Frasi
Frasi di Marco Tullio Cicerone
144 citazioni, aforismi e passi dalle opere
Le citazioni di Marco Tullio Cicerone raccolte in un'unica pagina: 144 frasi, divise per libro e argomento.
Marco Tullio Cicerone (avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano). Scopri anche la biografia e i libri in ordine cronologico.
Citazioni di Marco Tullio Cicerone
Abbiamo finalmente avuto un console così vigile, che non ha dormito una sola notte durante il suo consolato.
Approvo che ci sia qualcosa del vecchio in un giovane, e qualcosa del giovane in un vecchio.
Aveva risposto [...] che se un qualsiasi incendio fosse stato appiccato al suo avvenire, quello avrebbe spento non con l'acqua, ma fra le rovine.
Bisogna essere servi delle circostanze.
Cicerone che parla per la propria casa.
[...] credi tu nell'esistenza di innumerevoli mondi, alcuni dissimili e altri uguali, e al di sopra del nostro e al di sotto, a destra e a sinistra, avanti e indietro? E credi tu nell'esistenza di innumerevoli altri uomini, abitanti in località uguali a queste e aventi gli stessi nomi, gli stessi titoli pubblici, il vanto delle medesime imprese, le medesime doti naturali, le stesse fattezze, la stessa età e che discutono degli stessi problemi, così come stiamo facendo noi qui a Bacoli, mentre vediamo Pozzuoli qui di fronte?
Diversamente da te, non ho bisogno di esporre il motivo per cui il dio, facendo ogni cosa in funzione nostra (così almeno voi pretendete che sia), abbia munito natrici e vipere di tanta potenza.
È impossibile che non sia felice chi dipende totalmente da se stesso e che punta tutto soltanto su di sé.
Finché c'è vita, c'è speranza.
Fino a quando insomma abuserai, Catilina, della nostra pazienza?
[...] fra i quali nessuno di voi, secondo me, ignora quanto splendore ci sia, quanto il modo di vivere sia abbastanza uniforme e quanto quasi in tutti sia regolare e moderato.
Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretenda d'essere superiore alle leggi.
Il loro silenzio è un'eloquente affermazione.
Il saggio stesso formula spesso opinioni su ciò che non conosce, non di rado è in preda alla collera, cede alle preghiere e si calma, corregge talora – se così è meglio – le sue affermazioni e talora cambia parere; tutte le virtù sono temperate dal giusto mezzo.
L'opera poetica di Lucrezio è proprio come mi scrivi: rivela uno splendido ingegno, ma anche notevole abilità artistica.
La giustizia, se è rispetto a Dio dicesi religione, se verso i parenti pietà, se nelle cose affidate dicesi fede.
La parsimonia è un gran capitale.
La scienza che si diparte dalla giustizia è da chiamarsi inganno, piuttosto che sapienza.
Le armi cedano il posto alla toga, l'alloro militare alla lode.
Le leggi tacciono in tempo di guerra.
Mandami, ti prego, i due libri di Dicearco, dell'anima e della Discesa. Non trovo il Tripolitico, e la lettera di lui scritta ad Aristosseno. Questi tre libri io mi consumo di avere; ché troppo m'acconcerebbono a quel che sto mulinando.
Molte previsioni giuste le fanno i medici, molte i naviganti, molte anche i contadini, ma nessuna di esse io chiamo divinazione: nemmeno quella famosa previsione con cui il filosofo della natura Anassimandro avvertì gli spartani di lasciare la città e le case e vegliare armati nei campi, poiché era imminente un terremoto: e in realtà tutta la città fu rasa al suolo e il contrafforte estremo del monte Taígeto fu divelto come la poppa di una nave.
Non si può immaginare nulla di tanto assurdo che non sia sostenuto da qualche filosofo.
Nulla che sia del tutto nuovo è perfetto.
O fortunata Roma, nata sotto il mio consolato!
