Frasi
Frasi di Curzio Malaparte
110 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Qui trovi 110 frasi di Curzio Malaparte: aforismi, passi tratti dai libri e citazioni con la loro fonte.
Curzio Malaparte (scrittore italiano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Curzio Malaparte
A giudicare dai lamenti, dalle minacce, dalle esortazioni e dalle preghiere dell'on. Scalfaro, si direbbe che l'Italia sia un sobborgo di Sodoma, la Bestia dell'Apocalisse, un museo dei vizi, una scuola di depravazione, una sentina d'impurità ed una nazione infine senza pudore né dignità.
Chi non sa che le Muse non sono nove ma diciotto? Nove Muse intelligenti, per gli scrittori intelligenti, e nove cretine per gli scrittori cretini.
Credo che il fenomeno rivoluzionario italiano è, o dovrà essere antimoderno, cioè antieuropeo. Credo che il Fascismo è l'ultimo aspetto della Controriforma, perché tende a restaurare la civiltà propria, naturale e storica, dello spirito italiano, naturalmente antico, classico e improprio alla modernità, contro tutti gli aspetti conseguenti della Riforma, perciò contro lo spirito moderno, che è barbarico, settentrionale e occidentale, eretico.
Dall'America era sbarcata in Europa una folla enorme di omosessuali di ogni classe sociale [...] fra quei giovani, una certa aria pederastica fosse di moda, altrettanto quanto una certa tendenza al Comunismo. Io avevo avuto in animo di dedicare un numero, appunto a Pederastia e marxismo, ma poi ne fui dissuaso, con ragione, sia da Guttuso, comunista, sia da Moravia, non comunista, perché in quel tempo il Comunismo era una forza antifascista.
È di regola, a proposito di Montherlant, citare Barrès. E se i più colti risalgono nientemeno che a Pindaro, a Senofonte, (al Senofonte ufficiale di cavalleria, più che al discepolo di Socrate), e all'inevitabile Alcibiade, i più avvertiti risalgono a Bossuet, a Pascal. Tanto par facile ritrovare in certo sontuoso spirito cattolico del Gran Secolo, o nella febbrile e crudele introspezione pascaliana, quel miscuglio di sensualità, di erotismo, e d'inquietudine cristiana, che fa sì forti al palato le migliori pagine. [...] Montherlant si mostra nella sua vera natura, fredda e violenta, dominata e repressa da un ordine morale che in lui, di antica e nobile famiglia, né la cultura né l'estetismo son riusciti a corrompere. Un ordine morale cattolico, nel suo significato più cavalleresco.
È sempre la solita storia, dopo una guerra. I giovani reagiscono all'eroismo, alla retorica del sacrificio, della morte eroica, e reagiscono sempre allo stesso modo. Per disgusto dell'eroismo, dei nobili ideali, degli ideali eroici, sai che fanno i giovani come te? Scelgono sempre la rivolta più facile, quella della viltà, dell'indifferenza morale, del narcisismo. Si credono dei ribelli, dei blasés, degli affranchis, dei nichilisti e non son che puttane [...]. Ne ho conosciuti migliaia come te, dopo l'altra guerra, che credevano d'essere dadaisti o surrealisti, e non erano che puttane. Vedrai, dopo questa guerra, quanti giovani crederanno d'essere comunisti. Quando gli alleati avranno liberato tutta l'Europa, sai che troveranno? Una massa di giovani delusi, corrotti, disperati, che giocheranno a fare i pederasti come giocherebbero al tennis.
Finché tu soffri per te, per la tua fame, per la miseria tua, della tua donna e dei tuoi figli. Finché ti avvilisci e ti rassegni allora tutto va bene. Sei un buon padre di famiglia, un buon cittadino. Ma appena tu soffri per la fame degli altri, per la miseria dei figli degli altri, per l'umiliazione degli altri uomini allora sei un uomo pericoloso, un nemico della società.
Forse il sole non passa attraverso il vetro senza romperlo?
Gli italiani amano più le rivoluzioni che i rivoluzionari, e più i galantuomini tenuti in sospetto dagli zelatori, che quelli in odore di santità.
I colpi di Stato di Primo de Rivera e di appaiono concepiti ed eseguiti secondo le regole di una tattica tradizionale, che non ha nessuna analogia con quella fascista.
I vinti sono buoni e generosi. I vincitori cattivi ed egoisti. Preferisco i vinti: ma non potrei adattarmi alla condizione di vinto.
[...] in piedi / Cacciatori delle Alpi. Oggi bisogna / balzare in piedi con un grido solo: / – Avanti! – Come quando / sotto l'ultima cima / l'impeto dell'assalto / s'aggrovigliava nell'insidia ed alto / sempre era il grido – Avanti! – Come quando / sul viluppo dei monti / uno di voi, stronco non domo, urlò: / – Avanti i morti! – / e l'impeto passò.
L'epigramma è una pistola corta, e ammazza più sicuramente di un archibugio.
L'otto Settembre è memorabil data corremmo a vincer insieme coi nemici la guerra che avevamo già perso con gli amici.
La legge in Italia, è come l'onore delle puttane.
La morale effeminata è la morale dei deboli.
La Rivoluzione d'ottobre non può e non deve ripetere gli errori del Risorgimento, finito in malo modo nel compromesso antirivoluzionario del Settanta, che preparò il ritorno al potere attraverso il liberalismo, la democrazia, il socialismo, di quegli elementi borbonici, granducali, austriacanti, papalini che avevano sempre combattuto e bestemmiato l'idea e gli eroi del Risorgimento. È necessario che il Fascismo prosegua senza esitazioni il suo fatale cammino rivoluzionario.
