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Intellettuale: frasi e citazioni
57 citazioni di 44 autori
Che cosa hanno detto scrittori, filosofi e poeti su intellettuale? Ecco 57 citazioni con l'autore di ciascuna.
Frasi su «intellettuale»
All'intellettuale spetta il compito di seminare il dubbio, di testimoniare della diversità, di dimostrare, con le sue perplessità, quanto sia inutile e pericoloso avere le idee troppo chiare.
C'è una parte, e sottolineo una parte, di intellettuali che sembra vivere fuori dal mondo, e guarda solo al suo nobile orticello.
Che cos'è un intellettuale? Per parte mia limitò l'uso di questa parola nel modo seguente: è uno studioso o un artista (categoria che include anche gli scrittori) che non si accontenta di fare opere scientifiche o di creare opere d'arte, di contribuire dunque al progresso della verità o allo sviluppo del bello, ma che si sente anche toccato dal problema del bene pubblico. Dei valori della società in cui vive e che partecipa quindi al dibattito su quei valori. L'intellettuale, secondo questa definizione, si situa a uguale distanza dall'artista o dallo studioso che non si preoccupa della dimensione politica ed etica del suo lavoro, come dal politico e dal propagandista di professione, che non produce alcuna opera.
Comunque agisca l'intellettuale, sbaglia. Egli sperimenta radicalmente, come una questione di vita, l'umiliante alternativa di fronte alla quale il tardo capitalismo mette segretamente tutti i suoi sudditi: diventare un adulto come tutti gli altri o restare un bambino.
Così i cosiddetti intellettuali impegnati sono sempre più relegati ai margini dei fatti nazionali. Tra poco non conteranno più niente, assolutamente niente.
Esiste una tradizione di odio verso gli intellettuali tutta di destra, da Hofstadter all'"intellettuali dei miei stivali" craxiano: bisogna badare a non fomentare certe posizioni.
Gli arguti intellettuali trancian pezzi e manuali, / poi stremati fanno cure di cinismo, / son pallidi nei visi e hanno deboli sorrisi / solo se si parla di strutturalismo.
Gl'intellettuali italiani che preferiscono aver ragione da soli piuttosto che torto con gli altri, sono pochi. I più seguono la massima di Toulet: «Quando i lupi urlano, urla con loro».
Gli intellettuali, da un punto di vista politico, non si dividono in quelli di sinistra, quelli di centro, quelli di destra. Si dividono fra i democratici, pochi, e gli altri. I primi sono quelli che rispettano la gente, pensano di rivolgersi a qualcuno che in fondo è più o meno come loro. Gli altri pensano che la gente sia un insieme di simpatici ed entusiasti imbecilli, utili per arrivare al successo.
Gli «intellettuali» purtroppo hanno nel movimento operaio gli stessi privilegi che nella società borghese.
Gli intellettuali si alleano alla forza politica illudendosi talvolta di orientarla; più spesso ne diventano i burattini, sia pure burattini di lusso.
Gli intellettuali si sforzano di stabilire certezze, mentre il loro mestiere è seminare dubbi.
Gli intellettuali sono come la mafia. Si uccidono solo tra loro.
Gli intellettuali sono pecore che hanno bisogno di un protettore: in Italia sono tutti vigliacchi, quindi di sinistra. Di non allineati ne conosco pochissimi.
Gli intellettuali vivono vendendo il loro lavoro intellettuale, e chi lo compra è la borghesia; dunque nella lotta di classe del Socialismo essi non hanno a che vedere; entrando nel Socialismo, essi non fanno altro che accollare alla classe lavoratrice i loro interessi borghesi, ribattezzandoli di propria autorità come rivendicazioni «socialiste».
