Frasi
Frasi di Charles Dickens
447 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 447 citazioni di Charles Dickens, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Charles Dickens (scrittore e giornalista britannico). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Charles Dickens
Bere gin è un grande vizio inglese, ma miseria e sporcizia sono peggiori.
Il giorno venne; una furiosa giornata invernale che a volte scuoteva la vecchia casa come se questa avesse rabbrividito per il freddo. Una giornata che faceva della casa doppiamente una casa, che conferiva all'angolo del focolare una nuova delizia, che illuminava di una luce più forte le facce riunite attorno al focolare e faceva di ogni gruppo così raccolto una lega più stretta e più intima contro gli elementi scatenanti là fuori. Una di quelle dure giornate invernali che preparano meglio di qualunque altra cosa la strada verso una notte trascorsa tra quattro mura, verso una stanza dalle cortine pesanti, verso volti resi allegri dalla musica, dal riso, dal ballo, dalla luce, dal divertimento.
In tale gruppo così numeroso e composto da elementi eterogenei, poteva apparire quasi assurdo cercare disciplina, ma la disciplina perfetta c'era, perché, qualunque fossero le sue caratteristiche, Crocco è stato senza dubbio un capo.
La città si sveglia di nuovo coi Pulcinella, i borsaioli, i comici e i mendicanti; con gli stracci, le marionette, i fiori, la vivacità, la sporcizia e la universale degradazione; si risveglia sciorinando al sole il suo abito d'Arlecchino, l'indomani e tutti gli altri giorni, cantando e digiunando, danzando e giocando sulla riva del mare.
Noi che pur siamo amanti e ricercatori del pittoresco, non dobbiamo fingere di ignorare la depravazione, la degradazione e la miseria a cui è irrimediabilmente legata l'allegra vita di Napoli!
Pensate, se voi e io fossimo italiani, e fossimo cresciuti dall'infanzia ad ora minacciati continuamente da confessionali, prigioni e sgherri infernali, potremmo voi ed io essere migliori di loro? Saremmo noi così buoni? Io, se ben mi conosco, no.
Un'infarinatura di tutto, e di nulla un'esatta conoscenza.
Frasi da «Barnaby Rudge»
Ci sono delle corde, [...] nel cuore umano, che è meglio non toccare. (Mr Tappertit: cap. XXII)
Il lavoro [...] è l'anima degli affari e la chiave di volta della prosperità. (Mr Chester: cap. XXVII)
Cantico di Natale – Citazioni
Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto "allegro Natale" in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio! (prima strofa)
– Chi siete e che cosa siete? – domandò Scrooge.
– Sono lo Spirito di Natale passato. (seconda strofa)
È un bel compenso, ed è anche giusto e consolante nell'ordine delle cose umane, che se il dolore e il malanno si attaccano, non ci sia al mondo cosa più contagiosa del buonumore e del riso. (terza strofa)
Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare, muterà anche il fine. (quarta strofa)
Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente. (quinta strofa)
Frasi da «Casa Desolata»
Nebbia ovunque. Nebbia su per il fiume, che fluisce tra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra le file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. (cap. I, 2014)
[...] un mondo avvolto nella bambagia e nella lana fina non può sentire lo strepito di mondi più vasti, e non può vederli girare intorno al sole. È un mondo smorzato e talvolta il suo sviluppo, per mancanza d'aria, non è molto sano. (cap. II, 2014)
Una parola detta col cuore vale quanto un discorso. (John Jarndyce: cap. VI, 2014)
[...] Mr Jarndyce [...] aveva osservato che c'erano due classi di persone caritatevoli: chi faceva poco ma suscitava un grande scalpore e chi faceva molto ma non provocava nessuno scalpore. (cap. VI, 2014)
È il raggio dei raggi, dice Chadband, il sole dei soli, la luna delle lune, la stella delle stelle. È la luce della verità. (cap. XXV, 2014)
Infatti, per quanto il diavolo possa essere cattivo vestito di fustagno o in camiciotto (e può essere cattivo in ambedue), è più fine, più scaltro e più intollerabile, quando infila una spilla sulla camicia, si dice gentiluomo, contrassegna una carta o un colore, gioca una partita a bigliardo e si intende un po' di cambiali e pagherò. (cap. XXVI, 2014)
[...] la regola fondamentale è non fare mai nulla al buio, non partecipare a nulla di segreto o misterioso e non posare mai il piede dove non si vede la terra. (cap. XXVII, 2014)
È mia moglie che dà consigli. È lei che è capace. Ma io non lo dico mai davanti a lei. Si deve mantenere la disciplina. (Mr Bagnet: cap. XXVII, 2014)
È una malinconica verità che anche i grandi hanno dei parenti poveri. (cap. XXVIII, 2014)
L'unico grande principio della legge inglese è di fare affari. Nessun principio, con tutti gli angusti rigiri, viene mantenuto con più distinzione, sicurezza e logicità. (cap. XXXIX, 2014)
Ma l'ingiustizia genera ingiustizia: la lotta contro le ombre e la disfatta riportata necessitano di qualcuno contro cui combattere. (cap. XXXIX, 2014)
– E di nuovo – ripeté la signorina, catalettica di ostinazione – e poi ancora. Ancora. E molte altre volte. Infatti, sempre. (cap. XLI; 1930, p. 39)
È morto, vostra Maestà. È morto, signori principi, duchi e marchesi. Morto, onorevoli reverendi e disonorevoli reverendi d'ogni ordine. Morto, uomini e donne, nati con celeste pietà nel cuore. E ne muoiono così intorno a noi ogni giorno. (cap. XLVII; 1930, p. 110)
Quando la luna risplende fulgidissima, sembra che da essa si riversi un senso di solitudine e di calma che ha anche un influsso sui luoghi affollati pieni di vita. (cap. XLVIII; 1930, p. 125)
Voi del sesso gentile avete reciprocamente tanta animosità quando non andate d'accordo. (Signor Bucket: cap. LIV; 1930, p. 218)
Ora, signorina Summerson, vi darò un consiglio che, quando sarete sposata e avrete intorno una famiglia, vostro marito troverà molto utile. Quando qualcuno vi dice che è indifferente come più non potrebbe essere in tutto ciò che riguarda il denaro, tenete bene d'occhio il vostro, perché è certissimo che, quando può, se lo aggranfierà. Quando una persona vi proclama: «Nelle faccende mondane io sono un bambino», considerate solo che essa grida che non vuol essere tenuta responsabile, e che voi sapete così il numero, di quella persona, il numero uno fra gli interessati. Ora io non sono di tendenze poetiche, tranne vocalmente, quando mi trovo in compagnia, ma son pratico, e questo me l'ha insegnato l'esperienza. Questa è la regola. Facilone in una cosa, facilone in tutto. Non so che questa regola sia mai fallita. E neppur voi la vedrete fallire. Né altri. (Signor Bucket: cap. LVII; 1930, pp. 256-257)
[...] tutte le partenze e le separazioni rappresentano in qualche modo la grande separazione finale [...]. (cap. LVIII; 1930, p. 272)
Il giorno appare come un fantasma. Freddo, scolorato e vago, manda foriera una striscia di tinta funerea, come se proclamasse : «Chi è là, guardate che vi porto! Chi glielo dirà?». (cap. LVIII; 1930, p. 284)
Dicono di «Casa Desolata»
Quando si pubblica Bleak House è come l'impeto d'una furia demolitrice che s'abbatte sulle istituzioni giudiziarie inglesi. Par che il Dickens non sorrida più col sorriso paziente e tollerante che gli veniva dal suo istinto di carità cristiana, ma con quello corrosivo del canonico Swift, che non ne aveva, con quello smisurato e violento del curato di Meudon, che era pagano con gioia. Le parrucche della Corte di Cancelleria, che avevano resa ridicola la giustizia inglese e che videro di punto in bianco scoperte le loro soperchierie innanzi al mondo che rideva con dileggio, ebbero un bel da fare per salvarsi da quell'assalto, e si salvarono a patto di rinnegarsi e di ritornar sul campo della logica, abbandonato per insensibili e continue deviazioni e aberrazioni. (Silvio Spaventa Filippi)
Frasi da «David Copperfield»
[...] credo che la facoltà d'osservazione sia in molti bambini, per esattezza ed acume, addirittura prodigiosa. Di parecchi adulti, anzi, notevoli per questo rispetto, credo si possa dire, con maggior proprietà, non che abbiano acquistato, ma che non abbiano mai perduto quella facoltà; tanto più che simili uomini, come m'è dato spesso d'osservare, conservano certa freschezza, certa gentilezza e certa capacità di simpatia, che son certo qualità infantili rimaste in essi intatte fino all'età matura. (David Copperfield: cap. II, 1929)
– Tu sei troppo giovane per saper come il mondo muti ogni giorno – disse la signora Creakle – e come la gente se ne vada. Ma dobbiamo tutti apprenderlo, Davide: alcuni quando si è giovani, altri quando si è vecchi, e altri a tutte le età. (cap. IX, 1929)
Ma le mode sono come gli esseri umani. Vengono, nessuno sa quando, perché, o come. Io credo che sotto questo aspetto tutto sia come la vita. (Mr Omer: cap. IX, 1929)
[...] un cuore affettuoso è migliore e più forte della saggezza [...]. (cap. IX, 2007)
La procrastinazione è un furto fatto alla vita. (Mr Micawber: cap. XII, 1929)
[...] se un uomo ha venti sterline di reddito l'anno e spende diciannove sterline, diciannove scellini e mezzo, quell'uomo è felice; ma, se ne spende ventuno, sarà infelice. (Mr Micawber: cap. XII, 2007)
– Non commettere mai bassezze – disse mia zia; – non mentire mai; non esser mai crudele. Sfuggi questi tre vizi, Trot, e tu mi darai sempre delle buone speranze. (cap. XV, 1929)
Vivere è imparare. Avevo i miei dubbi, confesso, ma ora sono risolti. Non lo sapevo, e ora lo so: ecco l'utilità del domandare... no? (Steerforth: cap. XX, 1929)