La sosta a Ulan Bator è stata breve, e già siamo di nuovo in volo attraverso il deserto di Gobi, corso dalle alte nuvole di sabbia purpurea, che l'implacabile vento della Mongolia solleva da ogni parte dell'orizzonte. Lo spettacolo è terribile e meraviglioso. Fin dove giunga lo sguardo, questo mare di sabbia quando rossa quando gialla quando viola si stende all'infinito, ora con lievi ondulazioni, ora con improvvisi tumulti di rocce nere, lucenti come rupi di ossidiana, ora placandosi in crateri immensi, bianchi di sale. Lunghe file di cammelli punteggiano di quando in quando il deserto: sono le carovane che dalla Mongolia vanno al Sinkiang, il Turkestan cinese, al Tibet, allo Shansi, alla Cina centrale, a Pekino. Percorrono l'antica «via della seta», portano pelli grezze, pellicce, lana, tappeti preziosi.
È il deserto di Gobi che domina e regola il clima di gran parte dell'Asia continentale: la sua sabbia, portata dal vento, giunge fino a , fino alle rive del Pacifico, copre di una impalpabile coltre gialla le pianure della Cina settentrionale e centrale. Non v'è Grande Muraglia che possa impedire il passo alla sabbia del Gobi.
Mi si biasimi pure, ma io sono un uomo e amo la guerra. Non ho l'ipocrisia di dire: "Non amo la guerra". Io l'amo, come ogni uomo ben nato, sano, coraggioso, forte, ama la guerra, come ogni uomo che non è contento degli uomini, né dei loro misfatti.
Non sarà mai ripetuto abbastanza che una cosa è l'Italia, altra cosa è lo Stato italiano, e che tanto è cosa meravigliosa l'Italia, quanto è misera cosa lo Stato italiano.
Non so quale sia più difficile, se il mestiere del vinto o quello del vincitore: di una cosa sono certo, che il valore umano dei vinti è superiore a quello dei vincitori.
Penso che se fossi vissuto in una società più virile e in mezzo a un popolo più virile sarei forse potuto diventare un uomo nel vero senso della parola. Ma se dovessi definirmi con una sola parola direi che, nonostante tutto, sono un uomo.
Per molto tempo almeno, vedremo continuarsi nell'antifascismo, adattandosi alle circostanze nuove, molti dei metodi e della mentalità fascista. Si farà dell'antifascismo di natura fascista.
Primo de Rivera e s'immaginano che per impadronirsi di uno Stato moderno basti rovesciare con le armi un governo costituzionale.
Stringeva nella mano una rosa color carne. Mussolini ha sempre una rosa stretta con delicatezza nel pugno. [...] Quel gesto all'Oscar Wilde, quel gesto, in un certo senso, byroniano, quel gesto decadente, mi mise a disagio. Egli non sa il valore, il senso di quel suo gesto, di quella sua rosa. Il giorno in cui egli sarà fucilato, io vorrei esser presente per mettergli una rosa nella mano rattrappita. Non per insultarlo, per mancargli di rispetto: no. Non mi piace mancar di rispetto ai morti.
Tutti debbono obbedire, anche Mussolini, al monito del fascismo integrale.
Tutti gli scrittori sono stati fascisti, nella qual cosa non vi è nulla di male. Ma perché oggi pretendono di farsi passare antifascisti, per martiri della libertà, per vittime della tirannia? Nessuno di loro, dico nessuno, ha mai avuto un solo gesto di ribellione contro il fascismo, mai. Tutti hanno piegato la schiena, con infinita ipocrisia, leccando le scarpe a Mussolini e al fascismo. E i loro romanzi erano pure esercitazioni retoriche, senza l'ombra di coraggio e di indipendenza morale e intellettuale. Oggi [...] scrivono romanzi antifascisti come ieri scrivevano romanzi fascisti; tutti, compreso Alberto Moravia, che gli stessi comunisti (quando Moravia non filtrava ancora col comunismo) definivano uno scrittore borghese, e perciò fascista. L'attuale romanzo italiano rispecchia l'attuale conformismo anti-fascista del popolo italiano, come ieri rispecchiava il conformismo fascista e [...] rivela lo sforzo degli scrittori di conquistarsi una libertà formale e contenutistica in contrasto col loro inguaribile conformismo personale morale e intellettuale.
