Ritratto di Vittorio Alfieri
François-Xavier Fabre · Public domain

Frasi

Frasi di Vittorio Alfieri

121 citazioni, aforismi e passi dalle opere

Qui trovi 121 frasi di Vittorio Alfieri: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.

Vittorio Alfieri (nobile e letterato italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.

Citazioni di Vittorio Alfieri

Agli infernali Dei / Con questo sangue il capo tuo consacro.
Da Virginia, V, 4.
Ahi tirannia, che il mondo empia contristi! / Che tutto guasti, e disnaturi, e uccidi: / e più si abbuja, maggior luce acquisti: / de' soffocati ingegni altera ridi; / ma, verrà il dì, che i pianti pur fien misti / a' rei trionfi in cui stolta ti affidi.
Da Rime, CXL, Ostacoli che si oppongono allo scriver liberamente, vv. 9-14, a cura di Rosolino Guastalla. Firenze, Sansoni, 1912.
Al giovenile / bollor tutto par lieve.
Da La congiura de' Pazzi.
Alto, devoto, mistico ingegnoso; / grato alla vista, all'ascoltar, soave; / di puri inni celesti armonioso / è il nostro Culto, amabilmente grave.
Dalle Rime, XLVIII, 1795.
Amar chi t'odia, ell'è impossibil cosa.
Da Polinice, II, 4, 211. Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, Rizzoli, 1992. ISBN 88-17-14603-X
Dare e tôr quel che non s'ha / è una nuova abilità. / Chi dà fama? / I giornalisti. / Chi diffama? / I giornalisti. / Chi s'infama? / I giornalisti. / Ma chi sfama / i giornalisti? / Gli ozïosi, ignoranti, invidi, tristi.
Da Dare e tôr quel che non s'ha, in Epigrammi, XV. In Gli epigrammi, le satire, il Misogallo di Vittorio Alfieri, Paravia, Torino, 1903.
Ecco, a te rendo il sangue tuo; meglio era / Non darmel mai.
Da Antigone, V, 6.
Eccoli al teso canape schierati / con altri assai: ma in lor possanza alteri, / né badan pure a que' minor corsieri, / sol l'un l'altro emulando in vista irati.
Da Sonetto LXXIII, nelle Rime.
Far tacere un vecchio è cosa difficile. Far poi tacere un vecchio autore è cosa impossibile.
Dalla prefazione alle Chiacchiere.
Gli sia concesso il non vedervi almeno.
Da Sofonisba, I, 1.
Havvi tormento al mondo / che al mio s'agguagli?
Da Mirra, III, 2.
Il gran Prusso tiranno , al qual dan fama / Marte e Pallade a gara, or su la sponda / sta di Cocito, oltre alla cui negr'onda / fero Minosse ad alta voce il chiama. [...] / costui, macchiato di assoluto regno, / non può d'uomo usurpar nome, né loda; / ma, di non nascer re forse era degno.
Da Sonetto CXVIII, nelle Rime.
Io dico, e credo, e facile mi sarebbe il provare; che il libro è e deve essere la quintessenza del suo scrittore e che se non è tale, egli sarà cattivo, debole, volgare, di poca vita e di effetto nessuno.
Da Scritti politici e morali.
Messer lo Doge, ove non siate matto, / Accettate il baratto, / Che mi propon d'imporvi il Direttorio, / Con coscìenza candida d'avorio. / Voi ci darete un Erre, e noi due Kappa; / E, per giunta, staremvi in adjutorio. / Di sì sublime patto, / Udite almo Governo che ne scappa: / Scambio or vi diam, per l'ARistocrazìa, / La nostra santa KaKistocrazìa.
Da Rime, XVII (1797), in Opere postume, XI, Londra (in realtà, Firenze), 1804, p. 93.
Negri, vivaci, e in dolce fuoco ardenti / occhi, che date a un tempo e morte, e vita; / siate, ven prega l'alma mia smarrita, / per breve istante a balenar più lenti.
Da Negri vivaci e in dolce fuoco ardenti, vv. 1-4.
Non perdo mai occasione d'imparare a morire; il più gran timor ch'io abbia della morte è di temerla.
Dai Giornali, 26 aprile 1777.
O gran padre Alighier...
Da A Dante, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, Milano, 1921, p. 412.
O Morte. Morte / Cui tanto invoco, al mio dolor tu sorda / Sempre sarai?
Da Mirra, V, 2.
Ove son leggi / tremar non dee chi leggi non infranse.
Da Virginia, atto II, scena II.
Quando parla di sé ciascun mentisce [...].
Da Colascionata seconda, v. 11, in Vita, cit., appendice quarta.
Sia pace ai frati / Purché sfratati: / E pace ai preti / Ma pochi e quieti: / Cardinalume / Non tolga lume: / Il maggior prete / Torni alla rete: / Leggi o non re, / L'Italia c'è.
Epigramma citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, U. Hoepli, Milano, 1921, p. 443.
Solo, fra i mesti miei pensieri, in riva / al mar là dove il Tosco fiume ha foce, / con Fido il mio destrier pian pian men giva; / e muggìan l'onde irate in suon feroce. // Quell'ermo lido, e il gran fragor mi empiva / il cuor (cui fiamma inestinguibil cuoce) / d'alta malinconia; ma grata, e priva / di quel suo pianger, che pur tanto nuoce. // Dolce oblio di mie pene e di me stesso / nella pacata fantasia piovea; / e senza affanno sospirava io spesso: // quella, ch'io sempre bramo, anco parea / cavalcando venirne a me dappresso... / Nullo error mai felice al par mi fea.
Solo fra i mesti miei pensieri in riva.
Verace o finta, è da temersi sempre / pietà di plebe.
Da Antigone.
Vuota insalubre regïon, che stato / Ti vai nomando.
Da Rime varie, XIX.

