Frasi
Frasi di Publio Ovidio Nasone
117 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Una raccolta di 117 citazioni di Publio Ovidio Nasone, ordinate per opera: per ogni frase indichiamo, quando è nota, la fonte esatta.
Publio Ovidio Nasone (poeta romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Publio Ovidio Nasone
Donne pure sono soltanto quelle che non sono state desiderate. Un uomo che si adira per gli amori di sua moglie, è uno zotico.
La crudeltà nei confronti degli animali induce alla crudeltà anche verso gli uomini.
Frasi da «Amores»
Il peso diventa lieve, quando lo si porta con rassegnazione. (I, 2, 10; 1951, p. 113)
Scorre nascostamente e sparisce il fuggevole tempo. (I, 8, 49)
L'amore non dura se togli ogni lotta. (I, 8, 96)
Ogni amante è un guerriero, e Cupìdo ha il suo accampamento. (I, 9, 1)
Turpe è il vecchio che vuol ancora militare sotto le insegne di Cupido, turpe cosa è l'amore nei vecchi. (I, IX, 4)
Mentre parlo, l'ora fugge. (I, 11, 15)
Correte lentamente, cavalli della Notte! (I, 13, 40; 1951, p. 139)
Io non avrei il coraggio di difendere costumi disonesti e di impugnare armi ingannatrici in difesa delle mie colpe. Anzi, confesso, se confessare i peccati può in qualche modo giovare; ma ora, dopo la confessione, ricado come un insensato nelle mie colpe. (II, 4, 1-4)
Beato colui che ha l'ardire di difendere ciò che ama. (II, 5, 9)
Stolto, che è il sonno, se non l'immagine della gelida morte! (II, 9b, 17)
Tendiamo sempre a ciò che è vietato e bramiamo ciò che ci viene negato. (III, 4, 17)
Ti odierò, se potrò; altrimenti ti amerò mio malgrado. (III, 11b, 3)
Così non riesco a vivere né con te né senza di te. (III, 11b, 7)
Né con te posso vivere, né senza di te. (III, 11, 39)
Frasi da «Ars amatoria»
Vengono per ammirare, e per essere loro stesse ammirate.
Che una bella donna conceda o neghi i suoi favori, le piace sempre che le vengano chiesti.
Io canto amori certi e furti leciti,
nessun delitto toccherà il mio carme. (1958, p. 20)
Roma può darti tante e tali donne
che puoi ben dire: «Ciò ch'è bello al mondo
è tutto qui». (1958, p. 21)
Tutto vi troverai: amore e scherzo,
quella che ti godrai solo una volta,
quella che val la pena mantenere. (1958, p. 22)
Appresta il vino i cuori e alla passione
li fa più pronti: sfumano i pensieri;
nel molto vino ogni penar si stempra. (1958, p. 29)
Chiedi alla luce se una gemma è pura,
se ben tinta di porpora è una lana;
al giorno chiedi se una donna vale. (1958, p. 29)
Ogni tuo nuovo amore non cominci
mai dall'ancella. (1958, p. 35)
Tentata che tu l'abbia, devi averla;
lasciala, se tu vuoi, ma dopo avuta. (1958, p. 35)
Erra chi pensi che soltanto all'uomo
premuroso dei campi e ai marinai
tocchi guardare il cielo e la stagione;
ché non si può affidare ciecamente
la semente alla terra ingannatrice,
né la concava poppa ai verdi flutti. (1958, p. 35-36)
Col tempo anche il giovenco più scontroso
viene all'aratro ed il cavallo impara
a poco a poco a tollerare il morso.
Un anello di ferro si consuma
con l'uso assiduo il vomero ricurvo
si logora nel fendere la terra.
Nulla è più duro d'una rupe, nulla
è più molle dell'onda; e tuttavia
morbida l'onda scava anche la rupe. (1958, p. 38)
Consuma il tempo secondo il capriccio della tua donna!
Ebbrezza vera può ben darti danno,
giovarti finta: fa' che la tua lingua
balbetti incerta e subdola ad un tempo,
onde ciò che tu fai, ciò che tu dici
di troppo audace e spinto, sia creduto
frutto di troppo vino. (1958, p. 44)
Gli affetti umani sono tanto vari quanto sono diverse nel mondo le forme delle cose.