Frasi da «Kaputt»
Avrei ritrovato, fra pochi giorni, i visi italiani, i «miei» visi italiani, avviliti, pallidi di fame, mi sarei riconosciuto nell'angoscia chiusa di quei visi, negli occhi della folla nei tram, negli autobus, nei caffè, sul marciapiedi delle strade sotto i grandi ritratti di Mussolini incollati ai muri e ai cristalli delle vetrine dei negozi, sotto quella testa gonfia e bianchiccia, dagli occhi vili, dalla bocca bugiarda, e un senso di pietà e di rivolta m'invadeva a poco a poco. (parte prima, pp. 40-41)
Muore tutto ciò che l'Europa ha di nobile, di gentile, di puro. La nostra patria è il cavallo. Voi capite quel che voglio dire. La nostra patria muore, la nostra antica patria. E tutte quelle immagini ossessionanti, quella continua ossessione dei nitriti, dell'odore orrendo e triste dei cavalli morti, rovesciati sulle strade della guerra, non vi pare che rispondano alle immagini della guerra, alla nostra voce, al nostro odore, all'odore dell'Europa morta? Non vi sembra che anche quel sogno significhi qualcosa di simile? Ma forse è meglio non interpretare i sogni. (parte prima, p. 76)
Se volete vincer la guerra, dissi, voi non potete distruggere la patria dell'operaio. Non potete distruggere le macchine, le officine, le industrie. Il problema non è soltanto polacco, è europeo. Anche in tutti gli altri paesi d'Europa, da voi occupati, potete distruggere la patria dei nobili, la patria dei borghesi, ma non la patria degli operai. Mi pare che il senso di questa guerra sia tutto qui, o in gran parte. (parte seconda, p. 98)
Quando finalmente Mosley entrò da Laure, eran quasi le quattro del pomeriggio. Nicolson ed io avevamo già bevuto cinque o sei Martini, e avevamo cominciato a mangiare; non ricordo più quel che stavamo mangiando, né di che cosa ci mettemmo a discorrere, ricordo soltanto che Mosley aveva una testa molto piccola, una voce dolce, che era alto, altissimo, magro, indolente, un po' curvo, e che, per nulla dispiaciuto anzi perfettamente soddisfatto del suo ritardo, «on n'est jamais pressé quand il s'agit d'arriver en retard» disse, non per scusarsi, ma per farci intendere che non era così stupido da non capire che era giunto in ritardo. Nicolson ed io ci mettemmo subito d'accordo con un'occhiata, e, per tutta la durata della colazione, Mosley non ebbe neppure il più lieve sospetto che ci fossimo messi d'accordo per prenderci gioco di lui. Mi parve che fosse largamente dotato di sense of humour: ma, come tutti i dittatori (Mosley non era se non un pretendente alla dittatura, aveva però, senza alcun dubbio, ahimè, la stoffa del perfetto dittatore, e si sa di che lana è fatta quella stoffa!) non sospettava neppur lontanamente che si potesse prendersi gioco di lui. (parte seconda, p. 123)
Aveva portato con sé una copia dell'edizione inglese del mio libro Technique du coup d'État, e desiderava che gli scrivessi una dedica sul frontespizio. Egli si aspettava forse da me una dedica ditirambica: così, per deluderlo malignamente, scrissi sul frontespizio soltanto queste due frasi del mio libro: «Hitler, come tutti i dittatori, non è che una donna» e «La dittatura è la forma più completa della gelosia». Mosley, leggendo quelle parole, si turbò, e guardandomi con gli occhi socchiusi «anche Cesare, per voi, non era che una donna?» mi domandò con un lievissimo accento d'irritazione. Nicolson si conteneva per non ridere e mi faceva segno con gli occhi. «Era assai peggio di una donna» risposi, «Cesare non era un gentleman».
«Cesare non era un gentleman?» disse Mosley stupito.
«Uno straniero» risposi, «che si permette di conquistar l'Inghilterra, non è certo un gentleman.» (parte seconda, pp. 123-124)
«Io ho perso l'abitudine di agire» risposi. «Sono un italiano. Non sappiamo più agire, non sappiamo più assumere alcuna responsabilità, dopo venti anni di schiavitù. Ho anch'io, come tutti gli italiani, la. schiena spezzata. In questi venti anni abbiamo speso tutta la nostra energia per sopravvivere. Non siamo più buoni a nulla. Non sappiamo che applaudire. Volete che vada ad applaudire il Generale von Schobert e il Colonnello Lupu? Se volete, posso andar fino a Bucarest ad applaudire il maresciallo Antonesco, il cane rosso, se pensate che ciò vi possa giovare. Non posso far altro. Vorreste forse che mi sacrifichi inutilmente per voi? che mi faccia ammazzare in piazza Unirii per difendere gli ebrei di Jassy? Se ne fossi capace, mi sarei fatto ammazzare in una piazza d'Italia, per difendere gli italiani. Non osiamo e non sappiamo più agire, ecco la verità» conclusi voltando il viso per tentare di nascondere il rossore della fronte. (p. 137)
Mussolini crede in se stesso, se tuttavia crede in qualcosa: ma non crede all'incompatibilità fra la logica e la fortuna, tra la volontà e il destino. La sua voce è calda, grave, eppur delicata. Una voce che talvolta ha strani, profondi accenti femminili, un che di morbosamente femmineo. (parte sesta, p. 376)
Frasi da «La pelle»
È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla.
Nessun popolo sulla terra ha mai tanto sofferto quanto il popolo napoletano. Soffre la fame e la schiavitù da venti secoli, e non si lamenta. Non maledice nessuno, non odia nessuno: neppure la miseria. Cristo era napoletano.
Voglio bene agli americani, qualunque sia il colore della loro pelle, e l'ho provato cento volte, durante la guerra. Bianchi o neri, hanno l'anima chiara, molto più chiara della nostra. Voglio bene agli americani perché sono buoni cristiani, sinceramente cristiani. Perché credono che Cristo sia sempre dalla parte di coloro che hanno ragione. Perché credono che è una colpa grave aver torto, che è una cosa immorale aver torto. Perché credono che essi soli son galantuomini, e che tutti i popoli d'Europa sono, più o meno, disonesti. Perché credono che un popolo vinto è un popolo di colpevoli, che la sconfitta è una condanna morale, è un atto di giustizia divina.
Il 1 ottobre 1943 è una data memorabile nella storia di Napoli: perché segna l'inizio della liberazione dell'Italia e dell'Europa dall'angoscia, dalla vergogna, e dalle sofferenze della schiavitù e della guerra, e perché proprio in quel giorno scoppiò la terribile peste, che da quell'infelice città si sparse a poco a poco per tutta l'Italia e per tutta l'Europa.
