l'apoteosi fu un volgare tornacontista, ed eccone qua le prove:
– Egli cantò la bianca croce di Savoia: ma a Versailles aveva già – con l'ajuto di Emanuele Kant – decapitato un re.
– Egli, nell'Adige, celebrò il re Umberto: ma nell' Anniversario della Repubblica aveva già detto corna della monarchia.
– Egli chiamò il Giuseppe Mazzini: «Ezechiele in Campidoglio»; ma aveva già chiamato il Mazzini: «il sultano della libertà che mandava sicari ad ammazzare i galantuomini.»
– Aveva cantato il diavolo in un inno che fece andare in visibilio tutti i marinatori delle scuole d'Italia, onde era salito, di primo acchito, alla gloria di poeta di Satana; ma poscia quell'inno egli chiamò chitarronata, e ragazzacci sgrammaticanti chiamò coloro che, a causa di quell'inno, avevano strombazzato il suo nome alle quattro plaghe del mondo.
– Aveva schiaffeggiato il Galileo di rosse chiome e decapitato Dio con l'ajuto del Robespierre; ma poscia inneggiò alla chiesa di Polenta, alla dolce figlia di Jesse, a Dio ottimo massimo.
Tutti conoscono l'attività filologica ed erudita del Carducci; ma forse non tutti si rendono esattamente conto dell'intensa ansia studiosa che lo afferrò dopo la stampa della prima raccolta di Rime e lo tenne chino su libri e codici durante più di tre lustri a preparare edizioni, curate con esattezza e scrupolo esemplari, di scrittori scelti fra quelli a lui più cari: Cino da Pistoia, Lorenzo de' Medici, il Poliziano, il Tassoni, Salvator Rosa, l'Alfieri, il Monti, ecc. Era sua ferma persuasione che «solo una coltura filologica superiore» possa «rendere il concetto e l'uso e il vero intendimento storico della nostra letteratura».
Un altro poeta, forte e geniale, dimostra nell'opera sua l'indole scultorea spiccatissima: poeta contemporaneo, latinamente italiano fin nelle midolla: Giosuè Carducci.
Abbiamo veduto che Dante, come poeta scultore, è l'anima di Michelangelo che parla in voce di poesia, vedremo ora che il Carducci rispecchia invece nell'opera sua ora la classica plasticità di Houdon, ora la forza atletica di Puget, ora l'impetuosità del moto di Francesco Rude.
Egli è insomma un ingegno moderno, figlio del nostro secolo, perché rivela nella sua poesia certi fremiti di vita, certe singolari movenze leonine che gli antichi, né in scultura, né in pittura, né in poesia non conobbero mai.
Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!).
Il Carducci fu sempre un irredentista, se al vocabolo diamo il significato di chi voleva la unità completa della patria, e la patria degna del suo destino. E accenni frequenti trovansi nei Levia gravia e specie nei Giambi ed Epodi. Ma ci fu un fatto che molto contribuì a richiamare la mente del Carducci sui popoli dell'Istria e del Trentino che aspettavano, che sospiravano la rivendicazione: la sua visita a Trieste nel 1878. Come ridire le accoglienze festose, affettuose, commoventi, di fratello al maggior fratello che egli vi ebbe? Come ripetere la impressione profonda che in lui destarono le fiorenti terre e i bianchi casolari e le soleggiate città che si stendono lungo la costa dei golfi di Trieste e del Quarnaro?
Il Carducci ribelle irriducibile degli anni che corsero dal 1867 al 1878, il bestemmiatore, come lo dissero i suoi avversari, dell'Italia, che chiamava vile per viemeglio spingerla all'azione, si andava lentamente cambiando, o meglio intonandosi ai tempi che pure essi cambiavansi per condizioni e fatti nuovi. Il repubblicano violento veniva smorzando lentamente le fiamme della ribellione e l'astio contro la monarchia; sebbene in ogni tempo rifulgesse in lui quell'amore all'Italia, quel santo affetto di patria, che lo aveva mosso a scrivere e a operare sino dagli anni più lontani. E continuava a ripetere a tutti, e in tutti i toni, che l'Italia era fiacca, che si appagava ormai solo di parole vane, di alti gridi; e occorreva invece por mano alle opere; e occorreva una nuova educazione sapientemente democratica; un senso della realtà, un solido piano di ricostruzione del paese, un coordinamento al nobilissimo fine di fare l'Italia, ora che gli Italiani erano tutti uniti in Roma.
L'alleanza italo-austriaca irritò il Carducci, che aveva sempre dinanzi le mal vietate Alpi retiche e giulie; l'assassinio di Oberdan gli andò diritto come una lama aguzza al cuore.
E ferito entro l'anima, còlto come da una crisi divina e furibonda, cantò; cantò in prosa, con una veemenza, con una forza, con un ardore che solo in pochi momenti della ispirazione carducciana può riscontrarsi. Tutto egli sentì il problema dell'irredentismo, tutta egli vide la vergogna di un'alleanza con l'Austria che ci spegneva i figli, tutto il rancore intese ridestarsi dentro contro la secolare tormentatrice del popolo e del sangue italiano.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026