L'amore è una cosa piena di ansioso timore. (I, 633)
Ingannate loro, che vi ingannano. (I, 645)
L'ora passata non può tornare.
La bellezza è un bene fragile.
Né minore abilità del trovare nuove cose è nel saper conservare le già acquistate. (II, 13)
Niente è più forte dell'abitudine. (II, 345)
Non già che la mia severità vi condanni a una donna sola. Non piaccia agli dei! Soltanto una sposina può seguire una simile norma. Divertitevi, ma nascondete la colpa sotto un velo prudente; non si deve trarre gloria alcuna dal proprio peccato.
Non puoi sconfiggere i fiumi, se nuoti contro l'impeto dell'onda.
Prima di tutto sia in te la certezza che tutte le donne
si possono conquistare: le conquisterai, ma tendi bene le insidie.
Se poi chi prese i baci non saprà prendere anche il resto, sarà degno di perdere anche quello che gli è stato concesso. Che mancava, dopo i baci, per empire tutti i tuoi voti? Ahimè, questa è imbecillità, non pudore!
Sii amabile, se vuoi essere amato. (II, 107)
Spogliati dell'orgoglio, tu che desideri godere di un amore durabile!
Vi ho dato le armi come le diede Vulcano ad Achille; vincete con quelle che io vi dono come egli vinse! E chiunque con esse avrà trionfato su un'Amazzone, scriva su le spoglie: "Ovidio mi fu maestro!"
Amicizia è solo una parola, ma fedeltà è una parola vana. (I, 740)
La semplicità, cosa rarissima a' nostri tempi. (241-242)
L'amore è una milizia: via di qui, o gente fiacca, ché le sue bandiere non impugni la mano di chi è vile! (II, 349-351; 2018, p. 91)
Correte a fianco a fianco, / fino alla meta. Il godimento è pieno / quando, vinti ad un tempo, e tu e lei, / soccomberete insieme. (II, 1088-1091; 1958)
In verità, siamo in un secolo d'oro: infatti la maggior parte degli onori vengon dall'oro, e coll'oro si compra l'amore. (II, 277-278)
Che cosa v'è piu dura che un sasso, che più molle dell'acqua? Eppure la molle acqua scava il sasso. (I, 475-476)
Frasi da «Epistulae ex Ponto»
Migliore della sua stessa fama. (I, 2, 143)
Non sa la medicina guarire la nodosa podagra. (I, 3, 23)
Credimi, il soccorrere gl'infelici è cosa degna dei re. (II, 9, 11)
L'autore loda il suo lavoro. (III, 9, 9)
Che cosa, migliore di Roma?
Frasi da «Fasti»
Al povero va sempre male.
Ogni terra è patria per il forte.
La coscienza retta si ride delle bugie della fama (ossia delle mendaci ciarle del pubblico). (IV, 311)
Grande era un tempo la riverenza per una testa canuta. (V, 57)
Divino spirto è in noi; per lui movente / vita godiam: l'estro, onde anch'io mi accendo, / semi contien della divina mente. (VI, 5-6, traduzione di G. B. Bianchi; citato in Fumagalli 1921, p. 545)
Frasi da «Le metamorfosi»
Dette (il creatore delle cose) all'uomo sublime il volto e gl'impose di contemplare il cielo e di innalzare lo sguardo diritto alle stelle (I, 85-86)
Non c'è erba che possa guarire l'amore. (I, 523)
Il lavoro vinceva la materia. (II, 5)
Sarai più sicuro tenendo la via di mezzo. (II, 137)
Ma questo sono io! Ho capito, e la mia immagine non m'inganna piú! Brucio d'amore per me stesso, suscito e subisco la fiamma! Che devo fare? Farmi chiedere, oppure chiedere io? Ma poi, chiedere che? Quel che bramo l'ho in me: ricchezza che equivale a povertà. Oh potessi staccarmi dal mio corpo! Desiderio inaudito per un amante, vorrei che la cosa amata fosse piú distante. (Narciso; III, 463; 1994, p. 115)
Possiamo imparare persino dai nostri nemici. (IV, 428)
Giunge poi dove appresso à Siracusa / sorge il famoso fonte d'Aretusa. ()
E cerca ov'io sia gita, ov' io m'asconda. / Due volte disse, oime dolce Aretusa, / oime dolce alma mia, dove sei chiusa. ()