Vero – disse Barkis, agitando il berretto da notte, che era il solo mezzo di dar forza alla frase – come le tasse. Nulla di più vero. (cap. XXI, 1929)
È inutile, Trot, ricordare il passato, se non ha qualche effetto sul presente. (Betsey Trotwood: cap. XXIII, 1929)
Era bello la mattina, specialmente nelle belle mattine. Con la luce del giorno la vita mi pareva libera e fresca; con quella del sole anche più fresca e libera. (David Copperfield: cap. XXIV, 1929)
È veramente un bravo giovane. Non ha altri nemici che se stesso. (Mr Waterbrook: cap. XXV, 1929)
Vi sono alcune menti volgari (non molte, voglio credere, ma ve ne sono) che preferirebbero di fare ciò che io direi prosternarsi innanzi a degli idoli. Positivamente idoli. Innanzi ai meriti, alla intelligenza, e così via. Ma queste sono idee astratte. Il Sangue invece, no. Noi vediamo il Sangue in un naso, e lo riconosciamo. Lo incontriamo in un mento, e diciamo: «Eccolo, questo è il Sangue». È positivo, è materia di fatto. Si tocca col dito. Non c'è dubbio di sorta. (cap. XXV, 1929)
[...] gli incidenti avvengono anche nelle famiglie meglio organizzate [...]. (Mr Micawbercap: cap. XXVIII, 2007)
– È triste – egli disse, quando ebbe finito – ma il sole tramonta ogni giorno, e la gente muore ogni minuto, e non dobbiamo aver paura d'una sorte comune a tutti. Se noi trascurassimo di seguir la nostra sorte particolare, perché quel piede che batte egualmente alle porte di tutti gli uomini è stato sentito battere in qualche parte, ogni oggetto a questo mondo ci si dileguerebbe in mano. No! Avanti! Col cavallo ferrato a ghiaccio, se è necessario, col cavallo senza ferri, se occorre, ma avanti! Scavalchiamo tutti gli ostacoli per vincere il palio. (Steerforth: cap. XXVIII, 1929)
Cercate di non scambiare i difetti corporali con quelli mentali, mio buon amico, se non avete delle solide ragioni per farlo. (Mowcher: cap. XXXII, 1929)
Noi abbiamo la sensazione, a volte, che ciò che diciamo e facciamo sia stato già detto e fatto prima, in un tempo remoto – di essere stati circondati, in oscuri secoli lontani, dagli stessi visi, dagli oggetti, dagli stessi avvenimenti – di saper già prima ciò che ci sarà detto dopo, come se immediatamente la ricordassimo. (David Copperfield: cap. XXXIX, 1929)
[...] i termini convenzionali sono una specie di razzi, i quali, facilmente accesi, assumono alla fine una gran varietà di forme e di colori che non s'immaginavano al primo scoppio. (David Copperfield: cap. XLI, 1929)
– L'affezione – disse la signorina Lavinia, dando un'occhiata alla sorella, quasi per chiedere la sua approvazione, e ottenendola in forma d'un piccolo cenno del capo a ogni frase – l'affezione solida, l'omaggio, la devozione, non si esprimono facilmente. La loro voce è fioca. Modesto e riservato, l'amore si nasconde, e attende pazientemente. È come il frutto che aspetta di maturare. A volte tutta una vita si dilegua, e rimane ancora a maturare nell'ombra. (cap. XLI, 1929)
Io non ho mai creduto possibile che un'abilità naturale o acquisita raggiunga il suo fine senza un lavoro costante, fermo, tenace. Non si può trionfare al mondo senza il lavoro. L'ingegno svegliato e qualche occasione fortunata possono formare i due lati della scala sulla quale alcuni salgono, ma i pioli della scala debbono esser fatti di materia resistente, e nulla potrebbe sostituire una completa, ardente, sincera volontà di riuscire. Non mai metter mano a nulla che non mi potesse occupare completamente, e non mai affettare di deprezzare il mio lavoro, quale che si fosse, per me sono state sempre norme di aurea saggezza. (David Copperfield: cap. XLII, 1929)
[...] vi è una sottigliezza di percezione nel vero affetto, che si lascia indietro, anche quando si tratti dell'affetto di qualche povero animale per l'uomo, perfino l'intelligenza più alta. (David Copperfield: cap. XLII, 1929)
Non v'è peggiore disparità, nel matrimonio, del disaccordo in fatto di carattere e di idee. (Mrs Markleham: cap. XLV, 1929)
Ho sempre osservato che chi ha qualche buona ragione per credere in se stesso, non si loda mai innanzi agli altri per farsi stimare. (David Copperfield: cap. XLVIII, 1929)
Egli era stato sempre un uomo attivo, e sapeva che chi aveva bisogno d'aiuto, doveva risolutamente far la propria parte e aiutarsi da sé. (cap. L, 1929)
[...] in questa vita si deve accettare il grasso e il magro. (Mr Omer: cap. LI, 1929)
Ahimè – disse Omer – quando si arriva a un'età in cui i due capi della vita s'incontrano; quando uno si trova, anche in buona salute, ad esser scarrozzato la seconda volta in una specie di carrettino, deve essergli dolce far del bene, se può. Ha bisogno di farne molto. E non parlo di me in particolare – disse Omer – perché, signore, il modo con cui considero le cose si è che noi precipitiamo sempre per i fianchi della collina, a qualunque età, ché il tempo non sta fermo un istante. Così cerchiamo di far sempre il bene, e d'esser felici. Proprio! (Mr Omer: cap. LI, 1929)
Noi parliamo della tirannia delle parole, ma anche noi siamo lieti di tirannizzarle; a noi piace di averne una ricca provvista che ci accompagni nelle grandi occasioni; ci pare che ci conferiscano importanza e suonino bene. E così, come non siamo molto difficili sulla qualità dei nostri valletti nelle grandi occasioni, purché portino bene la livrea e facciano numero, non diamo una grande importanza al significato o all'utilità delle parole che usiamo, purché sfilino in pompa magna. E così, come un individuo si caccia in un vespaio quando fa troppo sfoggio di servi in livrea, e così come gli schiavi quando sono troppo numerosi si ribellano contro i loro padroni, io potrei citare una nazione che s'è creata delle grandi difficoltà e se ne creerà altre maggiori col mantenere un corteggio troppo grande di parole. (David Copperfield: cap. LII, 1929)
[...] l'avidità e la scaltrezza non sanno mai fermarsi a tempo nel loro stesso interesse. (David Copperfield: cap. LII, 1929)
[...] son le inezie che fanno la somma della vita. (David Copperfield: cap. LIII, 1929)
Avevo compreso che le cose che non accadono hanno spesso su di noi, come quelle che accadono, degli effetti reali. (David Copperfield: cap. LVIII, 1929)
– Mia moglie arriva perfino a dire – continuò il più mite degli uomini, imbaldanzito dalla mia approvazione – che ciò che simili tipi chiamano falsamente la loro religione, non sia che un pretesto per lo sfogo dei loro cattivi istinti e della loro arroganza. (Mr Chilip: cap. LIX, 1929)
Dicono di «David Copperfield»
David Copperfield è senza dubbio il romanzo di Dickens dov'è più estrosa la caratterizzazione e dov'è più gustosa la futilità dell'intreccio. Un mondo vastissimo ci viene qui evocato: borghesi, marinai, casalinghe, truffatori, semplici ragazze, avvocati, bottegai, fantesche, spostati, in un viluppo di quotidiane avventure che non escludono né l'eroismo né la morte, eppure tutti quanti stanno al reale nella proporzione di figurine vedute allo stereoscopio. (Cesare Pavese)
Il David Copperfield prova come la storia sia un materiale amorfo e il genio tutto, che la ravviva secondo il suo calore e la colora secondo la sua luce. In quel romanzo che, in un certo grado, rappresenta la massima espressione della letteratura vittoriana, meno l'ultima parte, melodrammatica, e perciò ostica al palato di lettori non volgari, si ritrae con finezza precisa l'impercettibile della sensazione, si pondera l'imponderabile del pensiero in uno sdoppiamento istantaneo, si misura l'immensurabile della coscienza umana nell'inestricabile viluppo dell'errore. E non perché il soggetto sia Carlo Dickens, con addosso, per comodità della finzione, le spoglie di David Copperfield, ma perché l'autore è quel medesimo scrittore che trascura la verità contingente e fissa i mille volti dell'eterna, ritraendone la linea essenziale, indistruttibile e immutabile. Egli era falso contro la testimonianza oculare, secondo i dati del piccolo documento quotidiano, ma irrefutabile nel quadro d'insieme dipinto con un sentimento che investiga con sicurezza ogni profondità e trae a sommo, come in una goccia d'essenza ultima, la qualità custodita dall'anima e non ancora espressa. (Silvio Spaventa Filippi)
Frasi da «Dombey e Figlio»
Che virtù piacevole dev'essere l'indulgenza quando abbiamo ragione, se è così piacevole anche quando abbiamo torto e non siamo assolutamente in grado di dimostrare in che modo siamo riusciti a farci conferire il privilegio di esercitarla. (cap.V)
Le sorprese, come le disgrazie, di rado vengono da sole. (cap. VI)
[...] malinconia – il più a buon mercato e accessibile dei lussi [...]. (cap. VIII)
È proprio quando le nostre speranze in boccio sono irrimediabilmente danneggiate da qualche vento violento, che siamo più inclini a rappresentarci i fiori che avrebbero potuto produrre, se fossero sbocciate [...]. (cap. X)
Alle idee, come ai fantasmi (secondo quanto comunemente si crede dei fantasmi) bisogna parlare un poco perché si spieghino, e Toots aveva smesso da un pezzo di porre qualsiasi domanda alla propria mente. (cap. XII)
«Walter, ragazzo mio,» rispose il capitano «nei Proverbi di Salomone troverai queste parole: "Possiamo non trovarci mai senza un amico nella necessità, e senza una bottiglia da offrirgli!". Quando le trovi, prendine nota.» (cap. XV)
Che vecchia, vecchia usanza! Quella che viene di moda con i nostri primi vestiti, e durerà immutata finché la nostra razza avrà compiuto il suo cammino, e l'immenso firmamento si ritrarrà come una pergamena che si arrotola. Che vecchia, vecchia usanza... la Morte!
