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Torino: frasi e citazioni
58 citazioni di 37 autori
Una selezione di 58 frasi su torino: aforismi, versi e passi di romanzi, ognuno con il suo autore.
Frasi su «torino»
A Torino si è più vicini alla mentalità tedesca. Sono tutti molto puntuali, lavoratori, nonostante questo [...] di tanto in tanto, si trova il tempo per stare con la famiglia e bere un buon vino rosso.
Bellissima, ricca di cultura. Il Lungo Po e i Murazzi sono proprio tipici ed è molto particolare anche la zona precollinare. È molto equilibrata: vivevo in centro, appena arrivato dal paesino volevo provare l'ebrezza della grande città. Torino ti induce a mantenere una certa sobrietà.
C'è una luce qua che non esiste in nessuna altra città italiana. Saranno le montagne attorno, ma la luminosità è da luogo del nord, Parigi, la Svezia. È la luce dei film con cui sono cresciuto, quelli di Bergman ad esempio.
C’è da sempre un equivoco sui torinesi e ha a che fare con l’appellativo di «bögianen» che è stato loro appiccicato addosso e che potremmo tradurre approssimativamente con «immobili». Senza farla troppo lunga con i riferimenti storici, esistono due modi di restare fermi: quello di chi non esplora e quello di chi non scappa. Ecco, il torinese è un «bögianen» nel senso che non scappa. Messo di fronte al nuovo borbotta, cincischia, tentenna. Ma appena ci entra dentro, se ne innamora e non lo lascia più.
Ch'io perseguendo mie chimere vane / pur t'abbandoni e cerchi altro soggiorno, / ch'io pellegrini verso il Mezzogiorno / a belle terre tepide lontane, / la metà di me stesso in te rimane / e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.
Che Torino attraversi un momento difficile non è un problema di oggi. Così come è evidente che la città abbia fatto passi avanti rispetto a 4 anni fa.
Come una stampa antica bavarese / vedo al tramonto il cielo subalpino.... / Da Palazzo Madama al Valentino / ardono l'Alpi tra le nubi accese.... / È questa l'ora antica torinese, / è questa l'ora vera di Torino....
Diplomatici e viaggiatori erano unanimi nel riconoscere che non esisteva in Italia una città più regolare e noiosa di Torino: "il cortigiano vi è fastidioso, il cittadino assai triste, il popolo devoto e superstizioso".
E da Superga nel festante coro / de le grandi Alpi la regal Torino / incoronata di vittoria, ed Asti / repubblicana.
Firenze è una città per sposi; Venezia, per amanti; Torino, per i vecchi coniugi che non hanno più nulla da dirsi. (Pitigrilli, alias Dino Segre)
La strada per Menfi e Tebe passa da Torino.
La verità è che nulla amo di Torino: non il suo ordine, non la sua mediocre civiltà piena di sussiego. Odio i suoi impiegatucci, i suoi militari, i suoi uomini politici.
Mai il cielo di Torino, con la corona ancora innevata delle Alpi, m'apparve di chiarità solare come quando, il 28 aprile 1945, finì l'incubo della guerra. La città venne invasa dalle migliaia di automezzi che, prima occultati perché i tedeschi intendevano requisirli, procedevano ora strombazzando per il centro, in un'allegra festa popolare. La città, distrutta per un terzo dai bombardamenti, da quel momento non pensò che a ricostruire, in quel fervido clima di speranze che aveva preso tutta la nazione.
Nella percezione comune l'immagine della Torino moderna è legata a due epoche: l'età del Risorgimento culminata con l'assunzione del ruolo di capitale dello Stato unitario e conclusa improvvisamente e tumultuosamente nel 1864; e l'età della grande industria di modello fordista. Ma tra la Torino capitale e la Torino della grande industria sta incastonata una terza Torino, che vorrei definire la Torino dei professori, o, con termine meno corporativamente connotato, la Torino della scienza.
I numerosi studi recenti che le sono stati dedicati ci permettono di affermare che quella non fu un'epoca di pura transizione – se non nel modo in cui tutte le epoche lo sono –; bensì una fase storica ben definita, durante la quale, non meno che nel Risorgimento o nell'età della grande industria, si è riplasmato in maniera duratura il volto della città: non solo il suo aspetto fisico, urbano, spaziale, ma pure il suo profilo culturale, etico-politico, e persino, direi, psicologico. Si sono ridisegnati, insomma, i suoi tratti antropologici.
–Perché New York, lei lo sa meglio di me, è un po' come Torino, con queste Avenues, queste streets...
– A Torino ci sono le Avenues?