Citazioni di Vittorio Alfieri – Attribuite

Volli, sempre volli, fortissimamente volli.
Nel 1999, la Zecca dello Stato italiano, in occasione del 250° anniversario della nascita del poeta, ha emesso una moneta in argento 835/1000, del peso di 14,60 g, diametro 31,40 mm, con l'effigie di Vittorio Alfieri e a

Frasi da «Agamennone»

Clitennestra: Re vincitor non serba odio a nemico / Di cui non teme. (atto I, scena II, vv. 54-55, p. 17)
Clitennestra: So che il padre t'è caro: amassi tanto / la madre tu!
Elettra: non ch'io pianger ti vegga, / Né cangiar pur veggo il tuo aspetto? O madre, / Lo amassi tu quant'io!...(atto I, scena II, vv. 179-184, p. 32-33)
Elettra: Troppo ad un empio è un giorno. (atto II, scena II, v. 158, p. 58)
Elettra: Mel credi, / ad uom, che aspetta forse il loco e il tempo / di nuocer, lunga ell'è una notte; suole / velo ad ogni delitto esser la notte. (atto IV, scena III; p. 313)
Elettra: Dammi, dammi quel ferro. (V, 6)

Scheda del libro «Agamennone»

Dicono di «Agamennone»

L' Agamennone è una tragedia di pura passionalità e null'altro, e d'una passionalità che ora erompe con lo spiegamento brutale e selvaggio di sentimenti inferiori colpevoli o morbosi, ora s'effonde con lo spasimo dei reconditi travagli dell'anima, ora risuona con l'accento degli affetti soavi, generosi, miti. (Pasquale Leonetti)
L' Agamennone, nel teatro alfieriano, è completata da un'altra tragedia che ha gli stessi caratteri di orrore e di mistero e ne continua la vicenda. È l' Oreste, che l'autore chiama «gemella» dell' Agamennone, per averla, com'egli dice, ideata a un sol parto con questa. (Pasquale Leonetti)

Scheda del libro «Agamennone»

Del principe e delle lettere – Citazioni

L'Italia è dunque stata sotto tutti gli aspetti ciò che non sono finora mai state l'altre regioni del globo. E ciò attesta, che gli uomini suoi, considerati come semplici piante di più robusta tempra vi nasceano; e le piante, nello stesso terreno, rinascono pur sempre le stesse, ancorché per alcun tempo le disnaturi a forza il malvagio cultore. (da Del Principe e delle lettere, III, II, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 300)
Leggere, come io l'intendo, vuol dire profondamente pensare. (I, 8)
Montaigne, oltre lo stemma gentilizio, (che in quei tempi serviva ancora d'usbergo) dalle due tirannidi e principesca e pretesca si sottrasse anche dietro alla scorza del pirronismo, e di un certo molle faceto, che tutti i suoi scritti veramente filosofici avviluppa, senza punto contaminarli. (II, 9)
La ragione ed il vero sono quei tali conquistatori, che, per vincere e conquistare durevolmente, nessun'altra arme debbono adoperare, che le semplici parole. Perciò le religioni diverse, e la cieca obbedienza, si sono sempre insegnate coll'armi; ma la sana filosofia e i moderati governi, coi libri. (III, 10)

Frasi da «Della tirannide»

Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo «infrangi-legge» sia ereditario o sia elettivo, usurpatore o legittimo, buono o tristo, uno o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società che lo ammette è tirannide; ogni popolo che lo sopporta è schiavo. (lib. I, cap. II)
Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. (lib. I, cap. IV)
L'onore, nome da tanti già definito, da tutti i popoli e in tutti i tempi diversamente inteso, e a parer mio indefinibile; l'onore verrà ora da me semplicemente interpretato così: la brama, e il diritto, di essere onorato dai più. Ed il falso distinguerò dal vero, falsa chiamando quella brama d'onore, che non ha per ragione e per base la virtù dell'onorato e l'utile vero degli onoranti; e vera all'incontro chiamerò quella brama di onore, che altra ragione e base non ammette se non la utile e praticata virtù. (lib. I, cap. X)

Scheda del libro «Della tirannide»

Frasi da «Filippo»