Oh, filosofia, guida della vita! Oh, ricercatrice della virtù ed eliminatrice dei vizi! Che cosa avrebbe potuto essere la vita degli uomini nella sua totalità senza di te?
O tempi, o costumi!
Ozio con dignità.
Per me val più la mia coscienza che il discorso di tutti.
Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi la commenteranno con una battuta di spirito.
Se n'è andato, è uscito, è fuggito a precipizio.
Siamo schiavi delle leggi per poter essere liberi.
Sono cittadino di Roma.
Citazioni di Marco Tullio Cicerone – Attribuite
Che io muoia nella patria che tante volte ho salvato!
gente acuta e sospettosa, nata per le controversie.
Frasi da «De finibus bonorum et malorum»
La memoria dei mali passati è gioconda. (II, XXXII)
Non ci si vergogni di dire quel che non ci si vergogna di pensare. (II, 77)
[...] che la fame è il condimento del cibo. (II, 90)
Peraltro, anche nelle bestie feroci è possibile osservare la potenza della natura, poiché in esse ci sembra perfino di potere ascoltare la sua voce quando vediamo la loro fatica nel partorire i propri piccoli e poi nell'allevarli. (III, 62)
con la consuetudine formarsi quasi un'altra natura (V, 25, 74)
Non sembra privo di arguzia quel famoso proverbio sul maiale in cui si dice che l'anima sarebbe stata data a questa bestia al posto del sale, per non farla imputridire. (V, 38)
[...] nelle cose stesse, che s'imparano e si conoscono, trovansi gli allettamenti, onde a impararle e a conoscerle noi siam mossi. (V, 52)
Frasi da «De legibus»
Sicuramente non c'è nulla di più utile che comprendere che noi siamo nati per la giustizia e che il diritto non è stato costituito dalla convenzione, bensì dalla natura. La cosa risulterà evidente, se si considererà con attenzione l'attitudine umana alla socievolezza e alla vita comunitaria. Non c'è un individuo così simile a un altro individuo, quanto noi esseri umani siamo simili l'uno all'altro. Infatti, se la depravazione delle consuetudini, se la vanità delle opinioni non contorcesse le nostre deboli anime sviandole dal punto dove avevano cominciato a mirare, nessuno sarebbe simile a se stesso come ogni essere umano è simile a tutti gli altri. E pertanto, qualunque sia la definizione dell'essere umano, essa sarebbe unica e varrebbe per tutti. [...] E non c'è nessun individuo di nessun popolo che, se guidato dalla natura, non possa pervenire alla virtù. (I, 10, 28-30)
La salute del popolo sia la suprema delle leggi. (III, 3)
Spesso gli dei immortali repressero con gli auspicia l'ingiusta irruenza del popolo. (III, 27)
Sarà la pena pari alla colpa. (III, § 46)
Frasi da «De natura deorum»
Di solito io non approvo il sistema che sappiamo usato dai Pitagorici: si dice che, se nella discussione facevano qualche asserzione, alla richiesta di delucidazioni solevano rispondere: «L'ha detto lui». E quel «lui» era Pitàgora. (I, V, 10; 2007)
Egli solo infatti vide che anzitutto gli dèi esistono perché nell'anima di tutti la natura stessa impresse nozioni di loro. Giacché quale popolo esiste o quale specie di uomini che non possieda, senza alcun insegnamento, una nozione primitiva degli dèi? (I, XVII, 43; 2007)