Oh, ringraziate Iddio, voi tutti che siete testimoni, dell'altra usanza, ancora più vecchia, l'immortalità. E voi, angioletti che foste dei bambini, abbassate su di noi sguardi non del tutto estraniati, quando il rapido fiume ci trascinerà verso l'oceano! (cap. XVI)
Ma per sua natura, nessun affetto puro può divampare a lungo in modo così violento e spietato. La fiamma che nei suoi elementi più vili puzza di terra, può consumare il cuore che le dà asilo; ma il sacro fuoco del cielo è dolce all'anima come quello che si posò sulla testa dei Dodici raccolti, mostrando a ognuno il proprio fratello, illuminato e illeso. (cap. XVIII)
Tira su come si deve un albero di fico, e quando sarai vecchio ti siederai alla sua ombra. (Capitano Cuttle: cap. XIX)
«Dombey,» disse il maggiore battendogli un colpetto sul braccio con il bastone da passeggio «non sia così pensieroso. È una cattiva abitudine. Il vecchio Joe, sissignore, non sarebbe saldo come lei lo vede, se l'avesse coltivata. Lei è troppo un grand'uomo, Dombey, per starsene così pensieroso. Nella sua posizione, sissignore, lei è molto al di sopra di questo genere di cose.» (cap. XX)
[...] nessun orfano al mondo può essere derelitto quanto quello che è escluso dall'affetto di un genitore vivo. (Signora dai capelli grigi: cap. XXIV)
«Sono sicuro,» disse poi passandosi di nuovo la mano sulla fronte e picchiettando il tavolo «ho buone ragioni di credere che il trantran quotidiano, sempre identico, farebbe accettare alla gente qualsiasi cosa. Non si vede niente, non si sente niente, non si sa niente, questo è il fatto. Andiamo avanti prendendo tutto per scontato, e così proseguiamo finché qualsiasi cosa facciamo, buona, cattiva o indifferente, la facciamo per abitudine. L'abitudine è l'unica cosa a cui potrò appellarmi, quando sul letto di morte sarò chiamato a giustificarmi davanti alla mia coscienza. "L'abitudine" dirò. "Per abitudine sono stato muto, sordo, cieco e paralitico davanti a un milione di cose." "Molto pratico, certo, signor comesichiama" dirà la coscienza "ma qui non va!"» (cap. XXXIII)
Quella madre miserabile e la sua miserabile figlia non erano forse solo la rappresentazione nel suo livello più abietto di certi vizi sociali talvolta predominanti nelle classi più alte? Nella sfera del mondo composto di circoli concentrici, non è forse vero che passiamo dal più alto al più basso solo per scoprire che i due estremi si toccano e che alla fine del nostro viaggio torniamo al punto di partenza? Con una grande differenza quanto a materia prima e a tessitura, il modello della trama non si trovava in ambienti ben più elevati? (cap. XXXIV)
«Polly, vecchia mia,» disse Toodle «non l'ho detto mica in particolare per Rob, davvero. Parto leggero con Rob, arrivo a una diramazione, prendo a bordo quello che ci trovo, e tutto un treno di idee ci si aggancia, prima che sappia dove mi trovo, o da dove vengono quelle idee. Guarda te che nodo ferroviario sono i pensieri di un uomo, davvero!» (cap. XXXVIII)
[...] i pensieri sono come il vento, e nessuno può risponderne, con certezza, per una certa durata. (Solomon Gills: cap. XXXIX)
«La speranza, vedi, Walter» disse il capitano con l'accento del saggio. «La speranza. È lei che ti anima. La speranza è un salvagente, vallo a riguardare nel tuo Warbler, nella parte sentimentale, ma santo cielo, ragazzo, come tutti i salvagente non può far altro che galleggiare; non puoi manovrarla. Insieme alla polena della speranza, c'è un'ancora. Ma a che mi serve avere un'ancora, se non ho un fondale dove lanciarla?» (Capitano Cuttle: cap. L)
È sempre l'abitudine che fa ostinare alcuni di noi, che pure sarebbero capaci di qualcosa di meglio, nell'orgoglio e nella caparbietà luciferine, che fa ostinare e sprofondare altri nell'infamia, la maggior parte nell'indifferenza, che ci indurisce ogni giorno, secondo il grado di elasticità della nostra argilla, come statue, e ci lascia sensibili come statue a nuove impressioni e convinzioni. (Signor Morfin: cap. LIII)
[...] gli individui falsi e scaltri segretamente disprezzeranno e detesteranno sempre l'oggetto della loro adulazione, e si irriteranno sempre di rendere e di veder accettare un omaggio che sanno privo di valore [...]. (cap. LV)
[...] i difetti sono a volte solo virtù spinte all'eccesso! (Signor Morfin: cap. LVIII)
Dicono di «Dombey e Figlio»
Questa fredda tenebra, che è uno degli archetipi dell'universo di Dickens, ha nel Dombey una coloritura sociale: il libro è il monumento e la tomba dell'Inghilterra vittoriana; e Mr. Dombey è la più grande figura simbolica dell'uomo d'affari borghese, che appaia nel romanzo dell'Ottocento. Nemmeno gli eroi di Balzac posseggono tanta forza demoniaca ed emanano tanto strazio. In questo mondo, l'unico valore assoluto è la ditta, la Dombey e figlio, nella quale Mr. Dombey crede come in Dio, sino a immolargli la vita, la famiglia, e ogni qualità umana. Non esiste che la ragione, la volontà, lo sforzo, la previsione, il danaro, la gerarchia – e il libro dimostra, con atroce evidenza, che la ragione, la volontà e lo sforzo sono incapaci di ottenere qualsiasi cosa, che il danaro è vano, che la previsione non prevede, che la gerarchia non serve. Alla fine, non resta nulla. Solo il nero e il freddo. (Pietro Citati)
Frasi da «Grandi speranze»
Non fare domande, e non ti verranno dette bugie. (Miss Gargery: cap. II, 2011)
Mrs. Gargery era una casalinga molto pulita, ma possedeva un'arte squisita di rendere la sua pulizia più sgradevole e inaccettabile della sporcizia. La pulizia è vicina alla religiosità, e alcune persone si comportano allo stesso modo con la loro religione. (cap. IV, 2011)
– Be', Pip, – disse Joe, – sia come sia, prima di poter essere eccezionalmente colto dovrai essere mediocremente colto, spero bene! Lo stesso re, sul trono e con tanto di corona in testa, non può mettersi a scrivere in stampatello gli atti del parlamento senza aver cominciato, quando non era che un comune principe, con l'alfabeto... Oh! – aggiunse Joe, con una significativa scrollata di testa. – E cominciato anche lui dall'A e faticato a trovar la strada della Z. E io so cosa vuol dire, sebbene non possa dire che l'abbia fatto. (cap. VII, 2012)
Qualunque fossero i suoi difetti, ricorda, o lettore, che era buono di cuore. (cap. VII, 2011)
Nel piccolo mondo nel quale i bambini, chiunque li allevi, conducono la loro esistenza, nulla è avvertito e sentito con maggior acutezza dell'ingiustizia. (Pip: cap. VIII, 2012)
Quello che un vero amico ti dice è quanto segue: se non riesci ad uscire dal comune per la via diritta, non ci arriverai seguendo la via storta. (Joe Gargery: cap. IX, 2012)
Cercate col pensiero di eliminare un dato giorno speciale della vostra vita e pensate a come diverso potrebbe essere stato il suo corso! Fermati, tu che leggi, e medita per un momento sulla lunga catena di bronzo o d'oro, di spine o di fiori, che mai ti avrebbe soggiogato se in un solo memorabile giorno si fosse formato e chiuso il primo anello. (Pip: cap. IX, 2013)
– C'è una cosa di cui puoi esser certo, Pip, – disse Joe, dopo qualche ruminare, – e cioè che le bugie sono bugie. Comunque vengano, non dovrebbero venire; e vengono dal padre delle bugie e a lui ritornano. (cap. X, 2012)
Ho un'esperienza vastissima di ragazzi, e siete tutti manigoldi. (Mr Jaggers: cap. XI, 2012)
Tristissima cosa è vergognarsi della propria casa. (Pip: cap. XIV, 2012)
Non è possibile sapere fin dove arrivi, nel mondo, l'influenza di un uomo dolce, onesto, dedito al dovere; ma è possibile sapere come abbia influenzato ciascuno di noi lungo il cammino [...]. (Pip: cap. XIV, 2011)
Alzar la cresta, Pip, abbassar la testa, Pip... Così è la vita! (Joe Gargery: cap. XV, 2012)
Il cielo sa che non dovremmo mai vergognarci delle nostre lacrime, perché sono pioggia sulla polvere accecante della terra che ricopre i nostri cuori induriti. (Pip: cap. XIX, 2011)
[...] essendo uno dei suoi princìpi che dalla creazione del mondo nessun uomo che non sia, in fondo all'anima, un autentico gentiluomo potrà mai essere un vero gentiluomo nei modi. Lui dice che nessuna vernice può nascondere la grana del legno, e che più vernice ci metti sopra, più la grana si rivela. (Haendel: cap. XXII, 2013)
Così, nella vita, accade che le nostre peggiori bassezze e viltà le commettiamo di solito a causa di coloro che più disprezziamo. (Pip: cap. XXVII, 2011)
Pip, vecchio mio, la vita è fatta di tanti distacchi appiccicati insieme, diciamo così; e uno batte il ferro, l'altro batte l'oro, un altro ancora il rame, ed è inevitabile che avvengano distacchi, fra di loro; e questi distacchi bisogna prenderli come vengono. (Joe Gargery: cap. XXVII, 2012)
Tutti gli imbroglioni della terra messi insieme sono nulla in confronto a coloro che ingannano se stessi [...]. (Pip: cap. XXVIII, 2011)
– Ti dirò, – riprese, nello stesso bisbiglio rapido e appassionato, – che cos'è vero amore. È cieca ammirazione, autoumiliazione illimitata, sottomissione totale, fede e credenza contro se stessi e contro il mondo, offerta di tutto il cuore e tutta l'anima a chi ce li trafigge... (Miss Havisham: cap. XXIX, 2012)
[...] chi occupa un posto di fiducia non è mai l'uomo più adatto. (Mr Jaggers: cap. XXX, 2012)
«Scelga il suo ponte, Mr. Pip», replicò Wemmick, «poi vada a fare una passeggiata su quel ponte, e butti i suoi soldi nel Tamigi dall'arco centrale di quel ponte, e saprà perfettamente che fine hanno fatto. Aiuti un amico con quel denaro, e potrà anche arrivare a conoscere la fine di quel denaro... ma è una fine meno piacevole e meno utile». (cap. XXXVI, 2011)
«Così,» continuò Estella «mi si deve prendere come sono stata fatta. Il successo non è mio, l'insuccesso neppure, ma le due cose insieme hanno prodotto me.» (cap. XXXVIII, 2013)
Non prenda mai nulla per quel che sembra esteriormente; prenda tutto per le prove che ne ha. Non c'è miglior regola. (Mr Jaggers: cap. XL, 2012)
Era una di quelle giornate di marzo in cui il sole brilla caldo e il vento soffia freddo, quando è estate alla luce e inverno all'ombra. (Pip: cap. XLIV, 2011)
[...] non possiamo scorgere il fondo delle prossime ore, più di quanto possiamo scorgere il fondo di questo fiume in cui metto la mano. E neppure possiamo fermare il loro fluire, più di quanto io possa fermare il fluire di questa corrente. Mi scorre tra le dita ed è già andata, vedi! (Abel Magwitch: cap. LIV, 2011)
Sono stata piegata e spezzata, ma... spero... in una forma migliore. (Estella: cap. LIX, 2013)
Dicono di «Grandi speranze»
Io, personalmente, baratto volentieri tutta Guerra e Pace per tre pagine di Grandi Speranze. (Alessandro Baricco)
Frasi da «Il circolo Pickwick»
Ben di rado i grandi uomini sono molto scrupolosi nella cura della persona. (cap. 2, 1879)
– Sto meditando, – disse il signor Pickwick, – sulla strana mutabilità dei casi umani.
– Ah, capisco! Si entra per la porta, un giorno, e si esce per la finestra il giorno dopo. Filosofo, il signore?
– Osservatore della natura umana, – disse il signor Pickwick.
– Anch'io. In genere si è filosofi quando si ha poco da fare e meno da guadagnare. (cap. II; 1928, vol. I, p. 15)
Ah! la poesia è nella vita ciò che i lumi e la musica sono sulla scena.... Spogliate la scena dei suoi abbellimenti e la vita delle sue illusioni.... che rimane alla scena e alla vita che metta conto di vedere o di vivere? (Jemmy: cap. III; 1928, vol. I, p. 38)
Stenti e malattie sono così comuni al mondo da non meritare più attenzione di quanta di solito se ne accorda alle più ordinarie vicissitudini della natura umana. (Jemmy: cap. III; 1928, vol. I, p. 39)
L'uomo è mortale, e v'è un punto oltre il quale il coraggio umano non può giungere. (cap. IV; 1928, vol. I p. 52)
Pochi momenti vi sono nella vita di un uomo, nei quali sia così ridevole il suo imbarazzo e così scarsa in altri la commiserazione, come quando egli si trova ad inseguire il suo cappello. È indispensabile, in questa operazione del ricuperare un cappello volato via, una forte dose di freddezza e un grado speciale di giudizio. Non bisogna essere frettoloso, né precipitarvisi sopra; né d'altra parte si deve cadere nell'estremo contrario e rischiare di perderlo a dirittura. Il miglior mezzo è questo: di tener dietro dolcemente all'oggetto che si ha in mira, di essere vigile e cauto, di attendere il destro, avanzarlo di qualche passo, far poi una subita diversione, afferrarlo, e cacciarselo in capo solidamente: e tutto questo, sorridendo sempre con una certa grazia, come se la cosa vi paresse il giuoco più piacevole di questo mondo. (cap. 4, 1879)
Dietro la carrozza era strettamente legata una canestra di vaste dimensioni – una di quelle canestre che per una vaga associazione di idee non mancano mai di destare in una mente contemplativa visioni di polli rifreddi, lingue e bottiglie di vino – e a cassetta sedeva, in uno stato di profonda sonnolenza, un ragazzo grasso e rubicondo, che un arguto osservatore avrebbe subito riconosciuto pel dispensiere ufficiale del contenuto della canestra suddetta quando il tempo opportuno per la distribuzione di quello fosse arrivato. (cap. 4, 1879)
– Maledetto ragazzo, s'è addormentato di nuovo!
– Davvero, un ragazzo straordinario, – disse il signor Pickwick; – dorme sempre a questo modo?
– Se dorme! – esclamò il vecchio signore. – Va per una commissione e dorme, serve a tavola e dorme.