E poi, ch'un lungo tratto hebbi trascorso / per quel condotto periglioso, e strano, / qui venni al giorno, e qui concessi il sorso / de le mie linfe al popolo Sicano. / Qui diè fine Aretusa al suo discorso, / e rinchiuse in se stessa il volto humano, / il verde crin, la cristallina fronte / attuffò come pria nel proprio fonte. ()
Davvero allora, dopo questa prova, tutti, uomini e donne, temono l'ira divina e tutti con ancora più zelo venerano e onorano la potente dea madre dei due gemelli. E come spesso avviene, muovendo dal fatto recente la gente torna a narrare casi precedenti. (VI, 313; 1994, p. 225)
Tanto ci si può illudere sulla bontà di una cosa! (VI, 438; 1994, p. 231)
[...] la bramosia mi consiglia una cosa, la mente un'altra. Vedo il bene e lo approvo, e seguo il male. (VII, 19; 1994, p. 249)
Vedo ed approvo le cose migliori, ma seguo le peggiori. (VII, 20)
Fe far poi per nasconder tanto scorno / Da Dedalo un difficil laberinto, / Il qual di grosse, e d'alte mura intorno / In pochi dì fu fabricato, e cinto. / Com'un dentro vi gia, perdea il ritorno, / E si trovava in mille errori avinto. / Da mille incerte strade hor quinci, hor quindi, / Spint'era hor ver gl'Iberi, hor verso gl'Indi. (VIII, 161-168; 1563)
O tre dee del castigo, Furie, volgete il vostro sguardo a questo rito infernale! Vendico una colpa commettendone un'altra. La morte va espiata con la morte. A delitto va aggiunto delitto, a funerale funerale: si estingua lo sciagurato casato, con questo accumularsi di lutti. (VIII, 481; 1994, p. 319)
Ma il figlio d'Issíone derise chi ci credeva, e, miscredente e insolente com'era, disse: «Frottole racconti, Achelòo, e fai troppo potenti gli dèi, se pensi che diano e levino la figura alla gente». Gli altri allibirono e disapprovarono simili parole, e Lèlege, piú maturo di tutti di mente e d'anni, cosí prese a parlare:
«Immensa e senza limiti è la potenza del cielo, e qualunque cosa gli dèi vogliano, si compie. [...]» (VIII, 611; 1994, p. 325)
«Ohè! Un po' di rispetto per me! Siete impazziti? Crede qualcuno di essere cosí potente da poter superare il destino? Per volere del destino Iolào è tornato ad anni già vissuti. Per volere del destino i figli di Callíroe otterranno di diventare adulti, e non con gli intrighi o le armi. Anche voi dipendete dal destino e, se ciò vi consola, anche io. Ché se fossi capace di mutarlo, il caro Èaco non sarebbe curvo sotto i suoi tanti anni e Radamanto avrebbe in eterno il dono della giovinezza e così il mio Minosse, che per l'amaro peso della vecchiaia è ora disprezzato e non governa più come una volta». (Giove; IX, 428; 1994, p. 365)
Lasciamo ai vecchi conoscere il diritto ed esaminare che cos'è permesso e che cos'è empio e non empio e rispettare le sottili distinzioni delle leggi. Alla nostra età si conviene essere temerari, in amore. Ancora non sappiamo che cosa sia lecito, e crediamo che tutto sia lecito e seguiamo l'esempio dei grandi dèi. (IX, 554; 1994, p. 371)
Tanta è l'arte, che l'arte non si vede. (X, 251; 1994, p. 399)
Ma a che le giovò aver partorito due gemelli ed essere piaciuta a due dèi e avere per padre un gran guerriero e per nonno un fulgido astro? Non nuoce molte volte anche la gloria? (XI, 318; 1994, p. 443)
E anche questa mia facondia, se un po' ne ho, che oggi interviene per me come tante volte è intervenuta per voi, non mi attiri malanimo: nessuno deve rinunciare a sfruttare le doti sue personali. Io infatti esito a definire pregi di uno la stirpe, gli antenati e le cose che l'individuo non deve al proprio operare. (Ulisse; XIII, 135; 1994, p. 509)
Per primo si scagliò contro l'abitudine di cibarsi di animali [...]. (XV, 72)