Poiché si tratta di un'opinione stabilita non da qualche istituzione o usanza o legge e rimane un fermo consenso universale dal primo all'ultimo uomo, è necessario capire l'esistenza degli dèi, perché abbiamo di essi nozioni insite o meglio innate; ma ciò su cui è d'accordo la natura di tutti, necessariamente è vero: dunque bisogna ammettere l'esistenza degli dèi. (I, XVII, 44; 2007)
Noi invece poniamo la felicità della vita nella tranquillità e nella libertà da ogni impegno. (I, XX, 53; 1992)
Sembra strano che un aruspice non rida quando vede un altro aruspice. (I, XXVI, 71; 2007)
I barbari divinizzarono le bestie per qualche beneficio. (I, XXXVI, 101; 2007)
Ha detto bene Crisippo: come l'involucro è stato creato per lo scudo e il fodero per la spada, così tutto il resto tranne il mondo è stato creato per altro: le messi e i frutti della terra per gli animali, gli animali per l'uomo, ad esempio il cavallo per trasportare, il bue per arare, il cane per andare a caccia e fare la guardia; quanto all'uomo, è stato creato per contemplare ed imitare il mondo. (II, XIV, 37; 2007)
Egli infatti crede nell'esistenza degli dèi, perché deve necessariamente esservi qualche natura superiore di cui nulla sia migliore. (II, XVII, 46; 2007)
Grave è il peso della propria coscienza. (III, XXXV, 85)
Il medesimo, facendo un viaggio per mare, quando quelli dell'equipaggio, paurosi ed atterriti per il tempo avverso, gli dissero che non senza ragione ciò capitava loro perché avevano accolto lui sulla loro medesima nave, mostrò loro molte altre navi in difficoltà sulla medesima rotta e chiese se credevano che anche su quelle navi viaggiasse Diàgora. (III, XXXVII, 89; 2007)
Per dio nulla è impossibile. (III, XXXIX, 92; 2007)
Giacché io sono in lotta con te per difendere gli altari e i focolari, i templi e i santuari degli dèi e le mura della città, che voi pontefici dite sante e cingete la città con la religione più diligentemente che con le stesse mura. Io, finché avrò fiato, ritengo nefando abbandonare tutto ciò. (III, XL, 94; 2007)
Frasi da «De officiis»
Non siamo nati soltanto per noi stessi. (I, 7, 22)
Vi sono, poi, due maniere d'ingiustizia: l'una è di quelli che fanno ingiuria; l'altra, di quelli che, pur potendo, non la respingono da coloro che la patiscono. (I, 7, 22; 1958, p. 41)
Fondamento della giustizia è la fede, cioè la costanza e la sincerità nel mantenere le cose dette e convenute. (I, 7, 23)
Due sono infatti i modi di contendere, uno con la ragione, e un altro con la forza; e poiché quello è proprio dell'uomo, questo delle bestie, si deve ricorrere al secondo quando non è possibile valerci del primo. (I, 11; 1876, p. 28)
La ragione dovrebbe dominare e l'appetito obbedire. (I, 29)
Perfetta giustizia perfetta ingiustizia.
Le armi cedano [il posto] alla toga, l'alloro [militare] alla lode.
Alla fine mandò tutto in rovina per non aver voluto seguire il consiglio di coloro i quali giudicavano opportuno ritirare la flotta dalle Arginuse e non venire a battaglia con gli Ateniesi. Egli rispose loro che Sparta, perduta quella flotta, ben poteva allestirne un'altra, mentre lui non poteva fuggire senza macchiarsi d'infamia. (I, 84, traduzione di P. Fedeli, 1969)
Esistono in tutto due generi di scherzo: uno volgare, violento, vergognoso e osceno, e un altro elegante, urbano, ingegnoso e fine. Di questo secondo tipo sono intrisi non solo il nostro Plauto e la Commedia greca antica, ma anche i libri dei filosofi socratici.
Non può essere veramente onesto ciò che non è anche giusto.