– Strano davvero!
– Altro che strano! Io sono superbo di questo ragazzo; non lo darei per tutto l'oro del mondo. Perbacco, è una curiosità, capite! Joe, via questa roba, e dà qua un'altra bottiglia Joe!
Il ragazzo grasso si scosse, aprì gli occhi, ingoiò il pezzo di pasticcio che teneva in bocca nel punto che s'era addormito, e lentamente eseguì gli ordini del padrone, contemplando con aria cupida e molle i rimasugli del banchetto nel levare i piatti e rimetterli nella canestra. (cap. 4, 1879)
[...] i filosofi, dopo tutto, non sono che uomini con una corazza. (cap. X; 1928, vol. I, p. 135)
Lo spirito che arde dentro di noi somiglia la gerla del facchino sulla quale posa il gran fardello delle cure e dei dolori; e quando questo spirito ci vien meno, il peso troppo grave ci schiaccia. (Tracy Tupman: cap. 11, 1879)
– [...] la miglior cosa in queste occasioni e di fare quel che fa la massa.
– Ma supposto che ve ne siano due delle masse? – suggerì il signor Snodgrass.
– Bisogna gridare con la più numerosa, – rispose il signor Pickwick. (cap. 13, 1879)
– Le donne, dopo tutto, signori, – disse con entusiasmo Snodgrass, – sono il grande sostegno e il conforto della nostra vita. (cap. XIV; 1928, vol. I, p. 180)
Non c'è un mese in tutto l'anno in cui la natura si adorni di più bella veste come nel mese di Agosto. (cap. 16, 1879)
– Tu sei proprio un filosofo, Sam, – disse il signor Pickwick.
– Credo, signore, che sia una malattia di famiglia, – rispose Weller. Mio padre ha la stessa infezione. Se la mia matrigna grida, lui fischia. Se s'arrabbia e gli rompe la pipa, lui se n'esce e va a comprarsene un'altra. Allora essa s'infuria, e si fa pigliare le convulsioni; lui continua a fumare tranquillamente finché essa non ritorna in sé. È filosofia questa, signore?
– A ogni modo, ne fa le veci, – rispose il signor Pickwick, ridendo, – e deve averti giovato nel corso della tua vita errabonda, Sam. (cap. XVI; 1928, vol. I, p. 212)
Non c'è nulla di così rinfrescante come il sonno, come disse la fantesca prima di sorbirsi il guscio d'ovo pieno di laudano. (Sam Weller: cap. 16, 1879)
Le lagrime non hanno fatto mai andare un orologio o messo in moto un congegno a vapore. (Sam Weller: cap. XVI; 1928, vol. I, p. 218)
Lingua; bravo, eccellente quando non è di donna. (Sam Weller: cap. 19, 1879)
È una bella cosa giocare al volante, quando però non siete voi il volante e le racchette non sono due avvocati. A questo modo, il giuoco diventa troppo eccitante. (Sam Weller: cap. 20, 1879)
– Ho trovato una cura numero uno per la gotta, Sam – rispose il signor Weller posando il bicchiere.
– Una cura per la gotta! – esclamò il signor Pickwick cavando in fretta il suo portafogli; – e ?
– La gotta, signore, – rispose il signor Weller, – la gotta è un certo malanno che viene dalle troppe comodità e dall'averne troppi. Se mai vi piglia la gotta, signore, subito sposatevi una vedova che abbia una buona dose di voce e che se ne serva discretamente, e la gotta ve lo dico io che non torna più. È una ricetta miracolosa, signore. Io la prendo regolarmente tutti i giorni, e posso garentire che son sicuro da qualunque malattia prodotta dallo star troppo bene. (cap. 20, 1879)
[...] penso che il pover'uomo è vittima della connubiabilità, come disse il cappellano privato di Barba Blù con una lagrima pietosa quando andò a vederlo atterrare. (Sam Weller: cap. 20, 1879)
[...] la disperazione di rado ci assale col primo grave colpo della sventura. L'uomo fida negli amici non ancora provati, ricordando le molte offerte di aiuto, quando non ne aveva bisogno, dei suoi allegri compagni; egli ha la speranza.... la speranza della felice inesperienza.... e per quanto possa incurvarsi sotto il primo urto, essa gli germoglia in seno, e fiorisce per un po' di tempo, finché non è abbattuta dalla delusione e dall'abbandono. (cap. XXI; 1928, vol. I, p. 286)
Un tacito sguardo di affezione e di sollecitudine, nell'ora che tutti gli altri occhi si volgono freddamente altrove.... la di godere la simpatia e l'affetto d'un altro, nel momento che tutti ci hanno abbandonato.... è un rifugio, una sosta, una consolazione nella più profonda angoscia, che nessuna ricchezza è capace di comprare, nessun potere capace di offrire. (cap. XXI; 1928, vol. I, p. 287)
È una cosa molto curiosa [...] che la miseria e le ostriche debbano andar sempre insieme. (cap. 22, 1879)
Oramai è passata e non c'è più che fare, e questa è una consolazione, come dicono sempre in Turchia, quando tagliano la testa ad uno per un altro. (Sam Weller: cap. 23, 1879)
Prima gli affari, e i piaceri dopo, come disse il re Riccardo terzo quando ammazzò quell'altro re nella Torre, prima di strangolare i bambini. (Sam Weller: cap. 25, 1879)
– Sam, zitto, – disse il signor Pickwick.
– Muto come un tamburo bucato, – rispose Sam. (cap. XXV; 1928, vol. I, p. 343)
Addoloratissimo di recare un qualunque disturbo, signora, come disse il brigante alla vecchia signora quando la mise sul fuoco [...]. (Sam Weller: cap. 26, 1879)
[...] che poi valga la pena di passar tanti guai per imparar così poco, come disse il ragazzo quando fu arrivato in fondo all'alfabeto [...]. (Tony Weller: cap. 27, 1879)
E veramente numerosi sono i cuori ai quali il Natale arreca un breve periodo di gioia e di felicità. Quante famiglie, i cui componenti si sono dispersi qua e là lontano, nell'irrequieta lotta per la vita, si trovan riuniti di nuovo e s'incontrano di nuovo a Natale in quella felice compagnia e reciproca buona volontà, che è una così larga fonte di gioia pura e sincera, e così lontana dalle ansie e dalle tristezze del mondo, da essere annoverata, nella credenza religiosa delle nazioni più civili e insieme nelle rudi tradizioni dei più rudi selvaggi, fra le prime gioie della vita futura, largite ai beati e ai felici. Quante vecchie memorie e quante simpatie sopite ridesta il tempo di Natale! (cap. XXVIII; 1928, vol. I, p. 375)
Su un matrimonio si scherza volentieri, ma dopo tutto non v'è molto da scherzare – parliamo semplicemente della cerimonia, e vogliamo che si comprenda particolarmente che noi non ci lasciamo trascinare a nessun sarcasmo sulla vita coniugale. Insieme col piacere e la gioia del matrimonio ci son molti rimpianti per la casa che si abbandona, le lagrime della separazione fra il padre e la sposa, la consapevolezza del distacco dai cari e buoni amici della parte più felice della vita, per affrontare cure e affanni con altri non ancora provati e poco conosciuti [...]. (cap. XXVIII; 1928, vol. I, p. 384)
Nel limpido, azzurro cielo splendeva il sole, l'acqua scintillava sotto i suoi raggi, e gli alberi parevano più verdi e i fiori più gai, sotto il suo influsso benefico. L'acqua s'increspava con un piacevole mormorio; gli alberi stormivano allo zeffiro che bisbigliava fra le foglie; sui rami cantavano gli uccelli e l'allodola si levava in alto a dare il benvenuto al mattino. Sì, era mattina; la lucente, odorosa mattina d'estate: la più piccola foglia, il più esile filo d'erba era pieno di vita. La formica s'affrettava al suo lavoro quotidiano, la farfalla aleggiava e s'indorava ai caldi raggi del sole; miriadi d'insetti spiegavano le loro ali trasparenti, e godevano della loro breve, ma felice esistenza. La gente passava, contenta della stagione, e tutto era lucentezza e splendore. (cap. XXIX; 1928, vol. I, pp. 403-404)
Vide che le donne, le più tenere e le più fragili delle creature di Dio, erano più frequentemente superiori alle disgrazie, alle avversità e alle angustie; e ciò perché portavano in cuore un'inesauribile fonte di affezione e di devozione. (cap. XXIX; 1928, vol. I, p. 404)
– Benissimo, signore. C'è da basso un paio di Segaossi.
– Un paio di che? – domandò il signor Pickwick, alzandosi a sedere nel mezzo del letto.
– Un paio di Segaossi.
– Che è un Segaossi? – domandò il signor Pickwick, non ben certo se si trattasse di un animale vivo o di qualche cosa
– Come! non sapete che cosa è un Segaossi? – esclamò il signor Weller; – io mi figurava che tutti sapessero che un Segaossi è un chirurgo.
– Ah, un chirurgo, eh? – disse sorridendo il signor Pickwick...
– Per l'appunto, signore, – rispose Sam. – Questi di giù non sono però dei Segaossi patentati; si tirano su pel mestiere.
– In altri termini, sono studenti di medicina, volete dire?
Sam Weller accennò di sì col capo.
– Ne godo davvero, – disse il signor Pickwick, gettando energicamente il berretto sul piumino. – Bravi ragazzi cotesti studenti; bravissimi giovani, il cui giudizio è maturato dall'osservazione e dalla riflessione, e il cui gusto viene educato dalla lettura e dallo studio. Ne godo davvero. (cap. 30, 1879)
Le separazioni sono allegre durante la vita scolastica; ma fuor della scuola sono abbastanza dolorose. La morte, il dovere e i mutamenti di fortuna sciolgono ogni giorno dei gruppi felici e li sparpagliano lontano, e i fanciulli e le fanciulle non ritornano più. (cap. XXX; 1928, vol. II, p. 15)
Quando uno sanguina entro di sé, è in una condizione pericolosa per lui; ma quando ride entro di sé è pericoloso per gli altri. (Mallard: cap. XXXI; 1928, vol. II, p. 27)
Un conto, sia detto per incidenza, è la più straordinaria locomotiva che il genio umano abbia mai inventata. Correrebbe tutta la vita, senza mai fermarsi spontaneamente. (cap. XXXII; 1928, vol. II, p. 34)
È un vento veramente cattivo quello che non soffia bene per nessuno. (cap. XXXII; 1928, vol. II, p. 41)
All'età mia, sarà un gran colpo, questo è certo; ma io son duro parecchio, questo è che mi consola, come disse il vecchio tacchino quando il pollaiolo gli disse che temeva di dovergli tirare il collo per portarlo al mercato. (Tony Weller: cap. 33, 1879)
Sicché colgo l'occasione di questo giorno, Maria mia cara, come disse cuel tal debitore che usciva soltanto le domeniche [...]. (Sam Weller: cap. 33, 1879)
[...] le verrà la voglia che ci sia dell'altro, e questa è la grande arte di scrivere le lettere. (Sam Weller: cap. 33, 1879)
Gli avvocati opinano che ci siano due specie di testimoni particolarmente nocivi: i riluttanti e i troppo volenterosi [...]. (Signor Winkle: cap. XXXIV; 1928, vol. II, p. 79)
– Lo scrivete col V o col doppio V?