Smettetela, uomini, di profanare i vostri corpi con cibi empi! Ci sono le messi, ci sono alberi stracarichi di frutti, ci sono turgidi grappoli d'uva sulle viti! Ci sono erbe dolci e tenere [...]. Avete a disposizione il latte e il miele profumato di timo. La terra nella sua generosità vi propone in abbondanza blandi cibi e vi offre banchetti senza stragi e sangue [...]. Che enorme delitto è ingurgitare viscere altrui nelle proprie, far ingrassare il proprio corpo ingordo a spese di altri corpi, e vivere, noi animali, della morte di altri animali! Ti par possibile che tra tanto ben di dio che produce la terra, ottima tra le madri, a te non piaccia masticare altro coi tuoi denti crudeli che carne ferita, riportando in voga le abitudini dei Ciclopi? (Pitagora; XV, 75-93)
Una vittima senza macchia, dal bellissimo aspetto (questo le è stato fatale!), ornata d'oro e cinta di bende, viene collocata davanti all'altare, ode preghiere di cui non capisce il senso, vede che le pongono tra le corna quelle messi che sono cresciute grazie alla sua fatica e infine viene colpita e arrossa di sangue il coltello che forse aveva intravisto poco prima, riflesso nell'acqua limpida. Ed ecco che i sacerdoti si affrettano a scrutare dentro le viscere strappate al suo petto ancor caldo [...]. E di queste osate cibarvi, uomini? Tanto grande è la vostra fame di cibi proibiti! (Pitagora; XV, 130-138)
E non saremo domani quelli che fummo / né quelli che siamo.
Tutto si trasforma, nulla perisce. Lo spirito vaga e da lí viene qui e da qui va lí e s'infila in qualsiasi corpo, e dagli animali passa nei corpi umani e da noi negli animali, e mai si consuma. [...]
E poiché ormai mi sono slanciato su questo vasto mare e corro a vele spiegate col vento in poppa: in tutto il mondo non c'è cosa che duri. Tutto scorre, e ogni fenomeno ha forme errabonde. (Pitagora; XV, 165; 1994, p. 613)
O Tempo divoratore, e tu, invidiosa Vecchiaia, voi tutto distruggete e a poco a poco consumate ogni cosa facendola morire, rosa dai denti dell'età, di morte lenta. (Pitagora; XV, 234; 1994, p. 615)
E nulla perisce nell'immenso universo, credete a me, ma ogni cosa cambia e assume un aspetto nuovo. E nascere noi chiamiamo cominciare a essere una cosa che non si era, e morire cessare di essere la suddetta cosa. Anche se questo si trasferisce di là e quello di qua, il totale è sempre lo stesso. Sì, io credo che nulla conservi a nulla lo stesso aspetto. (Pitagora; XV, 252; 1994, p. 617)
Finirà il giorno e Febo si tufferà nelle profondità del mare con i suoi cavalli stanchi, prima che io riesca a elencare con la parola tutte le cose che assumono un nuovo aspetto. Cosí vediamo che le epoche cambiano e che là dei popoli diventano potenti, qua decadono. [...] Dunque anche Roma, crescendo, muta forma, e un giorno sarà la capitale del mondo immenso. (Pitagora; XV, 420; 1994, p. 625)
Ho finito ormai quest'opera, che né l'ira di Giove né il fuoco / né il ferro né il tempo divoratore potranno distruggere. / Quando vorrà quel giorno che ha diritti solo sul mio corpo / ponga fine al tempo della mia incerta vita; / ma con la parte migliore di me io mi innalzerò immortale / sopra le stelle, e il mio nome non perirà. (XV, 871-6)
Dicono di «Le metamorfosi»
Questa umanizzazione (o riumanizzazione?) della natura attraverso i miti laicizzati dà una nuova giustificazione alla rivendicazione della validità della fantasia. E la nostra civiltà, una volta scelta per sé una concezione che rimanda al cielo, torna sempre con gioia a ritrovare nelle Metamorfosi questo mondo terreno cosí ricco e vario dove potenze divine e creature umane s'incontrano, dove il favoloso è reale, dove l'affannarsi (lei corpi e della psiche si converte in giochi di forme. (Piero Bernardini Marzolla)
Il punto è che le Metamorfosi sono, sotto i panni della poesia epica, la prima opera narrativa di grande respiro della letteratura occidentale. (Piero Bernardini Marzolla)