[...] ogni falsità non può essere durevole. (II, 12; 1876, p. 168)
Publio Scipione, quegli che ebbe per primo il nome di , era solito dire, come racconta Catone il quale fu presso a poco suo coetaneo, che egli non era mai meno ozioso di quando era ozioso, né meno solo di quando era solo. (III, 1; 1876, p. 211)
[...] non abbiamo alcun tipo di legame con un tiranno, e piuttosto è grandissima la distanza da lui, né risulta contrario alla natura privare di mezzi colui che sarebbe addirittura giusto uccidere, e in effetti questo genere di uomini letale ed empio dovrebbe essere estirpato dalla comunità umana. Infatti, come alcune membra vengono amputate, se hanno cominciato a perdere sangue e vitalità, e dunque nuocciono al resto del corpo, così la ferinità e la crudeltà della bestia feroce in forma umana devono essere tenute lontane dal corpo comune del genere umano. (III, 6, 32; 2019)
Dicono di «De officiis»
A partire dall'età carolingia gli scritti filosofici di Cicerone trasmisero anche al Medioevo l'eredità del mondo antico, contribuirono poi ad ispirare l'ideale umano del Rinascimento, e sempre fornirono le armi alla lotta di liberazione degli spiriti. Essi sono un elemento ineliminabile della cultura occidentale. Il neoumanesimo e la riscoperta di Platone posero naturalmente Cicerone nell'ombra. Ma se Federico il Grande definì il ' «le meilleur ouvrage de morale qu'on ait écrit et qu'on écrira»e ne apprezzava il valore pedagogico a tal segno da promuoverne la traduzione in tedesco, giova chiedersi se non giacciano sopite in quest'opera energie che possano avere ancor oggi funzione vitale. E pur accertando che la sorgente donde esse provengono scaturì in Grecia, non dimenticheremo l'apporto dell'uomo il cui spirito e la cui arte ci seppero trasmettere viva quella fonte, mentre in Oriente essa si è estinta nel deserto di speculazioni dommatiche e d'una contemplativa fuga dal mondo. (Max Pohlenz)
Frasi da «De oratore»
Mi pare che il solo libro delle Dodici tavole superi per autorità e utilità le biblioteche di tutti i filosofi. (I, 44, 195)
Siano pure detti poeti anche coloro che i greci chiamano fisici, dal momento che il fisico Empedocle scrisse un poema egregio. (I, 217)
E che dire di quel tesoro di tutte le nozioni che è la memoria? Se questa non assiste, come una custode, i concetti e le espressioni già trovati e meditati, possiamo essere certi che tutte le altre doti dell'oratore, anche magnifiche, andranno perdute. (I, 5, 18; 2017)
La storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell'antichità. (II, 9)
Chi può negare che la prima legge della storia sia non osare di dire nulla di falso e non omettere nulla di vero, affinché non sorga neppure il sospetto che nello scrivere sia intervenuta la simpatia o l'antipatia? (II, 15, 62)
Non amo le persone troppo zelanti. (II, 67)
Il volto è lo specchio dell'anima. (III,59)
Egli , pertanto, a quanti esercitino questa facoltà dello spirito, consiglia di fissare nel cervello dei luoghi e di disporvi quindi le immagini delle cose che vogliono ricordare. Con questo sistema l'ordine dei luoghi conserverà l'ordine delle idee, le immagini delle cose richiameranno le cose stesse, i luoghi fungeranno da tavolette per scriverci sopra e le immagini serviranno da lettere con cui scrivere. (LXXXVI, 354)
Ben vide Simonide o chiunque ne sia stato l'inventore che le impressioni trasmesse dai nostri sensi rimangono scolpite nelle nostre menti e che di tutti i sensi il più acuto è quello della vista. Per cui dedusse che la memoria conserva molto più facilmente il possesso di quanto si ascolta o si pensa quando le loro sensazioni entrano nel cervello con l'aiuto della vista. In questo modo la rappresentazione con immagini e simboli concretizza le cose astratte ed invisibili con tanta efficacia, che riusciamo quasi a vedere realmente mediante immagini concrete quel che non siano capaci di percepire col pensiero. (LXXXVII, 357)
Più propria dell'oratore è la memoria delle cose; e questa possiamo annotarla mediante alcune maschere [«singulis personis»] ben disposte, in modo tale da poter afferrare i pensieri per mezzo delle immagini e l'ordine per mezzo dei luoghi. (LXXXVIII, 359)
Frasi da «De re publica»
La libertà, che non consiste nell'avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno. (II, 43)
Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un vivente. (III, 1, 19)
Nei dissensi civili, quando i buoni valgono più dei molti, i cittadini si devono pesare, non contare. (VI, 1)
De senectute – Citazioni
Anche una vita breve è abbastanza lunga per vivere con virtù e onore.