– Questo dipende dal gusto e dalla fantasia di chi lo scrive, eccellenza. (cap. 34, 1879)
A proposito, chi sa perché molti, che non leggono e non scrivono mai, hanno sempre qualche stanzetta che chiamano studio? (Sam Weller: cap. XXXV; 1928, vol. II, p. 97)
È vecchio privilegio dei re di governar tutto, ma non le loro passioni. (cap. XXXVI; 1928, vol. II, p. 108)
– Ma è sempre così, – disse Giovanni Smauker; – se il destino ti scaglia nella vita pubblica e in una funzione pubblica, devi aspettarti d'andar soggetto a tentazioni, dalle quali, Weller, gli altri sono esenti. (cap. XXXVII; 1928, vol. II, p. 116)
Certi vecchi sono come gli elefanti. Di tanto in tanto s'eccitano e diventano selvaggi. (Roker: cap. XLII; 1928, vol. II, p. 189)
[...] io non son troppo abituato a cantare senza lo strumento: ma tutto pel quieto vivere, come disse il marinaio quando fu nominato custode della lanterna del molo. (Sam Weller: cap. 43, 1879)
Abbasso la melanconia, come disse lo scolaro a cui era morto il maestro. (Sam Weller: cap. XLIV; 1928, vol. II, p. 217)
Le lagrime – disse Giobbe, con uno sguardo di momentanea astuzia, – non sono le sole prove della sofferenza, né le migliori. (cap. XLV; 1928, vol. II, pp. 233-234)
Dolente di dover interrompere il vostro piacevole trattenimento, come disse il re quando sciolse il parlamento [...]. (Sam Weller: cap. XLVIII; 1928, vol. II, p. 267)
[...] doveva esser così, e così è stato, come disse la vecchia signora dopo che si fu sposato il servitore. (Sam Weller: cap. 52, 1879)
Non ci badate; tutto pel mio meglio, come disse lo pentito quando gli dettero il cavallo. (Tony Weller: cap. 52, 1879)
[...] più uno ingrassa, e più diventa saggio. Pancia e saggezza, Samuelino, crescono sempre insieme. (Tony Weller: cap. LV; 1928, vol. II, p. 362)
È il destino del vecchio solo, che quelli che gli stanno d'attorno debbano crearsi nuovi e diversi affetti e lasciarlo. (cap. LVI; 1928, vol. II, p. 373)
Lasciamo il nostro vecchio amico in uno di quei momenti di pura felicità, che si trovano, se li cerchiamo, ed allietano la nostra fuggevole esistenza quaggiù. Sulla terra vi son delle ombre buie, ma le luci, nel contrasto, son più vive. Alcuni, come i pipistrelli e i gufi, hanno occhi più adatti alla tenebra che alla luce. Noi, che non abbiamo simili facoltà ottiche, siam lieti di dare il nostro ultimo sguardo d'addio ai compagni immaginari di molte ore solitarie, nel momento che la breve felicità di questo mondo, come una fulgida luce di sole, raggia in pieno su di loro. (cap. LVII; 1928, vol. II, p. 389)
È destino di molti uomini, che vivono fra la gente e vanno innanzi con gli anni, di farsi molti veri amici e di perderli poi nel corso della vita. È destino di tutti gli autori o cronisti di crearsi degli amici immaginari, e di perderli nel corso dell'arte. Né qui si arresta la disgrazia loro; perché si richiede inoltre da loro che di quelli rendano un conto preciso. (cap. 57, 1879)
Dicono di «Il circolo Pickwick»
Il lettore che apre la prima volta Pickwick adesso prova la stessa gioia di chi lo leggeva a fascicoli nell'anno 1836. Gli allegri personaggi, che lo popolano, ridono con la stessa schietta giocondità d'allora; gli episodi comici, che occhieggiano con grazia birichina da tutte le pagine, vi mettono con lo strepito delle risate gioiose un rumore di cascatelle che vi dà la sensazione e la visione di acque gorgoglianti e schiumose, di poggetti fioriti e di boschetti ombrosi, di desinari sull'erba, di grida e di richiami di brigate chiassose, a spasso in giornate di sole e di felicità. Pickwick si può leggere non una, ma due, tre, dieci volte, ed è sempre nuovo. È come un inesauribile riso di giovinezza eterna. (Silvio Spaventa Filippi)
Frasi da «Il mistero di Edwin Drood»
Cosa c'è di più grazioso di una vecchia signora (a parte una signora giovane) allorché i suoi occhi sono lucenti, allorché la sua figura è snella e compatta, allorché il suo viso è allegro e tranquillo, allorché il suo vestito è simile a quello di una pastorella di porcellana: sì delicato nei suoi colori, così adatto alla persona, così ben modellato su di lei? (cap. VI)
«Forse, la miglior forma di civiltà e cortesia, in qualsiasi ambiente si sia stati allevati,» ribatte Edwin Drood «è badare ai propri affari.» (cap. VIII)
È stato bene spesso osservato che le donne hanno il curioso potere di indovinare il carattere degli uomini, un potere che sembrerebbe innato ed istintivo, dato che a esso non si attinge mediante un paziente ragionamento, dato che esso non è in grado di render sufficientemente conto di se stesso, e che si esprime e manifesta con la massima sicumera anche contro un cumulo di osservazioni in contrario da parte dell'altro sesso. Ma non è stato altrettanto spesso osservato che tale potere (fallibile, come qualsiasi altro attributo umano) è in linea di massima assolutamente incapace di auto-revisione; e che quando ha espresso un parere avverso che, ai lumi dell'umano intelletto, si sia susseguentemente dimostrato erroneo, esso parere non si distingue più dal pregiudizio, per quanto concerne la sua determinazione a non venir riveduto e corretto. Anzi, la possibilità stessa di una contraddizione o confutazione, per quanto remota, impartisce a codesto femminil giudizio, sin dall'inizio, in nove casi su dieci, quella debolezza ch'è insita nella testimonianza resa da un testimone interessato; sì personalmente e sì fortemente connette, la gentil indovina, se stessa alla propria divinazione. (cap. X)
I Sindaci vengono elevati alla loro carica affinché pronuncino discorsi e indirizzi: macchine belliche che, intrepidamente, sparano pallottole e granate contro la Grammatica Inglese. (cap. XII)
Non v'è nulla di piccolo, per chi è veramente grande in ispirito. (cap. XVII)
[...] mister Grewgious sollevò lo sguardo, dalle finestre alle stelle, come se egli volesse leggere, in esse, qualcosa che gli era celato. Molti di noi lo vorrebbero, se lo potessero; ma nessuno di noi conosce ancora l'alfabeto degli astri – né appare probabile che mai verrà a conoscerlo, in questo stadio dell'esistenza – e ben poche lingue posson leggersi finché non si sia ben padroni dei loro segni alfabetici. (cap. XVII)
[...] la confusione mentale non [è] sempre, necessariamente, goffa ma [può], talvolta, presentar un grazioso aspetto. (cap. XXII)
Frasi da «Il nostro comune amico»
[...] c'è una maligna tendenza dell'umanità ad approfittare della minima occasione di guardare chiunque, piuttosto che la persona che le parla. (lib. I, cap. II)
Chi sa leggere non guarda un libro, nemmeno se chiuso in uno scaffale, allo stesso modo di chi non sa leggere. (lib. I, cap. III)
Ma dal modo come si mettono insieme vari elementi dipende se il risultato sarà una donna o un pesce, oppure una sirena. (lib. I, cap. III)
Perché questa è la legge eterna: il male spesso finisce e muore con chi lo fa, ma il bene continua. (lib. I, cap. IX)
Come è ben noto alla nostra saggia generazione la compra e vendita di azioni è l'unica cosa da fare in questo mondo. Non c'è bisogno di antenati né di una buona reputazione, né di cultura, né di idee, né di bei modi: basta avere azioni. Avere abbastanza azioni da far parte del Consiglio Generale col nome in lettere maiuscole, viaggiare su e giù tra Londra e Parigi per affari misteriosi, ed essere grandi. Da dove viene quel tale? Dalle azioni. Dove va? Alle azioni. Che gusti ha? Azioni. Ha dei princìpi? Ha azioni. Che cos'è che lo manda al Parlamento? Le azioni. Forse da solo non è mai riuscito a nulla, non ha mai fatto nulla, non ha mai prodotto nulla! Ma le azioni spiegano tutto. O potenti azioni! Voi fate risplendere in alto quelle lucenti immagini per cui noi pidocchi insignificanti gradiamo notte e giorno, come per effetto dell'oppio o della cicuta: «Liberateci dal nostro denaro, sparpagliatelo per nostro conto, comprateci e vendeteci, rovinateci, soltanto vi preghiamo di assidervi tra le potenze della terra e d'ingrassare a nostre spese!» (lib. I, cap. X)
[...] c'è nell'inglese una combinazione di qualità, una modestia, un'indipendenza, una responsabilità, un riposo, combinati con l'assenza di tutto ciò che possa fare arrossire una fanciulla, che si cercherebbero invano tra le nazioni della terra. (Signor Podsnap: lib. I, cap. XI)
L'istinto (parola che tutti capiscono bene) cammina generalmente a quattro zampe, ma la ragione sempre con due, e perciò un animale a quattro zampe non può mai raggiungere, nella bassezza, la perfezione di un uomo. (lib. II, cap. V)
[...] il servo incompetente, da chiunque sia impiegato, è sempre contro il padrone. Anche certi governatori nati, persone nobili e molto onorevoli, che hanno dato prova di assoluta incapacità in posti importanti, si sono mostrati senza eccezione avversi al loro padrone, ora affettando sfiducia, ora ostentando insolenza. E quello che è vero del padrone e del servo negli affari pubblici, è egualmente vero dei servi e padroni privati in tutto il mondo. (lib. II, cap. VII)
Quando la vostra famiglia vuol sbarazzarsi di voi, non c'è niente di più facile che mettervi in urto con la vostra famiglia. (lib. II, cap. V)
L'amore, benché si dica che sia cieco, sa far buona guardia [...]. (lib. II, cap. XI)
[...] c'è una moltitudine di caratteri deboli e incapaci d'iniziativa che sono sempre pronti a entusiasmarsi per la prima idea sballata che capita (e generalmente ai giorni nostri s'infiammano per qualcuno che ha fatto qualche cosa, e poi si scopre che non ha fatto proprio nulla) [...]. (lib. II, cap. XI)
La potenza (a meno che non sia la potenza dell'intelletto o della virtù) ha sempre la più grande attrattiva sulle nature più basse [...]. (lib. III, cap. VII))
Sarebbe più acuto del dente di un serpente, se non fosse più piatto dell'acqua stagnante. (Fanny Cleaver: lib. III, cap. X)
Se i grandi criminali dicessero la verità – ma essendo grandi criminali non la dicono – racconterebbero molto raramente di aver lottato contro il delitto. Lottano per compierlo. Essi tengono testa alle onde avverse, per raggiungere la riva sanguinosa, non per fuggirla. (lib. III,cap. XI)
E questa è un'altra delle disgrazie a cui va incontro un criminale. Ci sono cinquanta porte aperte alla scoperta del suo delitto. Egli si preoccupa con infinita cura di sbarrarne saldamente quarantanove, e non si accorge della cinquantesima che resta spalancata. (lib. IV, cap. VII)
[...] il criminale che riesce a tenere a bada il rimorso della sua coscienza che grida vendetta, non può sfuggire a una tortura più lenta che consiste nel ripetere incessantemente il delitto, nella sua immaginazione, mille e mille volte, e sempre in modo più perfetto. Nelle dichiarazioni che gli assassini fanno a loro difesa e nelle loro pretese confessioni, si può rintracciare attraverso tutte le loro bugie il filo di questa tortura che li perseguita. Se avessi fatto quello di cui mi si accusa, si può immaginare che avrei fatto questo sbaglio e quest'altro? Se avessi fatto quello di cui mi si accusa, avrei lasciato quello spiraglio per il quale ha deposto ignobilmente contro di me quel testimonio falso e malvagio? Lo stato del miserabile che continuamente trova i punti deboli del suo delitto quando non si può cambiar più niente, e cerca di rafforzarli, è uno stato che aggrava l'offesa perché ripete il delitto mille volte, ma è anche uno stato che infligge alla trista, spietata natura del colpevole la punizione di un tormento inimmaginabile. (lib. IV, cap. VII)