Ma le zone più frequentate dai liberatori erano proprio quelle Off limits, cioè quelle più infette e perciò più vietate, poiché è nella natura dell'uomo, specie dei soldati di tutti i tempi e di qualunque esercito, preferire le cose proibite a quelle permesse.
Ma quel che più commuoveva il popolo napoletano era la gentilezza di modi dei liberatori, specie degli americani, la loro disinvolta urbanità, il loro senso di umanità, il loro sorriso innocente e cordiale di onesti, buoni, ingenui ragazzoni. Se è mai stato un onore perdere la guerra, era certamente un grande onore, per i napoletani, e per tutti gli altri popoli vinti dell'Europa, aver perduto la guerra di fronte a soldati così cortesi, eleganti, lindi, così buoni e generosi.
La fame umana ha una voce meravigliosamente dolce e pura. Non v'è nulla di umano nella voce della fame.
Napoli [...] è la più misteriosa città d'Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell'immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. [...] Non potete capire Napoli, non capirete mai Napoli.
Quel popolo che nelle strade faceva commercio di se stesso, del proprio onore, del proprio corpo, e della carne dei propri figli, poteva mai essere lo stesso popolo che pochi giorni innanzi, in quelle stesse strade, aveva dato così grandi e così orribili prove di coraggio e di furore contro i tedeschi?
Era stata proprio una bellissima festa, una festa indimenticabile. In tre anni di guerra non ci eravamo mai tanto divertiti. A sera eravamo stanchi morti, avevamo la bocca tutta indolenzita dal gran ridere, ma eravamo orgogliosi di aver compiuto il nostro dovere. Finita la festa, ci ordinammo in colonna, e così, senz'armi, senza bandiere, ci avviammo verso i nuovi campi di battaglia, per andare a vincere con gli alleati quella stessa guerra che avevamo già persa con i tedeschi. Marciavamo a testa alta, cantando, fieri di aver insegnato ai popoli di Europa che non c'è ormai altro modo di vincer le guerre che buttar le proprie armi e le proprie bandiere, eroicamente, nel fango, 'ai piedi del primo venuto'.
Gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano. La vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile.
Tutti piangevano, poiché un lutto, a Napoli, è un lutto comune, non di uno solo, né di pochi o di molti, ma di tutti, e il dolore di ciascuno è il dolore di tutta la città, la fame di uno solo è la fame di tutti. Non v'è dolore privato, a Napoli, né miseria privata: tutti soffrono e piangono l'uno per l'altro, e non c'è angoscia, non c'è fame, né colera, né strage, che questo popolo buono, infelice, e generoso, non consideri un tesoro comune, un comune patrimonio di lacrime.
Oggi si soffre e si fa soffrire, si uccide e si muore, si compiono cose meravigliose e cose orrende, non già per salvare la propria anima, ma per salvare la propria pelle. Si crede di lottare e di soffrire per la propria anima, ma in realtà si lotta e si soffre per la propria pelle, soltanto per la propria pelle. Tutto il resto non conta.
Trattenni il cavallo, tesi l'orecchio. Udii veramente parlare sul mio capo, voci umane passar nell'aria nera, alte sulla mia testa. "Wer da?" gridai "chi va là?" [...] Le voci passavano alte sulla mia testa, erano proprio parole umane, parole tedesche, russe, ebraiche. Le voci erano forti, che si parlavan tra loro, ma un po' stridule: talvolta dure, talvolta fredde e fragili come il vento, e spesso si rompevano in fondo alle parole con quel tintinnio del vetro che urta in una pietra. Allora gridai di nuovo: "Wer da? chi va là?". "Chi sei? che vuoi? chi è? chi è?" risposero alcune voci, correndo alte sulla mia testa. [...] "Sono un uomo, sono un cristiano" dissi. Un riso stridulo corse nel cielo nero, si perdé lontano nella notte. E una voce, più delle altre forte, gridò: "Ah, sei un cristiano, tu?". Io risposi: "Sì, sono un cristiano". Una risata di scherno accolse le mie parole, e alto correndo sulla mia testa si allontanò, andò a spegnersi a poco a poco laggiù nella notte. "E non ti vergogni d'esser cristiano?" gridò la voce.[...] Un grido di orrore mi si ruppe nella gola. Erano uomini crocifissi. Erano uomini inchiodati ai tronchi degli alberi, le braccia aperte in croce, i piedi congiunti, fissati al tronco da lunghi chiodi, o da fili di ferro attorti intorno alle caviglie.
"Ah! ah! ah!" gridò l'uomo crocifisso "avete udito? Vuol toglierci dalla croce! E non se ne vergogna! Razza immonda di cristiani, ci torturate, ci inchiodate agli alberi, e poi venite a offrirci la vostra pietà! Vorreste salvarvi l'anima, eh? Avete paura dell'inferno! Ah! ah! ah! [...] Vuoi toglierci dalla croce?" disse l'uomo crocifisso con voce grave e triste "e poi? I tedeschi ci ammazzeranno come cani. E anche te, ti ammazzeranno come un cane arrabbiato." [...] Non sapete far altro, vigliacchi? Ci inchiodate agli alberi e poi ci ammazzate con un colpo nella testa? È questa la vostra pietà, vigliacchi?".