Ciascuna parte della vita ha un suo proprio carattere, sì che la debolezza dei fanciulli, la baldanza dei giovani, la serietà dell'età virile e la maturità della vecchiezza portano un loro frutto naturale che va colto a suo tempo.
Come non tutti i vini, così non tutti i caratteri inacidiscono invecchiando.
L'avarizia in età avanzata è insensata: cosa c'è di più assurdo che accumulare provviste per il viaggio quando siamo prossimi alla meta?
La leggerezza è propria dell'età che sorge, la saggezza dell'età che tramonta.
La memoria diminuisce, se non la tieni in esercizio. (VII)
La vecchiaia è il compimento della vita, l'ultimo atto della commedia. (XXIII)
La vecchiaia, specialmente quella che ha conosciuto tutti gli onori, possiede un'autorità che vale ben più di tutti i piaceri della giovinezza.
Non con le forze, non con la prestezza e l'agilità del corpo si fanno le grandi cose, ma col senno, con l'autorità, col pensiero.
Non patisce mancanza chi non sente desiderio.
Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno. (VII)
Uomo fra i primi grande e illustre.
Frasi da «Epistulae ad familiares»
Infatti Io scritto non diventa rosso. (V, 12, 1)
Sardi da vendere (l'uno più tristo dell'altro). (VII, 24, 2)
Se presso alla biblioteca avrai un giardino, nulla ti mancherà. (IX, 4, a Varrone)
Hai ottenuto tutti i risultati migliori, con la virtù come guida, la sorte per compagna. (X, 3)
Frasi da «Laelius de amicitia»
Bisogna volere bene come se un giorno si dovesse arrivare a odiare. (16, 59)
Bisogna mangiare insieme molti moggi di sale, perché il dovere dell'amicizia sia compiuto. (19, 67)
È necessario scegliere dopo aver giudicato e non giudicare dopo aver scelto.
I successi l'amicizia li rende più splendidi, le avversità le rende più lievi, perché le condivide e le mette in comune. (VI, 22, 72; 2007)
La fortuna è cieca. (54)
Le vere amicizie sono eterne.
Frasi da «Orator»
Ignorare tutto quello che accadde prima che tu nascessi, equivale ad essere sempre fanciullo. (Ad Brutum, XXXIV, 120)
Reputo che nulla sia difficile per chi ama. (cap. X)
Per chi aspira al primo posto non è indecoroso fermarsi al secondo o al terzo. (IV)
Philippicae – Citazioni
Annibale è alle porte. (I, 5)
Se vogliamo godere della pace, bisogna fare la guerra. (VII, 19)
La vita dei morti è riposta nel ricordo dei vivi. (IX, 10)
Chiunque può sbagliare, ma nessuno, se non è uno sciocco, persevera nell'errore. (XII, 5)
Frasi da «Tusculanae disputationes»
Mi sembra che la morte sia un male. (I, 5, 9)
Il sonno è immagine della morte. (I, 38, 92)
In realtà, quando Archimede racchiuse in una sfera i movimenti della luna, del sole e dei cinque pianeti, fece lo stesso che colui che nel Timeo edificò l'universo, il dio di Platone, e cioè che un'unica rivoluzione regolasse movimenti molto diversi per lentezza e velocità. E se questo non può avvenire nel nostro universo senza la divinità, neanche nella sfera Archimede avrebbe potuto imitare i medesimi movimenti senza un'intelligenza divina.