– No, ma qui sì. (Natale a New York)
Piccola Città in un sito molto acquoso, non molto ben edificato, né piacevole con questo che per mezzo delle vie corra un fiumicello per nettarle delle lordure. [...] Qui si parla ordinariamente Francese ; e paiono tutti molto divoti alla Francia. La lingua popolesca è una lingua la quale non ha quasi altro che la pronunzia Italiana : il restante sono parole delle nostre.
Questa gentile città di Torino, ch'io non chiamava mai terra di , essendomi cara quanto la stessa mia terra natale. Dirò di più, che i miei canti mi furono in gran parte inspirati dai forti esempi di cittadine virtù, dalla costanza negli alti propositi, dalla prudenza e dallo entusiasmo guerriero, di cui questo popolo diede solenne esempio agli altri Italiani, mostrandosi degno d'innalzare pel primo il vessillo glorioso, unificatore d'Italia nostra. Se una speranza mi teneva in vita, si era quella di veder presto la mia Napoli seguirlo nell'arduo aringo.
Ricordiamo Torino e Firenze che tanto fecero pel nostro risorgimento, che tanti titoli acquistarono alla benemerenza della patria e dalle quali ricevemmo per sì lungo tempo quella ospitalità di cui serberemo memoria imperitura.
Siamo pasticceri torinesi. Un'altra cultura. Evoluti, curiosi, ma comunque portati a uno stile di vita in cui il sesso di gruppo può entrare solo marginalmente.
Solo noi abbiamo potuto permettere che la nostra Parigi venisse fagocitata da un centro minore .
Torinesi e Monferrini, pane, vino e tamburini.
Torino è la città italiana in cui negli ultimi anni si è costruito di più, un processo che riguarda tutte le città post-industriali, destinate a diventare città del divertimento. Il modello, anche se non esplicito, è Las Vegas.
Torino è la mia città. Sono sempre stata molto legata al mio essere torinese. Da piccola trascorrevo lunghi periodi da mia nonna che abitava sul lungo Po, quasi di fronte alla Gran Madre. L'immagine che ho conservato è notturna: la collina di Superga, dove ha perso la vita mio nonno con il Grande Torino, le luci che si riflettono sul Po e in sottofondo il ruggito dei leoni e il barrito degli elefanti dello zoo. Suoni di mondi lontani che rispecchiano molto l'anima della città: un'identità torinese forte e per me un po’ malinconica, unita alla forte curiosità verso il mondo: basti pensare al Museo Egizio che è uno dei miei luoghi preferiti.
Torino è una città affascinante, piena di sette sataniche e riti esoterici. Si dice che sia una porta infernale, ma anche il punto del famoso "triangolo magico" — insieme a Praga e Lione — di cui parlava Fulcanelli.
Torino è una città molto signorile. È la mia seconda casa, ci ho vissuto 13 anni e ci torno appena posso. È riservata e rispettosa, l'ideale per il mio carattere.
Torino ha un'anima complessa. Torino città operaia. Torino città della Fiat. Torino con la tradizione di città capitale. Torino città italiana, anzi romana, ma anche città alpina, che guarda alla Francia e all'Europa. Torino di Gobetti, di Einaudi, di Bobbio, di Gramsci e dell'«Ordine nuovo», Torino comunista e Torino liberale. Torino col suo carattere, la sua sobrietà, la sua serietà, che non si apre e non si dà tanto facilmente, ma che ti accetta quando si convince che impersoni i suoi stessi valori: l'impegno nel lavoro, una forte cultura civica, un senso del dovere che ti compete, per la parte che hai nella vita della città.
Torino mi sembra la città più graziosa d'Italia e, per quel che credo, d'Europa per l'allineamento delle strade, la regolarità delle costruzioni e la bellezza delle piazze.
Torino mi sembrava una grande fortezza dalle mura ferrigne, pareti di un grigio gelato che il sole di primavera non riusciva a scaldare.
Torino non è Roma. Sotto la Mole se vuoi riesci ad isolarti molto bene per trovare concentrazione.
Torino non è solo l'antica capitale storicamente in polemica con la Roma dei papi e neppure solo il più grande centro produttivo delle nostre industrie. Torino è la città di don Bosco, del Cottolengo, di san Giuseppe Cafasso, di Pier Giorgio Frassati.
Torino non fu mai propizia abbastanza alle arti: né lo è anche adesso, e lo era tanto meno a que' tempi.
Torino ricorda le antiche città di guarnigione, i doveri stanno prima dei diritti, l’aria è fredda e la gente si sveglia presto e va a letto presto, l’antifascismo è una cosa seria, il lavoro anche e anche il profitto.
Torino vuol dire Napoli che va in montagna / [...] / Torino è l'altra faccia della stessa Roma.