L'amore è in ogni cosa un maestro ammirevole [...]. (lib. IV, cap. XI)
Frasi da «Impressioni italiane»
Potemmo vedere Genova prima delle tre e l'osservare come gradualmente si sviluppava il suo splendido anfiteatro, fila di case che spuntavano sopra fila di case, giardino sopra giardino, palazzo sopra palazzo, altura su altura, fu ampio motivo di occupazione per noi finché non entrammo nel suo porto imponente. (2005, pp. 28-29)
Mai, in vita mia, fui così sbigottito! La meravigliosa novità di tutto, gli odori sconosciuti, l'inesplicabile sudiciume (malgrado sia considerata la più pulita delle città italiane), l'ammucchiarsi disordinato di case sporche, una sopra il tetto dell'altra; i vicoli, più squallidi e stretti che quelli di St. Giles o di Parigi vecchia; dentro e fuori i quali passavano e ripassavano non dei vagabondi ma delle signore eleganti, con veli bianchi e grandi ventagli; la totale assenza di rassomiglianza di qualsiasi casa d'abitazione o negozio o muro o sostegno o colonna con qualcosa che uno avesse visto prima; lo sporco scoraggiante, il disagio e lo sfacelo, mi stordirono completamente. (2005, p. 29)
Non immaginavo, quel giorno, che sarei mai arrivato ad avere un legame persino con le pietre della strada di Genova e che avrei ripensato alla città con affetto, perché connessa con tante ore di felicità e di quiete! (2005, p. 30)
Le prime impressioni che un posto del genere di Albaro, il sobborgo di Genova dove attualmente, come direbbero i miei amici americani, sono "situato", possono difficilmente non essere, devo supporre, lugubri e deludenti. Ci vuole un po' di tempo e di abitudine per superare la sensazione di depressione che, all'inizio, nasce da tanta rovina e tanta trascuratezza. (2005, p. 31)
La Villa Bagnarello: o la Prigione Rosa, espressione molto più indicata per l'edificio, è in una delle più splendide posizioni immaginabili. [...] Una decrepita, tetra, spettrale, echeggiante e sinistra casa disadorna: questo è; come non ne ho mai né viste né immaginate. (2005, pp. 32, 34)
È una specie di rovinoso gioco d'azzardo che non ha bisogno di altro accessorio che le dieci dita, che sono sempre – non faccio gioco di parole – sotto mano. [...] Non è mai il gioco più tranquillo del mondo; perché i numeri vengono chiamati a voce alta ed acuta e uno dietro l'altro; giusto il tempo di contare. (2005, pp. 40-41)
È un posto che "cresce dentro di voi" giorno per giorno. Sembra sempre che vi sia qualcosa da scoprirvi. Potete smarrire il vostro cammino (che cosa gradevole è, quando siete senza meta!) venti volte al giorno, se vi aggrada; e ritrovarlo tra le più sorprendenti ed inaspettate difficoltà. Abbonda dei più strani contrasti: cose pittoresche, brutte, meschine, magnifiche, deliziose e disgustose vi si parano davanti allo sguardo ad ogni angolo. (2005, p. 45)
Chi vuole vedere quanto è bella la campagna negli immediati dintorni di Genova deve salire, in una giornata serena, in cime al monte Faccio o, almeno, fare una cavalcata intorno alle mura della città che è un'impresa molto più facile da compiere. Non c'è panorama più bello e più vario delle mutevoli vedute del porto e delle valli dei due fiumi, la Polcevera e il Bisagno, da quelle alture lungo le quali sono costruite le mura, poderosamente fortificate, come una piccola grande muraglia cinese. (2005, pp. 45-46)
La grande maggioranza delle strade è tanto stretta quanto un passaggio pubblico è possibile che lo sia – in un luogo dove la gente (sia pure degli italiani), si suppone che viva e circoli; trattandosi di veri vicoli, con qua e là una specie di pozzo o di posto per respirare. (2005, p. 47)
Quando potrò dimenticare le strade dei palazzi: la strada Nuova e la strada Balbi? O come l'una mi apparve un giorno d'estate quando la vidi la prima volta sotto il più smagliante dei cieli estivi blu intenso che la sua stretta prospettiva di immense dimore riduceva ad una affusolata e preziosissima striscia di lucentezza, in contrasto con l'ombra scura sottostante? (2005, p. 48)
Lo splendore e la varietà delle chiese genovesi può difficilmente essere esagerato. Specialmente la chiesa dell'Annunciata: costruita, come molte altre, a spese di una nobile famiglia e che ora viene lentamente restaurata: dalla porta esterna sino alla sommità dell'alta cupola, è così finemente dipinta e dorata che sembra (come dice il Simond, nel suo piacevole libro sull'Italia) una grande tabacchiera smaltata. (2005, p. 65)
Ci sono tre teatri in città, a parte uno vecchio che viene aperto raramente. Il più importante – il Carlo Felice: il teatro dell'opera di Genova – è uno splendido, comodo e bel teatro. (2005, p. 68)
Il Teatro Diurno è un palcoscenico coperto, all'aria aperta, dove gli spettacoli hanno luogo con la luce del giorno, nel fresco del pomeriggio; con inizio verso le quattro o le cinque e della durata di tre ore. È curioso, seduti tra il pubblico, godere una bella vista delle colline e delle case circostanti, vedere i vicini guardare dalle loro finestre e sentire le campane delle chiese e dei conventi suonare completamente a sproposito con quello che avviene in scena. (2005, p. 69)
Non c'è in Italia, dicono (e io ci credo), un'abitazione più piacevole di Palazzo Peschiere [...] Si trova su un'altura all'interno delle mura di Genova ma appartato dalla città: è circondato da bei giardini interni, abbelliti con statue, vasi, fontane, bacini marmorei, terrazze, viali di aranci e di limoni, boschetti di rose e di camelie. Tutti gli appartamenti sono belli per proporzioni e decorazioni; ma il grande vestibolo, alto una cinquantina di piedi, con tre grandi finestre sul fondo, che guardano sull'intera città di Genova, il porto e il mare che la circonda, offre uno dei più deliziosi ed affascinanti panorami del mondo. Sarebbe difficile immaginare una dimora più gradevole e comoda di quella che offrono le grandi stanze, all'interno; e certamente niente di più delizioso potrebbe essere immaginato dello scenario fuori, alla luce del sole o al chiaro di luna. Somiglia più ad un palazzo incantato in una novella orientale che ad una sobria e grave dimora. (2005, p. 78)
Che si possa vagare di stanza in stanza senza mai stancarsi di osservare le decorazioni fantastiche sui muri e sui soffitti, così vivaci nella loro freschezza di colori come se fossero stati dipinti ieri; o come un piano, o anche il grande ingresso su cui si aprono altre otto stanze, sia una spaziosa passeggiata; o come ci siano corridoi e camere da letto che non usiamo e che raramente visitiamo e delle quali a malapena ritroviamo la strada; o che ci sia una veduta diversa per ognuna delle quattro facciate dell'edificio, poco importa. Ma quel panorama del vestibolo è come una visione per me. (2005, pp. 78-79)
[...] la più splendente delle colline con il bel tempo, ma la più tetra quando si avvicina il temporale [...] (2005, p. 79)
[...] una passeggiata pubblica dove la banda militare suona gaiamente, dove i veli bianchi delle genovesi si radunano numerosi e dove le famiglie nobili della città cavalcano in tondo e in tondo e in tondo, almeno in abito e carrozza di gala, se non con perfetta padronanza. (2005, p. 80)
Quando i suoi straordinari paesaggi sono finiti e si snoda tra una lunga linea di sobborghi, che si stendono sulla piatta riva del mare, verso Genova, allora le mutevoli brevi apparizioni di questa magnifica città e del suo porto destano nuove fonti di interesse; rinnovate da ogni vasta, ingombrante, semidisabitata vecchia casa di periferia: e arrivando all'apice quando si raggiunge la porta della città e tutta Genova, con la sua bellissima baia e le colline circostanti, esplode orgogliosamente alla vista. (2005, p. 93)
L'aria fredda mordeva la carne. Ma la serenità della notte e la stupenda bellezza della strada, con le ombre impenetrabili e l'oscurità profonda, con l'improvvise voltate, dopo le quali si passava subitamente nei tratti rischiarati dalla luna, e l'incessante scroscio dell'acqua cadente, resero ad ogni passo il viaggio sempre più meraviglioso. Lasciandosi dietro ben presto i tranquilli villaggi italiani, addormentati nel chiarore lunare, la strada cominciò a svolgersi tortuosa fra le masse nere di alberi e, dopo un po' di cammino, emerse in una zona più spoglia e assai ripida e faticosa, sulla quale la luna risplendeva alta e lucente. A poco a poco il frastuono delle acque divenne più forte e la stupenda strada, dopo aver traversato il torrente su di un ponte, penetrò tra due muri massicci di rocce perpendicolari, i quali ci tolsero interamente la luce della luna e ci lasciarono solo la vista di alcune stelle, che brillavano sulla stretta lista di cielo al di sopra di noi. Poi perdemmo anche queste, nella profonda oscurità di una caverna della roccia, attraverso la quale era stata aperta la strada. (1989, pp. 93-94)
Quella splendida giornata stava appena declinando, quando arrivammo sul Lago Maggiore, con le sue deliziose isole. Per quanto bizzarra e stravagante l'Isola Bella possa essere, e lo è, tuttavia essa è meravigliosa. (1989, p. 94)
Uscendo dall'altra parte di nuovo in un tratto rischiarato dalla luna, attraverso ad un ponte altissimo, la strada proseguì tortuosa lungo la gola di Gondo, orrida e grandiosa oltre ogni dire, con precipizi formati da pareti lisce che s'innalzavano su ambo i lati e quasi si toccavano in cima. Proseguimmo così per tutta la notte, avanzando faticosamente sempre più in alto. (1989, p. 94)
Carrara, tutta circondata da alte colline, è una città chiara e pittoresca. Pochi turisti vi soggiornano: e la popolazione è tutta più o meno occupata con la lavorazione del marmo. Ci sono poi villaggi vicino alle cave, dove vivono gli operai. È fornita di un bel teatrino, appena costruito: ed è interessante l'uso di formare un coro di lavoratori delle cave di marmo, che sono autodidatti e cantano ad orecchio. (2005, p. 184)
È come un pezzetto di Venezia, senza l'acqua. Ci sono alcuni vecchi palazzi curiosi in questa città, che è molto antica; e senza avere (per me) l'interesse che hanno Verona o Genova, è fantastica e come di sogno, interessantissima. (2005, p. 192)
Deliziosa Verona! Con i suoi bei palazzi antichi e l'incantevole campagna vista in distanza da sentieri praticabili e da solide gallerie con balaustra. Con i suoi tranquilli ponti romani che tracciano la retta via illuminando, nell'odierna luce solare, con tonalità antiche di secoli. Con le chiese marmoree, le alte torri, la ricca architettura che si affaccia sulle antiche e quiete strade nelle quali riecheggiavano le grida dei Montecchi e dei Capuleti...
Perugia, munita di grandi mezzi di difesa dalla natura e dalla mano dell'uomo, sorge improvvisamente su di un'altura.