Siamo pronti a contraddire senza ostinazione, ed a lasciare, senza adirarci, che altri ci contraddica. (II, I, 2)
È grande la forza dell'abitudine. (II, 17, 40)
È da stolti il vedere i vizi altrui e dimenticare i propri. (III, 30)
Che c'è di glorioso che non sia pure arduo? (III, 34, 84; 2013)
Io quand'ero questore scoprii la sua tomba , sconosciuta ai Siracusani, cinta con una siepe da ogni lato e vestita da rovi e spineti, sebbene negassero completamente che esistesse. Tenevo, infatti, alcuni piccoli senari, che avevo sentito essere scritti nel suo sepolcro, i quali dichiaravano che alla sommità del sepolcro era posta una sfera con un cilindro. Io, poi, osservando con gl'occhi tutte le cose – c'è, infatti, alle porte Agrigentine una grande abbondanza di sepolcri – volsi l'attenzione ad una colonnetta non molto sporgente in fuori da dei cespugli, sulla quale c'era sopra la figura di una sfera e di un cilindro. E allora dissi subito ai Siracusani – c'erano ora dei principi con me – che io ero testimone di quella stessa cosa che stavo cercando. Mandati dentro con falci, molti ripulirono e aprirono il luogo. Per il quale, dopo che era stato aperto l'accesso, arrivammo alla base posta di fronte. Appariva un epigramma sulle parti posteriori corrose, di brevi righe, quasi dimezzato. Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino. (V, 23, 64-66)
È meglio ricevere che fare ingiustizia. (V, 56)
Dicono di Marco Tullio Cicerone
Arpino fu la sua patria, Roma il teatro della sua gloria, e tutta la posterità giusta estimatrice del suo merito letterario. Istituito sotto ottimi maestri, ed arricchitosi di tante letterarie cognizioni ne' suoi ben intrapresi viaggi, divenne il precipuo ornamento, e la vera difesa di Roma. I primi saggi della sua arte del dire annunciarono il degno rivale della stessa Grecia eloquente. Egli recò sui Rostri Latini una eloquenza tutta sua propria: ricco, forte, tenero, stringente, e sempre sublime, sedò le popolari tempeste, disperse o conquise i colpevoli, salvò tanti illustri cittadini e spinse fuori di Roma il notturno artefice di catene al Campidoglio.
Cicerone divertente? Cicerone uomo di spirito? si domandano increduli i licealisti di tutto il mondo; i quali da generazioni hanno ormai bollato l'Arpinate col marchio indelebile di oratore retorico, di scrittore fastidiosissimo.
Cicerone fu il creatore di una prosa oratoria perché fu l'architetto unificatore di altre prose oratorie. La sua prosa non ha una sorgente nascosta nello spirito suo: ché altrimenti sarebbe inimitabile; essa scaturisce da una molteplicità di fonti letterarie per raccogliersi in unico fiume.
Cicerone non è un romano di Roma. Non è nato nell'Urbe, ma in un municipio sull'altopiano dei Volsci a circa centoventi chilometri a sud-est di Roma: Arpino. È un luogo che ama e evoca sempre con emozione, e che considera, senza stancarsi di ripeterlo, la sua autentica patria secondo le leggi della natura. È la terra della sua infanzia; ma il ricordo che vive in lui non è fatto di tenere reminiscenze della prima età. È ad Arpino, infatti, che ha trovato i principi della sua fede politica, e quelle tradizioni a cui si ispira e alle quali non rinuncerà mai; componenti fondamentali per la formazione del suo pensiero e l'intera condotta della sua vita.