Carlo: In me pietà ti offende, / quando la tua mi è vita? (I, 2)
Carlo: Ah! scusa involontario sfogo / di un cor ripieno troppo: intera aprirti / l'alma pria d'or, mai nol potea...
Isabella: Né aprirla / tu mai dovevi a me ; né udir...
Carlo: T'arresta; / deh! se del mio dolore udito hai parte, / odilo tutto. A dir mi sforza...
Isabella: Ah! taci; lasciami.
Carlo: Ahi lasso! Io tacerò; ma, oh quanto / a dir mi resta! Ultima speme...
Isabella: E quale / speme ha, che in te non sia delitto?
Carlo: ... Speme,... / che tu non m'odi.
Isabella: Odiarti deggio, e il sai,... / se amarmi ardisci. (I, 2)

Scheda del libro «Filippo»

Frasi da «La Congiura de' Pazzi»

Guglielmo: Alta vendetta, / d'alto silenzio è figlia. ()
Giuliano: Perché irritar chi già obbedisce? Ottieni / altrimenti il tuo fine. È ver, del tutto / liberi mai non fur costor; ma servi / neppur di un solo. — Intorpidir dei pria |gli animi loro; il cor snervare affatto; / ogni dritto pensier svolger con arte; / spegner virtude (ove pur n'abbia), o farla / scherno alle genti; i men feroci averti / tra' famigliari; e i falsamente alteri / avvilire, onorandoli. Clemenza, / e patria, e gloria, e leggi, e cittadini / alto suonar; più d'ogni cosa, uguale / fingerti a' tuoi minori. — Ecco i gran mezzi, / onde in ciascun si cangi a poco a poco / prima il pensar, poi gli usi, indi le leggi; / il modo poscia di chi regna; e in fine, / quel che riman solo a cangiarsi, il nome. ()
Lorenzo: Io non pretendo / amor da voi; mal fingereste; e nulla / io 'l curo: odiate, ma obbedite; ed anco / obbedendo, tremate. Or vanne, e narra / a codesto tuo finto picciol Bruto, / che il vero Bruto invan con Roma ei cadde. ()
Giuliano: Il voler tutto a un tempo, a un tempo spesso / fea perder tutto. Ogni periglio è dubbio; / né mai, chi ha regno, de' suoi schiavi in mente / lasciar cader pur dee, ch'altri il potrebbe / assalir mai. L'opinìon del volgo / che il nostro petto invulnerabil crede, / il nostro petto invulnerabil rende. ()

Scheda del libro «La Congiura de' Pazzi»

Frasi da «Il Misogallo»

Gli odj di una Nazione contro l'altra, essendo stati pur sempre, né altro potendo essere che il necessario frutto dei danni vicendevolmente ricevuti, o temuti; non possono perciò esser mai, né ingiusti, né vili. Parte anzi preziosissima del paterno retaggio, questi odj soltanto hanno operato quei veri prodigj politici, che nell'Istorie poi tanto si ammirano. (Prosa prima, p. 11)
Nel dir Nazione, intendo una moltitudine d'uomini, per ragione di clima, di luogo, di costumi, e di lingua, tra loro diversi: ma non mai due Borghetti o Cittaduzze d'una stessa Provincia, che per essere gli uni pertinenza es. gr. di Genova gli altri del Piemonte, stoltamente adastiandosi, fanno coi loro piccioli inutili ed impolitici sforzi ridere e trionfare gli Elefanteschi lor comuni oppressori. (Prosa prima, nota 2, p. 11)
Insisto su questa unità dell'Italia, che la Natura ha sì ben comandata, dividendola con limiti pur tanto certi dal rimanente dell'Europa. Onde, per quanto si vadano aborrendo tra loro es. gr. i Genovesi e i Piemontesi, il dire tutti due Sì, li manifesta entrambi per Italiani, e condanna il lor odio. E ancorché il Genovese innestandovi il C ne faccia il bastardume Scì, non si interpreta con tutto ciò codesto Scì per Francesismo, che troppo sconcia affirmativa sarebbe; e malgrado il C di troppo, i Genovesi per Italiani si ammettono. E nello stesso modo, es. gr. i Savojardi e i Francesi, dicendo tutti e due Oui, sono, e meritano d'essere una stessa Nazione. E qui per occasione, noterò alla sfuggita, che lOui e il Sì non si son mai maritati. (Prosa prima, nota 3, p. 12)
Una donzella forte, chiamata Carlotta Corday (che è stata il solo nostro Bruto) entrata nella ferma risoluzione di perder sè stessa per pure trucidar un tiranno, non si elesse perciò di trucidar me. Costei, più assai di coraggio che non di senno fornita, uccise nel bagno un vile fazioso, che per infermità già stava morendosi, un mio lodatore, e detrattore a vicenda, che io non amava, nè stimava, nè temea; ma che pure, se non veniva scannato dalla nostra Bruta, l'avrei fatto uccider io, come torbido, e fastidioso. (Prosa quinta. Dialogo fra il Re Luigi XVI e Robespierre)
Tutto fanno, e nulla sanno; / Tutto sanno, e nulla fanno: / Gira, volta, e' son Francesi; / Più li pesi, / Men ti danno. (VIII, 23 marzo 1793, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921)
Schiavi or siamo, sì; ma schiavi almen frementi. (XVIII)
Donna entro vi appar d'alta sembianza. / D'innocenza la nobile baldanza / Schernir le fa l'empie servili trame; / Regina sempre; è trono a lei lo strame, / Su cui giacente ogni uom più forte avanza. / Tremar veggio ivi i pallidi custodi; / E tremare i carnefici, che il segno / Stanno aspettando dai tremanti Erodi. / Vedova, e Madre strazïata, pregno / Di morte il cor, del tuo morir tu godi, / Donna, il cui minor danno è il tolto Regno. (XXIV)
Ahi fiacca Italia, d'indolenza ostello, / Cui niegan corpo i membri troppi e sparti, / Sorda e muta ti stai ritrosa al bello? (XXVII)
Giorno verrà, tornerà il giorno, in cui / Redivivi omai gl'Itali, staranno / In campo audaci, e non col ferro altrui / In vil difesa, ma dei Galli a danno. / Al forte fianco sproni ardenti dui, / Lor virtù prisca, ed i miei carmi, avranno: [...] Gli odo già dirmi: O Vate nostro, in pravi / Secoli nato, eppur create hai queste / Sublimi età, che profetando andavi. (Conclusione)