Frasi da «La bottega dell'antiquario»
– Mi addolora sempre – osservai, mosso da ciò che prendevo per suo egoismo – m'addolora sempre vedere i fanciulli iniziati alle durezze della vita, quando sono appena usciti dall'infanzia. Questo scompiglia la loro fiducia e la loro semplicità... due delle migliori qualità di cui li adorna il Cielo... e fa sì ch'essi partecipino alle nostre tristezze prima che siano capaci di godere dei nostri piaceri.
– Non scompiglierà mai le sue – disse il vecchio, guardandomi fisso – le sorgenti sono troppo profonde. D'altra parte, i figliuoli dei poveri conoscono pochi piaceri. Anche le più tenere gioie della fanciullezza si debbono comprare e pagare. (vol. I, cap. I)
Se l'ala dell'amicizia non dovrebbe mai mutare una piuma, l'ala della parentela non dovrebbe essere mai mozzata e arruffata. (Dick Swiveller: vol. I, cap. II)
– No – disse Riccardino, scotendo il capo – ma di questi vecchi... non c'è da fidarsi molto, Rico. Ho una vecchia zia laggiù nel Dorsetshire che doveva morire quando io avevo otto anni, e non ha mantenuto ancora la promessa. Sono così opprimenti, così incoerenti, così sprezzanti questi vecchi... Se in famiglia non c'è l'apoplessia, Rico, non si può fare alcun calcolo su di loro, e anche allora son capaci di fartela in barba. (vol. I, cap. VII)
– Vi dico, signora – disse il signor Witherden – ciò che penso di un galantuomo, che, come osserva il poeta, è l'opera più nobile della creazione. Io signora, son d'accordo col poeta in ogni particolare. Le Alpi vertiginose da una parte e l'uccello-mosca dall'altra, non son nulla, in fatto di esecuzione, di fronte a un onest'uomo... o a una donna... una donna. (vol. I, cap. XIV)
[...] è costume degli eroi, quando si trovano in tristi condizioni, assalire con amarezza e ironia. (vol. I, cap. XXXIV)
Nessuno si butta in terra da sé; se il suo destino lo butta in terra, tocca al destino di raccoglierlo. (Dick Swiveller: vol. I, cap. XXXIV)
[...] come i dottori di rado pigliano le loro ricette, e i sacerdoti non sempre praticano ciò che predicano, così gli avvocati sono restii a ricorrere alla legge per conto proprio, sapendo bene che essa è un affilatissimo strumento d'incerta applicazione, dispendiosissimo a mettere in moto, e adatto più a tosare perfettamente, che a tosare la persona che bisogna tosare. (vol. I, cap. XXXVII)
Dall'amore della casa, origina l'amor della patria [...]. (vol. II, cap. I)
Ah, le vacanze! Perché ci lasciano dei rimpianti? Perché non possiamo ricacciarle indietro nella nostra memoria d'una settimana o due, tanto da riportarle a un tratto a quella giusta distanza donde possono essere guardate o con calma indifferenza o con un piacevole sforzo di rievocazione? Perché ci aleggiano intorno come la fragranza del vino di ieri, con un vago sentore di mal capo e di stanchezza, e come quelle buone intenzioni per l'avvenire, che formano giù negli abissi il lastricato permanente d'un vasto dominio, e quassù durano di solito fino all'ora del desinare, un po' più, un po' meno? (vol. II, cap. III)
[...] nella maggioranza dei casi, la coscienza è un indumento molto elastico e flessibile, che si allunga molto e si adatta a una gran varietà di circostanze. Certa gente, con un prudente governo e col toglierselo a poco a poco, come si fa con una sottoveste di flanella in estate, si sforza anche, a tempo debito, di farne interamente a meno; ma vi sono altri che possono indossarlo e spogliarsene a piacere; e questo, essendo cosa più conveniente e comoda, è molto più in voga. (vol. II, cap. VI)
[...] i cimenti più duri e più validamente sopportati sono quelli che non son mai registrati nelle memorie di questo mondo, e che pure si soffrono tutti i giorni. (Mr Marton: vol. II, cap. IX)
Qualunque cosa faccia del rumore è gradita alla folla. (vol. II, cap. X)
[...] la decantata voce di popolo, dissimile al sasso che rotola del proverbio, raccoglie molto musco nei suoi continui andirivieni [...]. (vol. II, cap. XI)
Questo Kit appartiene a quella vostra simpatica gente virtuosa, alla simpaticissima categoria dei giusti, degl'ipocriti, dei vili, delle persone a due facce, dei traditori, delle spie, dei cagnolini che leccano chi dà loro un tozzo di pane e li vezzeggia, e che latrano e s'avventano contro tutti gli altri. (Quilp: vol. II, cap. XIV)
Ogni cosa nella vita, buona o cattiva, ha quasi sempre un effetto su di noi per via di contrasto. (vol. II, cap. XVI)
Così le gesta violente vivono ancora dopo che sono scomparsi gli uomini, e le tracce della guerra e degli spargimenti di sangue in lugubri forme, molto tempo dopo che i distruttori non saran più che atomi di terra. (vol. II, cap. XVI)
Vi sono delle corde nel cuore umano – strane, variabili corde – che vibrano soltanto per caso: rimaste mute e insensibili agli appelli più fervidi e gravi, rispondono finalmente al tocco più lieve e impensato. Nelle menti torbide e deboli, v'è una serie di riflessioni che l'arte può di rado guidare o l'abilità assistere, ma che si rivelerà, come è avvenuto alle grandi verità, per caso e quando lo scopritore non ha che il più semplice oggetto in vista. (vol. II, cap. XVIII)
[...] se non vi fossero delle persone cattive, non ci sarebbero dei bravi avvocati. (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XIX)
La tranquillità di spirito, Riccardo, è la dolcezza dell'esistenza. (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XIX)
Io non guardo alla sottoveste. Guardo al cuore. Le strisce della sottoveste non sono che le gretole della gabbia. Ma l'uccello è il cuore. Ah! Quanti poveri uccelli intristiscono continuamente e mettono i loro becchi a traverso le gretole per beccare con affetto tutta l'umanità. (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XIX)
– Un uomo – dice Sansone – che perde quarantasette sterline e dieci scellini in una mattinata per la propria onestà, è un uomo da invidiare. Se fossero state ottanta sterline, il piacere di questo sentimento sarebbe aumentato. Ogni sterlina perduta sarebbe stata mezzo quintale di felicità guadagnata. La calma vocina, Cristoforo – esclama Bronzi, sorridendo e picchiandosi il seno – è una lieta canzone entro di me, ed è tutta felicità e gioia! (vol. II, cap. XX)
– Io vi do la mia parola, guardia... – disse Bronzi. Ma a questo punto la guardia s'interpose fondandosi sul principio costituzionale che le parole volano, e osservando che le chiacchiere fossero soltanto pappa per i bambini e i lattanti, e che invece il cibo dei forti fossero i giuramenti. (vol. II, cap. XXIII)
Il mondo, che commette continuamente immense ingiustizie, si consola troppo facilmente con l'idea che alla vittima delle falsità ch'esso trama e della malignità ch'esso trasuda, non possa mancare, avendo la coscienza pura, un conforto nelle proprie sofferenze, e che in un modo o nell'altro, finirà per trionfare; e «in questo caso» dicono quelli che hanno abbattuto la vittima, «benché noi non ce l'aspettiamo, nessun sarà più lieto di noi». E invece il mondo farebbe bene a riflettere, che l'ingiustizia è in se stessa, per ogni animo ben fatto e generoso, il male più insoffribile, il più atroce e difficile a sopportare; e che molte coscienze pure trovarono la loro giustificazione altrove, e che molti cuori saldi si infransero appunto perché la coscienza dei propri meriti non fece che aggravare le loro sofferenze e renderle più tormentose. (vol. II, cap. XXIV)
[...] la verità, in sé considerata, è una sublime e magnifica cosa, signori, benché non si sia sempre lieti di vederla, appunto come altre sublimi e magnifiche cose, gli uragani, per esempio... (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XXIX)
[...] sebbene la necessità non abbia legge, ha i suoi cultori di legge. (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XXIX)
Tu non hai dimenticato la massima di nostro padre... il nostro riverito padre, signori... «Sospettate sempre di tutti». (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XXIX)
Così accade sempre che questi uomini di mondo lo traversino corazzati per difendersi tanto del male quanto del bene, non contando il fastidio e l'assurdità di montar sempre la guardia col microscopio e di andar vestiti di ferro anche nelle più innocenti occasioni. (vol. II, cap. XXIX)
La massima di Bronzi era che l'abitudine di far dei complimenti teneva la lingua oliata senza alcuna spesa; e siccome quell'organo utilissimo non deve mai arrugginire o stridere sui cardini nel caso specifico d'un uomo di legge, che ha bisogno d'averlo sempre facile e spedito, di rado egli perdeva l'occasione di far pompa di discorsetti lusinghieri e di espressioni laudative. (Sansone Bronzi: vol. II, cap. XXXV)
Quando la morte s'abbatte sugli innocenti e i giovani, per ogni fragile forma dalla quale scioglie lo spirito anelante, si levano centinaia di virtù in forma di grazia, di carità e d'amore, e vanno per il mondo, versando benedizioni. Dalle lagrime che i mortali addolorati versano sulle tombe precoci, nasce qualche bene, qualche più soave natura sorge. Sotto i passi della distruttrice balzano radiose creazioni che sfidano la sua potenza, e il suo triste cammino si muta in una via luminosa che conduce al cielo. (vol. II, cap. XXXV)
[...] la propaganda della bontà e della benevolenza non aggiunge virtù trascurabili alle buone qualità fondamentali della natura ed è un bell'argomento di soddisfazione per l'umanità tutta quanta. (vol. II, cap. XXXVI)
Frasi da «La piccola Dorrit»
[...] l'asserzione franca e sfacciata ha per mezzo mondo lo stesso valore di una prova irrecusabile. (lib. I, cap. I)
[...] s'incomincia a perdonare ad un luogo, non appena lo si è lasciato [...]. (Signor Meagles: lib. I, cap. II)
– Nel nostro viaggio attraverso la vita, – rispose freddamente la signora Wade, – noi c'incontreremo in tutti coloro che muovono verso di noi chi sa da quali parti e per quali vie; e quanto è stabilito che noi facciamo ad essi, e che essi facciano a noi, accadrà fatalmente. (lib. I, cap. II)
E così ella andava sempre bilanciando le sue partite con la Maestà del cielo, registrando le entrate a credito, tenendo strettissimo calcolo dell'attivo, e reclamando ad alta voce il saldo del suo conto. Solo per questo era notevole, per l'energia e l'enfasi che vi metteva. Mille e mille non fanno altrimenti tutti i giorni della loro vita, e ciascuno a suo modo. (lib. I, cap. V)
– Zitto là, voi e la vostra filantropia! – esclamò l'ostessa, sorridendo e più che mai scrollando il capo. – Statemi a sentire. Io sono una donna, io. Non m'intendo punto di filantropia filosofica. So però quello che ho veduto e quello che ho guardato in questo mondo dove mi trovo. E vi so dir questo, amico mio, che vi son gente, – uomini e donne per disgrazia nostra, – che non hanno dentro di sé nulla di buono, proprio nulla. Che vi son gente che bisogna detestare con tutta l'anima. Che vi son gente che vanno trattati come nemici dichiarati della razza umana. Che vi son gente che non hanno cuore di uomo e che bisogna schiacciare come bestie selvagge, e toglierle dalla faccia della terra. Ce n'è pochi, spero; ma io ho veduto in questo mondo qui dove mi trovo ed anche nella piccola Aurora, che ce n'è di questa gente. (lib. I, cap. XI)
La maggior parte degli uomini sono abbastanza fedeli a sé stessi per serbarsi fedeli a un'antica illusione. Non è prova di leggerezza, ma anzi è una prova di costanza, quando l'illusione non regge al confronto della realtà e il contrasto le reca un colpo fatale. (lib. I, cap. XIII)
– Eccomi qua io, – disse Pancks, proseguendo la sua argomentazione col pigionale. – Per che altro credete voi che io sia fatto? Per niente altro. Tiratemi fuori dal letto di buon mattino, mettetemi al lavoro, datemi un ritaglio di tempo per ingoiare un po' di cibo, e tornate da capo e fatemi lavorar di schiena. Fatemi lavorar sempre; io farò lo stesso con voi, voi farete lo stesso con un altro, un altro con un altro e così via. Ed eccovi sommariamente tutti i doveri dell'uomo in un paese commerciale. (lib. I, cap. XIII)
L'insegna dell'onore e della vergogna, il grado di generale e di tamburino, una statua di Pari nell'Abbazia di Westminster e l'amaca del marinaio sospesa sulle profondità dell'Oceano, la mitra e l'officina, il seggio di presidente e la galera, il trono e la ghigliottina, – verso ciascuno di cotesti punti muovono i viaggiatori sulla strada maestra del mondo; ma cotesta strada ha mirabili divergenze, e solo il tempo ci può far vedere dove ciascun viaggiatore è diretto. (lib. I, cap. XV)
– Se un uomo ha la disgrazia di trovar per caso qualche cosa che torni utile al paese, bisogna bene che vi si dedichi tutto e ne veda la fine.