Confrontando Cicerone con Demostene, dirò che il carattere di Demostene è l'evidenza della ragione, l'impeto e la veemenza di un'anima accesa ed eloquente; quello di Cicerone, l'ordine, la fecondità, e lo splendor dell'orazione. Il primo più aspro, talvolta secco e duro, ma più sublime e più robusto; il secondo più florido e più ornato, ma talvolta, come lo rimprovera Bruto, cascante e distemperato. In due parole: ammiro Cicerone, ma vorrei Demostene per difensore.
Fu ad Archimede conceduto l'onor del sepolcro, quale l'avea egli desiderato. Ma questo sepolcro medesimo era ito in dimenticanza più di 100 anni dopo, quando Cicerone andò questore in Sicilia. Narra egli stesso in qual maniera gli venisse fatto di scoprirlo a' Siracusani, i quali tanto ne avean perduta ogni memoria, che assicuravano il sepolcro di Archimede non essere certamente tra loro. Così un Romano riparò in certo modo l'ingiuria che questo valentuomo avea da un altro Romano ricevuta. Ad alcuni han data noia in questo racconto di Cicerone quelle parole humilem homunculum, con cui egli chiama Archimede, come se dirlo volesse uom dappoco e spregevole... Ma senza inutilmente perderci in dissertare, basta il riflettere che sì gran concetto avea Cicerone di Archimede, che volle cercarne il sepolcro, e che chiamolo, come fu detto sopra, uomo di divino ingegno, per comprendere che quelle parole humilem homunculum non significano già uomo da nulla, ma uom privato e povero, e vissuto lungi dalla luce de' pubblici onori.
L'umorismo è per l'Arpinate, oltre che un efficace, intelligente strumento per vincere le cause senz'annoiare il prossimo, anche un segno di humanitas, di raffinata cultura, di amabilità nei rapporti umani.
– Le abbiamo assegnato un nome convenzionale: Cicerone.
– Cicerone? Nobile romano, eloquente, raffinato e insoddisfatto. Mi piace questo nome. (Operazione Cicero)
Mai lo leggo. A me fa ch'egli abbia difeso Rabirio o Cluenzio? Mi bastano i processi che devo giudicare io. Avrei avuto più genio per le sue opere filosofiche, ma quando ho visto che dubitava di tutto, ho concluso che ne sapevo quanto lui, e che non m'occorre nessuno, per essere ignorante.
Nessun greco ebbe la potenza animatrice e divulgatrice di Cicerone: perché nessun greco poteva imprimere ai concetti astratti della filosofia l'impulso dell'azione; nessun greco poteva riscaldare col calore della vita vissuta l'ideale massimo della cultura ellenistica, quello della humanitas (che era specialmente insegnato dai filosofi ellenistici, Panezio, Posidonio, ecc.) e trasformarlo, come romanamente lo trasformò Cicerone, in principio operante su tutte le genti.
Maestro di humanitas per il suo popolo, egli divenne maestro di tutto il mondo occidentale, operando attraverso il Cristianesimo, al Medioevo, alla Rinascenza, ininterrottamente.
Nessun personaggio storico ha messo a nudo sé stesso davanti ai posteri, come Cicerone. Ora, dato un uomo come Cicerone, amantissimo della patria e della virtù, radicalmente onesto e leale, che sentiva profondamente gli affetti della famiglia e dell'amicizia; ma insieme pieno di ambizione e di ingenua vanità, appassionato, nervoso, irritabile, sensibilissimo agli onori e alle offese, più forte contro il pericolo che nella sventura; qual meraviglia che nell'espansione così intera e così a lungo continuata dell'animo suo, noi troviamo molti momenti di debolezza, contraddizioni con dichiarazioni pubbliche, giudizi irosi, continua mescolanza delle preoccupazioni personali nelle preoccupazioni per la cosa pubblica?