I crimini più odiosi dell'ex Jugoslavia hanno avuto il sostegno entusiasta degli intellettuali, cioè delle persone la cui istruzione e reputazione avrebbero dovuto rassicurarci. […] Invece di usare la propria autorevolezza contro la guerra, la maggior parte degli intellettuali serbi ha scelto di fare da guida al popolo giustificando "scientificamente" la violenza, purché servisse a raggiungere l'obiettivo proclamato: "la grande Serbia etnicamente pura". […] L'impegno politico degli intellettuali serbi fu decisivo per creare un'immagine dei musulmani bosniaci come alieni e per alimentare il sistema del genocidio. Professori, poeti, accademici, biologi, scrittori, pittori, matematici, attori, affermavano che "i musulmani sono geneticamente inferiori", che "la Bosnia è uno Stato-mostro", che "i serbi sono il popolo superiore", che "un convertito all'Islam è peggiore di un turco", che "l'Europa ci sarà grata perché in Bosnia abbiamo difeso i valori e la cultura cristiana", che "i musulmani sono infedeli e assassini a sangue freddo", che i bosniaci musulmani "soffrono di frustrazione rettale", e che hanno "predisposizione al furto, una totale mancanza di etica e avidità di potere".
Il compito dell'intellettuale è esplorare il massiccio inconscio dell'uomo collettivo.
– Il guaio con me, Gabrielle, è che appartengo a una razza in estinzione, a quella degli intellettuali.
– Il che vuol dire che ha cervello.
– Sì, cervello senza obiettivi, rumore senza musica, forma senza sostanza. (La foresta pietrificata)
Intellettuali d'oggi / idioti di domani / ridatemi il cervello / che basta alle mie mani.
Interrogarci su una «politica» degli intellettuali è oggi importante anche perché viviamo in un momento in cui i cosiddetti «prodotti culturali», sono sempre più coinvolti nel consumismo. Sono spesso manipolati in vista di un successo immediato e labile che talora non ottengono o che dura lo spazio di un mattino. Si propongono spesso di urtare, irritare, scandalizzare (cosa anche questa molto difficile) per imporsi con il marchio di una novità assoluta, che è pura illusione. Assumono spesso la funzione e il valore di slogans destinati a incrementare lo spaccio di idee balorde e di fanatismi fittizi. E gli autori di essi non esitano a presentarsi sul palcoscenico, a recitare in costume, a dare lo spettacolo che ritengono più propizio al loro successo. [...]
Una parte dell'amara tristezza che oggi pervade il mondo degli intellettuali è dovuta appunto alla coscienza della loro perduta o diminuita autonomia decisionale, del pericolo incombente di poter sopravvivere solo come strumenti di forze che apprezzino l'opera loro solo come mezzo occasionale di successo, da buttar via quando non riesce più utile.
In sostanza l'intellettuale di questo tempo, pragmatista o scientista o materialista, è un nevrotico che cerca sfuggire alla propria inquietudine mediante un atto di fede: nel mito o nel dogma dialettico-tecnologico. Quello di cui manca veramente è il pensiero, ossia la sostanza della dialettica: ciò di cui invece si ritiene speciale portatore o possessore. Essendo invece un «portato», o un posseduto, per via d'insufficienza di pensiero.
L'errore dell'intellettuale consiste (nel credere) che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l'oggetto del sapere) cioè che l'intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il «sapere»; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell'intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporti di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (così detto centralismo organico).
L'intellettuale americano è un individuo molto astratto, estremamente tormentato. Non riesce a liberarsi dell'America e vorrebbe. Si vergogna di non poterci capire e ci invidia la nostra sciatteria, e il nostro scetticismo.
L'intellettuale che rifiuta qualsiasi responsabilità politica s'illude di essere fuori del tempo e della storia. Di fatto è un uomo che ha scelto di essere passivo e non attivo, oggetto della politica altrui invece che soggetto della politica propria.
L'intellettuale di questo tempo non pensa veramente quello che dice, ma dà valore di pensiero a ciò che egli è portato a concatenare discorsivamente.
L'intellettuale è colui che spiega perché è accaduto qualcosa che sta sotto gli occhi di tutti, ma che di per sé non è capace di fare accadere niente. L'intellettuale più audace si azzarda a prevedere quel che accadrà, e sbaglia sempre. L'intellettuale più furbo si limita a descrivere quello che sta accadendo così come sta accadendo, e si accaparra una grande fama di intellettuale.
