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martedì 4 aprile 2017

Non me lo chiedere

Ci sono domande ricorrenti che sono rivolte agli autori di libri. In testa alle preferenze dei curiosi – che non sempre è sinonimo di lettori – possiamo trovare: Qual è il libro più bello che hai scritto? Oppure; Quale dei tuoi titoli mi consigli? Al primo quesito rispondo sempre allo stesso modo: non posso preferire un libro a un altro, perché sono come figli. Tu preferiresti un figlio a un altro? Il secondo quesito è invece più complicato. È impossibile consigliare un titolo a un ipotetico sconosciuto lettore: ci puoi riuscire se sei l’autore di una saga narrativa, con trilogie, quadrilogie o comunque più volumi collegati, che fanno riferimento a un titolo di apertura. Se ho scritto una saga è facile consigliare: indirizzo le persone al primo volume. In caso contrario, se le pubblicazioni sono romanzi o racconti autoconclusivi, il problema si ricollega alla prima domanda e alla sua risposta.

Questo, naturalmente, se i quesiti sono posti da una persona che non conosco. Il discorso cambia notevolmente quando è l’autore della domanda a esporsi, confidando le sue preferenze di genere – fantasy, noir, giallo, fantascienza, romance ecc. – e fornendomi perciò importanti elementi per il consiglio richiesto. Ogni domanda è comunque sempre gradita, anche se mi mette, per vari motivi, in difficoltà: perché l’obiettivo di chi scrive è instaurare un dialogo con il presunto lettore. Un rapporto puoi iniziarlo solo se esistono delle curiosità da soddisfare. E, quando c’è la volontà di farlo, i quesiti sono moltissimi.

Una delle domande che mi lascia piuttosto perplesso è: A cosa stai lavorando? La risposta, spesso, dipende dall’interlocutore che ho di fronte. Se si tratta di uno sconosciuto che non mi ha mai letto, mi chiedo perché la pone: non gli interessa nulla e guarda a un’ipotetica pubblicazione futura per capire se potrà cambiare idea? Resta comunque un’informazione problematica da fornire, anche se richiesta da un lettore abituale. Quando un libro è in corso d’opera, costa sudore e ostacoli, cadute e recuperi: nessuno ama parlare di problemi che può risolvere soltanto da solo. Un libro è un lavoro individuale. L’affermazione può suonare stonata ma non lo è. Se un manoscritto raccoglie le esperienze di chi lo scrive, siano esse opera di fantasia o realtà, appoggiandosi anche alle collaborazioni esterne e di gruppo, la stesura principale grava sempre sulle spalle dell’autore. In alcuni casi subentra la superstizione e la stramberia. Ernest Hemingway scriveva solo su taccuini della Moleskine. Émile Zola amava lavorare con la luce artificiale: se era giorno, chiudeva tutto, per non lasciar filtrare il sole. Truman Capote non riempiva mai il posacenere di sigarette, piuttosto se le infilava in tasca e, soprattutto, non scriveva mai di venerdì né accettava le stanze d’albergo con il numero tredici. John Steinbeck scriveva soltanto a matita e il suo editore gliene regalò dodici di tonde, per impedire che ispirazione e superstizione avessero il sopravvento su di lui. Io non potrei mai affermare, con certezza, a cosa sto lavorando. Sì, ho iniziato la stesura di un nuovo romanzo, ma non so quando lo terminerò: potrei persino abbandonarlo nel cassetto e cominciarne un secondo, oppure potrei riscriverlo da zero, dalla prima metà o ripensare il finale. Se parlassi del mio nuovo libro sarei, a tutti gli effetti, un bugiardo che potrebbe essere smentito da… se stesso. Ne parlerò con grande piacere, ma solo quando sarà un lavoro avviato alla sua naturale conclusione. Niente è stabile nel mondo dell’editoria, ancor meno in quello dell’editoria indipendente. Ogni cosa può essere mutata o abbandonata. L’unica costante, che non deve mai venir meno, è il piacere di scrivere.
Fammi conoscere le tue opinioni lasciandomi un commento QUI. 

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