Tra le cose che rendono cospicua e celebre quella Dominante (Torino), vi è la cittadella di figura Pentagona, fabricata e ridotta in tutta perfettione dalla vigilanda del Duca Emanuel Filiberto sopra modello di quella d'Anuersa , nelle Fiandre, che due anni dopo quella fu terminata dal medesimo ingegnere.
Una certa confusione regna nelle nostre teste circa il «terziario avanzato», definizione che da un po' di tempo rimbalza seccamente sui più aggiornati pavimenti italici, come una pallina da ping-pong sfuggita ai giocatori. A volte crediamo che faccia parte del gergo sportivo, come «terzino di spinta» o «ala tornante»; a volte ci sembra appartenere alla terminologia sindacale (migliaia di terziari che avanzano in corteo, bandiere al vento ...) o a quello degli ordini religiosi (un terziario francescano, avanzato più degli altri nell'ascesi ...), quando non si mescoli addirittura alle nostre reminiscenze classiche («Fabio Massimo, avendo fatto avanzare i terziari contro la cavalleria punica ...»). Ma, dopo lo scandalo delle tangenti nell'amministrazione torinese, siamo quasi sicuri di aver capito.
Una città rigida e codina che amava le parate militari e le processioni, brulicante di divise e di tonache; una città dove, tra una guerra e un giubileo, si affilavano le armi, si accendevano ceri, e ci si annoiava a morte.
Una città un po' più nuova, ma meno storica e decorativa è Torino.
– Sicché vi schizza addosso la sua prosa?
Già, ma è più facile viverci, proprio perché è semplicemente una città, una che non è tale nel suo ricordo, ma una città per la vita di ogni giorno, per l'oggi; in essa le vie non rappresentano un museo archeologico, non vi ammoniscono ad ogni passo memento mori; guardate la sua popolazione operaia, la sua fisionomia rude come l'aria alpina, e vi accorgerete che questo è un ceppo più energico dei fiorentini, dei veneziani, e, forse, ancor più risoluto dei genovesi.
Una parte importante della mia vita si è svolta entro un raggio di cinquecento metri, nel vecchio centro della città. È intorno a questo perimetro che si sono espansi nel tempo i vari quartieri chiamati «borghi» o «barriere», tanto importanti nella mia esperienza. Torino allora era molto più piccola di oggi, più omogenea e provinciale; si parlava in dialetto e l’immigrazione di quegli anni veniva dalle campagne piemontesi, al massimo dal Veneto. Era una città un po’ severa, piuttosto disciplinata, in cui si sentiva il peso della tradizione ottocentesca ma anche la forza della modernità, connessa al lavoro industriale e alla presenza di una classe operaia estesa e bene insediata.
Qui c'è preoccupazione per il futuro della città, preoccupazione per il lavoro, preoccupazione per la criminalità che ha preso in mano interi pezzi della metropoli. È una città che si degrada sempre di più, sempre più sporca… [...] Non direi che c'è rassagnazione, nonostante tutto. Ci sono alcuni piccoli segnali da cogliere: bene o male la società civile comincia a muoversi, nel mondo dell'impresa noto una certa volontà di rinnovamento, di superare certi atteggiamenti del passato.
I problemi legati alla immigrazione extracomunitaria e più in generale alla marginalità non sono a Torino più gravi che altrove. Eppure qui si avvertono con maggior drammaticità, sono vissuti in modo traumatico. Perché?
Perché Torino è così debole sul piano nazionale, come dimostrano recenti vicende come quella dellAuthority per le telecomunicazioni o dell'Alta velocità?
È chiaro che la città non si sente rappresentata a pieno titolo. Riconosce onestà e buona amministrazione a Castellani e ai suoi collaboratori, ma non riesce a identificarsi con loro e quindi a condividerne appieno il percorso.
Qui è difficile assorbire gli elementi di diversità, di movimento sociale; cosa che, invece, altrove accade più facilmente. Inoltre c'è la crisi della città, della sua identità, della sua situazione economica con molti che si sentono insidiati dai nuovi arrivati.
Torino sta ricostruendo il proprio ruolo nella normalità, non più capitale dell'industria e del lavoro, come tante altre città italiane ed europee.
È da 20 anni che Torino ha perso la sua identità: colpa di chi governa se negli ultimi 10 non si è riusciti a crearne una nuova. La sinistra non può abdicare al proprio ruolo. E D'Alema non può pensare di risolvere tutto con una politica di tagli alla spesa sociale. Soprattutto a Torino, dove troppo presto s'è parlato di Tecnocity e di un terziario che avrebbe dovuto sostituire il lavoro dipendente.