Per verità si può affermare senza tema di errare, che la stessa Greca Filosofia sia debitrice a Cicerone, avendola egli disposta in quella maravigliosa unità di sistema, che apparisce in ogni pagina delle sue opere filosofiche. Di fatto gli argomenti circa l'esistenza di Dio, che egli ricava singolarmente da Platone, sono presentati nell'opera della Natura degli Iddii in una maniera facile, elegante, e veramente sistematica; ove che presso Platone bisogna, per così dire, sorprenderli tra gli del suo sublime, ma non sempre chiaro dialogizzare. Similmente le ragioni da lui addotte per dimostrare la immortalità dell'anima ragionevole, sono per la maggior parte prese dal Fedone del Greco filosofo; ma nel Fedone sono disperse in un certo , in cui le circostanze forse consigliarono a Platone di nascondersi: presso Tullio però nella sua prima tra le Quistioni Tuscolane tutto è unito per vincolo, e per deduzioni di sistema; ogni idea fluisce naturalmente dalla precedente che la dispone; e già dalle prime pagine è manifestamente annunziato quel termine, a cui egli intende di pervenire. Il tutto poi è arricchito dalle più belle notizie intorno ad altri filosofi posteriori a Platone; i sentimenti de' quali sono da lui colla consueta perspicuità, eleganza, ed urbanità di opportune grazie riferiti.
S'io credessi quelle armi che assiepano il Foro, dicea Cicerone, starsene qui a minacciare e non a proteggere, cederei al tempo e mi terrei silenzioso. Ma il fatto fu che quelle armi nel Foro inducevano per sé sole una fiera minaccia, tanto ch'egli parlò poco e male, e la paura ammazzò l'eloquenza.
Siamo al maggiore, non solo degli oratori, ma degli scrittori romani, e di gran lunga il più importante. Il più importante, se si considera la letteratura d'un popolo tutto come l'espressione dello spirito di quel popolo, poiché di nessun altro scrittore romano le opere sono cosi intimamente e multiformemente connesse colla vita tutta del popolo romano; il più importante perché da nessun altro abbiamo tanta copia di informazioni dirette intorno alle condizioni politiche e istituzioni politiche e sociali, istituzioni giuridiche e religiose, movimento letterario, idee e costumi, uomini e cose; il più importante nella storia stessa della letteratura, per la quantità degli scritti e la varietà dei generi a cui si riferiscono, e nella storia della lingua, la quale con lui arrivò al massimo svolgimento delle sue forze, e diventò strumento non mai inadeguato al pensiero, alla civiltà, all'arte romana, pur conservando ancora tutta la sua viva e vigorosa spontaneità e naturalezza.
Un al cui passar l'erba fioriva: / questo è quel Marco Tullio in cui si mostra / chiaro quanti eloquenzia ha frutti e fiori.
E più maraviglioso ancora dovrà parere lo stile di Cicerone a chi consideri che per creare tante bellezze a lui non fu d'uopo introdurre nella lingua novelle voci, delle quali anzi egli si dichiara più volte aperto riprovatore; ma studiossi di condurre con accorto senno alla significazione di nuove idee vocaboli già in uso; nel che non solamente fece opera di acuto filosofo, ma ancora di magnanimo cittadino.
Pochi sono gli uomini veramente grandi dell'antichità, di cui la morte affrettata per tirannesca violenza fosse tanto sinceramente e tanto lungamente compianta, esecratone l'abominevole autore, quanto quella di Cicerone.
Tra la fine del settimo e i primi anni dell'ottavo secolo di Roma la prosa latina si vide sollevata a tanta altezza da nulla invidiare alla greca, per opera singolarmente di Cicerone, dal quale conseguì quello ch'egli solo poteva darle e tutto quanto poteva ella ricevere di vigor filosofico, di splendida eloquenza, di vario fraseggiare e di soavissimo temperamento di suoni.
Il capo reciso fu posto da Antonio proprio in quel luogo dove aveva parlato in quello stesso anno contro di lui.
Il suo ingegno gli propiziò abbondanza di opere e di riconoscimenti.
La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana!
Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026