Scheda del libro «Il Misogallo»

Frasi da «Oreste»

Spesso è da forte, / più che il morire, il vivere. ()
[...] a me chiedesti sangue: / e questo è sangue;... e sol per te il versai. ()

Scheda del libro «Oreste»

Frasi da «Satire»

De' ceti tutti i vizj tutti; è questo / il patrimonio eccelso di vostr'arte; / ma non di alcun de' ceti aver l'onesto. / D'ogni città voi la più prava parte, / rei disertor delle paterne glebe: / vi appello io dunque in mie veraci carte / non Medio Ceto, no, ma Sesqui-plebe. (dalla satira quarta, La sesqui-plebe)
Bella Napoli, oh quanto, i primi dì! / Chiaja, e il Vesuvio, e Portici, e Toledo, / coi calessetti, che saettan lì; / e il gran chiasso e il gran moto, ch'io ci vedo, / d'altra vasta città finor digiuno, / fan sì che fuggon l'ore e non m'avvedo. / Ignoranti miei pari, assai più d'uno / la neghittosa Napoli men presta, / con cui l'ozio mio stupido accomuno. / Ma, sia pur bella, ha da finir la festa. / Al picchiar di Quaresima, mi trovo / tra un fascio di ganasce senza testa. (dalla satira nona, I viaggi)
[...] Ginevra, i cui Scimiotti abborro / misti di Gallo e Allòbrogo ed Elvetico; / né in cotai saccentelli io m'inzavorro. / Lascio la Pieve di Calvin frenetico / ai mercantuzzi suoi filosofastri; e sia pur culla del Rousseau bisbetico. (dalla satira nona, I viaggi)
Tali havvi ingiurie e audaci modi irsuti, / con cui può il Tristo al Buon far grave breccia, / né legge v'ha che incontro a ciò lo aiuti. / La sola spada ell'è che allora intreccia / una tal salutifera mistura, / che fa mite il Valor, muta la Feccia. / Ogni plebeo scrittor vuol far secura / sua pancia e il tergo, il düellar dannando: / ma di ciò scriva sol chi, da paura / sciolto, impugnò pria della penna il brando. (dalla satira decima, I duelli)

Frasi da «Saul»

David: Meglio è morir, che trarre / Selvaggia vita in solitudin, dove / A niun sei caro, e di nessun ti cale. (atto I, scena IV, vv. 235-236, p. 31)
David: Quanto in rimirar le umane / Cose, diverso ha giovinezza il guardo, / Dalla canuta età! (atto II, scena I, vv. 12-13, p. 39)
David: Ma il sol già celasi; / Tace ogni zeffiro; / E in sonno placido / Sopito è il re. (III, 4)
Saul: Seggio è di sangue e d'empietade il trono. (IV, 3)
Saul: Profeta / De' danni miei, tu pur de' tuoi nol fosti. (IV, 4)
Saul: Sacerdoti crudeli, empj, assetati / Di sangue sempre. (IV, 4)

Scheda del libro «Saul»

Dicono di «Saul»

Il Saul fu creato dall'Alfieri attraverso una visione quale avrebbe potuto avere del personaggio lo Shakespeare, leggendo la Bibbia. L'anima artistica dell'Alfieri si rivela, rispetto alla concezione del protagonista della sua tragedia, in quella stessa posizione di artefice sereno e spassionato in cui ravvisiamo costantemente il genio del tragico inglese di fronte a tutte le sue creature. (Pasquale Leonetti)
L'Alfieri fu tutto conquiso dalla poesia delle pagine meravigliose dell'antico testo sacro, e sentì per istinto che l'espressione drammatica più alta che avrebbe potuto darle sarebbe stata il rappresentarla nella sua genuina essenza. Il Saul è perciò rispetto alla Bibbia come nessun'altra tragedia dell'Alfieri è rispetto alle sue fonti. (Pasquale Leonetti)

Scheda del libro «Saul»

Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso – Citazioni

Nella città d'Asti in Piemonte, il dì 17 di gennaio dell'anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti. (I, I; 1967)
In realtà, Vittorio Alfieri nasce il 16 gennaio; tuttavia nella sua biografia scrive 17 gennaio.
Il nascere agiato mi fece libero e puro nè mi lasciò servire ad altri che al vero. (I, I; 1967)
Ripigliando dunque a parlare della mia primissima età, dico che di quella stupida vegetazione infantile non mi è rimasta altra memoria se non quella d'uno zio paterno, il quale avendo io tre in quattr'anni mi facea por ritto su un antico cassettone, e quivi molto accarezzandomi mi dava degli ottimi confetti. Io non mi ricordava più quasi punto di lui, né altro me n'era rimasto fuorch'egli portava certi scarponi riquadrati in punta. Molti anni dopo, la prima volta che mi vennero agli occhi certi stivali a tromba, che portano pure la scarpa quadrata a quel modo stesso dello zio morto già da gran tempo, né mai più veduto da me da che io aveva uso di ragione, la subitanea vista di quella forma di scarpe del tutto oramai disusata, mi richiamava ad un tratto tutte quelle sensazioni primitive ch'io avea provate già nel ricevere le carezze e i confetti dello zio, di cui i moti ed i modi, ed il sapore perfino dei confetti mi si riaffacciavano vivissimamente ed in un subito nella fantasia. (I, II; 1967)
[...] tutti gli amori dell'uomo, ancorché diversi, hanno lo stesso motore. (I, III; 1967)
Il rispetto delle altrui proprietà nasce e prospera prestissimo negli individui che ne posseggono alcune legittime loro. (I, IV; 1967)
Oh quanto è sottile, e invisibile quasi la differenza che passa fra il seme delle nostre virtù e dei nostri vizi! (I, V; 1967)
Onde io imparai sin da allora, che la vicendevole paura era quella che governava il mondo. (II, IV; 1967)
Allora imparai, che bisognava sempre parere di dare spontaneamente, quello che non si potea impedire d'esserti tolto. (II, VI; 1967)
E mi ricordo, tra l'altre, che nella Biblioteca Ambrosiana, datomi in mano dal bibliotecario non so più quale manoscritto autografo del Petrarca, da vero barbaro Allobrogo, lo buttai là, dicendo che non me n'importava nulla. (III, I; 1967)
[...] io mi ero subito ripurgata la pronunzia di quel nostro orribile u lombardo, o francese, che sempre mi era spiaciuto moltissimo per quella sua magra articolazione, e per quella boccuccia che fanno le labbra di chi lo pronunzia, somiglianti in quell'atto moltissimo a quella risibile smorfia che fanno le scimmie, allorché favellano. E ancora adesso, benché di codesto u, da cinque e più anni ch'io sto in Francia ne abbia pieni e foderati gli orecchi, pure egli mi fa ridere ogni volta che ci bado; e massime nella recita teatrale, o camerale (che qui la recita è perpetua), dove sempre fra questi labbrucci contratti che paiono sempre soffiare su la minestra bollente, campeggia principalmente la parola nature. (III, I; 1967)
[...] dell'andare non mi saziava mai, ma immediatamente mi addolorava lo stare. (III, II; 1967)
Ma il libro dei libri per me, e che in quell'inverno mi fece veramente trascorrere dell'ore di rapimento e beate, fu Plutarco, le vite dei veri grandi. Ed alcune di quelle, come Timoleone, Cesare, Bruto, Pelopida, Catone, ed altre, sino a quattro e cinque volte le rilessi con un tale trasporto di grida, di pianti, e di furori pur anche, che chi fosse stato a sentirmi nella camera vicina mi avrebbe certamente tenuto per impazzato. All'udire certi gran tratti di quei sommi uomini, spessissimo io balzava in piedi agitatissimo, e fuori di me, e lagrime di dolore e di rabbia mi scaturivano dal vedermi nato in Piemonte ed in tempi e governi ove niuna alta cosa non si poteva né fare né dire, ed inutilmente appena forse ella si poteva sentire e pensare. (III, VII; 1967)
[...] una picciolezza ne fa due, e sempre poi si moltiplicano. (III, VII; 1967)
Mi dilettavano ed instruivano, e non poco lusingavano anche la mia ignoranza e pigrizia, perché aperti così a caso, qual che si fosse il volume, lettane una pagina o due, lo richiudeva, ed assai ore poi su quelle due pagine sue io andava fantasticando del mio. (III, VIII; 1967)
Nella sua salvatica ruvidezza quello è un dei paesi d'Europa che mi siano andati più a genio, e destate più idee fantastiche, malinconiche, ed anche grandiose, per un certo vasto indefinibile silenzio che regna in quell'atmosfera, ove ti parrebbe quasi esser fuor del globo. (III, IX; 1967)
Ma non possedendo io allora nessuna lingua, e non mi sognando neppure di dovere né poter mai scrivere nessuna cosa né in prosa né in versi, io mi contentava di ruminar fra me stesso, e di piangere alle volte dirottamente senza saper di che, e nello stesso modo di ridere: due cose che, se non sono poi seguitate da scritto nessuno, son tenute per mera pazzia, e lo sono; se partoriscono scritti, si chiamano poesia, e lo sono. (III, XII; 1967)
Bisogna veramente che l'uomo muoia, perché altri possa appurare, ed ei stesso, il di lui giusto valore. (III, XIV; 1967)
Ed io sempre ho preferito originale anche tristo ad ottima copia. (III, XII; 1967)
[...] il sommo diletto dei poeti non si può mai estrarre, finché si combatte coll'intenderli. (IV, I; 1967)
Chi molto legge prima di comporre, ruba senza avvedersene, e perde l'originalità, se l'avea. (IV, II; 1967)
[...] quelle solitudini immense che in quel circondario disabitato di Roma invitano a riflettere, piangere, e poetare. [...] Un soggiorno più gaio e più libero e più rurale, nel recinto d'una gran città, non si potea mai trovare; né il più confacente al mio umore, carattere ed occupazioni. Me ne ricorderò, e lo desidererò, finch'io viva. (IV, X; 1967)
L'estate è la mia stagion favorita; e tanto più mi si confà, quanto più eccessiva riesce [...]. (IV, VII; 1967)
[...] mai si può veramente ben conoscere il pregio e l'utilità d'un amico verace, quanto nel dolore. (IV, X; 1967)
[...] ella ha ben denti, ed ugne, e saette, e feroce brevità, quanto e più ch'altra lingua mai l'abbia, o le avesse. (IV, XI; 1967)
Il fanatismo ebdomadario di quel poco tempo ch'io mi vi trattenni , era allora il pallon volante; e vidi due delle prime e più felici esperienze delle due sorti di esso, l'uno di aria rarefatta ripieno; l'altro, d'aria infiammabile ed entrambi portanti per aria due persone ciascuno. Spettacolo grandioso e mirabile; tema più assai poetico che storico, e scoperta, a cui per ottenere il titolo di sublime, altro non manca finora che la possibilità o verisimiglianza di essere adattata ad una qualche utilità. (IV, XII; 1967)
[...] l'aver con chi piangere menoma il pianto d'assai. (IV, XIV; 1967)
[...] mi ritrovai perciò nell'aprile una fierissima podagra a ridosso, la quale m'inchiodò per la prima volta in letto, e mi vi tenne immobile e addoloratissimo per quindici giorni almeno, e pose così una spiacevole interruzione ai miei studi sì caldamente avviati. (IV, XVI; 1967)