La notte mi assalì la febbre, e fino all'alba delirai, vegliato dal giovane ufficiale.[...] Il terzo giorno mi alzai dal letto e presi congedo dal giovane ufficiale [...] quando imboccammo il viale fiancheggiato d'alberi, chiusi gli occhi, e dato di sprone al cavallo m'inoltrai di galoppo fra le due terribili schiere d'uomini crocifissi. [...] A un tratto frenai il cavallo: "Che è questo silenzio?" gridai "perché questo silenzio?". Avevo riconosciuto quel silenzio. Aprii gli occhi, e guardai. Quegli orribili Cristi pendevano inerti dalle loro croci: gli occhi sbarrati, la bocca spalancata, e mi guardavano fisso.
Mangerei la terra, masticherei i sassi, ingoierei lo sterco, tradirei mia madre, pur di aiutare un uomo, o un animale, a non soffrire. La morte non mi fa paura: non la odio, non mi disgusta, non è, in fondo, cosa che mi riguarda. Ma la sofferenza la odio, e più quella degli altri, uomini o animali, che non la mia. Sono disposto a tutto, a qualunque vigliaccheria, a qualunque eroismo, pur di non far soffrire un essere umano, pur di aiutare un uomo a non soffrire, a morire senza dolore
Quando Napoli era una delle più illustri capitali d'Europa, una delle più grandi città del mondo, v'era di tutto, a Napoli: v'era Londra, Parigi, Madrid, Vienna, v'era tutta l'Europa. Ora che è decaduta, a Napoli non c'è rimasta che Napoli. Che cosa sperate di trovare a Londra, a Parigi, a Vienna? Vi troverete Napoli. È il destino dell'Europa di diventar Napoli. Se rimarrete un po' di tempo in Europa, diverrete anche voi napoletani.
Il Vesuvio urlava nella notte, sputando sangue e fuoco. Dal giorno che vide l'ultima rovina di Ercolano e di Pompei, sepolte vive nella tomba di cenere e di lapilli, non s'era mai udita in cielo una così orrenda voce. Un gigantesco albero di fuoco sorgeva altissimo fuor dalla bocca del vulcano: era un'immensa, meravigliosa colonna di fumo e di fiamme, che affondava nel firmamento fino a toccare i pallidi astri. Lungo i fianchi del Vesuvio, fiumi di lava scendevano verso i villaggi sparsi nel verde dei vigneti. Il bagliore sanguigno della lava incandescente era così vivo, che per un immenso spazio intorno i monti e la pianura n'erano percorsi con incredibile violenza.
E là, di fronte a noi, tutto avvolto nel suo mantello di porpora, ci apparve il Vesuvio. Quello spettrale Cesare dalla testa di cane, seduto sul suo trono di lava e di cenere, spaccava il cielo con la fronte incoronata di fiamme, e orribilmente latrava. L'albero di fuoco che usciva dalla sua gola affondava profondamente nella volta celeste, scompariva negli abissi superni. Fiumi di sangue sgorgavano dalle sue rosse fauci spalancate, e la terra, il cielo, il mare tremavano.
Sorpassammo la jeep del Generale Cork, ci mettemmo in testa alla colonna, proprio dietro gli Sherman, svoltammo per la stradetta che dalla Via Appia Nuova, di fronte all'aeroporto di Ciampino, porta alla Via Appia Antica, e poco dopo imboccammo quella nobile via, la via più nobile del mondo, lastricata dalle grosse lastre di pietra nelle quali sono tuttora visibili i due solchi scavati dalle ruote dei carri romani.
"Come al solito" disse il giorno dopo, nella sua predica, il giovane curato della Chiesa di Santa Caterina, in Corso Italia "come al solito la propaganda fascista mentiva, quando annunziava che l'esercito americano, se fosse entrato in Roma, avrebbe assalito le nostre donne: sono le nostre donne che hanno assalito, e sconfitto, l'esercito americano."
In quei quattro anni di guerra non avevo mai sparato contro un uomo: né contro un uomo vivo, né contro un uomo morto. Ero rimasto cristiano. Rimaner cristiano, in quegli anni, voleva dir tradire. Esser cristiano voleva dire essere un traditore, poiché quella sudicia guerra non era una guerra contro gli uomini, ma contro Cristo. Da quattro anni vedevo torme d'uomini armati andar cercando Cristo, come il cacciatore va cercando la selvaggina. In Polonia, in Serbia, in Ukraina, in Romania, in Italia, per tutta l'Europa, da quattro anni, vedevo torme d'uomini pallidi andar frugando nelle case, nei cespugli, nei boschi, sui monti, nelle valli, per stanare Cristo, per ammazzarlo come un cane arrabbiato. Ma ero rimasto cristiano.