L'intellettuale è così spesso un imbecille che dovremmo sempre considerarlo tale fino a prova contraria.
L'intellettuale è tale solo in quanto viene contrapposto agli altri uomini che intellettuali non sono.
L'intellettuale è tale solo se considerato all'interno della società.
L'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto.
L'intellettuale è uno la cui mente si osserva.
L'intellettuale italiano è sempre stato all'opposizione di ogni regime. Precedente.
L'intellettuale non ha scelta, salvo fra essere sé stesso o tradire sé stesso. Se pensa che la «felicità», come appare nelle definizioni fondamentali della teoria e della pratica dellAmerican way of life, sia preferibile, se non sospetta che la «felicità» in quasi tutte le sue forme sia il dispotismo dell'ordinario, del volgare, ha sbagliato mestiere.
L'intellettuale! Questa parola fa paura, ma nello stesso tempo fa pena. L'intellettuale di oggi è un misto di fessaggine, di pederastia e di mutria. Pur non avendo capito nulla, né di sé, né degli altri, si presenta come l'oracolo degli oracoli. Usa un linguaggio ricercato, astruso, quasi da ebete: con la convinzione di mettere a posto il mondo, e invece non mette a posto nemmeno a se stesso. E l'intellettuale, nostro contemporaneo, sta quasi collocato sempre a sinistra (mangia però a destra), vuol fare la "rivoluzione", ma spera assicurarsi che non gli venga tolto nulla.
L'uomo alberga in sé il bisogno di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua inclinazione rimane latente, solo in circostanze eccezionali essa viene alla luce: ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. [...] E non penso affatto solo alle cosiddette masse incolte. La mia esperienza dimostra anzi che è proprio la cosiddetta «intellighenzia» a cedere per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l'intellettuale non ha contatto diretto con la realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.
La vera destinazione del ceto intellettuale: il controllo supremo sul progresso effettivo del genere umano nel suo complesso, e il continuo promuovimento di questo progresso.
Molto spesso gli intellettuali sono teorici che faticano ad immedesimarsi nella vita di tutti i giorni.
Nell'uso corrente, essere un "intellettuale" non ha praticamente nulla a che vedere con il lavoro della mente: sono due cose diverse. Ho il sospetto che molte persone nelle loro botteghe artigiane, nelle loro officine di autoriparazioni e così via facciano altrettanto – se non di più – lavoro intellettuale di molta gente che sta all'università. Nel mondo universitario esistono vaste aree in cui il lavoro definito "erudito" non è altro che lavoro impiegatizio; e non credo che il lavoro impiegatizio sia intellettualmente più impegnativo che riparare il motore di un'automobile. [...] Perciò, se con "intellettuale" ci riferiamo a chi usa la sua mente, allora si tratta dell'intera società. Se con "intellettuale" ci riferiamo a chi appartiene a quella particolare classe che si occupa di imporre i pensieri, di preparare le idee per chi ha il potere, di dire a tutti che cosa devono credere e così via, be', allora il discorso cambia. Queste persone sono chiamate "intellettuali" ma in realtà assomigliano di più a una sorta di sacerdoti laici, il cui compito è preservare le verità dottrinarie della società. Da questo punto di vista, la popolazione deve essere antiintellettuale: credo che sia una reazione sana.
Noi intellettuali [...] abbiamo il dovere di rimanere lucidi fino alla fine. (8½)
– Non ho ancora conosciuto un intellettuale che non si proclami di sinistra! Affermazione che per fortuna, quasi mai trova riscontro nella loro vita o nelle loro opere.
– Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell'impossibile. (Gruppo di famiglia in un interno)
Non occorre intelletto per essere intellettuali.