Il «divertirsi» di Ovidio, anche coni mezzi stilistici, non è leggerezza ma una forma di umanità. Le Metamorfosi sono in fondo un poema pervaso da una profonda tristezza; l'affermazione può apparire sorprendente a chi si lasci trasportare, peraltro giustamente, dalla vivacità dei toni e dei colori, dalla piacevolezza del racconto, ma lacrime copiose rigano dappertutto i volti dei personaggi e ogni trasformazione è un dramma piú doloroso della morte vera, per la sua ambiguità, cioè perché, come dice Mirra (X 487), non è né vita né morte. Alla rappresentazione ora piú ora meno fredda, ma sempre partecipe, della sofferenza di chi perde la propria identità, il gioco condotto da Ovidio al livello degli slanci della fantasia e insieme del potere autonomo di suggestione dei mezzi stilistici, compreso quel mezzo che è la fluente sonorità, si affianca come gusto della vita ma anche, mettendo a nudo la «meccanicità» dei sentimenti e delle azioni, come un discreto sorridere sulle curiose e fantastiche cose che accadono al mondo, come una forma di saggezza. (Piero Bernardini Marzolla)
Heroides
Bando ai pudori di fronte alla verità. (Enone a Paride, V)
Non sai che i re hanno le mani lunghe? (ep. XVII, Helena Paridi, v. 166)
Questa lettera che leggi ti giunge da Briseide, la donna a te rapita: l'ho scritta stentatamente in greco con la mia mano di straniera. Tutte le cancellature che vedrai, sono state le lacrime a farle; ma, nondimeno, anche le lacrime hanno il peso della parola. (Briseide ad Achille, III)
Enea resta sempre impresso nei miei occhi insonni, Enea ho nella mente, notte e giorno. Ma lui è ingrato e sordo alle mie offerte generose e, se non fossi insensata, vorrei fare a meno di lui. Tuttavia non odio Enea, benché mediti il mio male, ma lamento la sua slealtà e, pur lamentandomi, lo amo di più. (Didone a Enea, VII)
Il fine giustifica i mezzi. (II, 85)
Amore è credulo. (VI, 21)
Rimedi d'amore
Ripara in principio; troppo tardi si appresta la medicina quando i lunghi indugi hanno dato vigore al male. (91-92)
L'amore cede di fronte agli affari. Se vuoi uscire / dall'amore, mettiti negli affari: sarai al sicuro. (143-4)
Sarai triste se sarai solo. (583)
Frasi da «Tristia»
Una causa non buona diventa peggiore quando si vuole difenderla. (I, 1, 26)
Finché sarai felice, conterai molti amici, ma se i tempi si fanno più grigi, sarai solo. (I, 1, vv. 39-40)
Come il biondo oro si mette alla prova del fuoco, così la fedeltà va esaminata nei momenti difficili. (I, 5, vv. 25-26)
Quel santo e venerabile nome dell'amicizia. (lib. I, el. VIII, v. 15)
Riposino dolcemente le ossa. (III, III, 76).
Bene visse chi seppe vivere nell'oscurità. (III, 4, 25)
E speriamo che le nostre anime muoiano col corpo e che nessuna mia parte sfugga all'avido rogo, perché se lo spirito, immune da morte, se ne vola via in alto negli aerei spazi e le parole del vecchio di Samo [Pitagora] risultano vere, la mia ombra romana vagolerà fra le ombre dei Sàrmati e sarà sempre straniera fra selvaggi mani. (III, 359; citato in Metamorfosi, 1994, p. LII)
V'è un piacere nel piangere. (IV, 3, 27)
Tutto quello che io tentavo di scrivere, erano versi. (IV, 10, 26)
Non vede né le fronde nei boschi né l'acqua in un fiume in piena. (5, 4, 9)
Noi pure fiorimmo un giorno, ma quel fiore presto appassì, e la nostra fu fiamma di stoppa, fuoco passeggero. (V, VIII, 19-20)
Io qui sono come barbaro, perché nessuno m'intende. (V, 10, 37)
Sopporta e persevera; cose molto più gravi sopportasti. (V, XI, 7)
Piango i miei mali: nel pianto v'è una certa voluttà, ed il dolore che si scioglie in lagrime trova un sollievo.
Dicono di Publio Ovidio Nasone
Amor omnia vincit, dice il cugino Ovidio, quel gentile maestro in fatto di amore.
L'arte di Ovidio di metter le cose sotto gli occhi, non si chiama efficacia, ma pertinacia.
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026