Frasi da «Maledetti toscani»
Quanti guai si sarebbero risparmiati, se Mussolini, invece di parlare dal balcone di Palazzo Venezia, avesse parlato dal terrazzino di Palazzo Vecchio. (1958, p. 3)
La libertà è un fatto dell'intelligenza: ed è quella che dipende da questa, non l'intelligenza dalla libertà. (1958, p. 12)
Nel concetto dei toscani, chi non è un uomo libero è un uomo grullo. (1958, p. 12)
Maggior fortuna sarebbe, se in Italia ci fossero più toscani e meno italiani. (1958, p. 18)
Perfino nell'uso delle parole i senesi lasciano l'olio toscano per il burro. (1958, p. 19)
A dirlo fra noi, la gentilezza sta di casa solo a Siena. Altrove, nel resto della Toscana, è civiltà di modi, e non di voce, di piglio, di tono, di parole. (1958, p. 23)
La Toscana era l'unico paese al mondo che fosse una «casa»: il resto d'Italia, e Francia, Inghilterra, Spagna, Germania, erano Repubbliche, Monarchie, Imperi, non «case». (1958, p. 30)
Santo de Magione / né papa né cojone. (1958, p. 47)
Sarà forse che i toscani non sono come i bovi, che vedono tutto in grande: ma è certo che non pèrdono mai di vista la misura del mondo, e i rapporti, palesi e segreti, fra gli uomini e la natura. (1958, p. 52)
I toscani han l'abitudine di non salutare mai per primi nessuno, nemmeno in Paradiso. E questo, anche Dio lo sa. Vedrai che ti saluterà lui, per primo. (1958, p. 59)
Io son di Prato, m'accontento d'esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo, tanto compiango coloro che, aprendo gli occhi alla luce, non si vedono intorno le pallide, spregiose, canzonatorie facce pratesi, dagli occhi piccoli e dalla bocca larga (ma aver la bocca larga, a Prato, non vuol dire, come altrove, esser boccalone), e fuori della finestra, di là dai tetti, la curva affettuosa della Retaia, il ginocchio nudo dello Spazzavento, le tre gobbe verdi del Monte Ferrato, gli olivi di Filettole, di Santa Lucia, delle Sacca, e i cipressi del Poggio del Fossino, sopra Coiano.
E questo dico non perché son pratese, e voglia lisciar la bazza ai miei pratesi, ma perché penso che il solo difetto dei toscani sia quello di non esser tutti pratesi. (1998, pp. 62-63)
Tutti son buoni a far gli eroi con la pelle degli altri... (1958, p. 93)
Il solo, fra tutti i popoli, italiani e stranieri, che non abbia paura dell'inferno, il solo che abbia coll'inferno continui e famigliari rapporti sono i toscani.
I quali da tempo immemorabile hanno sempre viaggiato in quel paese, e tutt'ora lo percorrono, come se viaggiassero in casa propria.
Vanno e vengono dall'inferno quando piace a loro, e nel più semplice modo: a piedi, in calessino, in bicicletta, come se andassero a fare un giro per il podere. (1998, p. 165)
Qui accanto è la bella chiesa che si affaccia sulla piazza Giordano Bruno, e in un angolo della piazza il piedestallo, vuoto, del monumento all'autore del Candelaio: e vien fatto di pensare che Giordano Bruno sia andato a fare una passeggiata giù verso lo Scalo del Vescovado, a parlar con le ragazze sedute sulla spalletta del Ponte di Marmo, o in via delle Acciughe (mette sete a pensarci), o in via della Venezia, a bere una «torpedine» al bar Transatlantico, un bar che è una vecchia osteria piena di odor di bottarga. (1998, p. 158)
Imparate dai toscani che non c'è nulla di sacro a questo mondo, fuorché l'umano, e che l'anima di un uomo è uguale a quella di un altro: e che basta sapersela tener pulita, all'asciutto, che non pigli polvere né umido, come sanno i toscani, che dell'anima propria son gelosissimi, e guai a chi gliela volesse sporcare, o umiliare, o ungere, o benedire, o impegnare, affittare, comprare; e che vi sono anime femmine e anime maschie, e che le anime dei toscani son maschie, come si vede da quelle che escon di bocca ai morti nel Camposanto di Pisa: il solo camposanto che sia al mondo, tutti gli altri son cimiteri. (1998, pp. 163-164)
Frasi da «La rivolta dei santi maledetti»
– L'Italia, dove il diritto è nato, è fra i paesi più incivili del mondo: vi manca, cioè, il senso del diritto. (cap. II)
– Quando un popolo individualista come il nostro perde la fiducia in sé stesso e nelle istituzioni che lo reggono, l'immoralità diventa una forma di viver civile e la mediocrità invade la cosa pubblica. (cap. II)
Mai fino ad allora, il popolo, in quanto popolo, si era battuto. Le guerre erano state combattute, fino ad allora, dagli eserciti regolari, sotto la guida di pochi uomini esperti d'arme. Le nazioni avevano sempre continuato a vivere in pace, sul margine della guerra, attendendone l'esito. Questa volta, tutto il popolo fu chiamato in aiuto della società costituita, nemica, economicamente e socialmente, del popolo. (cap. II)
La morte è senza mistero, come la vita.
È una necessità: poiché è necessario vivere. (cap. III)
A mano a mano che vedevo i corpi adattarsi alle varie necessità di quella nuova esistenza, io cercavo di scoprire ne' miei compagni i segni dell'inevitabile trasformazione morale, che doveva compiersi a mano a mano. Avevo la persuasione di assistere allo svolgersi di un fenomeno nuovo nella storia dell'umanità. Mai fino ad allora l'umanità si era piegata a un così grande sforzo. Tutte le energie della razza erano puntate al compimento di un'opera immensa, che avrebbe richiesto anni di sacrificio e torrenti di sangue: qualcosa di nuovo sarebbe inesorabilmente nato da quello sforzo titanico. (cap. V)
– Quando parlo di soldati, intendo i soldati di fanteria, i malvestiti, i laceri, i sudici, i buffi e miserabili soldati di fanteria.
Le altre armi, che hanno preso magnificamente parte alla guerra, non hanno contribuito a formare l'odierna mentalità del popolo, balzata fuori dal tormentoso crogiolo della fanteria. (cap. VI)
– Su tutta la linea delle Alpi e dell'Isonzo la nostra magnifica razza si faceva ammazzare senza una bestemmia, senza mai voltarsi indietro verso le «greche», con un coraggio rassegnato che era più bello del solito coraggio soldatesco fatto di spavalderia e d'impeto assoluto. (cap. VI)
Avanti figlioli! E la fanteria va avanti. Lenta, inesorabile, senza volontà, ma non come un gregge. Il gregge cammina senza capire: la fanteria capisce, ma non vuol sapere. Che importa sapere perché si muore? Bisogna morire. (cap. VI)
– E il popolo dei fanti, magnifico d'ira e di fierezza, s'inginocchiò a testa nuda sulle pietraie del Grappa.