Torino s’è guadagnata una dimensione internazionale. Anche l’accordo Fiat-Gm è servito in questo senso. Torino è tornato ad essere il centro di una regione.
Già oggi non è più tale e altrettanto lo stesso settore dell’automotive. Ci sono quindi le condizioni perché la città investa nel proprio futuro non puntando solo su Fiat. Sarebbe, però, illusorio investire sul futuro senza pensare alla Fiat e all’auto.
Forse oggi Torino appare più travagliata e più contraddittoria di prima o di altre città, ma a mio parere è proprio grazie da esse e dai conflitti che possono nascere stimoli e progetti culturalmente e socialmente rilevanti. Dall'armonia, mi creda, non nasce mai nulla d'interessante.
Torino, come tutte le città di montagna, è un po’ conservatrice, magari arriva con un po’ di ritardo ad accettare le novità e quando le accetta lo fa con prudenza. Ma passata questa fase è una città che trasforma questi processi in modo strutturale, superando anche i problemi che novità quali l’immigrazione inevitabilmente portano.
Anche Torino ha i suoi Scilla e Cariddi. Uno è quella sorta di malattia senile della torinesità, della quale Luigi La Spina teme che anch'io possa aver subito contagio, che ha a che fare con la "tendenza al lamento difensivo e rivendicativo". Fino al limite che, aggiungo, a volte affiora in chi sembrerebbe addirittura più contento di perdere qualcosa per potersene lamentare piuttosto che avere qualcosa di nuovo di cui potersi vantare (ad esempio Olimpiadi). Insomma "'l cantun dii barbutun". L'altro, da cui rischia di non essere del tutto indenne lo stesso articolo di La Spina, è quello di essere superiori, di non doversi occupare più di tanto delle beghe della politica quotidiana rispetto alla quale i problemi sono "ben altri", i grandi progetti appunto.
Tra Torino e la Fiat c'è un rapporto più che secolare basato sulla convinzione reciproca che la città ha bisogno della Fiat così come l'azienda ha bisogno di Torino.
E com'è bella Torino nelle giornate grigie. Mi dicevo giorni fa: abitare una città da cui non si prova il bisogno di uscire, neppure per vedere la campagna – dove si gode, semplicemente girando per le strade. Una volta l'avrei creduto impossibile.
Ecco una città secondo il mio cuore. Anzi, la sola. Tranquilla, quasi solenne. Terra classica per gli occhi e per i piedi [...]. Un soffio di buon Settecento. Palazzi di quelli che parlano al cuore; non fortezze stile Rinascimento! E poi: scorger le Alpi dal centro della città! queste lunghe strade che sembrano condurre in linea retta verso le auguste cime nevose! Aria serena, limpida in modo sublime. Non avrei mai creduto che una città, grazie alla luce, potesse diventare così bella.
Ma che dignitosa, severa città! Niente metropoli, niente moderno, com'io temevo: una «Residenz»del Seicento, dove un unico gusto ha imperato su tutto, quello della Corte e della noblesse. La quiete aristocratica è impressa su ogni cosa: non meschini sobborghi; un gusto unitario che si estende fin al colore (tutta la città è gialla e color d'ocra). E per i piedi come per gli occhi un luogo classico! Che sicurezza, che pavimentazione, a non dir niente degli omnibus e dei tram, organizzati e numerosi in modo straordinario. [...] Ma che piazze austere, solenni! E lo stile dei palazzi senza pretese, le strade serie e pulite, tutto molto più dignitoso di quanto mi fossi aspettato; e i più bei caffè che io abbia mai visto. Quei «portici» poi, dato il clima variabile, rispondono ad una necessità; inoltre sono ampi e alti e non opprimono. E la sera il tramonto dai ponti sul Po è cosa stupenda! Al di là del bene e del male!
Qui ogni giorno sotto lo stesso esuberante e supremo splendore di sole riappaiono la collina ammantata da foreste color dell'oro fulvo, e il cielo e l'ampio fiume di un pallido azzurro, mentre l'aria ha una purezza sublime – un Claude Lorrain come non mi ero mai sognato di trovare nella realtà.
Si potrebbe stabilire che gli allievi che hanno ottenuto il «Grand Prix» vadano in un posto qualsiasi, in Italia, dove vogliono, purché sia oltre il Ticino e la Trebbia. Ad eccezione di Torino e di Genova, ogni soggiorno dovrebbe esser loro consentito.
Torino è piena di aristocrazia biliosa.
Verso la fine della serata è comparso Savarelli, un nostro amico che viene dal nord d'Italia. È innamorato di Milano; è la città del piacere, niente le può esser messo a confronto, per questo; Torino e Genova sembrano delle prigioni.
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Pagina aggiornata il 17 ottobre 2026