Oggi questo circuito intellettuale si è molto indebolito, esiste ancora ma conta molto meno, perché c'è una segmentazione del sapere e dei circuiti. Inoltre, il linguaggio politico e la comunità politica, che una volta erano un potente veicolo per la saggistica, sono oggi in crisi. Da anni ormai il dialogo tra politica e cultura si è interrotto, anche a sinistra, con risultati dirompenti. [...] Il circuito intellettuale della saggistica si reggeva molto su questo rapporto con la politica, quindi oggi risente della sua crisi. In fondo, l'intellettuale scrive un saggio anche perché ritiene che nella sfera pubblica ci sia qualcuno capace di recepire il suo discorso. Se invece questo discorso è sistematicamente negletto, alla lunga l'intellettuale si rifugia nello specialismo.
Ottusa e faziosa speculazione degl'intellettuali di sinistra [...] vedevano la pagliuzza nell'occhio dell'America e si rifiutavano di vedere il trave nell'occhio della Russia. Il mostro per loro non era Stalin, ma quell'untorello di MacCarthy. Non credevano alla peste, ma rabbrividivano di religioso orrore al solo pensiero della varicella. Quos Deus vult perdere.
Per un intellettuale non è ammessa per nessuna ragione la distrazione, e se proprio vuoi praticarla devi imparare l'uso della «distrazione vigilante» che ti tiene in uno stato di continua perplessità.
Periodicamente nella storia gli intellettuali restano talmente colpiti dalla loro propria originale visione del vero, da sentirsi predestinati a cambiare radicalmente il pensiero umano.
Preferisco essere considerato uomo di cultura più che "intellettuale", figura che nasce nel 1700 e incarna l'utopismo senza Dio.
Provate a osservare l'atteggiamento degli intellettuali italiani quando vengono intervistati in TV: noterete subito come il loro sguardo è sempre permeato da una austera consapevolezza. Dio solo sa quali oscuri meccanismi calvinisti, fatti di complessi di colpa e di desideri di espiazione, li rendono così allergici alla comicità. Forse il motto latino «risus abundat in ore stultorum» è stato messo in giro proprio da un antenato di Moravia, di Sciascia o di Giorgio Bocca. Fortunatamente, di tanto in tanto, spunta un Einstein o un Bertrand Russell e il cielo della cultura torna a tingersi di azzurro.
Sai, gli intellettuali hanno una cosa: sono la prova che puoi essere coltissimo e non afferrare la realtà oggettiva. (Io e Annie)
Se si ha una buona idea occorre trasformarla in azione, solo così un intellettuale può avere un senso.
Sono stati l'accademismo rarefatto di Platone, l'istituzionalizzazione dell'insegnamento metafisico, la nuova definizione, in parte sofistica in parte scientifica, del filosofo e dialettico come specialista accademico dopo Socrate, a permettere il commercio opportunistico e istrionico fra intelletto e potere.
Tra intellettuali la conversazione è scambio di idee altrui.
Tutti gli uomini sono intellettuali, [...] ma non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali (così, perché può capitare che ognuno in qualche momento si frigga due uova o si cucisca uno strappo della giacca, non si dirà che tutti sono cuochi e sarti).
Un intellettuale non deve mai restare aggrappato a un'idea sola e precisa: dev'essere elastico. Altrimenti affoga nel monologo, nel fanatismo.
un irresponsabile che impartisce lezioni, avendo come metodo di svuotare il mondo della sua complessità per non vederci altro che materia per indignazione, scandalo e pose vantaggiose.
«Un tempo solo chi godeva d'una rendita agricola poteva fare l'intellettuale, – pensò Quinto. – La cultura paga ben caro l'essersi liberata da una base economica. Prima viveva sul privilegio, però aveva radici solide. Ora gli intellettuali non sono borghesi e non sono proletari.»
Un uomo politico può dire il contrario di quello che pensa, perché la finalità del discorso è accedere al potere. Ma un intellettuale non può farlo, perché la sua opera è la sola che resterà di lui.
Voi intellettuali v'atteggiate tanto, parlate così sofistici, state sempre a analizzà, a criticà, a giudicà... Ma la sa qual è la verità? La verità è che non ce state a capì più un cazzo, ma da mo! (Ferie d'agosto)
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026