Percosso nel viso dall'ondata di ingiurie che saliva dalla nazione sbigottita, il popolo delle trincee mostrò ancora una volta come si muore, come si combatte, come si sopporta per l'onore della razza. (cap. XII)
Qualsiasi governo ha il diritto di costringere, pur con la forza, i cittadini a compiere un'azione utile alla collettività: a condizione, però, che li possa e li sappia costringere. (da Rivolta dei santi maledetti, 1921)
Muss Ritratto di un Dittatore – Citazioni
Il Cardinale Gasparri, che era obbligato, dalla natura delle sue funzioni di Segretario di Stato del Vaticano, ad avere una certa conoscenza della miseria e della grandezza umane, diceva che «Mussolini certamente è un grand'uomo, se per grandi uomini s'intende degli uomini del genere di Mussolini.»
«Hitler non è capace d'impadronirsi del potere con un colpo di Stato – concluse Mussolini – bisognerà che lo spingano in alto a calci nel didietro» e non sospettava, così dicendo, di dare di Hitler lo stesso giudizio che Halifax, Ministro di Carlo II d'Inghilterra, dava di Lawrence Hyde, conte di Rochester: «J'ai vu des gens à qui l'on faisait descendre les escaliers à coups de pied au derrière – diceva Halifax – mais Lord Rochester est le premier que j'ai vu les monter de la même façon. »
Il popolo italiano ama i suoi Santi e i suoi eroi in un modo molto particolare. Ai suoi occhi un Santo e un eroe sono la stessa cosa. Non vi è per lui nessuna differenza fra San Francesco d'Assisi e Garibaldi. [...] Esso ama San Francesco per la sua povertà e la sua umiltà, per i suoi piedi nudi e la sua barbetta piena di fili d'erba come i nidi degli uccelli, ed ama San Bernardino da Siena per la sua eloquenza semplice ed affettuosa, per le sue parole dialettali, [...] Esso ama San Rocco perché non temeva di toccare con le sue mani bianche gli orrendi bubboni neri degli appestati, e ama Garibaldi perché era bello, biondo, vestiva una camicia rossa e, sui campi di battaglia guidava a cavallo, un cavallo tutto bianco, le sue schiere di giovani biondi, belli, buoni, vestiti di camicie rosse.
Non si può fare il ritratto di Mussolini senza fare il ritratto del popolo italiano. Le sue qualità e i suoi difetti non gli sono propri: sono le qualità e i difetti di tutti gli italiani. Il dir male di Mussolini è legittimo: ma è un dir male del popolo italiano.
Sangue – Citazioni
Mi tagliai profondamente la mano, e la vista del mio sangue mi fece rimanere assorto e felice.
Allora l'altra, una bruna grassa dal viso acceso e sudato, venne su me, mi prese la testa fra le mani, mi strofinò il ventre nudo sul viso.
Nella vita d'ogni uomo non v'è nulla di più segreto e di più misterioso dell'innocenza e della castità dell'infanzia.
Ero tra i migliori allievi di tutto il ginnasio, nessuno era più forte di me nel greco e nel latino: ma ero distratto, chiuso, taciturno, e i professori, i miei stessi compagni avevano finito col lasciarmi solo nella mia solitudine.
Un bordello ci vuole, in una città per bene: come ci vuole il Municipio, il Tribunale, le carceri, l'ospedale, il cimitero, e il Monte di Pietà.
Ritrovava intorno a sé un'Italia che credeva morta per sempre, l'Italia di quando era ragazzo, l'Italia del popolo e dei bambini, dei cani randagi, delle fiere di paese, dei banchi dei venditori di frittelle e di fusaglie, l'Italia del gioco dei birilli, delle processioni, delle scampagnate, e dei ciechi che suonano il violino davanti alle chiese e ai tavoli delle osterie.