– E non sarebbe miglior partito rinunziare a far conoscere il suo ritrovato?
– Ah, no davvero! – rispose Doyce tentennando il capo con un sorriso pensieroso. – Il ritrovato non gli è stato messo nella testa per restarvi sepolto. Ci è stato messo perché dia qualche frutto. Voi tenete lo vostra vita a condizione che combatterete strenuamente per essa fino all'ultimo. Ogni inventore tiene la sua scoperta alle medesime condizioni. (lib. I, cap. XVI)
Vecchi o giovani, irosi o pacifici, scontenti o soddisfatti, voi tutti che mi guardate, la corrente non si arresta mai. Che si gonfino pure i vostri cuori al soffio della discordia, l'onda che s'increspa intorno alla prua di questa barchetta, canta sempre la stessa canzone. Un anno dopo l'altro, tenuto conto di quanto ne trattiene la barca, l'onda fa tante miglia all'ora. Qui dei rosai, là dei gigli, niente che sia incerto o mutabile sopra questa via che fugge sempre eguale, senza arrestarsi un momento; mentre voi, imbarcati sul rapido fiume del tempo, siete così capricciosi ed instabili. (lib. I, cap. XVI)
Io ho il merito di tenere aperto un esattissimo conto corrente a beneficio delle persone di mia conoscenza, portando a libro con una scrupolosa precisione tutto il bene ed il male che ne so. Questo lavoro lo fo così coscienziosamente, che son felice di farvi sapere che il più abbietto degli uomini può anche essere il più caro e degno amico del mondo; e sono in grado di darvi la consolante notizia che vi ha assai meno differenza di quanto possiate credere tra un uomo onesto e un birbante. (Signor Gowan: lib. I, cap. XVII)
[...] la vecchia signora viveva tuttavia deplorando la degenerazione dei tempi in compagnia di varie altre vecchie signore di ambo i sessi. (lib. I, cap. XVII)
Dicono di Charles Dickens
Aprite un libro e cercate di leggere, ma scoprite che Shakespeare è trito e banale, Dickens insipido e pedestre, Thackeray nioso e Carlyle eccessivamente sentimentale.
Ci sono [...] scrittori che mostrano deficienze assolute di capacità costruttive e che quindi, nonostante la più fertile delle invenzioni, naufragano miseramente nella trama. A questa categoria appartiene Dickens.
Dickens era un puro innovatore – un progressista per eccellenza – e non aveva alcun rimpianto delle epoche passate, ad eccezione forse di una sorta di sentimentalismo per le torri delle cattedrali. Era all'oscuro del terribile potere della superstizione – era essenzialmente un direttore di scena, la metteva in scena per provocare reazioni nel pubblico. Il suo Natale significava vischio e pudding – non la resurrezione dai morti, né la nascita di nuove stelle, né l'insegnamento di saggi o di pastori.
Dickens è uno scrittore delizioso e irritante. Quanto è difficile da maneggiare questo cordiale, unghiuto, un po' pingue, o forse pletorico, animale letterario, la cui gola poderosa sa articolare ogni sorta di voci: rugghi, rantoli, stronfi, e anche delicatissime fusa, tiepidi sgnaulii. Domestico o feroce? Quell'equivoco pelame, tra giaguaro e gatto domestico, ci fa cauti e perplessi.
Dickens narra con tale precisione, con tale minuziosità, da costringerci a seguire il suo sguardo ipnotizzante. Non aveva lo sguardo magico di Balzac [...], ma uno sguardo tutto terreno, uno sguardo da marinaio, da cacciatore, uno sguardo di falco per le piccole cose umane. – Ma sono le piccole cose – disse egli una volta – che formano il senso della vita.
Di tutti i romanzieri dell'età vittoriana è stato probabilmente il più critico verso la stessa età vittoriana.
Egli aveva uno spirito grande e pieno d'amore e la più forte simpatia per le classi povere. Provò sicuramente i migliori sentimenti e sentì la necessità di un'unione tra le classi, sperando che questa avesse luogo. E io prego perché ciò accada al più presto.
Il nome di Carlo Dickens non ebbe mai gran voga in Italia. Non se ne saprebbe dire esattamente il perché. Altri scrittori stranieri, meno importanti, riuscirono a divulgarsi fra noi rapidamente e a godere, inoltre, di una incontrastata popolarità: Carlo Dickens, vivo, fu noto soltanto a quelli che si tenevano in contatto con la cultura europea; morto, soffrì l'infamia di traduzioni raffazzonate o monche, che certo non valsero ad allargargli la cerchia dei suoi già scarsi ammiratori.
Io nei confronti di Dickens ho il seguente, curioso rapporto: adoro lui e non amo particolarmente i suoi libri. Non voglio dire che adoro il personaggio e non lo scrittore, non è questo: io adoro come scrive, non c'è nessuno con quella luce nella scrittura, e quella salvezza. Ma non c'è un suo solo libro che potrei definire un capolavoro, e forse neanche uno che sia riuscito a leggere senza una certa fatica. In realtà li confondo un po' tutti, e forse quando penso a Dickens, al suo modo di scrivere, penso a un unico splendido, smisurato testo che mi è accaduto di leggere qua e là, senza neanche troppa urgenza di orientarmi in modo più preciso.
L'arte di Dickens era la più raffinata delle arti: era l'arte di godere di tutto. Dickens ha goduto di ogni personaggio dei suoi libri, e tutti hanno apprezzato i suoi personaggi. I suoi romanzi sono pieni di delinquenti e furfanti, ma i cattivi e vigliacchi sono persone talmente deliziose che il lettore si augura sempre il truffatore metta la testa attraverso una finestra laterale per fare un altro commento, o che il prepotente dica qualcosa d'altro dal fondo delle scale. Il lettore si augura davvero questo, ed egli non può sbarazzarsi della fantasia che l'autore speri proprio che lui pensi questo.
La cosa bella di Charles Dickens è che ogni riga del suo romanzo è carica di ironia.
La sentimentalità del Dickens è ingenua e melodrammatica, non morbosa e insidiosa; e anche se spesso caricaturali, le sue robuste e pittoresche figure, moltissime delle quali son passate in proverbio, quasi maschere d'una nuova commedia dell'arte, formano una galleria quale non si era più data nella letteratura inglese dopo Chaucer e Shakespeare.
Nel caso di Dickens i valori sono nuovi. Gli autori moderni si ubriacano ancora del suo vino. Con lui [...] non occorre corteggiamento, non c'è esitazione. Ci arrendiamo alla voce di Dickens: tutto qui. Se fosse possibile, mi piacerebbe dedicare cinquanta minuti di ogni lezione a meditare, concentrandoci in silenziosa ammirazione, su Dickens.
Non c'è nessun autore inglese contemporaneo le cui opere sono lette in tutte le case e che possono dare piacere alla servitù quanto ai padroni, ai bambini come agli insegnanti.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Quando la gente dice Dickens esagera, mi sembra che non abbia occhi né orecchie. Probabilmente essi hanno solo nozioni di ciò che le cose e le persone sono.
Se mi venisse chiesto di indicare nell'arte moderna dei [...] modelli dell'arte superiore, religiosa, proveniente dall'amore di Dio e del prossimo, indicherei nella sfera della letteratura [...] le novelle, i racconti, i romanzi di Dickens: Tale of two cities, Chimes e altri.
Un delizioso narratore inglese, che dipinge gli interni di famiglia con la verità di Teniers-le-Vieux e il tocco fine e delicato di Charles Nodier. Oh, che mirabili medaglioni questi ritratti di Scrooge, di Bob Cratchit e di Mrs Peerybingle! Come si avverte sotto il romanziere l'uomo onesto! E come nell'uomo onesto si sente il poeta, quando un folle, in punto di morte, grida (le Tocsin, cap. XVI)
Vi è una fondamentale spietatezza dietro il suo stile traboccante di sentimentalismo.
Non amare Dickens è un peccato mortale: chi non lo ama, non ama nemmeno il romanzo.
Dostoevskij e Tolstoj, Conrad e Joyce, Kafka e Dylan Thomas lessero Dickens con la passione, l'entusiasmo e l'"incoerente gratitudine", che egli richiede da ciascuno di noi. Vissero dentro di lui: abitarono dentro di lui, come nella propria casa; e appresero da quel "rozzo romanziere popolare" i più sottili e arditi artifici letterari. Chi imparò da lui la tecnica del romanzo criminale, chi la presentazione dei personaggi, chi il gioco delle voci narrative: chi amò i "divini idioti", i grandi simboli, o il calore analogico delle immagini. Tutti scorsero in Dickens uno specchio – uno di quegli specchi incrinati e velati, che talvolta si trovano nelle soffitte – dove scoprire la propria arte e se stessi.
Ci chiediamo da dove venisse a Dickens, lui che conosceva come nessuno l'orrore e la tenebra, tanta allegria alcoolica. Era il suo genio. Non credeva affatto che, in questa terra che obbedisce al Tempo e al Luogo, le cose avessero un lieto fine. Ma nel suo mondo, il "migliore dei mondi impossibili", che apparteneva allo spazio di Non-Dove, le cose andavano immutabilmente così. Questa era la sua grande utopia letteraria.
Ogni romanzo di Dickens è folto, sterminato: un oceano, un bosco, una prateria, un esercito, una collezione di oggetti disparati e assurdi, legati fra loro da un misterioso legame. Ogni romanzo è uno sforzo di dare fondo all'universo, secondo un gioco molteplice di punti di vista. Noi leggiamo: incontriamo decine di personaggi, centinaia di scene, migliaia di pagine; e per molte settimane dimentichiamo che abbiamo una famiglia, che fuori il sole si leva e tramonta, che amici ci attendono per conversare.
Dickens attaccò le istituzioni inglesi con una ferocia senza precedenti all'epoca. Eppure, riuscì a farlo senza farsi odiare, e, soprattutto, a farsi apprezzare e lodare dalle stesse persone che aveva criticato, in modo da divenire egli stesso una istituzione nazionale.
Dickens è uno di quegli autori in cui la parte è migliore del tutto.
Il genio umoristico di Dickens è legato al suo senso morale. La sua comicità si esprime al massimo della forza quando scopre nuovi peccati.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026