Dicono di Vittorio Alfieri

Alfieri esuberantemente stufo prese la immutabile risoluzione di rompere ogni non degno legame, e per togliersi occasione ai si tagliò le ricche e lunghe chiome, affinché, siccome il decoro non permetteva allora a nobil uomo di mostrarsi in sì umile assetto quasi di servo tosato, più non potesse uscir di casa e giunse a tale di farsi legare sulla sedia per obbligarsi alla applicazione della mente.
Felice Daneo
Come è noto, l'Alfieri ha mentito moltissimo, nel raccontare agli sbalorditi contemporanei la storia della sua vita. Mentì per quel dispotismo contro se stesso che dimostrò, per esempio, nel modo con cui si dette a creare un suo linguaggio e si costrinse tirannicamente a diventar poeta – aveva finito per trovare una severa forma di grandezza in cui imprimere a viva forza la sua vita e la sua memoria: deve esserci stato non poco tormento in tutto questo. – Non presterei fede alcuna neppure a una biografia di Platone, scritta da lui medesimo: così come non credo a quella di Rousseau o alla vita nuova di Dante.
Friedrich Nietzsche
Da te fino a quest'ora uom non è sorto, / o sventurato ingegno, / pari all'italo nome, altro ch'un solo, / solo di sua codarda etate indegno, / allobrogo feroce, a cui dal polo / maschia virtù, non già da questa mia / stanca ed arida terra, / venne nel petto; onde privato, inerme / (memorando ardimento!) in su la scena / mosse guerra a' tiranni: almen si dia / questa misera guerra / e questo vano campo all'ire inferme / del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena / scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto / silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto. // Disdegnando e fremendo, immacolata / trasse la vita intera, / e morte lo scampò dal veder peggio. / Vittorio mio, questa per te non era / età né suolo. Altri anni ed altro seggio / conviene agli alti ingegni.
Giacomo Leopardi
E a questi marmi / venne spesso Vittorio ad ispirarsi, / irato a' patrii Numi; errava muto / ove Arno è più deserto, i campi e il cielo / desîoso mirando; e poi che nullo / vivente aspetto gli molcea la cura, / qui posava l'austero; e avea sul volto / il pallor della morte e la speranza. / Con questi grandi abita eterno: e l'ossa / fremono amor di patria.
Ugo Foscolo
E tu nemica / La sorte avesti pur: ma ti rimbomba / Fama che cresce e un dì fia detta antica.
Giacomo Leopardi
Fu pietoso figlio, ottimo fratello, sviscerato amico, uomo veramente libero, filosofo in pensieri, in parole, ed in opere: altamente sdegnoso senza essere incivile, fiero senza essere inumano, grave senza vero, appassionato senza essere sragionevole. Fu ancora il solo nel suo secolo che conoscendo la sovrana dignità dello scrittore, non vendé né profanò mai i suoi lucidissimi inchiostri; anzi li consacrò costantemente alla verità, alla virtù, alla gloria. L'alta carica a cui ambì, fu quella di tribuno del genere umano: il colore delle spoglie di cui si addobbò, fu il bruno, perché comprendeva, sentiva, diceva di esser morto il buon senso. Onde stette, e starà in mezzo al fremito degli aquiloni,Come torre in alto valor fondata e salda. (Francesco Lomonaco)
Il Foscolo non aveva attitudini alla tragedia, perché di temperamento troppo soggettivo e, aggiungo, sentimentale, mancandogli anche quella potenza, che direi condensatrice, tutta propria dell'Alfieri, che riusciva talvolta a imporre sulla scena almeno un colosso fra schematiche larve. Ma il carattere dell'Alfieri era d'un uomo tutto di un pezzo e non lo rodevano intimi dissidii di pensiero. Alfieri era un grande uomo semplice e moveva in buona fede e seriamente dalla scena «guerra ai tiranni». Anche se poi, come acutamente osservò il Croce, finisce per ammirarli.
Giuseppe Citanna
In Santa Croce di Firenze il monumento erettogli dalla nobile e generosa straniera fa ricordare, che nel natio suo paese non fu ancora onorato di marmoreo o metallico monumento. Basterebbe quest'uomo ad elevare l'Italia su tutte le altre nazioni.
Francesco Regli