Frasi da «Tecnica del colpo di Stato»
I caffé, i ristoranti, i teatri, i parlamenti, gli alberghi rigurgitavano di gente piovuta non si sapeva di dove. Come se i morti della grande guerra fossero rinati, nel mondo non vi era più posto per nessuno: il fenomeno dell'inurbamento faceva pensare che la popolazione fosse spaventosamente cresciuta. La folla gonfiava come una marea, allagava le città, i paesi, i villaggi; la moltitudine, per trovare un po' di spazio, fuggiva dinanzi alla moltitudine. (p. 66)
Durante la notte la città fu in preda al terrore. Il giorno seguente, 15 agosto, giorno di Santa Maria, tutto il popolo sfilò in processione dietro la statua della Vergine, implorandola a gran voce che salvasse la Polonia dall'invasione. Ma quando pareva che tutto ormai fosse perduto, che da un momento all'altro, a una svolta della strada, una pattuglia di cosacchi rossi dovesse sbucare all'improvviso davanti all'immenso corteo litaniante, si sparse fulminea la notizia delle prime vittorie del Generale Weygand. L'esercito di Trotzki batteva in ritirata su tutta la linea. Era mancato a Trotzki un indispensabile alleato: Catilina. (p. 74)
L'arte della guerra è un'arte piena di sottintesi e di seconde intenzioni. [...] La guerra è sempre volta a fini politici: essa non è che un aspetto della politica dello Stato. (p. 93)
Frasi da «Storia di domani»
Tutto era rientrato nell'ordine, grazie al pronto intervento dei Russi, che avevano disarmato e sciolto le Guardie Rosse di Longo, e cacciato in galera i comunisti più accesi. Dal momento che tutti erano diventati comunisti, che bisogno c'era di fare i comunisti? La prontezza di quell'universale voltafaccia aveva profondamente meravigliato i Russi: che popolo, l'italiano! Quei poveri Russi non credevano ai propri occhi. Tutta l'Italia in pochi secondi aveva arrossito in tal modo, che lo stesso Secchia pareva una rosa sbiadita. (p. 12)
Gli Americani non hanno capito che fra l'occupazione tedesca del 1940, e quella sovietica attuale, la differenza è immensa. L'occupazione hitleriana era esclusivamente militare: opprimeva crudelmente i popoli, ma non sconvolgeva l'assetto sociale del nostro disgraziato continente. L'occupazione russa non solo opprime i popoli al pari di quella tedesca (al concetto razzista hitleriano i comunisti hanno sostituito il loro concetto classista, vale a dire che considerano i borghesi nel modo stesso come i tedeschi consideravano gli ebrei), ma sconvolge l'ordine sociale europeo. Nel 1945, gli Americani hanno liberato un'Europa che sostanzialmente, dal punto di vista sociale, era rimasta quella stessa del 1939. Ma che cosa sarà quell'Europa che gli Americani libereranno domani, o fra dieci anni? (pp. 28-29)
Sono uno scrittore, e un uomo libero. Uno scrittore, che sia anche un uomo libero, non esprime, e non serve, che le proprie idee. Perché dovrei oggi collaborare con i Russi, dal momento che, dal 1940 al 1945, non ho collaborato con i Tedeschi? Li ho, anzi, combattuti al fianco degli Alleati. Aggiungo che non collaborerei con i Russi, nemmeno se fossi comunista, voglio dire un comunista italiano, o francese, o belga. (p. 32)
I Russi considerano i comunisti dell'Europa occidentale come infidi, indisciplinati, romantici, scocciatori, e inconsapevolmente inquinati di trozkismo. Se fossi un comunista italiano o francese, mi guarderei sopra tutto da Stalin. (p. 40)
Io m'avviai verso il Ponte Molotow, l'antico Ponte Cavour, risalii la Via Tomacelli, ribattezzata Via Zdanow, imboccai il Corso Umberto, oggi Prospettiva Giuseppe Stalin: e camminando mi guardavo intorno. (p. 51)
Dicono di Curzio Malaparte
Ai funerali vuol essere il morto, ai matrimoni la sposa.
Il cosiddetto "avvicinamento al partito comunista" è uno dei tanti luoghi comuni, e quindi falsi, che costellano la vita dello scrittore e che ne hanno deformato il senso e la verità attraverso una delle tante etichette che gli hanno attaccato addosso, appositamente manipolate per definirlo come uno che "cambiava di fronte" secondo le convenienze ideologico-politiche del momento. In realtà la famosa tessera del Partito Comunista Italiano che fu ritrovata dopo la sua morte fu spacciata come richiesta di iscrizione da parte di Curzio Malaparte al P.C.I. mentre invece fu offerta da Togliatti e spedita per posta alla clinica dove lo scrittore era ricoverato morente. Capirà che un conto è una tessera richiesta da uno come Malaparte ad uno come Togliatti e un conto è una tessera offerta da uno come Togliatti a uno come Malaparte.
Insomma, divenne una barzelletta. Se ne servì anche Curzio Malaparte, trasformandola nel finale del suo Kaputt, un libro vendutissimo (come lui).
La più bella penna del fascismo.
La sua conversione, in punto di morte, è stata forse un punto di arrivo. Curzio che continuamente si mascherava di sadismo, si nascondeva nel cinismo e si camuffava da istrione, aspettava forse una luce per uscire dalla esibizione e realmente diventare un eroe. In fondo, la vera anima di Curzio ha sempre cercato la luce eroica nelle strade romane, negli ozi di Forte dei Marmi, nella casa di Prato, nella pace di Capri [...] La sua anima ha cercato l'amore sempre, ma nessuna donna e nessun cane hanno mai saputo dargli l'amore come lui voleva.
Malaparte che pure finì comunista, era uno scrittore di destra. C'è, anche in lui, un costante prevalere degli impulsi emotivi sulla logica della ragione.
Malaparte fu populista e individualista, amando le «plebi» e il nazionalpopolare. Restò sempre un Superuomo dannunziano, con una vena estetica, esibizionista ed erotica che eccedeva sulla tensione ideale, etica e politica. Ossimoro vivente, incarnò la rivoluzione conservatrice: portò agli eccessi i due poli, la rivolta e la restaurazione.
Per dimenticare l'amarezza di passare per un collaborazionista, si rifugia nella lettura dell'amato Chateaubriand, di cui gli piace il disprezzo verso gli uomini nuovi.
Sarà perché sono napoletano e ce l'ho con lui per come ha usato Napoli, ma si sarà capito ormai che a me questo Malaparte non piace, non mi piace la sua orrificazione della realtà, soprattutto quella della Napoli del 1944 evocata ne La pelle, e non posso fare a meno di ricordare con quanta maggiore pietà e precisione, e un umanissimo sense of humour, quella stessa realtà fu descritta dall'inglese Norman Lewis (in Napoli ' 44, Adelphi).
Un parlatore squisito e un grande ascoltatore pieno di tatto ed educazione.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026