L'Alfieri, anche se si tenne lontano da ogni forma di religione rivelata, pur riconoscendo in qualche momento le suggestion e le risonanze emotive del culto cattolico, in tutta la sua vita e in tutta la sua opera fu sorretto da un'alta idealità, ossia da costante amore «del vero e del retto», da un senso elevato dell'eroico e da quella religione della libertà che fu il fondamento del liberalismo e del romanticismo europeo.
Bruno Maier
La tragedia alfieriana infiammò il sentimento politico e patriottico, accelerò la formazione d'una coscienza nazionale, ristabilì la serietà d'un mondo interiore nella vita e nell'arte.
Francesco De Sanctis
Nell'Alfieri il lievito rivoluzionario non supera la forma primitiva del sentimento. Nella sua corsa vertiginosa egli poco osserva e poco studia: molto soffre, moltissimo sente. Qui è la caratteristica del suo animo. Sente, e non ragiona. Alle sue concezioni egli è arrivato senza nessuna lotta interiore. Nessun vestigio, per esempio, ha impresso nel suo spirito il problema, che più ha straziato le anime più profonde: il problema religioso. Egli è un impulsivo. Nel suo stesso odio verso la Francia c'è una parte, certo maggiore che egli non creda, di rancore tutto personale per i suoi interessi e la sua dignità offesi. Non solo le opere poetiche, ma anche i trattati, come quello Della tirannide, sono da lui concepiti e abbozzati in pochi momenti di furore. Nessuna calma, nessuna serenità è mai nel suo stile. Scrive con la febbre e tra le convulsioni.. Ha poche idee: come gli uomini, in cui non è sviluppata la facoltà razionatrice; ma ardenti, insistenti, monotone, fisse.
Eugenio Donadoni
Nella sua non lunga esistenza (morì a cinquantaquattr'anni) non smentì mai questo eccezionale impasto di potenze spirituali che costituisce il suo carattere, e lo dimostrano le vicende biografiche che egli stesso rievocò nella Vita con una forza di sincerità che riesce talora eccessiva, ma che dà esatta la misura spirituale dell'uomo.
Pasquale Leonetti
Noi leggiamo Alfieri con amore perché egli adagia le proprie passioni in un'età e su di alcuni eroi che sopportano il duro pondo, ma se egli avesse dovuto Giulietta e Romeo, la Francesca da Rimini, la Pia dei Tolomei, allora non si potrebbe resistere allo sconcio di vedere la modesta Pia coll'elmo e col coturno romano.
Nicola Marselli
Non pago di imitare lo stile classico, volle servirsene come d'uno stilo per colpire sulla scena ogni forma di tirannide; la tirannide viziosa nella Virginia, nellOreste, nella Congiura de' Pazzi, nel Bruto Primo, la tirannide sacerdotale nel Saul, la tirannide domestica e politica nellAntigone e nel Filippo, e così di seguito, ma sempre congiunta con molta ipocrisia.
Angelo De Gubernatis
Non si vuol [...] negare che l'Alfieri non sia pieno di situazioni altamente tragiche, che non intrecci il nodo rapidamente, e rapidamente non lo sciolga, che non descriva passioni profonde e violente, che non faccia uso di un dialogo sempre animato e sempre incalzante, che non ispieghi quasi sempre sentimenti elevatissimi; che finalmente una grande sublimità non sia il carattere delle sue tragedie. Ma per sostenersi fece tali sforzi da non poterli celare, e divenne spesso scabroso nel verso, e duro nell'espressione.
Ambrogio Levati
O dell'italo agon supremo atleta / misurator, di questa setta imbelle, / che stranïata il sacro allòr ti svelle / che vuol la santa bile irrequïeta? // E a qual miri sai tu splendida meta / ed a che fin drizzato abbian le stelle / questa età che di ciance e di novelle / per quanto ingozzi e più e più si asseta?
Giosuè Carducci
Pitture di costumi di alcune età furono le tragedie d'Alfieri, quantunque pochi personaggi, quasi tutti protagonisti, senza intermezzi di episodi e di secondari accidenti, vengano sulla scena; ma il dire conciso, i sentenziosi concetti e le rigidezze del verso erano atti a scuotere e destare una profonda impressione. Senonché le fierezze e gli sdegni dell'Astigiano, non movendo come quelli del Parini dalla severità del pensiero, né dal sentimento intieramente schietto della civile ugualità, che al cuor suo di patrizio repugnava, operarono che la riforma del teatro tragico riuscisse in qualche parte manchevole e fuori dal vero.
Enrico PoggiTermine letterario per uguaglianza.
Quando Alfieri compone la tragedia ha innanzi un tipo, mettiamo il tipo della madre, del tiranno, del ribelle, del patriotta. A lui poco importa, se questo tipo sia conforme, e sino a qual punto, con la storia; prende il nome, prende i fatti in grosso, come li trova, senza esame e investigazione propria, poi lavora lui, lavora d'immaginazione, mira a raccogliere nel personaggio tutte le qualità che possono rappresentare nella sua ultima potenza quell'ideale che gli fluttua nella mente.
Francesco De Sanctis
Questa fremente impazienza, che lo spinge in avanti verso uno scopo che non sapeva distinguere... questa agitazione dolorosa di un'anima in angustia in tutti i legami della società, in tutte le condizioni, in tutti i paesi; ... questo bisogno imperioso di qualcosa di più libero nello Stato, di più fiero nell'uomo, di più devoto nell'amore, di più completo nell'amicizia; ... questo ardore in cerca di un'altra esistenza, di un altro universo, che cercava invano, con la rapidità di un messaggero, da un'estremità all'altra dell'Europa, e che non poteva trovare nel mondo reale...
Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi
Vittorio Alfieri, che diede alla Tragedia Italiana il nerbo che gli imitatori dei Greci ed i poeti di Corte le avevano tolto; ne sbandì ogni accessorio ed ogni ornamento poetico, non curando che la forza e la sublimità; ed allontanò ogni personaggio il quale non partecipasse direttamente all'azione. Ma questo sistema rendette un po' uniforme l'andamento delle sue tragedie, in cui scorgi quasi sempre un tiranno, due anime generose ed innamorate, e un qualche vile ministro.
Ambrogio Levati
Un genio erede della terribilità di Dante: di natura sdegnoso, e fornito di tutti gli impeti tragici, d'ingegno sublime, di spiriti audaci, di mirabile originalità: inventore d'una nuova lingua tragica, concisa, tremenda, insanguinata: creatore di nuovi piani semplicissimi, ben ordinati: emulo d'Euripide: ritrovatore di possenti caratteri, ben pronunciati, sempre seguiti con una singolare sublimità: e altamente veggente nella scelta di argomenti atti a destare i due grandi commovimenti tragici, lo spavento, e la misericordia: diciamo l'immortale Vittorio Alfieri.
Francesco Regli
Una convincente collocazione storica dell'Alfieri e della sua opera deve ricorrere ai due essenziali termini di riferimento dell'illuminismo e del romanticismo, restando inclusa in quest'ultimo quella corrente letteraria tedesca che fu detta dello Sturm und Drang.
Bruno Maier
Vittorio Alfieri, come uomo e come scrittore, non ha compagni. Difficilmente da un altro Plutarco potrebbesi comporre una vita parallela alla sua.
Pasquale Leonetti
Il personaggio romantico è l'animo umano mostrato nella complessità, nella sua varietà, nelle sue alternative, nelle sue contradizioni, nella sua dipendenza dal mondo che lo circonda. Il personaggio alfieriano è tutto semplicità e indipendenza: tutte le ragioni di quel ch'egli è sono in lui, il mondo lo attornia senza attaccarlo, senza modificarlo. Entrambi i personaggi hanno la loro bellezza e la loro poesia. Poesia del reale l'uno, poesia dell'ideale l'altro; l'uno poetico per la sua ricchezza, l'altro per la sua semplicità.
Il rimproverare all'Alfieri quel difetto di realismo riproduttivo nelle sue tragedie, sarebbe proprio come rimproverare a Michelangelo di non aver messo la sua Notte a dormire in un letto con le pantofole in terra e la candela accanto.
L'uomo dell'Alfieri non è l'uomo semiromantico, oscillante e complesso, della tragedia francese, e tanto più dista dall'uomo romantico. Esso è invece l'uomo di condizioni psicologiche ben ferme e determinate. Quasi sempre la sua anima è semplicissima, perché il grido d'una fortissima passione, o d'un supremo ideale, vi supera o assimila a sé ogni altra voce. È una passione, un'idealità fatta uomo. Che se pure esista in lui un sentimento subordinato contrastante, come per esempio nei due Bruti, esso potrà produrre lo strazio, non mai la vera lotta. Lotta significa dubbio, e il dubbio non esiste nell'eroe alfieriano.

Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026